Cgil: la lettera a “la Repubblica” sul tesseramento

Cgil: la lettera a “la Repubblica” sul tesseramento

19/08/2015

Egregio Direttore,

L’articolo sulla “Fuga dalle tessere della Cgil”, pubblicato su “la Repubblica” di mercoledì 19 agosto, a firma di Matteo Pucciarelli, contiene fin dal titolo una clamorosa falsità: la Cgil perderebbe oltre 700 mila iscritti dalla fine del 2014 ad oggi.

Falso. A parte l’ovvia considerazione che non è confrontabile il dato dei primi sei mesi 2015 con quello di tutto il 2014, all’articolista è stato spiegato che il tabulato, di cui “la Repubblica” è venuta in possesso, registra lo stato di avanzamento di un lavoro complesso quale è il tesseramento alla Cgil.

La nostra Organizzazione, infatti, non si accontenta di “contare” le tessere fatte, ma esige che ogni Struttura imputi in un unico programma informatico nazionale i nominativi di tutti gli iscritti con il relativo codice fiscale o con altri dati sufficienti a verificare che non vi siano doppioni che falserebbero il dato finale.

Questi dati saranno poi incrociati con il dato amministrativo del versamento delle quote tessera per un ulteriore controllo e verifica.

Il tabulato da cui attinge “la Repubblica” dice soltanto una cosa: al 30 giugno di quest’anno sono stati imputati a sistema e verificati dati degli iscritti pari all’87% del totale a fine 2014.

Un dato che a noi dice semplicemente che questo lavoro procede e che abbiamo ancora sei mesi per completarlo, dato che il tesseramento alla Cgil si chiuderà, come ogni anno, al 31 dicembre.

Questa procedura serve a garantire trasparenza e correttezza nei dati del tesseramento alla Cgil, come è stato spiegato a Pucciarelli.la Repubblica”, quindi, a mio parere, usa una nostra scelta di trasparenza per montare una campagna strumentale contro il Sindacato.  

C’è una differenza in negativo tra il numero di iscritti registrati al 30 giugno di quest’anno e quelli alla stessa data dello scorso anno: si tratta di circa 110.000 unità, pari al 2,17%. 

Un dato che in parte si spiega con il ritardo di imputazione di alcune strutture e, in parte maggiore, con la difficile realtà determinata da sette anni di crisi con la quale ci stiamo misurando: gli effetti della crisi sull’occupazione con la perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro (con un conseguente riflesso sul numero di iscritti al Sindacato), oltre al rallentamento della dinamica pensionistica. 

Infine, egregio Direttore, un grande quotidiano come “la Repubblica” dovrebbe verificare con maggiore accuratezza le fonti, non solo quando legge e interpreta (male) tabelle, ma quando riporta – come nell’articolo in questione – che vi sarebbe una differenza di un milione tra gli iscritti dichiarati dai Sindacati dei pensionati e quelli certificati dall’Inps.

È già stato da tempo chiarito, oltre che da noi anche da un comunicato ufficiale dell’Inps, che tale differenza è dovuta al fatto che l’Inps finora ha certificato solo i dati dei pensionati che percepiscono una pensione dal Fondo lavoratori (privati), mentre – come tutti sanno – una parte cospicua dei pensionati italiani percepisce la propria pensione da altri Istituti.

Mi permetta un’amara chiosa finale: il grande giornalismo non scade mai nello scandalismo e nel sensazionalismo a buon mercato e privo di presupposti verificati.

Siamo ovviamente disponibili, qualora lo riteneste, ad approfondimenti su come si fa trasparenza sul nostro tesseramento, su cosa significa avere ogni anno un turn over del 20% di iscritti e su come lo stesso tesseramento si è modificato per categorie, tipologie di lavoro e soggetti.  Anche perché non comprendiamo da quali dati “la Repubblica” desuma un’emorragia di giovani e precari nel tesseramento alla Cgil.

Bambino di 4 anni fa il saluto fascista. Le maestre: “O il piccolo la smette o deve cambiare asilo” da: la repubblica.it

Pubblicato: 12/05/2015 10:14 CEST Aggiornato: 12/05/2015 10:14 CEST
SALUTO ROMANO

Salutava i compagni, le maestre e i bidelli alzando il braccio destro e schiudendo il pugno. Un saluto romano in piena regola. Peccato che la mano fosse quella di un bambino di 4 anni, iscritto al primo anno di asilo.

A raccontare la sua storia il quotidiano La Repubblica che descrive lo stupore delle insegnanti e la successiva decisione di convocare i genitori.

Decidiamo di convocare i genitori. Quando spieghiamo loro il comportamento anomalo del figlio e chiediamo, a nostra volta, spiegazioni, ci rispondono così: “Che cosa c’è di strano? Vogliamo dargli un’educazione rigorosa e allo stesso tempo naturale”.

Le maestre restano senza parole di fronte all’ammissione dei genitori. Trent’anni lui, 29 lei, rivendicano con fierezza di essere fascisti. Il padre, riferisce ancora Repubblica, durante il colloquio all’asilo alza perfino la manica della camicia per mostrare alle insegnanti una svastica tatuata.

Quel richiamo si risolve in un nulla di fatto: il bambino, infatti, si ostina a salutare come un piccolo Balilla. Così, le maestre si trovano costrette a un secondo colloquio con mamma e papà.

Vengono riconvocati dalle maestre e a questo giro gli viene posto un ultimatum. Delle due l’una: o il bambino la smette di salutare come il Duce, oppure non può più frequentare la scuola materna. Che è pubblica e si riconosce, come ovvio, nei valori sanciti dalla Costituzione italiana il cui carattere è rigorosamente antifascista.

Una seconda strillata che dovrebbe essere servita a frenare quel saluto del Duce. Certo non a cambiare le idee dei due giovani genitori. E, del resto, forse non è un caso, come osserva ancora Repubblica, che la cittadina d’origine della coppia, Cantù, in provincia di Como, ospiti da due anni il Festival Boreal, un raduno d’ispirazione neonazista organizzato da Forza Nuova. Un raduno, tra l’altro, finanziato dal sindaco, Claudio Bizzolero, in nome della libertà di pensiero.

NO TAV, LO SCRITTORE A PROCESSO PER ISTIGAZIONE AL SABOTAGGIO da: micromega

Erri De Luca: “Difendo la mia libertà di parola, non chiedo di essere assolto”


“C’è immunità o impunità per i corrotti, mentre si vuole intimidire l’opinione pubblica”. Lo scrittore commenta il rinvio a giudizio con l’accusa di istigazione a delinquere per aver sostenuto in un’intervista la liceità dei sabotaggi al cantiere della Tav in Val di Susa. Rischia fino a 5 anni di carcere.

intervista a Erri De Luca, di Ottavia Giustetti, da Repubblica, 10 giugno 2014

«Non sono stupito, me l’aspettavo, e non voglio nemmeno essere assolto. Mi metteranno sul banco degli imputati e ci saprò stare ma solo per difendere la mia libertà di parola». Erri De Luca, il poeta operaio che sfila ai cortei No Tav, ha atteso la decisione del giudice di Torino in Grecia dove aveva «in programma un viaggio che non poteva rimandare».

Ha ricevuto la notizia del rinvio a giudizio dal suo avvocato ma sui social network e sui siti di informazione già tutti ne parlavano. De Luca rinviato a giudizio: risponderà in aula dell’accusa di istigazione al sabotaggio. Lui non è spaventato ma, piuttosto, preoccupato. Non per sé ma per il significato profondo che attribuisce a questo processo.
«Non mi riconosco in questo ruolo di scatenatore di eventi che mi vogliono attribuire visto che non ho alcuna responsabilità politica né collettiva».

Però l’accusano di aver incitato con le sue parole a fatti poi concretamente avvenuti.

«Sì, diciamo che hanno utilizzato un trucchetto sofistico che veniva utilizzato già nella scolastica medievale, ma che è facilmente smascherabile. La teoria è: “Post hoc ergo propter hoc”. Significa: “Dopo di questo e perciò in conseguenza di questo”. Mettono in relazione causale due eventi che hanno solo una relazione temporale».

È certo che la frase da lei pronunciata pubblicamente – «la Tav va sabotata» – non abbia ottenuto l’effetto di un invito?

«No, non lo credo. E poi se ci pensa è curioso che abbiano deciso di partire proprio da lì e di dimenticare tutto il resto. È come se la mia intervista fosse diventata l’anno zero della lotta alla Tav, tutto ciò che è successo prima non ha più alcuna rilevanza».

Se si tratta di un trucchetto verrà smascherato in tribunale.

«Il fatto che lo impieghino dimostra l’assenza della sostanza nell’incriminazione».

Non sarà l’anno zero della lotta alla Tav ma il suo processo è l’anno zero di una stagione nuova: a processo non vanno coloro che agiscono alle reti del cantiere ma anche chi la sostiene a parole, pubblicamente.

«È questo lo spartiacque. Segna il momento in cui si vuole incominciare a intimidire l’opinione pubblica e la libertà d’espressione della parola condannandola penalmente. Loro credono che scoraggiando me ne scoraggeranno cento».

Lei però non ha mai rinnegato le sue dichiarazioni. Ora che si tratta di difendersi in aula di tribunale che cosa farà?

«Sono titolare solo di una piccola parola pubblica quindi la difendo, non la uso a sproposito e non la ritiro dopo che qualcuno la contesta. Non sono come questi politici capaci di ritrattare il giorno dopo come se dovessimo tutti continuamente dimenticare. Sono le mie opinioni e le difendo».

Da come parla sembrerebbe quasi che consideri più onorevole una condanna che una assoluzione in questo processo.

«È così, non mi interessa essere assolto, mi interessa esclusivamente difendere la mia libertà di parola. Semplicemente. E intendo a mia volta accusare di abuso, di intimidazione chi mi ha formulato questa incriminazione ».

È un’accusa ai magistrati?

«I magistrati di Torino sono troppo impegnati a perseguitare il movimento No Tav. Ci sono più di mille procedimenti giudiziari a loro carico, evidentemente i giudici trascurano i piani alti. Sarebbe curioso che fenomeni di corruzione, che questa malversazione del denaro pubblico, questo sistema di appalti pilotati e di uomini corrotti che ha mosso Expo e Mose non riguardi anche la Tav. Ma qui si gode di una certa immunità, di impunità, perché i magistrati si occupano di altro».

Perciò lei è sempre convinto che la Tav debba essere sabotata?

«Beninteso».

(10 giugno 2014)

riProposta per una buona scuola da: Like @ Rolling Stone Mauro Presini

riProposta per una buona scuola

9 maggio 2014

La legge di iniziativa popolare “Una SeiUnaBravaScuolabuona scuola per la Repubblica” è una proposta di legge presentata nel 2006 (dopo aver raccolto ben 100.000 firme) ma i cui contenuti sono assolutamente innovativi.
Si tratta della proposta più ampia e organica mai prodotta dal mondo della scuola. Presenta l’esito di un dibattito e di un percorso che ha coinvolto in modo democratico migliaia di genitori, docenti e studenti di varie parti d’Italia, che hanno avuto così l’opportunità di riflettere e condividere un’idea di scuola composita e complessa.

In contraddizione con gli enunciati propagandistici di tutti i Governi che si sono succeduti, di attuare riforme condivise o “dal basso”, anche questa legge di iniziativa popolare, è stata “abbandonata in un cassetto”. Quegli stessi Governi che, ora come allora, dichiarano di voler fare riforme condivise, ascoltando il paese, non l’hanno mai discussa.
Per questo motivo il mondo della scuola lancia un appello ai parlamentari della Repubblica affinché sottoscrivano e ripresentino a loro nome la legge “Per una buona scuola per la Repubblica”, impegnandosi a portarla di nuovo all’attenzione del Governo e del Parlamento.

LA SCUOLA NELLA LEGGE:

intestaUna scuola pubblica, laica e pluralista: capace di garantire a tutte e tutti il diritto all’istruzione.
Risorse certe ed adeguate: il 6% del Pil, perché una buona scuola è la base della democrazia e del futuro di una società
Estensione dell’obbligo scolastico ai 18 anni.
Vivibilità delle classi e qualità della relazione educativa: non più di 22 alunni per classe e continuità didattica dei docenti.
Integrazione vera: dotazione organica aggiuntiva per il sostegno, l’alfabetizzazione, la lotta alla dispersione scolastica.
Programmi moderni, efficaci, condivisi.
Funzione docente: unicità, pari dignità, qualificazione.
Partecipazione di tutti alla gestione della scuola: rilancio ed estensione degli organi collegiali elettivi.
Autovalutazione delle scuole per un miglioramento continuo.
– Un piano straordinario di edilizia scolastica

Sul sito http://adotta.lipscuola.it/ il testo integrale della Legge, la sua storia, la campagna per rilanciarla
facebook.com/adottalalipscuola per condividere e seguire l’iniziativa

Contro la devastazione della scuola pubblica, rilanciamo la Legge di iniziativa popolare
per la buona scuola disegnata dagli art. 3, 33, 34 della nostra Costituzione.

Adottiamone le parole, le idee, le speranze, condividiamola e facciamola condividere
Vai e fai andare sul sito:

http://adotta.lipscuola.it/

Clicca sulla/e parola/e (max 3) che vuoi adottare e se vuoi spiegane brevemente il perché.
Facciamola diventare tutta colorata, poi cercheremo deputati che la riportino in Parlamento.

Storico accordo fra Italia e Germania: nasce l’atlante delle stragi nazifasciste da: la repubblica

Il progetto coinvolge anche l’Anpi e il ministero degli Esteri tedesco. “Chiederemo conto dei crimini di cui si macchiarono le Ss e la Wehrmacht e dei documenti scomparsi sulla Repubblica di Salò”

di LUCIA LANDONI

Italia e Germania fianco a fianco per ristabilire la verità storica e le responsabilità giudiziarie di quanto avvenne nell’ultima fase della Seconda guerra mondiale, tra il 1943 e il 1945: ha preso il via con un seminario organizzato a Milano, città Medaglia d’oro della Resistenza, il progetto biennale promosso dall’Associazione nazionale dei partigiani d’Italia e dall’Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia: l’obiettivo è la pubblicazione di un atlante delle stragi nazifasciste perpetrate ai danni della popolazione civile nel nostro Paese. Un’iniziativa finanziata dal ministero degli Esteri della Repubblica federale di Germania e nata su suggerimento di una commissione congiunta di storici italiani e tedeschi.

“Non devono rimanere strascichi di odio tra i popoli, tanto meno tra quelli fondatori dell’Unione europea, ma questo è possibile solo se a ciascuno vengono attribuite le responsabilità delle azioni che ha commesso – spiega Carlo Smuraglia, presidente nazionale dell’Anpi – Ciò non significa solo chiedere conto ai tedeschi dei crimini di cui si macchiarono le Ss e la Wehrmacht, ma anche spingere il governo italiano a spiegare perché tanti documenti relativi ai militanti della Repubblica di Salò siano scomparsi per anni, salvo ricomparire quand’era ormai troppo tardi. La commissione parlamentare istituita per affrontare questi temi ha terminato il proprio lavoro nel 2006, ma senza riferire nulla in aula. Bisogna far luce su molti punti”.

Il progetto vuole censire le stragi ai danni di civili italiani compiute dalle forze armate del Terzo Reich e dai militari della Repubblica sociale italiana. Dopo settant’anni, è ancora difficile tracciare un quadro preciso della situazione e il bilancio della guerra partigiana oscilla tra le 10mila e le 15mila vittime civili. “Sarà una ricerca basata su molteplici fonti: utilizzeremo i dati raccolti dai gruppi di lavoro costituiti dagli atenei delle regioni italiane più colpite dalle stragi e la banca dati della Commissione storica italo-tedesca, ma anche le indagini effettuate

all’epoca dagli Alleati e gli atti della commissione parlamentare d’inchiesta della XIV legislatura – continua Paolo Pezzino, il docente dell’università di Pisa a capo del comitato scientifico che realizzerà l’atlante – Tra due anni avremo un sito web e una pubblicazione che daranno conto degli episodi di macro e micro violenza di cui fu vittima la popolazione italiana, con l’identificazione di chi commise quelle atrocità”.