“Ed ora, dopo la straordinaria manifestazione ‘No Triv’ di Lanciano una vertenza nazionale contro lo Sblocca Italia” Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Amanda Demenna, rappresentante del Comitato “No Ombrina”. C’è stata molta sorpresa nelle valutazioni sulla partecipazione alla manifestazione “No Ombrina” di sabato a Lanciano. Avete fatto un buon lavoro oppure il tema è straordinariamente sentito dalla gente…
Abbiamo lavorato bene in questi mesi ma non si può non riconoscere che ormai sulle trivellazioni c’è in Abruzzo un movimento popolare. Non c’è solo “Ombrina” ma anche il Centro Oli. La manifestazione fatta a Pescara nel 2013 aveva già visto una grande partecipazione popolare. In questa fase, nel momento in cui tutto è ripartito con lo Sblocca Italia allora i comitati sono scesi nuovamente in campo. E dalla prima assemblea organizzativa ci siamo resi conto, essendo in cinquecento, che la guardia non era stata abbassata. L’altro giorno l’abbiamo ribadidto con forza, andando un po’ oltre le previsioni.Il settore energetico sta scatenando tanti appetiti, anche trasversali…
Alcune trivellazioni in Adriatico già c’erano. Con la Prestigiacomo si era riusciti a porre alcuni limiti. Con Passera, e quindi con il Governo Monti, è stato tolto il vincolo delle dodici miglia. Il progetto “Ombrina” è particolarmente impattante perché non si parla solo di piattaforme petrolifere ma anche di una nave che fa da raffineria a dieci chilometri dalla costa. C’è un evidente salto rispetto a prima che non dà nessuna garanzia dal punto di vista della tutela dell’ambiente. Con lo Sblocca Italia l’Abruzzo diventa un distretto minerario esattamente come la Basilicata.

Al corteo di sono state folte delegazioni degli altri territori in lotta contro le trivellazioni.
Non solo dalle coste ma anche dal Piemonte e dall’Emilia Romagna. Il problema delle trivellazioni interessa tutto il Bel Paese. E si parla anche di gasdotti e metanodotti con grande preoccupazione da parte delle popolazioni. Con l’assemblea di domenica abbiamo voluto dire che questa lotta deve diventare generale, contro tutti i progetti dello Sblocca Italia.

Pur di petrolizzare l’Italia hanno inventato procedure speciali.
E’ l’altra caratteristica di questa lotta. Questa è una battaglia per la democrazia. Gli enti locali non hanno più poteri decisionali su nulla, né di conoscenza né sull’eventuale blocco. Insomma, stiamo parlando non solo della possibilità di decidere localmente l’idea di sviluppo in relazione al territorio ma anche la possibilità di prendere decisioni in proposito. Il Governo ha avocato le competenze per poter controllare e dirigere meglio.

Il Pd a livello nazionale è compatto mentre a livello locale ci sono qua e là voci di dissenso. Il sindaco di Lanciano dal palco ha addirittura evocato la lotta partigiana contro il nazifascismo.
Gli amministratori locali devono dimostrare coraggio e mettersi contro i propri parlamentari e contro il Governo. E’ chiaro che c’è un blocco politico che spinge per uno sviluppo del settore energetico, e che sta depredando i territori. L’importanza della manifestaizone di sabato è stata proprio questa, la pressione sui rappresentanti politici nazionali. I parlamentari del Pd e di Forza Italia hanno votato a favore dello Sblocca Italia. Il Pd ha subito una trasformazione tale che la vedo dificile tornare indietro. Ora però la partita sta in mano ai parlamentari. La gente questo lo ha capito.

Dicevamo della possibilità di costruire un fronte nazionale di lotta…
Il passaggio in più che abbiamo fatto rispetto alla manifestazione di Pescara di due anni fa è stata proprio la partecipazione dei comitati, mettendo insieme i filoni “No Tav” e “No Triv”. Ora il salto che bisogna fare è far diventare tutto questo una vertenza nazionale. Ricorsi giudiziari e referendum ma anche azioni dimostrative che buchino il sistema mediatico.

Un sistema mediatico omertoso, soprattutto sui numeri della petrolizzazione…
Non ho ancora sentito qualcuno favorevole a Ombrina dimostrare che dal punto di vista economico e occupazionale il progetto sia valido. Di fronte a turismo ed agricoltura non hanno dimostrato l’aternatività di “Ombrina”. Spacciare gli operai che stanno sulla piattaforma e sulla nave, qualche decina di posti in tutto, come occupazione aggiuntiva è davvero una falsità.

Italicum, il punto di vista di un operaio. Intervento di Gianni Marchetto Autore: Gianni Marchetto da: controlacrisi.org

Su social media a partire da Facebook è tutto un lamento da parte delle persone che si dichiarano di sinistra. C’è né ben donde per essere amareggiati e infuriati. Personalmente però non sono d’accordo con le similitudini che si vanno facendo: la “legge Acerbo” che spianò la via al regime fascista, la “legge truffa del ‘53” e via per li rami di tutti i tentativi fatti o abortiti di restringimento della democrazia.

Perché: tutti i tentativi del passato più o meno recente si iscrivevano in un contesto “nazionale” (o meglio nazionalista nel caso del fascismo). Mentre oggi il “moderno” Renzi adegua il suo governare alle esigenze del mercato globalizzato e quindi ai poteri delle multinazionali e della grande finanza. Il caso della Grecia, inoltre ci dice che accanto a questo fenomeno di restringimento della democrazia ci sarà pure lo smantellamento dello stato sociale = troppo costoso per le multinazionali che devono competere su scala mondiale.

Il combinato disposto oggi vigente: prosciugamento dei poteri di tutte le assemblee elettive in favore degli esecutivi e un nuovo, inedito fenomeno di assenteismo dal voto (vedi per tutte il caso Emilia Romagna), porta acqua all’obiettivo ormai più che praticato dalla élite che comanda.

Si afferma che:
+ comando = + produttività (o + efficienza).
Questo dal semplice comune fino alle assemblea del parlamento, della quasi inutilità della assemblea parlamentare europea che allo stato diventa un lusso troppo costoso.
Mi pare che questo trend sia ormai “strutturale”, ergo ne avremo per un prossimo decennio. Trend del tutto “utile” alla nuova élite oggi al comando della finanza e delle grandi multinazionali.
Stessa cosa è stata preceduta in quasi tutti i luoghi di lavoro: si è passati dall’operaio taylorista (pagato per non pensare) all’operaio “combattente” (vedi la FCA di Marchionne). Operaio combattente al quale si chiede di integrarsi talmente nei destini dell’azienda fino a smarrire i suoi interessi particolari (una volta si sarebbe detto di classe). E questo è avvenuto specie in quelle aziende che sono state bonificate, risanate dal punto di vista dei rischi ambientali, facendole diventare delle moderne “stalle modello”.

Nelle aziende e nella società con l’obiettivo (quasi dichiarato) di espulsione dal gioco democratico di tutti coloro i quali per vari motivi (fisici, portatori di patologie, ribelli vari) non sono “idonei” ai disegni dell’élite al comando. Vedi il fenomeno abnorme dell’astensionismo al voto nella società e l’espulsione della FIOM e di altre liste sindacali dal voto per l’elezione dei rappresentanti dei lavoratori.
Al che, a me pare, occorre sperimentare nella realtà del nostro paese un altro assioma, che diventa innanzi tutto una sfida per noi stessi: + democrazia = + produttività (o più efficienza).A me pare che queste forme di democrazia rappresentativa per quanto detto sopra soffrano del destino di essere “vicini alla frutta”: hanno esaurito la loro forza propulsiva. Questo ad un secolo da quando si affermavano riuscendo ad essere elemento di progresso specie per le classi dei meno abbienti.
Certo occorre non lasciarle all’abbandono, occorre fare tutti i tentativi di resistenza possibili e di rinvigorirli, sapendo però che da sole non ce la fanno: hanno concluso il loro ciclo. Caso mai occorre difenderle attraverso la riscoperta e una nuova pratica di forme di democrazia diretta.

In Italia, in tutte le aziende, ci sono state delle forme di democrazia diretta quali quelle dei Delegati di Gruppo Omogeneo (eletti su scheda bianca tra iscritti e non alle OO.SS, e su collegi uninominali). Delegati che furono oltre che rappresentanti dei lavoratori anche agenti del controllo e del cambiamento delle condizioni di produzione e di lavoro dei lavoratori. E attraverso la pratica della contrattazione furono soggetti portatori di proposte per una maggiore produttività. È stata la stagione degli anni ’70 dei Consigli di Fabbrica. Consigli di Fabbrica unitari.

In Italia, nella società, fino a qualche anno fa abbiamo assistito a forme di democrazia diretta su obiettivi mirati quali la difesa dell’acqua pubblica (e altro) dalla mobilitazione organizzata della società fino alla vittoria mediante il referendum.
C’è da chiedersi il perché queste forme di democrazia e partecipazione diffusa non abbiano contaminato la politica e i partiti? Perché la “validazione consensuale” che sta’ alla base di ogni democrazia diretta entra direttamente in conflitto con la logica del “comando, del dominio” dei gruppi dirigenti in qualsiasi posto dove questi siano collocati: nelle istituzioni, nelle aziende, nei partiti, ecc. Per i partiti (specie di sinistra) perché è avvenuto un cambio antropologico: da diversi e distinti dallo stato ad agenti del cambiamento SOLO attraverso il governo nelle istituzioni somigliando sempre di più all’ultima e peggiore DC in Italia e al PCUS di Brezniev dove non c’era nessuna distinzione tra partito e stato. Cosa diversa invece per la migliore storia del PCI.
Si pone il problema del “che fare”.

A partire, però, dal porsi una domanda: perché mai dovremmo farci rappresentare da un partito che manco ci conosce, non sa cosa sappiamo fare, non sa i nostri problemi, eccetera…. Visto poi il completo esaurimento delle grandi narrazioni che ebbero base nei partiti di massa: il socialismo, la società del benessere per tutti, ecc. e sapendo che per quanto riguarda il moderno astensionismo dal voto, che non si tratta più dei soliti qualunquisti, o talmente pigri… si tratta di persone informate che non ne possono più di delegare il loro consenso ad altre persone che ne faranno strame alla prima occasione. Non basta più dichiararsi di sinistra…!

La democrazia rappresentativa (in maniera delegata) avrà ancora un segno positivo se a livello nazionale saprà incarnarsi in forme di “disobbedienza”. Ho in mente gli oltre 8.000 comuni italiani dove i Sindaci e gli Assessori se non vogliono diventare dei semplici “passacarte” (moderni gabellieri al servizio dei burocrati della U.E. o dei governi nazionali), sapranno produrre un altro “patto di stabilità”, con i loro cittadini, instaurando con questi forme di democrazia diretta: dall’assemblea per decidere assieme, all’indizioni di specifici referendum su temi caldi, al riconoscimento esplicito delle forme di rappresentanza dei cittadini.

E a livello sovranazionale se saprà democratizzare almeno il contesto europeo, con un obiettivo dichiarato: la regolazione del mercato. E non tanto la dimensione dei piselli ma l’attività delle grandi multinazionali. Un fisco comune, una politica industriale, un vero governo eletto e sottoposto al giudizio dei cittadini europei che superi le varie Commissioni, troike, ecc. mi pare inoltre che di fronte non ci siano tempi lunghissimi, se non si vuole assistere al disfacimento di ogni idea di Europa.
Per il livello nazionale occorre allora avere a mente un percorso partecipato fatto di una serie di tappe che permettano di approdare ad una nuova rappresentanza a livello di ogni singolo comune:

1. Tappa: CONOSCERE le esperienze esemplari e i soggetti esperti (sia nel modo tecnico che in quello non tecnico);
2. Tappa: VALORIZZARE tali esperienze, archiviandole in un data base;
3. Tappa: ORGANIZZARE (se i soggetti sono d’accordo), creando dei momenti di «pubblicità» delle loro azioni, mettendoli in rete                    a disposizione dei più;
4. Tappa: RAPPRESENTARE, nelle forme che saranno decise con il metodo della VALIDAZIONE CONSENSUALE, magari imitando le esperienze di democrazia partecipata qua e là esistenti nel territorio nazionale e internazionale;
Nelle aziende occorre a mio avviso rilanciare di nuovo il tema dell’unità dei lavoratori e delle OO.SS. avendo però amente che l’attuale divisione tra i lavoratori non dipende solo dall’adesione a questa o a quella sigla sindacale, ma decide la concreta condizione materiale di vita della persone che occorre sapere guardare, riconoscere per trovare con queste le necessarie mediazioni, così come avvenne nella fase ascendete della stagione dei Consigli di Fabbrica nei primi anni ’70. A me pare che il Delegato eletto su scheda bianca tra iscritti e non, acquisti di nuovo una sua storica legittimità, non fosse altro per rappresentare la concreta condizione di lavoro del suo gruppo. In FIAT a Melfi, a Pomigliano esistono i Team Leader ogni 10 lavoratori: bell’esempio di riappropriazione padronale di una conquista operaia e sindacale.
Mi pare che si iscriva in un contesto quale quello delineato la proposta della FIOM di M. Landini della coalizione sociale: e a me pare una occasione da non perdere.

La battaglia di Tsipras ci riguarda tutti Fonte: sbilanciamoci | Autore: Thomas Fazi

 

Per capire perché la battaglia del nuovo governo greco di Alexis Tsipras riguarda tutti i cittadini europei – e in particolare quelli della periferia – dobbiamo innanzitutto tenere a mente che la rinegoziazione del debito non è per Syriza un fine a sé stante, combattuto in nome di un astratto principio di giustizia economica, ma piuttosto un mezzo per realizzare un obiettivo molto preciso: la riduzione dell’avanzo primario dal 4-5% richiesto dalla troika (oggi è intorno al 3%) all’1-1.5% del Pil. Per avanzo primario si intende un bilancio pubblico in positivo, esclusa la spesa per interessi sul debito pubblico: sostanzialmente vuol dire che le entrate (le tasse) superano le uscite (la spesa pubblica). Il motivo per cui un governo sceglie di perseguire un avanzo primario è solitamente quello di destinare il surplus di entrate al pagamento degli interessi sul debito, nella speranza di ridurre un po’ alla volta lo stock di debito.

Nel caso della Grecia questi interessi si aggirano intorno al 4% del Pil, a cui bisogna aggiungere gli obiettivi di riduzione del debito previsti dal Fiscal Compact (1/20esimo l’anno della porzione eccedente il 60% del Pil): considerando che la Grecia ha un rapporto debito/Pil pari al 177% si fa presto ad arrivare all’avanzo primario del 4-5% fissato dalla troika per la Grecia, che nel giro di un paio di anni dovrebbe salire addirittura al 7% (almeno fino al 2030). Se così non fosse, e senza una riduzione della spesa annuale per interessi – che è quello che chiede Syriza, attraverso una ricontrattazione del debito –, l’unica alternativa sarebbe quella di indebitarsi ulteriormente per continuare a ripagare gli interessi sul debito pregresso – che, in sostanza, è quello che vorrebbero la Germania e l’Eurogruppo, e che la Grecia si rifiuta di fare (“perché sarebbe come consigliare a un amico di farsi una seconda carta di credito per ripagare i debiti contratti con la prima carta di credito”, ha dichiarato Varoufakis).

E allora perché non fare come dice la troika e cercare di aumentare ulteriormente l’avanzo primario? Perché non potrà mai funzionare . Né dal punto di vista politico e sociale – la Grecia è già stremata da anni di brutali misure di austerità, e un incremento dell’avanzo primario potrebbe solo essere raggiunto attraverso ulteriori tagli alla spesa pubblica e/o aumenti di tasse, e dunque attraverso ulteriori misure di austerità –, né dal punto di vista economico: accumulare ampi avanzi primari è infatti considerato intrinsecamente recessivo, in quanto di fatto consiste nel sottrarre risorse all’economia reale per destinarle ai creditori, nazionali ed esteri (o, per dirla diversamente, nel sottrarre denaro ai più per alimentare le rendite di pochi). Se poi questa politica viene praticata in un contesto come quello europeo – di bassa inflazione (come quello che registra l’Italia) o addirittura di deflazione (come quello che registra la Grecia) e in assenza di una banca centrale in grado di agire da prestatrice di ultima istanza e di intervenire sui mercati sovrani per calmierare i tassi di interesse (e senza chiedere misure di austerità in cambio) – è puro masochismo, in quanto si può “consolidare” quanto si vuole, ma il debito continuerà inevitabilmente a salire sia in termini reali, a causa dell’effetto recessivo-deflattivo del cosiddetto moltiplicatore fiscale (ulteriormente esacerbato dalle misure di austerità), sia in termini assoluti, perché molti stati non sono in grado di accumulare avanzi primari sufficienti a far fronte agli interessi, e sono dunque costretti a indebitarsi ulteriormente solo per ripagare gli interessi sul debito pregresso (anche se con l’entrata in vigore del Fiscal Compact, che impone il pareggio di bilancio strutturale, questa strada in teoria non è più percorribile). E infatti, a fronte di alcune delle misure di austerità più estreme mai sperimentate in Occidente, nella maggior parte dei paesi dell’eurozona (soprattutto quelli della periferia) il debito continua a lievitare a ritmi vertiginosi.

Questo non è un problema che riguarda solo la Grecia, infatti: in tutti i paesi della periferia la spesa per interessi si aggira tra il 3.5 il 5% del Pil. Il caso dell’Italia è paradigmatico : nonostante il paese registri un avanzo primario fin dai primi anni novanta, il nostro debito pubblico è continuato a salire unicamente a causa della spesa per interessi – che oggi si aggira intorno al 4.5% del Pil, pari a poco meno di 80 miliardi l’anno – per poi esplodere negli ultimi anni. Ora, in base al duplice obiettivo del Fiscal Compact – pareggio di bilancio strutturale e riduzione del debito –, questi paesi dovrebbero mantenere da qui al 2030 avanzi primari da capogiro, come si può vedere nel seguente grafico: 7% in Grecia, 6.5% in Italia, 5.5% in Portogallo, 3.5% in Spagna.

Si tratta di una strada palesemente insostenibile – e che infatti non ha precedenti nella storia – sia dal punto di vista economico che dal punto di vista politico e sociale, per l’entità dei tagli alla spesa pubblica o dell’imposizione fiscale che essa comporterebbe: se consideriamo che lo stimolo fiscale implementato da Obama nel 2009 ammontava al 5.5% del Pil e che il New Deal di Roosevelt era pari al 5.9% del Pil, un avanzo primario delle dimensioni previste dal Fiscal Compact equivarrebbe per molti paesi a una sorta di anti-New Deal praticato ogni anno per i prossimi quindici anni (almeno). Una follia.
Ecco perché la battaglia di Syriza – che riguarda non tanto il debito pubblico in sé quanto le assurde imposizioni del Fiscal Compact in termini di avanzi primari – riguarda tutti i paesi della periferia. E soprattutto l’Italia.

Grecia, pronta a giorni la commissione parlamentare sui crediti di guerra con la Germania Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Il presidente del Parlamento greco, Zoe Constandopulu, ha annunciato che nei prossimi giorni formera’ una commissione parlamentare per esigere dalla Germania la restituzione del prelievo forzoso operato dai nazisti durante il conflitto e le riparazioni della II Guerra Mondiale ad esattamente 70 anni dalla sua fine. Secondo stime si tratterebbe di una somma tra i 7 ed i 10 miliardi di euro. La Germania ritiene la questione venne chiusa definitivamente quando saldò la parte rimanente del debito di guerra nel 1990 e firmò il trattato con le potenze alleate vincitrici che rese possibile la riunificazione tra l’Est e l’Ovest. Atene ricorda pero’ che quel trattato venne sottoscritto solo da Russia (all’epoca ancora Urss), Francia, Gran Bretagna e Usa ma non dalla Grecia.
Secondo il settimanale tedesco Der Spiegel, anche se il governo di Angela Merkel ritiene che il caso sia chiuso, le pretese di Atene non sarebbero illegittime. Dal punto di vista giuridico, scrive, la questione “non è ancora chiara”: Atene non ha mai fatto ricorso alla Corte di giustizia internazionale. E dal punto di vista storico, la Germania dovrebbe fare i conti con la circostanza che Helmut Kohl liquidò le richieste greche “barando”.
La ricostruzione dei fatti avviene grazie a documenti 1989-90, di cui il settimanale ha preso visione. All’epoca il cancelliere cristiano-democratico e il suo ministro degli Esteri liberale, Hans-Dietrich Genscher avrebbero “tenuto i greci lontani dal tavolo” delle trattative sulla riunificazione tedesca, usando poi escamotage diplomatici per non sedersi di nuovo a fare i conti. Un passo indietro porta al 1945, quando la Grecia – secondo lo storico Hagen Fleischer, tra i paesi più danneggiati dai tedeschi (100 mila morti di fame, 50 mila ebrei deportati e gasati, 100 mila edifici distrutti, come quasi tutti i ponti ferroviari, e l’affondamento delle navi commerciali) – chiese 14 miliardi di dollari di danni di guerra alla Germania.
Sotto la pressione degli Usa, la cifra fu dimezzata. Ma invece dei 7 miliardi dovuti, i tedeschi pagarono per un ammontare di 25 milioni, mentre francesi inglesi e sovietici si assicuravano versamenti di diversi miliardi. Nel 1953, ricorda ancora Spiegel, Atene firmò, come gli altri paesi vincitori, l’accordo sul debito di Londra, nel quale i tedeschi si impegnarono a verificare le richieste quando si fosse raggiunto “un accordo di pace o qualcosa di simile”. Nel 1965 fu Ludwig Erhard a promettere che le riparazioni sarebbero state pagate quando si fosse arrivati alla riunificazione. Affermazione che, secondo il governo tedesco, non comparirebbe in alcun documento ufficiale, ma che fu raccolta da un ministro ellenico e sarebbe stata in linea con quanto deciso a Londra. Nel 1989 Kohl e Genscher temono che si giunga a una conferenza di pace, con i 53 paesi ex nemici durante la guerra che battono cassa. Il governo definisce “inaccettabile” il tema delle riparazioni, sostenendo che la Germania ha perso 1/4 del suo territorio e ha già pagato più di ogni Paese sconfitto della storia moderna. Le trattative sulla riunificazione, come noto, si sono svolte con un numero ristretto di paesi (Gran Bretagna, Francia, Usa, Unione sovietica). Solo i sovietici mantengono la questione aperta e la rivendicazione greca rimane ancora sul tavolo: i crediti imposti dal Reich tedesco alla banca centrale ellenica e i danni di 4 anni di occupazione, (rivendicati ora da Tsipras).

“I nostri figli hanno dunque ucciso i nostri fratelli”. La lettera di quattro insegnanti francesi sui fatti di Parigi Autore: redazione da: controlacrisi.org

Dal sito http://www.haine.org abbiamo preso questa lettera di quattro professori francesi sui fatti di Parigi. Il titolo originale della lettera è: “Siamo anche i padri dei tre assassini: erano orfani, cresciuti in orfanatrofio sotto la tutela della nazione, figli di Francia”. Nelle loro parole si esprime la ragione repubblicana, egualitaria, fraterna e solidale. Queste parole toccano anche noi, nella tragedia di violenza, morti e scomparse che in questi anni infausti ci coinvolge.

“Siamo professori del Dipartimento della Senna Saint Denis. Intellettuali, studiosi, adulti, libertari, abbiamo imparato a prescindere da Dio e a detestare il potere ed il suo godimento perverso. Non abbiamo altro padrone che il sapere. Questo discorso ci rassicura, grazie alla sua coerenza presunta razionale ed il nostro status sociale lo legittima. Quelli di Charlie Hebdo ci facevano ridere; condividevamo i loro valori. Pertanto, anche noi siamo stati oggetto di questo attentato. Anche se nessuno di noi ha mai avuto il coraggio di tanta insolenza, siamo feriti. Per questo, siamo Charlie.

Ma facciamo lo sforzo di cambiare punto di vista e cerchiamo di vederci come ci vedono i nostri alunni. Siamo ben vestiti, ben pettinati, comodamente calzati o, in ogni caso, chiaramente al di là di queste contingenze materiali, il che fa sì che non bramiamo quegli oggetti di consumo che fanno sognare i nostri alunni: se non li possediamo, forse è perché abbiamo i mezzi che ce lo consentirebbero.
Andiamo in vacanza, viviamo in mezzo ai libri, frequentiamo persone educate e raffinate, eleganti e colte. Consideriamo come un fatto acquisito che “La Libertà che guida il popolo” (celebre quadro de Eugène Delacroix, 1830) e Candido di Voltaire siano parte del patrimonio dell’umanità. Ci diranno che l’universale è tale di diritto, non di fatto e che moltissimi abitanti del pianeta non conoscono Voltaire? Che banda di ignoranti… È tempo che entrino nella Storia: il discorso di Dakar glielo ha già spiegato (discorso del presidente francese Nicolas Sarkozy all’Università di Dakar, Senegal, luglio 2007, nel quale dichiarò che il dramma dell’Africa è che l’uomo africano non è entrato a sufficienza nella Storia). Quanto a coloro che vengono in Francia da altre parti e vivono fra noi, che tacciano e si adeguino.

Se i crimini perpetrati da questi assassini sono abominevoli, ad essere terribile è che essi parlino francese e con l’accento dei giovani delle banlieue. Questi due assassini sono come i nostri alunni. Il trauma, per noi, è anche sentire queste voci, questo accento, queste parole. Ecco cosa ci ha fatti sentire responsabili. Ovviamente, non noi personalmente: ecco cosa diranno i nostri amici, che ammirano il nostro impegno quotidiano. Ma che nessuno venga a dirci che, con tutto quello che facciamo, noi siamo esenti da questa responsabilità.

Noi, vale a dire i funzionari di uno Stato che non assolve ai suoi obblighi; noi, i professori di una scuola che ha lasciato quei due e tanti altri al margine della via dei valori repubblicani; noi, cittadini francesi che ci lamentiamo costantemente per l’aumento delle tasse; noi, contribuenti che approfittiamo ogni volta che è possibile delle esenzioni fiscali; noi, che abbiamo permesso che l’individuo prevalga sul collettivo; noi, che non facciamo politica o deridiamo coloro che la fanno: noi siamo responsabili di questa situazione.

Quelli di Charlie Hebdo erano nostri fratelli: noi li piangiamo come tali. I loro assassini erano orfani, cresciuti in orfanatrofi sotto tutela della nazione, figli di Francia. I nostri figli hanno dunque ucciso i nostri fratelli. Tragedia. In qualsiasi cultura, questo fatto provoca un sentimento mai citato in questi ultimi giorni: la vergogna.
Allora, noi diciamo la nostra vergogna. Vergogna e collera: ecco una situazione psicologica molto più scomoda che dolore e collera. Se si provano dolore e collera è possibile accusare qualcun altro; ma che fare quando ci si vergogna e si è in collera con gli assassini, ma anche con sé stessi?

Nessuno, nei media, parla di questa vergogna. Nessuno pare volersene prendere la responsabilità. Quella di uno Stato che lascia che degli imbecilli e degli psicotici marciscano in carcere e si trasformino in giocattoli di perversi manipolatori, quella di una scuola alla quale si tolgono i mezzi di sostentamento, quella di una politica urbanistica che parcheggia gli schiavi (i senza documenti, coloro che non hanno il certificato elettorale, i senza nome, i senza denti) nelle cloache delle banlieue. La responsabilità di una classe politica che non ha mai compreso che la virtù s’insegna solo con l’esempio.

Intellettuali, pensatori, universitari, artisti, giornalisti: abbiamo visto morire uomini che erano dei nostri. Coloro che li hanno ammazzati sono figli di Francia. Apriamo, allora, gli occhi sulla situazione, per comprendere come ci siamo arrivati, per agire e costruire una società laica e colta, più giusta, più libera, più uguale, più fraterna.
“Noi siamo Charlie”, lo possiamo portare su una spilla al bavero. Ma ribadire la solidarietà alle vittime non ci esenterà dalla responsabilità collettiva di questo assassinio. Siamo anche i padri dei tre assassini”.

Catherine Robert, Isabelle Richer, Valérie Louys y Damien Boussard

trad. it. GORRI

“Non c’è ripartenza senza autocritica”. Riflessioni di un ex operaio a margine dell’ultimo libro di Cremaschi | Autore: Gianni Marchetto da: controlacrisi.org

E’ uscito per i tipi di Jaca Book l’ultimo libro di Giorgio Cremaschi, “Lavoratori come farfalle”. Il libro ha un sottotitolo che è tutto un programma: “La resa del più forte sindacato d’Europa”. Gianni Marchetto, ex operaio Fiat e sindacalista della Fiom, propone alcune riflessioni a margine. L’occasione, insomma, per fare il punto sulla sconfitta dell’80 nell’ottica, però, di una valorizzazione del punto di vista dei lavoratori.

Caro Giorgio, vorrei dirlo in premessa: FINALMENTE… una ricostruzione di questi ultimi anni, sulla quale vale la spesa riflettere. E io lo faccio, grazie a te, tentando un “controcanto”. In fondo in fondo anche la tua ricostruzione è un po’ un controcanto: fatto di lotte, manifestazioni non sempre comprese (quando non osteggiate) dai gruppi dirigenti delle centrali sindacali, compresa la CGIL. E mi pare manchi nella tua ricostruzione l’intreccio tra le lotte, le manifestazioni, l’atteggiamento dei gruppi dirigenti e… gli accordi, i contratti, le leggi e LA LORO GESTIONE.

Tu parti dagli anni ’80, il decennio della ritirata sindacale e lo individui come il decennio nel quale, accanto ad una crisi molto seria dell’apparato produttivo del nostro paese e dell’offensiva del padronato (italiano e internazionale), è maturata una linea sindacale perdente e dove è cresciuto un gruppo dirigente votato al “male minore”. Male minore che ci ha portato al “male” attuale.

Gli anni ’70: gli anni d’oro del movimento operaio italiano
Io invece parto dagli anni ’70, perché è (anche) lì che bisogna saper cogliere i prodromi della sconfitta dell’80. Con il biennio del ’68 e ’69 si afferma nel nostro paese un movimento partecipato, che incentiva non solo la partecipazione diffusa ma anche il protagonismo degli uomini e delle donne più curiosi e intraprendenti e questo per tutti gli anni ‘70. Un movimento che mette in discussione quanto di “leninismo” era ancora presente nelle varie formazioni del movimento operaio (partiti, sindacati, gruppi) attraverso la pratica della “validazione consensuale”: rendere valido una qualsiasi questione con il consenso, pratica quanto mai complicata e controversa perché ha a che fare con le teste di uomini e donne in carne ed ossa, con le loro aspirazioni individuali, con le loro ambizioni, e un eccetera sconfinato. Quando dico “leninismo” non intendo quella pratica di necessaria disciplina che un gruppo sindacale o politico deve avere per ottenere dei risultati, ovvero di studio attento della realtà, ma quanto di deleterio e fallimentare (vedi la fine del “socialismo reale”) era presente nella “dottrina del leninismo”: ovvero il “come ti educo il pupo”, la stracca abitudine di indottrinare la gente, quasi che le teste di costoro fossero delle vasche vuote in attesa di essere riempite dal verbo dei “sapienti” (leggi, i dirigenti di partito e di sindacato). Infatti la contesa fu aspra tra coloro i quali tentavano di uscire da questo “leninismo” e coloro i quali lo difendevano aspramente nei loro comportamenti quotidiani. Chi vinse? Alla fine della fiera vinsero i “leninisti”, sia nelle formazioni politiche sia nei sindacati.

Quando vinsero i “leninisti”? paradossalmente quando attraverso i voti (in aumento) le formazioni di sinistra ebbero più potere nei luoghi di rappresentanza a tutti livelli: dai comuni, alle province, alle regioni, al parlamento. Nei sindacati quando la maggioranza dei sindacalisti (e anche una buona parte di delegati) si “ubriacarono” delle loro conquiste… lasciandole sulla carta, spendendo pochissimo tempo nella pratica della gestione di accordi, contratti e leggi, finendo così di stufare una buona parte di lavoratori e “insegnando” a decine e decine di imprenditori che tanto valeva firmare degli accordi se poi rimanevano sulla carta…
Perché vinsero i “leninisti”? perché nella gestione quotidiana del “potere” il modello vincente fu quello dominante: più produttività = più comando (sia nella fabbrica che nella società). Vedi ad esempio la conclusione della crisi produttiva alla FIAT nel 1980 (con i 35 giorni) e vedi il fenomeno del craxismo in Italia. In pratica si affermò il modello attuale che vuole maggiore EFFICIENZA a scapito della partecipazione democratica.
Perché noi perdemmo? (noi sta per quelli della “validazione consensuale”).

  • 1° perché non ci fu abbastanza scavo teorico sul tema della produttività e sulla efficienza/efficacia: bisognava affermare un ben altro binomio PIU’ PRODUTTIVITA’ = PIU’ DEMOCRAZIA (una sfida innanzi tutto per noi). Termini i quali nella cultura del movimento operaio sono sempre stati concepiti come antinomie. Bisognava quindi affermare un altro criterio di produttività: fare il massimo con il minimo sforzo (in una qualsiasi azienda) e fare il massimo con il minimo di spesa nella società (quindi affermando nella pratica democratica il valore delle priorità in maniera partecipata e il bilancio anch’esso in maniera partecipata).
  • 2° perché la pratica della “validazione consensuale” esige una ferrea disciplina (questa sì leninista), nel senso che occorre essere determinati nel praticarla e coerenti nelle risultanze. Io per esempio fui un “cantore” delle sue virtù, molto meno nella pratica quotidiana. Mi facevo prendere dalla fretta, dal fastidio di ascoltare tutti, di trovare una sintesi unitaria, ecc. quando tra pochi c’era la possibilità di decidere (male, visti i risultati odierni).

I pochi e i molti…
I pochi (le nostre “avanguardie”) sempre prese dalle lotte e poco dalla gestione degli accordi, contratti e leggi e i molti (una buona metà tra i lavoratori) che sul finire degli anni ’70, (caso FIAT) non portavano mai a casa un mese intero, dovuto dalla perdurante crisi produttiva della FIAT, e quindi della CIG, (vedi i bidoni di auto non vendute che affollavano i piazzali) e dei ricorrenti scioperi nelle officine, non sempre compresi dai lavoratori. Per non dire il fossato che si venne ad aprire dalle competenze di parecchi gruppi dirigenti di fabbrica sui problemi della “prestazione di lavoro” e la crassa ignoranza che caratterizzava in modo crescente i gruppi dirigenti dei sindacati sui problemi della condizione concreta dei lavoratori.

Per non dire il “ciucco” preso dal maggiore nostro dirigente di allora: Bruno Trentin che nei fatti attraverso una escalation dei contratti di allora nella pratica andava affermando “il salto dell’asticella”: ergo se ad un accordo o contratto non pienamente gestito come si rispondeva? “alzando l’asticella”! quasi che ad uno che non riesce a saltare un metro possa saltare un metro e dieci! Vedi per tutte la “1° parte dei CCNL”! e avanti popolo.

Gli anni ’80: gli anni della ritirata

Sono gli anni del riflusso, anni di resistenza di ristretti gruppi dirigenti di fabbrica contro gli effetti della crisi produttiva, contro la voglia di rifarsi la bocca da parte del padronato rispetto a tutti gli anni ’70. Contro il cedimento di CISL e UIL (vedi la scala mobile). La cosa, almeno per me, che ancora adesso non trova risposta è la completa sordità dei gruppi dirigenti rispetto ad un fatto democratico che venne del tutto sospeso per oltre un decennio: la rielezione delle “rappresentanze unitarie” dei lavoratori in tutti i luoghi di lavoro. E sì che avevamo a che fare con una intera generazione educata, cresciuta nella pratica democratica delle elezioni dei propri rappresentanti, nel ruolo delle assemblee dei lavoratori. Quanto meno la si poteva tentare: una parte dei Delegati eletti alla maniera degli anni ’70, una parte eletti su liste e se gli altri sindacati non ci stavano lo doveva promuovere lo stesso la CGIL per i propri Delegati. Era una contraddizione, certo, però positiva. E a ciascuno dei compiti predefiniti. Non se ne fece niente, abituando i quadri di fabbrica a far da sé in molti casi in maniera “divisiva” (così si dice adesso).

Gli anni ’90: gli anni della concertazione
Devo dire che sei il primo che parla criticamente della strategia della “codeterminazione” dei suoi aspetti positivi (tutti teorici e sulla carta) e dei suoi effetti negativi avvenuti là dove questa si affermò, vedi nei grandi gruppi tipo la FIAT, Zanussi, ecc. mi pare (e pareva a me allora) una strategia impostata in un periodo di sconfitta dei lavoratori e dei loro sindacati, a fronte del fatto di una imprenditoria poco avvezza al rispetto delle regole. In molti casi si tramutò in “collaborazionismo”. Parlo per diretta esperienza avendo io fatto una esperienza per ca. 2 anni in una “Commissione di partecipazione nazionale” del gruppo FIAT (su Salute e Sicurezza). Ho girato, a spese della FIAT mezza Europa, ma se qualcuno mi domanda se questa mia attività ha prodotto un infortunio in meno o migliorato un tantino di più la salute dei lavoratori? …

Contro il perbenismo e il moderatismo, malattie senili del comunismo
Mi pare che anche tu fai riferimento al concetto di “rassegnazione”. Ivar Oddone negli anni ’70 mi diede da leggere un libro: “Piani e struttura del comportamento”, un saggio di marca americana dei primi anni ’60, edito dalla Boringhieri, scritto a tre mani da Miller, Gallanter e Phribam (un antropologo, uno psicologo e un linguista) che così argomentava: “nei comportamenti degli uomini ci sono alcune costanti che durano da millenni. Ovviamente cambiando i contesti, cambiano le forme nelle quali tali comportamenti si manifestano. Davanti ad un modello consolidato (la famiglia, la tribù, lo schiavismo, il capitalismo, il socialismo, il liberismo, il fordismo, il taylorismo, più o meno applicato o modificato: essenzialmente caratterizzato dal rapporto tra chi pensa e chi esegue) cosa ci si aspetta dal comportamento di un individuo? che si integri nel modello esistente accettandolo come dato di “natura” o che all’opposto si ribelli a tale modello e (si badi bene) nel caso della ribellione è bene che ciò si manifesti in maniera esplicita per poter procedere nella successiva selezione o per mettere in pratica quelle politiche (del personale in fabbrica o del potere costituito fuori) atte a rendere innocua la ribellione stessa, attraverso la blandizie (la corruzione) o attraverso la repressione”.Diventa chiaro che “integrazione-ribellione” sono le due facce di una unica medaglia: lasciano il tutto così com’è. Solamente due generazioni sono uscite in avanti da questa antinomia: la generazione che fece la resistenza e quella del ’68 e ’69 che emancipò una giusta ribellione in una stagione molto lunga di “diritti e potere”: gli anni ’70.

Il principio di realtà
Siccome vengo da una lunga militanza, ho il ricordo nei primi anni ’60 del principio di realtà affermato da uno come Togliatti, e ciò era giusto, per non sbarellare nel velleitarismo. Solo che il nostro non si faceva imprigionare da questo, partiva dalla conoscenza concreta della realtà NELLE COSE, NEGLI UOMINI E NEI MODELLI per affermare una volontà di cambiamento che non disdegnava gli OBIETTIVI PIU’ UTOPICI (IL SOCIALISMO), quindi la capacità di parlare non solo al cervello, ma anche al cuore di donne e uomini, specie se giovani. Intanto però la realtà va squadernata e trovo quanto mai curioso che non si faccia nessun riferimento all’andamento della struttura manifatturiera e dei servizi nei vari documenti del recente congresso della CGIL. Così come ai dati occupazionali. Così come alla presenza o meno in questa fase di crisi di “aziende esemplari” [in dieci anni dal 2001 al 2011, ndc].

1. La stragrande maggioranza di queste aziende sono di piccole dimensioni e i proprietari sono relativamente giovani, quasi tutti pieni di intraprendenza. Dentro ci sta’ di tutto: dalla genialità, alla professionalità, al rispetto delle regole, alla ignoranza più crassa, al lavoro sottopagato, in nero, alla evasione fiscale e contributiva, fino agli odierni “forconi”. Li accumuna, nel periodo attuale, la stessa condizione: tutti con “la bocca alla canna del gas”. Quando vanno in banca trovano degli strozzini, mentre invece per le aziende grandi (magari con i debiti) c’è la manica larga;
Domanda: è da qui che verranno le “magnifiche sorti” di un rinnovato capitalismo sgravato finalmente dai lacci dell’art. 18? A me non pare, perché: 1° sono da sempre nell’area non tutelata dall’art. 18 – 2° il mercato di riferimento è sostanzialmente quello nazionale dove la domanda è più che stagnante (non c’è il quattrino che gira, la gente non compera, per cui…) – 3° se avessero dei soldi da investire per fare innovazione (sui prodotti, sulle tecnologie, ecc.), basta vedere il capitale sociale di queste imprese: RIDICOLO. Ci sarebbero delle chance, ma soldi non ci sono e le banche non ne danno;

2. Una minoranza di medie e grandi aziende, affermate da anni, però con imprenditori avanti con l’età, che non hanno più voglia di rischiare (l’hanno già fatto in gioventù), ora la villa c’è, la pelliccia per la moglie pure, i figli sono sistemati e i profitti sono remunerati non con la ricerca di produttività (quindi innovazione ecc.) ma con l’abbassamento del costo del lavoro, le esternalizzazioni, la delocalizzazione, la precarietà, e un eccetera sconfinato.
Quando un numero crescente di queste imprese sono in mano alla mafia e alla malavita.

Queste imprese (ormai da parecchi anni) sono nei fatti un terziario delle grandi manifatture della Germania. Domanda: è da qui che verranno le “magnifiche sorti” di un rinnovato capitalismo sgravato finalmente dai lacci dell’art. 18? Anche qui io ho miei dubbi. Ancorché facciano ricorso alla libertà di licenziare (specie attraverso la “pulizia etnica”: inidonei, invalidi, anziani, donne in maternità, ecc.), sostituendoli con gioventù precaria, non ci sarà nessun aumento di occupazione, quanto meno di sostituzione e come sempre accade nella sostituzione si realizza sempre un “risparmio” di mano d’opera. D’altra parte in queste imprese nel 2013 sono avvenuti ca. 100.000 licenziamenti (attribuiti a varie cause) e nessun incremento di occupazione.
Ci sarà senz’altro un incremento dei profitti, dovuti all’estensione del lavoro precario e parecchio “addomesticato”, senza tutele.
Quindi, l’attuale imprenditoria per ignoranza, ignavia, e con la filosofia di “farsi ricco in fretta”, ci sta’ portando allo sfracello.

Stessa cosa per i comuni (in provincia di Torino)
In provincia di Torino vi sono 315 comuni per un totale di 2.302.353 abitanti con 1.050.370 famiglie. Con tutta probabilità ci saranno dei comuni amministrati da cialtroni così come da persone probe, democratiche, ecc. cosa conosce delle “esperienze esemplari” la CGIL e lo SPI? Bisogna, quindi, oltre alla conoscenza della realtà, avere anche la capacità di fare “sognare” la propria gente, specie nell’attuale fase, se non si vuole lasciarla nella rassegnazione e nello scoramento, e i più sfortunati negli incubi, prede della rassegnazione e o del qualunquismo. Domanda: specie nella maggioranza della CGIL pare che sia questo il tratto distintivo? A me non pare proprio, quasi tutti come sono impegnati a giustificare l’esistente e una parte persino la forza politica di riferimento.
Il che mi porta a osservare (in maniera sconsolata) un altro fenomeno, descritto in una frase di A. Gramsci: “la classe operaia porta con sé tutti i difetti della borghesia che la comanda”. Spero di sbagliarmi…

Si può ripartire? SI!
Il che non vuol dire che tutta questa nostra borghesia sia di tal fatta. Quel tanto che stando al libro di A. Calabrò (Orgoglio Industriale, Ed. Mondadori) questi ci dice che nel 2008 su ca. 4milioni di aziende manifatturiere, ce ne sono 4.600 (lui le chiama “multinazionali tascabili”) che forse ci tireranno fuori dalla crisi. Domanda: chi le conosce, cosa fanno e cosa fa lì il sindacato (posto che ci sia)? Domanda successiva: è una bestemmia pensare di poter costruire a sinistra (a partire dai sindacati) un archivio di queste aziende per portarle all’onore del mondo, per tentare di farle mettere in contraddizione con il resto delle imprese? Per tentare una sorta di “alleanza dialettica” con il movimento dei lavoratori. Non fosse altro perché in questo campo vi sono senz’altro le possibilità di un “conflitto” più avanzato e non solo sulla difensiva. O no? A meno che lo sport preferito nei sindacati e nella sinistra sia quello “di continuare a mettere il lievito sulla merda”.

La ri-partenza e una autocritica
A patto però di essere consapevoli di tre questioni:

  • la 1° ha bisogno di una salutare autocritica di tutti coloro i quali furono i protagonisti di quella stagione, nel senso di vedere i limiti di quella esperienza che grosso modo si può così definire: diventammo tutti quanti dei “bravi poliziotti” e chi come il sottoscritto si misurò con i problemi della prestazione di lavoro finì nel fare il “guardiano del 133 di rendimento” (è la misura massima stabilita per lo sfruttamento di una persona).
  • La 2° quella di riconoscere che avevamo (chi più, chi meno) delegato al solo inquadramento unico la “carriera dell’operaio”, oscurando invece quanto dall’esperienza operaia e quindi quanto dalla sua “competenza professionale allargata” poteva venire, offrendo invece delle ipotesi di maggiore professionalità a nuovi modi di lavoro (le isole e quant’altro), ovvero quello di riconoscere che all’operaio intraprendente restavano aperte due strade: la 1° diventare talmente bravo da passare dall’altra parte (senza nessun giudizio moralistico, passare dalla parte di coloro i quali in una fabbrica hanno il compito di costruire delle Istruzioni per gli Esecutori) ovvero 2° strada, diventare talmente bravo e passare a fare il sindacalista! La 3° è quella di essere approdati a livello della migliore liberal democrazia, ergo: i lavoratori devono avere il diritto di esprimere i loro giudizi, specie con il voto sugli accordi e sui contratti (la libertà di opinione). A me pare che a questa concezione (del tutto giusta) occorra affiancare una strategia che si fondi sulla “democrazia cognitiva” (al cambio svizzero: mettere nella bagna i lavoratori).

Sfruttamento di famiglia in un interno. Il rapporto delle Acli sulle badanti in Italia Autore: claudia galati da: controlacrisi.org

Le famiglie, troppo indaffarate e spesso per vari motivi impossibilitate a seguire i propri anziani si affidano sempre più alle colf per assistere i genitori anziani. Succede così che in Italia le badanti, oltre a lavorare più del massimo previsto dalla legge (64,6%) talvolta devono svolgere anche mansioni para-infermieristiche per persone non autosufficienti dal punto di vista fisico e mentale (per il 42,4%). E come se non bastasse, lo stipendio medio mensile è di circa 800 euro contro gli 850 euro percepiti nel 2007, e per ogni ora lavorata il compenso è di 4 euro (erano 6 euro nel 2007), 2,70 euro al sud.

Questi i dati emersi dal rapporto: “Viaggio nel Lavoro di Cura – Le trasformazioni del Lavoro domestico nella vita quotidiana tra qualità del lavoro e riconoscimento delle competenze”, promosso da Acli Colf e Patronato Acli e svolto dall’Istituto di Ricerche Educative e Formative, presentato il 16 giugno a Roma in occasione della Giornata Internazionale delle Lavoratrici e dei Lavoratori Domestici.
Dal campione – 837 badanti residenti in 117 diversi comuni italiani – si evince che il 94% sono donne, e il carico di lavoro che l’11,8% di queste lavoratrici (due su tre) deve sopportare impegna addirittura sette giorni su sette, nove ore al giorno e più di 54 ore a settimana. Per soli 4 euro l’ora.Oltre all’assistenza, in un caso su due (il 67,9% al sud) le badanti devono gestire da sole persone non autosufficienti e con gravi problemi psico-fisici senza il supporto di altri specialisti quali assistenti domiciliari, infermieri e assistenti sociali. Nel 90,1% dei casi svolgono anche mansioni accessorie; il 49,8% ha la responsabilità di alcune attività para-infermieristiche e il 36,4% di tutte. “La badante è una sorta di factotum alla quale si chiede di espletare compiti eterogenei e non necessariamente connessi con l’assistenza alla persona. Basti pensare che il 43,2% delle intervistate afferma di svolgere anche lavori per la famiglia di appartenenza della persona che assiste e, in un caso su quattro, senza che per questi compiti aggiuntivi venga corrisposta alcuna integrazione economica”, sottolinea lo studio. “L’assistente diventa un soggetto al quale viene chiesto di intervenire su tutto lo spettro dei bisogni di cura della persona. In pratica, in questi casi, la badante riceve una sorta di delega in bianco, sulla quale è scritto: qualunque cosa succeda, occupatene tu”.

Nel caso di assistenza a un soggetto completamente non autosufficiente, per il 50,8% dei casi la badante non riceve alcun aiuto esterno. Tra le lavoratrici che supportano persone con scarsa autonomia psico-fisica solo il 25,6% condivide il carico lavorativo con qualche altra collega. Per quanto attiene ai contratti, nel 76,5% dei casi il rapporto di lavoro è regolato da un contratto scritto, ma il 51,1% dichiara irregolarità contributive, il 33,9% lavora in nero e il 15% afferma di non aver ricevuto nessun versamento contributivo. Due assistenti familiari su cinque confermano le difficoltà a mettersi in regola. Guadagnano di più le badanti che vivono con il loro assistito (850 euro al mese per 3,75 euro l’ora, contro le 700 euro – 4,32 l’ora – delle altre), ma solo perchè lavorano più ore. “Orari di lavoro lunghi, difficoltà a contrattualizzare il rapporto, mancata contribuzione previdenziale sono le spie di una condizione lavorativa che, nei casi più estremi, può arrivare a connotarsi in termini di sfruttamento. In termini di responsabilità personale e di rischio lavorativo, quest’ultimo è un dato da considerare con attenzione poiché senza le tutele contrattuali si perde la possibilità di veder garantita la propria posizione in eventuali situazioni problematiche”, lamenta il dossier.

Su un orario di 54 ore settimanali, le badanti ricevono poco più di 900 euro al mese al centro-nord, 540 euro nel Mezzogiorno. In generale, i salari sono più alti in città che nei piccoli comuni. “Il calo dello stipendio sembrerebbe contenuto, ma se si considerano i dati relativi agli orari di lavoro si nota una dinamica di compensazione tra stipendio e orario di lavoro. In pratica, per mantenere un livello retributivo minimamente soddisfacente le badanti lavorano di più, abbassando il proprio costo orario. La formula è più lavoro, per lo stesso stipendio.”

Il rapporto fa anche il quadro della situazione geo-culturale delle colf: il 58% ha tra i 45 e i 64 anni e il 64,8% proviene dall’Est Europa, e tra queste una su quattro è romena. Una su tre è andata all’università (il 21,2% si è laureata) e in generale il 54,4% ha studiato per almeno nove anni. Il 22,4% ha avuto un’esperienza formativa in campo medico-infermieristico, e tre su quattro non hanno legami matrimoniali.

Il 44,3% delle lavoratrici dichiara che negli ultimi anni il lavoro è aumentato senza che a questo corrispondesse un incremento dello stipendio. “La crisi economica ha impattato sugli standard minimi di lavoro, in alcuni casi provocando un peggioramento. Una trasformazione che non riguarda solo orari e salari”, enuncia lo studio.
A tutto questo di aggiungono gli effetti collaterali del troppo lavoro: il 68,6% soffre di mal di schiena, il 40,6% di altri dolori fisici, il 39,4% di insonnia, il 33,9% di ansia o depressione. Un lavoro logorante, che influisce sulla salute della lavoratrice specialmente se condotto con ritmi di lavoro così serrati. Inoltre, nell’ultimo anno una badante su tre non è mai andata da un medico a controllare il proprio stato di salute, il 44,2% tra le under 35.

Nonostante questi dati, l’autopercezione della professione è positiva: le badanti non considerano “squalificante” il loro mestiere, tanto che l’81,6% non ha problemi a dire agli altri ciò che fa nella vita, e il 59,5% ritiene che “badante” sia il termine migliore per descrivere il lavoro che fa. “Un’espressione per anni considerata squalificante trova l’approvazione della stragrande maggioranza delle lavoratrici”, afferma lo studio. Tuttavia, tra le intervistate la metà ritiene che le persone comuni non abbiano consapevolezza della valenza sociale del lavoro di cura, ma l’altra metà ha un punto di vista più positivo: “Il lavoro di cura non ha, nelle percezione di chi lo svolge, caratteristiche socialmente stigmatizzanti ma sconta un deficit di riconoscimento sociale: questa sfasatura può essere una fonte di disillusione per le lavoratrici e influire negativamente sulle motivazioni personali, elemento quest’ultimo che, nello svolgimento di un lavoro stressante e logorante, conta molto. ”

Le badanti che nel 2012 hanno prestato servizio in Italia secondo l’Inps sono oltre 456 mila. Una cifra considerevole, e una categoria che risente anch’essa della crisi. “Occorrono politiche che prevedano meccanismi di sostegno al reddito, come l’intera detraibilità del costo del lavoro di cura. Così si contribuisce anche all’emersione dal nero”, ha dichiarato il presidente nazionale delle Acli, Gianni Bottalico.