La lista Tsipras e la costruzione della nuova sinistra italiana | Autore: Alfonso Gianni da: controlacrisi.org

Nelle mailing list che seguo ho riscontrato molto fastidio nei confronti dell’articolo che Matteo Pucciarelli ha dedicato, sul suo blog su MicroMega, alla lista Tsipras. Francamente ho trovato queste reazioni del tutto fuori luogo. Innanzitutto perché non si può pretendere di avere una stampa favorevole, né si può credere che l’obiettività assoluta esista nel mondo dell’informazione. Ogni articolo è una rielaborazione di notizie e dati filtrato attraverso la specifica capacità del giornalista di leggere la realtà. Per quanto il giornalista voglia essere obiettivo, siamo pur sempre davanti ad un punto di vista. Quello che Pucciarelli esprime attraverso il suo articolo è tutt’altro che antipatizzante. Riporta le opinioni di un intervistato ignoto, certamente parziale e negativo nei suoi giudizi, ma senza fornire ad esse surrettiziamente il criterio dell’obiettività.
Al contrario dovremmo ringraziarlo: dove è finita la lista Tsipras è la domanda che abbiamo di fronte anche noi che ne facciamo parte. Il problema non è rappresentato dalle relazioni fra gli eletti e la lista. Queste, dal punto di vista organizzativo e amministrativo, si stanno – che io sappia – sistemando nei tempi dovuti.
Né può destare scandalo il numero dei componenti il coordinamento: 221. Se lo paragoniamo ai “parlamentini” dei micro partiti della sinistra sono addirittura meno in assoluto e soprattutto in relativo. Casomai va osservato che nelle ultime ore il numero delle autoproposizioni si è quasi raddoppiato, quasi che qualcuno voglia stendere un’Opa sull’organismo. Se una simile intenzione esistesse per davvero sarebbe sciocca, ma facilmente smontabile. Lo vedremo fin dalla prima riunione, quando, spero, si parlerà delle prospettive politiche e delle ulteriori strutturazioni organizzative dell’organismo.
La stessa questione delle elezioni regionali – ampiamente citata nell’articolo di Pucciarelli – non può prescindere da una valutazione in primo luogo di che cosa sono diventate le regioni nel nostro paese (mi pare che l’idea di farle diventare uno strumento efficace e democratico di articolazione dello stato centrale richieda una revisione critica ed autocritica), soprattutto alla luce delle modifiche costituzionali in corso. Non si tratta di questioni tattiche, ma di strategia politica.
Come si suol dire, il problema infatti è tutto politico. Cosa vogliamo fare di questa lista? Semplicemente il punto di riferimento plurale di chi è stato eletto nel parlamento europeo? Solo uno spazio politico aperto? Un momento alto di coordinamento di campagne politiche? O, non escludendo le rispettabili funzioni prima citate, un punto di partenza per la costruzione di un soggetto politico nuovo della sinistra? Se si sceglie questa ultima opzione – come personalmente ritengo necessario – bisognerà cominciare rapidamente a discuterne, perché va cosrtuito un percorso. Con l’affermazione elettorale del 25 maggio si è chiusa una fase per la lista Tsipras e se ne è aperta un’altra, che però stenta e decollare politicamente e organizzativamente.
In un recente articolo sul Manifesto, Piero Bevilacqua ha sostenuto non si può non pensare a questo processo se non dall’alto. Sarà bene intendersi su questa questione, perché riassunta così non mi pare capace di cogliere la complessità del percorso. Un processo costituente di una nuova forza politica oggi non si pone più nei termini dell’incontro tra un pensiero politico e un movimento sociale preesistente. Dato e non concesso che mai sia avvenuto in una forma così netta nel passato. Conosciamo una crisi della politica, che è innanzitutto crisi di cultura politica, che non lascia indenni anche i settori più acculturati e avvertiti. Allo stesso tempo assistiamo a un processo di politicizzazione diffusa dei e nei movimenti sociali, sia in quelli più tradizionali che in quelli più innovativi. Nessuno ha l’esclusività del pulpito. Un processo costituente parte da un’ibridazione di ciò che tradizionalmente avremmo chiamato politico e sociale, alto e basso, generale e specifico.
Evidentemente un processo del genere è fatto di pratiche costituenti – quali possono essere le campagne politiche o sociali di massa -, come di discussioni selezionate. Certamente non si può fare assemblearmente, o quantomeno non solo. Per questo è un percorso non breve e poco lineare, ma fatto di grande attenzione, intelligenza politica e senso dei propri limiti.
Soprattutto non può rifarsi a modelli precostituiti. L’esperienza nostra o di altri al massimo – ma piuttosto raramente nella pratica – può servire a evitare errori già compiuti, ma non a tracciare nuove strade sicure. I modelli sono codificati solo ex post non ex ante.
Quello che sappiamo è che non possiamo chiedere, ad esempio al Prc e a Sel di superare le loro esistenze separate e partecipare alla costruzione di un nuovo soggetto, se non è evidente e credibile l’intenzione di procedere in questa direzione. Né possiamo fare la somma dell’esistente sperando che i conti tornino. I risultati elettorali del 25 maggio dimostrano contemporaneamente che le forze organizzate da sole non avrebbero raggiunto il quorum e che al contempo sono state decisive per conquistarlo. Ma che soprattutto quel milione e centomila e passa elettrici ed elettori sono persone in carne ed ossa comunque non catalogabili in ragione delle loro appartenenze pregresse.
L’avvento della lista Tsipras ha già cominciato a cambiare le cose. Non credo che certi nodi dentro Sel e anche, seppure per ora in modo meno eclatante, dentro il Prc sarebbero venuti al pettine con tanta nettezza senza questa esperienza che ci ha portato al risultato del 25 maggio. Un processo è già in corso, seppure più nella sua parte destruens che in quella costruens, per quanto riguarda la soggettività politica.
Il suo proseguimento dipende da un chiarimento di fondo non più rinviabile sulla natura del Pd (non solo del fenomeno Renzi). Se esso può ancora essere considerato il perno di un centrosinistra (il che coinvolge anche il ragionamento sulle elezioni regionali) o se la sua natura di partito pigliatutto lo spinge ad essere la nuova spalla su cui le classi dirigenti hanno poggiato il loro fucile, per dirla con una famosa metafora.
Chi pensa che sia valida la seconda – come chi scrive – aggiunge anche che lo spazio per un’alternativa è oggettivamente più ampio, largo e profondo del tempo in cui le ambiguità del Pd non erano del tutto sciolte, o quantomeno non apparivano tali. Mancarlo anche stavolta sarebbe esiziale.