Un ”suicidio” di Stato-mafia per proteggere Binnu da: l’ora quotidiano

Chi o cosa metteva a rischio il testimone Attilio Manca? Chi o cosa bisognava proteggere? Provenzano ovviamente, la cui latitanza andava protetta dalla cattura e dalle malattie perché il boss era, sul versante mafioso, il garante della trattativa che lui stesso aveva stipulato scalzando Riina, dimostratosi troppo irriducibile

di Antonio Ingroia

11 febbraio 2015

 Attilio Manca era un medico siciliano e lavorava all’ospedale Belcolle di Viterbo. Era un urologo molto bravo, uno dei primi ad utilizzare la tecnica chirurgica della laparoscopia per operare il cancro alla prostata. Quando fu trovato morto nella sua casa di Viterbo, il 12 febbraio del 2004, non aveva ancora compiuto 35 anni. Li avrebbe compiuti otto giorni dopo, se non fosse stato ucciso, perché io sono certo che omicidio fu. Un omicidio di mafia e di Stato. Un omicidio legato a doppio filo alla latitanza di Bernardo Provenzano e in particolare all’intervento chirurgico per un cancro alla prostrata a cui l’allora capo dei capi di cosa nostra si sottopose a Marsiglia nell’autunno 2003. Un omicidio da inquadrare nell’ambito di quella vicenda torbida ed oscura che fu la trattativa Stato-mafia e che chiama in causa tutte le alte sfere del tempo, vertici della sicurezza nazionale e vertici politico-istituzionali. Che in linea di continuità, a tutela della somma “Ragion di Stato”, ancora oggi vengono difesi nel circuito politico-istituzionale, ove si ammette a stento e a denti stretti che una trattativa vi fu, ma che – per carità – fu una trattativa “a fin di bene”, una trattativa per salvare vite umane,  a cui lo Stato fu costretto per salvare l’Italia. Ma la realtà che si va svelando, pezzo dopo pezzo, a dispetto degli ostacoli sempre più alti frapposti in nome della Ragion di Stato, contiene un’altra verità. Una verità terribile. Sempre più terribile. Che quella trattativa, invece, non salvò l’Italia, e salvò semmai la pelle a pochi uomini politici, condannati a morte dalla mafia perché ritenuti “traditori”. E che, al contrario, quella trattativa finì per barattare quelle “vite di casta” salvate con tante altre vite oneste sacrificate. Una lunga scia di sangue, che uccise servitori dello Stato come Paolo Borsellino e la sua scorta, ma anche comuni cittadini come le vittime delle stragi del 1993 di Roma, Firenze e Milano. E Attilio Manca. Sì, perché Attilio Manca fu anche lui vittima di quella trattativa. Ecco perché è un delitto da rinnegare, un omicidio da dissimulare, simulando le tracce di una morte accidentale.

Quando il corpo di Attilio Manca fu rinvenuto aveva due buchi nel braccio sinistro, mentre due siringhe da insulina furono trovate in casa. La procura di Viterbo non ebbe dubbi e con una fretta immotivata, senza nemmeno considerare alcune evidenze clamorose, decise trattarsi di morte per overdose, se non di suicidio. Insomma, Attilio sarebbe stato un tossicodipendente che, forse per farla finita, si sarebbe iniettato in vena un mix letale di eroina, tranquillanti ed alcol. Il problema è, come subito segnalarono i suoi familiari, inascoltati, che lui era mancino, per cui, se mai si fosse iniettato qualcosa in vena, i buchi si sarebbero dovuti trovare sul braccio destro e non certo su quello sinistro. E poi ci sono le foto, inequivocabili e inguardabili tanto sono impressionanti, del suo corpo senza vita, trovato a letto con il volto tumefatto e il setto nasale deviato propri di chi è stato aggredito e colpito ripetutamente, e con i segni ai polsi e alle caviglie, come di chi è stato trattenuto con violenza mentre viene picchiato ed ucciso.

Ma le anomalie sono tante, in una vicenda giudiziaria paradossale, caratterizzata da prove dimenticate e falsificate, depistaggi, tentativi di insabbiamento, omissioni investigative, contraddizioni e tutto il peggio già visto in tanti altri misteri di Stato. Anomalie simili a quelle emerse in tutti i procedimenti collegati alle indagini sulla trattativa Stato-mafia. Quel dubbio che avevo da pm che indagava sulla trattativa, oggi che sono uno dei legali della famiglia Manca, ora che meglio conosco l’incartamento processuale, è diventato certezza, la certezza di un’ingiustizia di Stato,  una certezza che si è trasformata in indignazione.

Nella mia esperienza non breve da pm ho incontrato a volte timidezza, altre volte sciatteria, altre volte ancora pigrizia professionale e talvolta vera e propria mediocrità sul lavoro. Ma in questo caso si è passato ogni limite. Non c’è bisogno di essere Sherlock Holmes per capire che quelle foto non sono le foto né di un suicidio né di un’overdose accidentale, come invece cerca ancora di sostenere la procura di Viterbo. Sono piuttosto foto che raccontano un omicidio a seguito di un violento pestaggio. E il processo che si sta celebrando a Viterbo, contro la donna che avrebbe ceduto a Manca la dose letale di droga, è una farsa che si basa su una consulenza tecnica ove si scrive solo che Attilio Manca avrebbe assunto sostanze stupefacenti. Fatto incontestabile, ma la perizia non dice come sarebbero state iniettate e da chi. Imbrogliando carte e parole, la procura ha sostenuto su questa base che la perizia dimostrerebbe come Attilio fosse un assuntore abituale, cosa che invece la perizia non dice affatto. Su questa “non-prova” è stato costruito tutto il castello di congetture che ha portato alla conclusione che fu morte per overdose.

Ma perché tutta questa fretta di chiudere il caso senza i veri colpevoli? Perché tanti depistaggi e tentativi di insabbiamento? Ebbene, per capire la vicenda Manca bisogna inquadrarla in un contesto molto più grande e molto più complesso in cui solo il depistaggio, altrimenti immotivato, può trovare un movente. È la storia che ce lo insegna, basta ricordare quanto accaduto nel clamoroso depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio, ove si arrivò a fabbricare a tavolino un falso pentito. I riferimenti e i collegamenti a Provenzano non sono solo suggestioni: il ruolo del boss nella morte di Attilio va inserito nell’ottica sempre più plausibile, anzi probabile, di eliminare un testimone scomodo e attendibile. Non è infatti per nulla azzardato supporre che Attilio, uno dei più bravi specialisti italiani, originario di Barcellona Pozzo di Gotto – dove si ritiene abbia trascorso parte della sua latitanza Provenzano – sia stato contattato per visitare e curare, se non operare, il boss per il cancro alla prostrata, senza sapere chi fosse, per poi essere eliminato in quanto pericoloso testimone. Tesi avvalorata da vari elementi indiziari e concreti riscontri oggettivi.

Ma chi o cosa metteva a rischio il testimone Attilio Manca? Chi o cosa bisognava proteggere? Provenzano ovviamente, la cui latitanza andava protetta dalla cattura e dalle malattie perché il boss era, sul versante mafioso, il garante della trattativa che lui stesso aveva stipulato scalzando Riina, dimostratosi troppo irriducibile. Ma le verità di Attilio Manca mettevano a repentaglio anche quel pezzo di Stato che proteggeva il capo di cosa nostra. Ecco dove sta l’ennesima convergenza di interessi tra mafia e Stato, una convergenza di interessi frutto di un patto scellerato di cui Attilio è stato vittima inconsapevole. È questa la verità che non si deve scoprire, è questa la ragione che porta al depistaggio e ai tentativi di insabbiamento. Ma la battaglia per scoprire cosa c’è dietro la morte assurda di questo giovane e valoroso medico va avanti. In altri casi che sembravano disperati e senza uscita, come nel caso del delitto di Mauro Rostagno, non tutta la verità, ma almeno un pezzo importante di verità è venuta fuori. Per questo non bisogna arrendersi. Nonostante gli attacchi, l’isolamento e le intimidazioni, compresa l’incriminazione per calunnia elevata nei miei confronti per le denunce dei depistaggi fatte nel corso dell’udienza preliminare del processo di Viterbo, caso inaudito e senza precedenti nei confronti di un difensore di parte civile, e cioè della parte danneggiata del reato. Malgrado tutto ciò, non bisogna rinunciare, bisogna continuare a battersi in ogni sede perché tutta la verità venga fuori, sulla trattativa Stato-mafia, sul delitto Manca e sul legame fra la trattativa e il delitto Manca. Lo dobbiamo ad Attilio ed alla sua famiglia. Perché giustizia sia fatta.

La Trattativa e il Romanzo Quirinale La procura di Messineo e Ingroia da: l’ora quotidiano

La quarta e ultima puntata dell’inchiesta sulla storia dell’ufficio inquirente palermitano. L’indagine sul patto segreto tra lo Stato e Cosa Nostra, il processo per il mancato arresto di Provenzano, le polemiche bipartisan dal mondo politico e alla fine l’atto d’accusa del Csm: il procuratore capo avrebbe “spaccato” l’ufficio. (4-fine)

di Giuseppe Pipitone

25 gennaio 2015

I giochi sembravano fatti. Nel 2006, quando Pietro Grasso viene spinto a guidare la Procura nazionale antimafia dalle leggi anti Caselli (poi dichiarate anticostituzionali) varate dal governo Berlusconi, a capo dell’ufficio inquirente di Palermo sembrava dovesse arrivare il suo fido braccio destro: Giuseppe Pignatone. Già bacchettato da Giovanni Falcone, poi passato alla pretura negli anni di Gian Carlo Caselli, durante la gestione Grasso, Pignatone torna in procura, dove diventa l’alter ego del capo. E infatti sarà lui a reggere l’interim tra il trasferimento di Grasso in via Giulia e l’elezione del nuovo procuratore al plenum del Csm. Una nomina che viaggia sul filo del rasoio, dato che Palazzo dei Marescialli è spaccato tra i due esponenti di Unicost: Guido Lo Forte, che ha raccolto il sostegno anche della corrente di sinistra delle toghe, ovvero Magistratura democratica, e lo stesso Pignatone appoggiato da Magistratura Indipendente, che invece è la corrente di destra.

Lo Forte o Pignatone: tra i due litiganti Messineo gode

Un vero e proprio nodo, che si scioglie soltanto quando Unicost decide di convergere le proprie preferenze su Francesco Messineo, procuratore capo di Caltanissetta, che raccoglie il sostegno anche di Magistratura Indipendente. “Abbiamo voluto puntare su un candidato che avesse la qualità essenziale di essere un punto di riferimento per l’unità dell’ufficio, che fosse in grado di operare per la sua unità” spiega l’allora consigliere di Md Giovanni Salvi, oggi procuratore capo di Catania. Quasi una profezia al contrario, dato che anni dopo il Csm bacchetterà pesantemente Messineo con l’accusa di aver “spaccato” il suo ufficio. Durante gli otto anni di gestione Messineo, infatti, la procura di Palermo sarà attaccata a ritmo continuo da esponenti politici di tutti gli schieramenti. Oggetto della discordia sono le delicate inchieste aperte dal pool di magistrati coordinati dall’aggiunto Antonio Ingroia alla fine del primo decennio degli anni duemila.

Fascicoli delicati: il processo Mori e l’indagine Trattativa

Dopo gli anni di Grasso, con le indagini che colpivano quasi esclusivamente gli esponenti militari di Cosa Nostra (e un solo politico d’alto livello rinviato a giudizio: Totò Cuffaro), l’arrivo di Messineo a Palermo coincide con l’inizio di una nuova stagione: quella che cercherà di fare luce sugli accordi segreti siglati negli anni delle stragi. Subito dopo l’insediamento, il primo fascicolo scottante che Messineo trova sul suo tavolo è quello relativo al mancato arresto di Bernardo Provenzano, localizzato in un casolare di Mezzojuso, in provincia di Palermo il 31 ottobre 1995. Indagati per favoreggiamento a Cosa Nostra nell’inchiesta coordinata da Antonio Ingroia, sono il generale del Ros Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu. Grande accusatore dei suoi ex superiori è colonnello Michele Riccio che, tramite il confidente Luigi Ilardo, boss infiltrato in Cosa Nostra dal militare, avrebbe ricevuto la “soffiata” di un summit organizzato da Provenzano nelle campagne di Mezzojuso. Il via libera per effettuare il blitz ed arrestare il boss corleonese, però, non sarebbe mai arrivato, e Provenzano rimase latitante fino all’11 aprile del 2006. Poco tempo dopo il fallito blitz, e cioè il 10 maggio 1996, il confidente Ilardo venne assassinato in un agguato rimasto avvolto dal mistero, senza avere avuto il tempo di diventare a tutti gli effetti un collaboratore di giustizia.

“Non c’erano le possibilità di intervenire in quanto il terreno era costantemente occupato da mucche, pastori e pecore” si giustifica davanti ai giudici Obinu. I due militari denunciano Riccio per calunnia, ma il gip Maria Pino lo assolve, mettendo nero su bianco le “plurime omissioni e inerzie del Ros dei carabinieri finalizzate a salvaguardare la latitanza di Provenzano”. Il processo che si apre nel 2008 è solo il prequel di un’altra indagine, aperta negli stessi mesi, destinata ad esporre la procura al fuoco incrociato di giornali, partiti politici e dello stesso Csm: e cioè quella sulla Trattativa tra pezzi dello Stato e Cosa Nostra. Un’inchiesta che punta ad accertare come tra alcuni esponenti delle Istituzioni e il boss Bernardo Provenzano fosse stato siglato un vero e proprio patto per far cessare le stragi ed assicurare una convivenza tra Cosa nostra e lo Stato italiano. L’indagine prende spunto da un’intervista rilasciata da Massimo Ciancimino al settimanale Panorama il 19 dicembre del 2007: il figlio minore di don Vito, racconta di essere stato agganciato nel giugno del 1992 dal capitano Giuseppe De Donno. Da lì in poi De Donno e Mori inizieranno a incontrare Vito Ciancimino, che riferisce il contenuto di quegli incontri a Provenzano, e al signor Franco, un sedicente agente dei servizi con cui è in contatto dagli anni ’70. L’inchiesta della procura riceve ulteriore impulso dalla decisione di Gaspare Spatuzza, il killer di Brancaccio, di collaborare con la magistratura, e soprattutto dal repentino“recupero della memoria” che colpisce una serie di esponenti politici.

Smemorati di Stato a giudizio
Decine di politici della Prima Repubblica sfilano, uno dopo l’altro, davanti ai pm di Palermo: da Carlo Azeglio Ciampi a Oscar Luigi Scalfaro, da Calogero Mannino a Ciriaco De Mita, passando per Luciano Violante, Vincenzo Scotti, Giuliano Amato. Parallelo cresce il fronte anti procura: dal Pdl, che vedrà il suo leader Marcello Dell’Utri finire indagato per il patto Stato–mafia, fino al Pd, il partito al quale ha aderito Nicola Mancino, finito a processo per falsa testimonianza. Un vero e proprio fuoco incrociato che esplode definitivamente nel giugno del 2012. quando la procura invia dodici avvisi di conclusione delle indagini: sono destinati ai boss di Cosa Nostra Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca, Antonino Cinà, Salvatore Riina e Bernardo Provenzano, agli ufficiali del Ros Antonio Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno, ai politici Calogero Mannino e Marcello Dell’Utri: tutti accusati del reato disciplinato dall’articolo 338 del codice penale: e cioè violenza o minaccia a corpi politici dello Stato. Alla sbarra anche Mancino, accusato come detto di falsa testimonianza, e il teste Ciancimino, imputato per concorso esterno e calunnia a Gianni De Gennaro (accusa che gli costa l’arresto nell’aprile 2011, ordinato dallo stesso Ingroia).

Polemiche, conflitti e procedimenti disciplinari: il Romanzo Quirinale
Solo che quegli avvisi di conclusione delle indagini non sono firmati da Messineo, che appone alla richiesta di rinvio a giudizio soltanto il canonico visto: una scelta che viene letta come un tentativo di “smarcarsi” dalla delicata indagine. In più, con la chiusura delle indagini, il pool che indaga sulla Trattativa perde un componente: si sfila infatti il pm Paolo Guido, sostituito da Francesco Del Bene, mentre il posto di Lia Sava, andata a Caltanissetta per fare l’aggiunto, viene occupato dal giovane Roberto Tartaglia. La vera ondata di polemiche però esplode dopo che viene resa nota l’esistenza di alcune intercettazioni tra lo stesso Mancino e il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. È l’estate del 2012, a vent’anni esatti dalle stragi, quando il Quirinale prende una decisione inedita: sollevare un conflitto d’attribuzione contro la procura di Palermo davanti alla Corte Costituzionale. Conflitto che verrà preso in esame in tempi record e porterà poi alla distruzione delle intercettazioni telefoniche tra Mancino e Napolitano. E mentre il Colle trascina i pm davanti alla Consulta, una serie di procedimenti disciplinari viene avviata dal Csm contro i magistrati palermitani: un fascicolo era già stato aperto contro Antonio Ingroia, reo di essersi dichiarato “partigiano della Costituzione” ad un dibattito organizzato dal Partito dei Comunisti Italiani, mentre a Nino Di Matteo viene contestata un’intervista al quotidiano Repubblica, dove il pm conferma l’esistenza delle intercettazioni su Napolitano, già resa nota dal settimanale Panorama, definendole “non penalmente rilevanti”.

Banca Nuova, le indagini sul cognato, e la presunta incompatibilità ambientale
Nel frattempo Messineo finisce indagato dalla procura di Caltanissetta per un’intercettazione indiretta. Il capo dei pm palermitani viene registrato mentre parla al telefono con un dirigente di un importante istituto di credito, che chiede informazioni in merito ad un’indagine in corso. La conversazione tra Messineo e il manager, l’ex direttore generale di Banca Nuova Francesco Maiolini, è del 12 giugno 2012. Maiolini, sotto controllo per un’altra indagine condotta dalla Dda, per riciclaggio aggravato, chiede a Messineo spiegazioni su un avviso di identificazione ricevuto, relativo a una indagine per usura. Il procuratore aggiunto Antonio Ingroia spedisce tutto a Caltanissetta, procura competente per eventuali reati commessi dai magistrati di Palermo: poi parte per il Guatemala, dove va a dirigere una commissione Onu, quindi torna in Italia per candidarsi (senza successo) alle elezioni politiche e infine appendere la toga al chiodo.

L’indagine nissena su Messineo verrà poi archiviata, ma alla fine del suo mandato al capo dei pm palermitani arriva una pesantissima bacchettata dal Csm: un procedimento di trasferimento per incompatibilità ambientale. Il motivo? “Non avrebbe favorito la circolazione delle informazioni all’interno dell’ufficio”, scrivono i consiglieri di Palazzo dei Marescialli nell’atto d’accusa. “Conseguenza – continuano i consiglieri – di questo difetto di coordinamento sarebbe stata la mancata cattura del latitante Matteo Messina Denaro” . Secondo l’indagine svolta tra i pm palermitani, le varie spaccature all’interno dell’ufficio inquirente siciliano sarebbero state alla base del “sospetto” che Messineo “avesse perso piena indipendenza” nei confronti di Ingroia, o che ci fosse comunque tra il procuratore e l’aggiunto un “rapporto privilegiato”, che avrebbe determinato un “condizionamento” del capo dell’ufficio. Il Csm fa cenno soprattutto ad uno dei nodi più spinosi addebitati a Messineo, l’indagine per intestazione fittizia dei beni per suo cognato Sergio Sacco. Inchiesta dalla quale, Messineo si asterrà sempre: il procedimento del Csm, però, gli costa comunque la possibilità di andare a dirigere la procura generale di Palermo. Il 30 luglio del 2014 il procuratore va in ferie, per poi andare in pensione un mese dopo. Il 17 dicembre, cinque mesi dopo, il Csm designa il suo successore: Franco Lo Voi.

Il pentito Lo Verso: “Ho una statuetta che può riaprire il caso Manca” da: l’ora quotidiano

Il collaboratore di giustizia deponendo al processo Borsellino Quater: “Ho una statuetta della Madonna con il bambinello Gesù in braccio che mi regalò Provenzano di ritorno da uno dei viaggi a Marsiglia. Spero possa essere utile per risolvere l’indagine sulla morte dell’urologo”

di Patrizio Maggio

13 gennaio 2015

Una statuetta della Madonna potrebbe riaprire il caso di Attilio Manca, l’urologo trovato morto nella sua casa di Viterbo l’11 febbraio del 2004. Lo ha raccontato il pentito Stefano Lo Verso, deponendo al processo Borsellino Quater, nato dopo le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza, che hanno riscritto la fase operativa della strage di via d’Amelio. “Ho una statuetta della Madonna con il bambinello Gesù in braccio che mi regalò Provenzano di ritorno da uno dei viaggi a Marsiglia. Spero possa essere utile per risolvere l’evento dell’urologo Manca” ha detto il collaboratore di giustizia, davanti la corte d’assise di Caltanissetta.

Proprio oggi la Commissione parlamentare antimafia si sta occupando del caso, ascoltando la deposizione del procuratore della Repubblica di Viterbo, Alberto Pazienti, e del pm Renzo Petroselli, titolari delle indagini sul caso dell’urologo assassinato. “Ci fu un incontro nell’agosto 2003, la casa l’avevo messa a disposizione io. Lui si era spostato in Francia. La prima volta in giugno ed era rientrato in luglio. Un’altra tra fine settembre e inizio ottobre, il mese successivo degli arresti per le talpe in Procura. Ecco nel mezzo ci fu questo incontro nell’agosto 2003 e c’era appuntamento con Ciccio Pastoia e Nicola Mandalà e lui mi portò un souvenir. Era una madonnina con bambino Gesù in braccio. Questa statuetta io la ricollegai al fatto che sicuramente Provenzano era stato in un luogo religioso e che quindi mi porta un pensierino”, ha raccontato Lo Verso interrogato dall’avvocato Fabio Repici, legale di Salvatore Borsellino.

“Questa statuetta – ha continuato Lo Verso – io la tengo conservata non sotto l’aspetto che si tratta di un regalo di Provenzano ma perché questa madonnina possa essere utilizzata per risalire alle indagini che che possibilmente possono essere utili per risolvere l’evento che stanno cercando in tutti i modi i magistrati per il caso dell’urologo Manca che è stato, qualcuno dice è stato ucciso qualcuno qualcuno che si è suicidato. Io tengo tutto conservato per poter dare luce su questo evento”.

Ass.Georgofili: “Provenzano godrà di benefici per legge? E i nostri figli?” da: antimafia duemila

5 luglio 2014

Il 3 Ottobre p.v. verrà ancora una volta valutata la situazione carceraria di Bernardo Provenzano su ordine del Tribunale di Sorveglianza.
La decisione è stata presa in base ad un certificato medico redatto dal responsabile della Medicina dell’Ospedale San Paolo, dove Provenzano è ricoverato nel reparto detenuti.
Sono quindi in atto tutti quei maneggi, sia pure legali, per tentare ancora una volta di abolire non solo il 41 bis, ma anche l’ergastolo ostativo a Provenzano, capo di “cosa nostra”. Il quale, peraltro, si è già vista ridotta la pena detentiva a soli 49 anni e un mese di reclusione. Perciò, se arrivasse a campare così a lungo, a termini di legge potrebbe uscire dal carcere già nel prossimo futuro.
Non vogliamo entrare nel merito della legislazione. Abbiamo già sollecitato in più occasioni cambiamenti radicali per far si che un mafioso dello spessore di Bernardo Provenzano, che non si è mai pentito, per quello che ci riguarda in carcere deve morire.
Entriamo però nel merito di quella che, ancora una volta, intravediamo essere quel proseguo di trattativa fra Stato e mafia, proprio a suon di annullamenti di 41 bis, annullamenti di carcere ostativo e valutazioni di dissociazione, messa in atto alla fine del 1992 pochi mesi prima che i nostri figli poco più che ventenni fossero tutti macellati in via dei Georgofili a Firenze per salvare dalla galera ladri, corrotti, uomini delle istituzioni, collusi con la mafia e ministri di questa Repubblica allora nel mirino di “cosa nostra”, definiti dall’organizzazione criminale “traditori”.
Inoltre, denunciamo che a nostro avviso tutto sta avvenendo in un clima di larghe intese politiche che denotano quanto le stragi del 1993 siano state trasversali a tutto l’arco costituzionale.
La nostra posizione è questa: se Bernardo Provenzano godrà per legge di ciò che possono essere definiti come “favoritismi” per farlo tornare fra le mura domestiche, noi schiereremo i nostri invalidi, i nostri figli che per colpa dell’assassino Provenzano hanno contratto malattie autoimmuni. Malattie non riconosciute nel modo giusto, sebbene considerate tali da medici e magistrati. Malattie non riconosciute e perciò molte non risarcite né tantomeno pensionabili SUBITO come vorrebbe la Legge 206 del 2004.

Giovanna maggiani Chelli
Presidente
Associazione tra i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili

Caso Manca, “ragion di Stato”? da: antimafia duemila

manca-attilio-risto-le-montagnedi Luciano Mirone – 1° aprile 2014

Il Papa dice che Attilio Manca è stato ucciso dalla mafia e lo Stato smentisce, o sta zitto. Don Luigi Ciotti, come migliaia di italiani, e decine di giornalisti e intellettuali, sono sulla lunghezza d’onda del Pontefice, ma lo Stato continua a smentire o a tacere. Ed è impressionante notare che, mentre nella Giornata della memoria dedicata alle vittime della mafia, al cospetto di Sua Santità, Attilio Manca è stato definito vittima di Cosa nostra, lo Stato continui a smentire una circostanza per la quale – in base agli elementi emersi – dovrebbe avere quantomeno un pizzico di prudenza. Specie se, in questo caso, lo Stato è rappresentato da un magistrato come Michele Prestipino, fino ad alcuni anni fa alla Procura di Palermo, dove un processo ha fatto luce su molti retroscena legati all’operazione di cancro alla prostata alla quale, nell’autunno del 2003, si sottopose a Marsiglia Bernardo Provenzano.

Ecco cosa dichiara in Commissione parlamentare antimafia Michele Prestipino, oggi procuratore aggiunto a Roma: “C’è un’ultima questione, la questione di Attilio Manca. Io ora non parlo come procuratore aggiunto di Roma, perché Roma, che a me consti, non credo abbia attivato o seguito indagini. Ci sono le regole della competenza. Io me ne sono occupato quando ero sostituto a Palermo e, rispetto alle ultime emergenze, sia pure di tipo giornalistico e mediatico, sento il dovere di dire almeno una cosa. C’è un processo che si è svolto a Palermo, che si è concluso con sentenze divenute definitive, cioè con tre gradi di giudizio, con condanne e, quindi con l’accertamento delle responsabilità penali, in cui è stata ricostruita in tutti i suoi aspetti e in tutti i suoi passaggi, anche geografici, quella che mediaticamente è stata definita la ‘trasferta’ di Bernardo Provenzano nel territorio di Marsiglia per sottoporsi a un’operazione chirurgica”.

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Nel corso dell’audizione, il senatore del M5S Mario Michele Giarrusso puntualizza: “Con la carta di identità di Troia “. Giarrusso si riferisce al fatto che Provenzano, per quell’intervento a Marsiglia, ha usufruito di una carta d’identità falsa, approntata dall’ex presidente del Consiglio comunale di Villabate (Palermo), Francesco Campanella (all’epoca organico a Cosa nostra e contemporaneamente amico di politici di altissimo livello del centrodestra e del centrosinistra), ed intestata al panettiere Gaspare Troia.

“Sì, esattamente quella”, risponde Prestipino. Che prosegue così: “Quella vicenda è stata ricostruita, passatemi il termine, minuto per minuto e tutti i soggetti coinvolti che hanno commesso reati sono stati condannati con sentenza passata in giudicato grazie alle intercettazioni, alle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia e agli atti acquisiti con una rogatoria presso l’autorità giudiziaria di Marsiglia, alla quale ho personalmente partecipato”.

“Noi abbiamo sentito – dice ancora il magistrato – con i colleghi francesi, i medici e il personale infermieristico. In più, abbiamo acquisito le dichiarazioni, estremamente collaborative, di una donna che è stata legata a uno degli uomini che avevano organizzato la trasferta e che ha curato e assistito personalmente, spacciandosi per una nipote, il signor Troia, in realtà Bernardo Provenzano, quando è stato ricoverato in terra di Francia. Ebbene, nella ricostruzione abbiamo sentito chi lo ha assistito, chi l’ha operato, chi ha fatto il prelievo; abbiamo potuto estrarre anche il profilo del Dna, perché all’epoca Bernardo Provenzano, quando abbiamo eseguito questa rogatoria, a giugno del 2005, era ancora latitante. Di tutti questi fatti, dalla partenza, proprio con orario e data, al ritorno, con orario, data e riconsegna delle valigie di Provenzano, non c’è mai stata traccia di Attilio Manca. Questo lo dico come dato di fatto. Mi sento in dovere di doverlo precisare”.

Fin qui le dichiarazioni del procuratore aggiunto di Roma Michele Prestipino, il quale “sente il dovere di precisare”, col senno di “ieri” – cioè col senno di determinate verità processali acclarate ma “cristallizzate” da un processo svoltosi alcuni anni fa – un caso (quello di Attilio Manca, giovane e brillante urologo originario di Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina), per il quale “oggi” stanno affiorando circostanze inedite che gli inquirenti di Viterbo (la morte di Manca si è verificata nella città laziale) non solo non si sono mai presi la briga di verificare, ma in talune occasioni hanno occultato, falsificato o, secondo l’ex magistrato antimafia Antonio Ingroia, addirittura “insabbiato”.

Citiamo Ingroia non a caso, perché Ingroia (oggi avvocato della famiglia Manca) è uno dei depositari più autorevoli dei segreti legati alla “trattativa” Stato-mafia, di cui, secondo molti, la storia di Attilio Manca potrebbe (potrebbe…) rappresentare un anello solo se si approfondissero certi elementi affiorati in questi anni.

Per questo, con il rispetto dovuto per la carica e per lo straordinario impegno profuso contro la mafia, ci permettiamo di chiedere al dott. Prestipino se sa che:

1.    Attilio Manca, proprio nell’autunno del 2003, nel periodo in cui Provenzano era a Marsiglia per operarsi alla prostata, si trovava in Francia per “assistere ad un intervento chirurgico”, come allora telefonicamente disse ai genitori.

2.    I familiari di Attilio Manca hanno chiesto, fin da subito, ai magistrati di Viterbo, di acquisire i tabulati telefonici del 2003 per accertare il luogo dal quale l’urologo avrebbe effettuato quella chiamata. Tale richiesta è rimasta inevasa (i motivi non si conoscono), e i tabulati sono stati distrutti dopo cinque anni, come prevede la legge. Questo lo sa il dott. Prestipino?

3.    Attilio Manca, all’epoca, era uno dei pochi chirurghi italiani, quasi certamente l’unico siciliano, in grado di operare quel tipo di patologia col sistema laparoscopico, importato dallo stesso Manca dalla Francia, dove si era specializzato due anni prima.

4.    Attilio Manca, dopo la specializzazione acquisita in Francia, fu il primo medico italiano – assieme al suo Maestro Gerardo Ronzoni, primario di Urologia all’ospedale Gemelli di Roma – ad operare il cancro alla prostata per via laparoscopica (2002).

5.    Bernardo Provenzano è stato operato con quel sistema.

6.    Francesco Pastoia, braccio destro di “Binnu ‘u tratturi”, intercettato da un’ambientale mentre era nel carcere di Modena, parlando degli omicidi commessi dal suo capo (quindi in un contesto ben preciso), disse: “Provenzano è stato operato ed assistito da un urologo siciliano”. Dunque, non solo “operato”, ma anche “assistito”. Il che vuol dire che c’è stato un medico siciliano il quale – magari sconoscendo la vera identità di Provenzano – è stato a contatto col boss corleonese durante l’intervento, ma anche prima e anche dopo. Prima per i controlli di routine, dopo per le cure post operatorie. Pastoia è morto misteriosamente in carcere appena tre giorni dopo. Non di morte naturale, ma impiccato. Si è svolta un’accurata indagine su questa misteriosa morte? Pochi giorni dopo, al cimitero di Belmonte Mezzagno (Palermo) è stata profanata la sua tomba in modo piuttosto macabro e violento.

7.    C’è dunque un “urologo siciliano che ha curato Provenzano”, almeno secondo Pastoia. Delle due l’una: o è Attilio Manca (che già allora conosce benissimo  la tecnica con la quale è stato operato il boss), o un altro. Se non è Attilio, chi è, perché non si accerta, perché non si è scoperto, dato che, come dice il dott. Prestipino, “quella vicenda è stata ricostruita minuto per minuto”?

8.    Se finora il misterioso urologo di cui parla Pastoia non è saltato fuori, siamo sicuri che il processo – come dice il magistrato – ha “ricostruito” tutto dell’intervento di Provenzano? Sicuramente ha accertato molte cose, ma siamo certi che ha fatto piena luce su “tutti i passaggi” che riguardano il “prima” e il “dopo”, e soprattutto ha accertato l’eventuale rete istituzionale che ha protetto la latitanza del capo dei capi? Sì, perché su questa vicenda si dovrebbe uscire da un equivoco: spesso per smentire eventuali collegamenti fra la morte di Attilio Manca e l’operazione di Provenzano, si prende come riferimento solamente la “trasferta” del boss a Marsiglia, dimenticando che c’è un “prima” e c’è un “dopo”, su cui forse non è stato ricostruito tutto.

un-suicidio-di-mafia9.    Ci sono ragionevoli motivi – leggendo le carte del Ros – per dire che Bernardo Provenzano, all’inizio degli anni Duemila (il periodo che stiamo trattando) abbia trascorso una parte della latitanza non in un posto qualunque, ma a Barcellona Pozzo di Gotto, dove “quella” mafia –  una delle più sanguinarie del mondo, quella che ha condannato a morte il giornalista Beppe Alfano – ha costruito il telecomando per la strage di Capaci, e da molti anni è in ottimi rapporti con l’ala “provenzaniana” di Cosa nostra.

10.    Secondo un autorevole investigatore allora in servizio a Messina ed oggi residente al Nord (in una intervista esclusiva rilasciata al sottoscritto per il recente libro sulla strana morte di Attilio Manca, “Un ‘suicidio’ di mafia” – Castelvecchi editore), l’urologo veniva addirittura prelevato in elicottero per visitare Provenzano latitante in terra barcellonese, servendosi di determinate strutture private. Non sappiamo la veridicità dell’argomento, ma si è mai indagato seriamente per accertarne la fondatezza?

11.    Le indagini su questo particolare – sempre secondo questo investigatore – sarebbero state fermate per volere di personaggi altolocati. Anche di questo non conosciamo la fondatezza (dato che la notizia è stata fornita mediante intervista e non per mezzo di atto processuale), ma una “bomba” del genere non merita di essere scandagliata dettagliatamente per capire se si tratta di esplosivo ad alto potenziale o di un minuscolo petardo?

12.    All’epoca della latitanza di Provenzano, un “mediatore”, rivolgendosi ai magistrati per “trattare” la resa del boss, ha dichiarato: “Binnu ‘u tratturi” è nascosto a due passi da Viterbo, tra Civita Bagnoregio e Civitella D’Agliana. Altre coincidenze sconvolgenti che potrebbero collegare Provenzano ad Attilio Manca: Barcellona Pozzo di Gotto e la provincia di Viterbo. È solamente un caso o qualcosa di più?

13.    L’allora capo della Squadra mobile di Viterbo, Salvatore Gava (oggi condannato in Cassazione per avere falsificato i verbali sui fatti accaduti alla scuola Diaz di Bolzaneto nel 2001 durante il G8 di Genova, ovvero tre anni prima della morte di Manca), dopo il decesso del medico siciliano, scrisse che nel periodo di degenza di Provenzano a Marsiglia, Attilio Manca non si sarebbe mosso dall’ospedale di Viterbo, dove prestava servizio. Ebbene: Gava è stato smentito da una recente ricostruzione effettuata dalla trasmissione “Chi l’ha visto”. Proprio nei giorni in cui Provenzano era sotto i ferri in terra francese, il dott. Manca era assente dall’ospedale laziale. Questo ovviamente non dimostra che l’urologo fosse ad operare il boss, ma dimostra che sui movimenti del medico si è scritto il falso e non si è voluta accertare la verità. Questo pone una domanda molto seria: qual è la ragione che porta certi inquirenti a fare “carte false” per depistare le indagini ed occultare certe verità? Secondo lei, dott. Prestipino, è una “ragione normale” o una “ragion di Stato”?

Tratto da: linformazione.eu

Mafia: condanna a dieci anni per Mercadante DA: ANTIMAFIA DUEMILA

 

mercadante-giovanniL’ex esponente di Forza Italia era ‘Cosa’ di Bernardo Provenzano
di AMDuemila – 21 marzo 2014
Dieci anni e otto mesi. Pesantissima condanna per Giovanni Mercadante, ex deputato regionale di Forza Italia e primario della radiologia del Maurizio Ascoli di Palermo, accusato dalla Procura di essere “uno di quei soggetti che, fungendo da elemento di cerniera tra società civile e l’organizzazione mafiosa, hanno consentito a Cosa Nostra di sopravvivere per decenni all’azione di contrasto svolta dagli organi dello Stato”. La sentenza conferma di fatto quella in primo grado del 2009.
La seconda sezione della Cassazione aveva precedentemente annullato con rinvio la sentenza che aveva invece assolto Mercadante “perché il fatto non sussiste”.

Definito dal gip che lo mandò in carcere (l’ex primario ha trascorso 12 mesi in detenzione e 43 ai domiciliari) parlando degli stretti rapporti con il boss Bernardo Provenzano, “una Cosa sua”, il radiologo era accusato di essere medico di fiducia nonchè punto di riferimento per le famiglie mafiose, e in particolare per il padrino corleonese. L’inchiesta ebbe un svolta solo nel 2006, dopo l’arresto di Provenzano, mentre in passato il suo nome, finito nelle indagini, era stato archiviato due volte.
Il pentito Giovanni Brusca aveva parlato della sua vicinanza al boss Tommaso Cannella, cugino di Mercadante, mentre il collaboratore Antonino Giuffrè raccontò di essersi rivolto al medico, su indicazione dello stesso Provenzano, per fare eseguire alcuni esami clinici al latitante agrigentino Ignazio Ribisi.
L’accusa ha sostenuto che Mercadante è stato votato alle Regionali del 2001 grazie al benestare di Cosa nostra, “lei non ha idea di come lo stiamo portando”, diceva Salvatore Alfano, appartenente al mandamento della Noce e in seguito arrestato. “… Tutta Via Noce, guardi … non c’è nessuno che alzi un dito contro Giovanni Mercadante…”. In cambio, ovviamente, di una serie di favori.
Durante il processo erano stati inoltre esaminati i contatti fra il primario della radiologia e il prof. Leoluca Di Miceli, uno dei cassieri di Riina e Provenzano arrestato per associazione mafiosa, al fine di fissare alcuni incontri fra il medico e la famiglia del latitante Provenzano al Maurizio Ascoli.