Autore: redazione Caso Nisman, appello alla stampa degli argentini in Italia: “Non state lavorando per la verità” da: controlacrisi.org

Appello alla stampa italiana
Il Grupo de argentinos en Italia por la memoria, verdad y justicia vuole esprimere la propria preoccupazione per i tentativi di destabilizzazione che si ripetono in Argentina. Da quando alcuni gruppi di potere hanno capito che attraverso le urne sarebbero stati nuovamente sconfitti, si sono dedicati a creare instabilità economica, caos nelle istituzioni e frammentazione sociale. Chiediamo ai giornalisti e ai media italiani di non fomentare questo clima di delegittimazione.

Ricalcare e fare l’eco ai grandi gruppi monopolistici che controllano l’informazione in Argentina significa anche ostacolare i processi in atto in America Latina e mettere a rischio la democrazia. Le vicende intorno al presunto suicidio del procuratore Alberto Nisman non dovrebbero trasformarsi in un’altra occasione per indebolire le istituzioni democratiche. La superficialità e l’inconsistenza degli argomenti con cui i media riferiscono i fatti non sono solo parole, possono recare un reale danno all’insieme della società argentina. Siamo consapevoli che molti paesi dell’America Latina sono bersagliati perché non seguono i dettami del razionalismo economico neoliberista. Ma siamo anche convinti che il processo di globalizzazione deve contribuire all’accettazione della diversità, più che all’imposizione di un modello unico. Invece, questo “laboratorio latinoamericano”, che rifiuta le imposizioni dei mercati e della finanza internazionale, non è promosso come una nuova prospettiva per la costruzione di una società con più spazio per i diritti umani e sociali.

Di recente il cadavere del procuratore generale Alberto Nisman è stato utilizzato come un arma politica. Da quando domenica 18 gennaio fu ritrovato nella sua abitazione con un colpo alla tempia i più potenti media argentini hanno seminato ombra su ombra per screditare la presidente Cristina Kirchner. Il procuratore, che accusava la presidente di voler insabbiare il processo per la bomba alla mutua israelitica AMIA, avvenuto a Buenos Aires nel lontano 1994, morì un giorno prima della presentazione della denuncia. La discussione sui fatti, cioè sulle accuse e le prove del procuratore sono passate a secondo piano, anzi non se ne parla proprio, anche perché si sono dimostrate confuse e prive di fondamenti.

Destabilizzare. Chi tenta in questo modo di rovesciare il corso della politica argentina non ha il consenso popolare. Tutti i sondaggi indicano che per i comizi nazionali che si terranno ad ottobre l’opposizione sarà nuovamente sconfitta. La Kirchner sarebbe stata riconfermata, ma dopo due mandati non si può presentare. Questi gruppi di potere non hanno il consenso ma dispongono di molti mezzi, la parola d’ordine è allora destabilizzare, seminare il caos per evitare l’inevitabile. Perfino una comitiva di procuratori ha indetto una manifestazione per il 18 febbraio per ricordare Nisman. Anche se la magistratura e tutte le prove della scientifica continuano a confermare che si sarebbe trattato di un suicidio, i procuratori manifestano contro “l’uccisione” di un loro collega. Purtroppo i tentativi di destabilizzazione non sono una novità per l’America Latina, tanto per fare un esempio, quando nel 1973 Salvador Allende è stato deposto dal generale Augusto Pinochet mancavano pochi mesi alle nuove elezioni e tutte le previsione assegnavano una contundente vittoria al presidente socialista.

In ogni modo e al di là dell’accavallarsi delle versioni, in quest’ultima vicenda risulta chiara l’ingerenza di un intreccio tra servizi segreti argentini, israeliani e nordamericani. Da dietro le quinte l’intelligence ha manovrato alcuni soggetti, forse anche lo stesso procuratore Nisman, usandoli come pedine della geopolitica globale. La magistratura argentina è tradizionalmente molto legata ai servizi segreti locali. Su questo legame si cerca di fare luce in questi giorni. Il conflitto sociale non era mai arrivato in questi ultimi anni a disaggregare così tanto la società. È vero che il governo Kirchner è stato colpito da questa vicenda, ma superato il primo impatto la risposta è stata decisa: il giorno dopo la morte di Nisman ha reso pubblica la denuncia che avrebbe presentato, poi ha sciolto i servizi di sicurezza e proposto una loro radicale riforma, che è già in discussione in parlamento.

Golpe. Un duro golpe economico era stato inflitto all’Argentina quando una sentenza della magistratura degli Stati Uniti ha deciso che la rinegoziazione del debito, dopo il default del 2001, non era valida. Questo accordo sovrano era privo di valore perché il parere del giudice Thomas Griesa, secondo le norme finanziarie che guidano la globalizzazione, è più legittimo che la volontà di una nazione. Il golpe economico non è stato ancora risolto, ma l’onda mediatica che cavalcò gli interessi della lobby finanziaria generò panico nella società e sfiducia nei partner dell’Argentina.

A gennaio del 2014 l’Argentina ha subito un altro golpe economico, un attacco speculativo sulla propria moneta. L’operazione voleva provocare la svalutazione del peso incoraggiando l’inflazione. Questa manovra si è aggiunta al boicottaggio dei produttori di cereali che hanno immagazzinato la produzione in attesa di un cambio col dollaro più favorevole. Nell’epoca della realtà virtuale forse non sono più necessari i carri armati per fare un colpo di Stato. Quando alla concentrazione economica si aggiunge quella mediatica l’assedio finisce per avere ragione.

Oggi l’America Latina che non è allineata nel neoliberismo subisce questi attacchi. Non è facile frazionare i monopoli dei media, la scorsa settimana il gruppo Clarin, il più grande di America Latina, è stato beneficiato da nuove misure cautelari che rimandano l’applicazione della Ley de medios. La norma, approvata a larga maggioranza da entrambe le camere nel 2010, vorrebbe democratizzare l’informazione ma è ostacolata da un susseguirsi di sentenze. La morte di Nisman approfondisce una frattura sociale sempre più radicalizzata. O si sta a favore o contro il governo di Cristina Kirchner, come un tempo tra peronisti e antiperonisti, o pro o anti militari. In queste circostanze il ragionamento, quando c’è, è mosso dalla logica di appartenenza. Una logica ottusa che nella storia argentina ha lasciato migliaia di morti ed esuli, quei 30.000
desaparecidos sono il risultato di questa cecità.

Noi del Grupo de argentinos por la memoria, verdad y justicia, in quanto testimoni di questo processo, osserviamo che i media internazionali ed in particolare quelli italiani, scelgono di soffermarsi su aspetti collaterali senza rendere la realtà dei fatti. Questo atteggiamento può recare gravi danni all’Argentina, vogliamo perciò rivolgere un appello alla stampa italiana a lavorare insieme seriamente in difesa della democrazia e delle politiche di allargamento dei diritti umani e sociali che da anni porta avanti l’Argentina.

Grupo de argentinos por la memoria, verdad y justicia.

Caro Pg Ciani ma lei è corente? da: antimafia duemila

ingroia-c-barbagallo-bigdi Antonio Ingroia – 24 gennaio 2015  

L’usurata litania dei discorsi paludati di apertura dell’anno giudiziario sembra interrotta da accenti autocritici. Il Primo Presidente della Cassazione Giorgio Santacroce accusa le toghe di essere corresponsabili della crisi di fiducia dei cittadini verso la magistratura. Ed il Procuratore Generale Gianfranco Ciani denuncia il cedimento di alcuni magistrati inquirenti alle lusinghe della politica. Difficile dare torto ai due vertici della magistratura italiana. Ma bisogna intendersi.

Qual è il modello di magistrato che ingenera sfiducia nei cittadini? Ingenerava più fiducia il magistrato allineato coi potenti, che negava l’esistenza della mafia e poi andava a braccetto coi cugini Salvo, plenipotenziari in Sicilia del gruppo di potere andreottiano?
O invece i cittadini sono affezionati al magistrato fedele al principio costituzionale di eguaglianza, mai forte coi deboli e indulgente coi potenti?
E la sfiducia deriva dai ritardi e dalle diseguaglianze, una colpa che portano sulle proprie spalle, insieme, la politica impunita e la magistratura omologata, oggi sempre più numerosa, purtroppo, perché prodotto dei tempi del Partito Unico del Nazareno.
Ha ragione, poi, il Procuratore Ciani sulla insidiosità delle lusinghe della politica quando si insinuano fra le toghe. Ma una domanda sorge legittima. È proprio certo il Procuratore Ciani di essere stato immune dalle lusinghe della politica quando, di fronte ai tentativi di interferenza di un imputato su un processo in corso (e cioè l’ex Presidente del Senato Nicola Mancino, imputato nel processo «trattativa Stato-mafia»), non vi pose argine informandone tempestivamente la Procura di Palermo che stava indagando e negli anni successivi promosse addirittura azioni disciplinari nei confronti degli stessi magistrati che quel processo stavano portando avanti?
I problemi per la giustizia derivano dai magistrati che hanno fatto e fanno politica, da Oscar Luigi Scalfaro, ad Anna Finocchiaro, a Luciano Violante, e tanti altri ancora? Ovvero da chi ha ristretto gli spazi di autonomia delle toghe, fra l’altro inducendo alcuni magistrati ad entrare in politica lasciando la magistratura proprio per ripristinare spazi di democrazia, giustizia e libertà?

(Dalla prima pagina del quotidiano il Tempo in edicola oggi)

Non sono i mafiosi a volere la morte di Scarpinato da: antimafia duemila

scarpinato-lodatodi Saverio Lodato – 18 settembre 2014

Tornano sempre gli stessi “spettri”, per la semplicissima ragione che lo Stato italiano tutto è tranne che una casa di vetro. Roberto Scarpinato, procuratore generale a Palermo, viene minacciato di morte come già, prima di lui, Nino Di Matteo, Teresa Principato, Domenico Gozzo, e l’elenco si allungherebbe troppo andando indietro nel tempo. La minaccia, in questo caso, arriva per lettera anonima, il postino la deposita sulla sua scrivania, dopo aver superato sbarramenti blindati con chiavi e tessere magnetiche. Non incontra ostacoli. Non incontra semafori rossi. Non incontra “pizzardoni” che gli chiedano dove sta andando. E tutto questo, sia detto per inciso, nel palazzo “più blindato d’Italia”. Il resto è film già visto.
Nessuno sa nulla. Nessuno ha visto nulla. Nessuno sa spiegarsi il come e il perché. Indagano le scientifiche delle varie armi. Indagano la Procura di Palermo e quella di Caltanissetta. Dicono che la lettera sia dettagliatissima. Che l’anonimo scrivano conosce a meraviglia abitudini di vita, percorsi, orari e sistemazioni logistiche dell’alto magistrato. Non contento della sua esibizione, lascia intravedere di seguire in tempo reale le inchieste vecchie e quelle ancora in gestazione, con annessi contenuti, ai quali si sta dedicando il procuratore generale.  Scatta l’allarme istituzionale. I giornali e le televisioni, che ormai per principio sono svogliati rispetto al “caso – Palermo”,  azionano il solito carillon della solita “mafia” che torna a emettere le solite “sentenze di morte”.  E anche questo è film già visto.

Quello che sino al giorno prima restava segretissimo, dopo la letterina depositata sul tavolo da lavoro di Scarpinato (un po’ come se la posta che riceviamo la mattina ci venisse fatta trovare sul comò di casa nostra), ora lo è un po’ meno.
Saltano così fuori i presunti legami del generale Mario Mori con Licio Gelli e con la P.2., con il mondo dell’eversione nera, con il giornale di Mino Pecorelli, di una sua inveterata propensione alle lettere anonime. Insomma si scopre che una gola profonda, nuova di zecca, della quale ormai si conosce l’identità, ci sarebbe andata giù duro nei confronti del carabiniere per anni a capo del il-ritorno-del-principe-art-lodatoRos, il reparto “d’eccellenza” dell’ Arma. Si apprende che sono in arrivo altre carte per il processo  d’appello per la mancata cattura di Bernardo Provenzano, dopo che in primo grado Mori, insieme al colonnello Mauro Obinu, fu assolto dall’accusa d’aver favorito la mafia. Si profila l’eventualità della riapertura dibattimentale del processo. Insomma. Altri grattacapi per il generale Mori.
Tutto vero? Tutto falso? Noi non siamo in grado di rispondere. Materia incandescente, su questo non ci piove, che finirà al vaglio dei giudici. Perché è scontato che questi scenari finiranno diritti nel Processo sulla trattativa Stato-Mafia che è in corso a Palermo e che, per dirla con Falcone, avrà una sua durata e una sua fine. La miscela, come è facile arguire, è esplosiva quanto mefitica.
D’altra parte, quarant’anni palermitani ci hanno insegnato che quando il gioco si fa duro, arrivano le lettere anonime, le talpe, i corvi, le cimici, i computer manomessi, le informazioni rubate, i giuda, e potremmo continuare all’infinito. Rispetto al passato, c’è di nuovo che una volta al mese vengono dati in pasto all’opinione pubblica brandelli di conversazione di Totò Riina con un par suo della Sacra Corona Unità. Riina, Il Rottame Parlante, parla a reti unificate perché qualcuno ne tira maliziosamente i fili, scrivendogli copioni e battute. Cerchiamo di concludere.
Chi è entrato nella stanza di Scarpinato, facendo girare la chiave nella toppa, non è un mafioso. Non è un boss, non è un picciotto. Chi ha scritto la lettera di minacce di morte, non è un boss, non è un picciotto. Chi si occupa delle inchieste di Scarpinato, da esse sentendosi toccato e insidiato, non è un boss, non è un soldato di Cosa Nostra, non è un mammasantissima.
L’Incappucciato che può entrare, non visto, nei Sancta Sanctorum del Potere, appartiene a quello che, da un po’ di tempo in qua, mi permetto di chiamare lo Stato-Mafia, complementare, simbiotico alla Mafia-Stato.
Come faccio a saperlo? A esserne così sicuro?
Ma signori, si capisce.
Solo gli idioti non lo capiscono.
Gli altri, i funzionari in malafede, quelli che aprono le porte con le chiavi d’ordinanza, in ossequio agli “ordini romani”, non fanno una piega. E fanno finta di non capire.

saverio.lodato@virgilio.it

Stato-Mafia, dalle indagini spunta la conferma dei rapporti tra il generale Mori e l’eversione nera Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Nei giorni scorsi il procuratore generale Roberto Scarpinato ha subito una pesante intimidazione. Chi ha scritto e messo sulla sua scrivania una lettera intimidatoria con precisi e puntuali riferimenti alla sua vita privata “suggerisce” al magistrato di “rientrare” nei ranghi e non invadere spazi non suoi. E, soprattutto, le inchieste che l’ex pm del processo Andreotti, da mesi, sta conducendo sui legami tra Stato e Mafia. Il 26 riprende il processo d’appello sulla mancata cattura di Provenzano. Non solo Scarpinato si e’ autoassegnato il processo d’appello per favoreggiamento aggravato all’ex generale del Ros Mario Mori e starebbe conducendo indagini delicate sui legami tra l’ex ufficiale e ambienti legati all’eversione nera.

Indagini che si intrecciano con quelle condotte dalla Procura che ha istruito il processo sulla trattativa Stato-mafia e che potrebbero far rileggere in una luce diversa anche il dibattimento sul presunto patto stretto tra pezzi dello Stato e Cosa nostra in cui Mori e’ imputato e le stragi del ’92 e del ’93.

Tra la Procura Generale e la Procura c’e’ un continuo scambio di carte. Ieri i pm Roberto Tartaglia e Nino Di Matteo hanno depositato nuovi documenti, subito trasmessi al pg, che proverebbero i rapporti di Mori con l’ex Venerabile della P2 Licio Gelli e alcuni terroristi neri. Tra gli atti anche il verbale di interrogatorio di un ex ufficiale del Sid, Mauro Venturi, che negli anni ’70 lavoro’ a stretto contatto col generale. Venturi racconta che Mori, voluto nei Servizi da un uomo vicino a Vito Miceli, gli propose di entrare nella P2. “Mi disse che non era una Loggia come le altre – spiega – e mi invito’ ad andare a casa di Gelli. Alle mie perplessita’ reagi’ dicendomi che quelli del Sid erano garantiti e che sarebbero stati inseriti in liste riservate”. Il testimone sostiene anche che Mori gestiva i contatti con la rivista Op di Mino Pecorelli. Tra le carte depositate anche un verbale di interrogatorio dell’ex giudice istruttore di Brescia Giovanni Tamburino che indago’ sulla cosiddetta Rosa dei Venti, un’organizzazione di estremisti neri ed ex ufficiali, anche del Sid, con appoggi nella massoneria e nell’imprenditoria che progetto’ un golpe tra il 1973 e il 1974. Tamburino interrogo’ un uomo chiave dell’organizzazione, Amos Spiazzi, che gli rivelo’ di avere avuto ordine di attivare la cellula veneta della Rosa dei Venti da un capitano dei carabinieri in forza al Sid. Il giudice chiese la foto di servizio di Mori per mostrarla a Spiazzi e capire se quel capitano fosse lui, ma dopo averla ricevuta, la Cassazione, su istanza dell’allora pm a Roma Claudio Vitalone, gli tolse l’indagine che venne accorpata a quella romana sul golpe Borghese conclusasi poi in un nulla di fatto.

A parlare dei contatti tra l’ex generale e Gelli c’e’ anche un verbale di interrogatorio che una ex fonte del generale, Gianfranco Ghiron, molto vicino all’estrema destra e agli 007 americani, rese al giudice istruttore di Brescia nel 1975. Ghiron racconta di avere presentato a Mori il terrorista nero Amedeo Vecchiotti. E che da lui ricevette un biglietto in cui si annunciava la fuga in Argentina di Gelli. “Avverti Mori – scriveva Vecchiotti che si riferisce all’ex generale col suo nome di copertura di Giancarlo Amici – Dico cio’ perche’ se la partenza di Gelli danneggia mr Vito (il generale Vito Miceli ndr) lo fermino, altrimenti, se e’ meglio che vada, lo lascino andare”.

Lettera di minacce a Scarpinato. Allarme attentato al tribunale da: antimafia duemila

scarpinato-c-barbagallo“Attenzione è pronto un regalo scoppiettante per procuratore Scarpinato e dirigente carabinieri tribunale”

28 maggio 2014
Palermo. Una lettera di minacce al procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato e al dirigente dei carabinieri del tribunale è stata recapitata questo pomeriggio alla redazione dell’ANSA di Palermo. “Attenzione è pronto un regalo scoppiettante per procuratore Scarpinato e dirigente carabinieri tribunale”, si legge nella missiva firmata P.R.A., sigla finora sconosciuta.

Aggiornamento
Nuovo allarme al palazzo di giustizia di Palermo: alcuni confidenti hanno riferito di un progetto di attentato al tribunale del capoluogo siciliano. La notizia è stata confermata in ambienti giudiziari. Il Comitato provinciale per l’ordine pubblico si è riunito oggi d’urgenza per discutere l’adozione di nuove misure di sicurezza.

ANSA