Prima guerra mondiale, cent’anni dopo il nodo è sempre lo stesso: il capitalismo. Intervento di Domenico Moro Autore: domenico moro da : controlacrisi.org

Quest’anno cade il centenario della Prima guerra mondiale, iniziata con la firma della dichiarazione di guerra da parte dell’Imperatore d’Austria Francesco Giuseppe il 28 luglio 1914. Per la prima volta nella storia e dopo cento anni di pace relativa, tutte le maggiori potenze furono coinvolte in una guerra di carattere mondiale. Il grado di violenza, le sofferenze dei combattenti e il costo in vite umane (16 milioni di morti, 650mila quelli italiani) furono senza precedenti. Gli equilibri politici e sociali furono stravolti, producendo eventi rivoluzionari come l’Ottobre sovietico. Alla fine l’Europa ne uscì stremata e con in grembo il frutto avvelenato del fascismo, che portò alla Seconda Guerra mondiale, un ancor più drammatico “secondo tempo” della Prima Guerra Mondiale.

Per queste ragioni la “Grande Guerra”, come fu chiamata dai contemporanei, rimane impressa nella psicologia collettiva ancora oggi, come è testimoniato dall’uscita recente di decine di pubblicazioni e dall’attenzione dei media, che gli dedicano trasmissioni Tv e articoli sui quotidiani. A questo si aggiunge la coincidenza tra il centenario e lo scoppio di nuove guerre non solo nel martoriato Medio Oriente ma anche nel cuore stesso dell’Europa, in Ucraina, all’interno di un contesto internazionale di sempre più diffuso caos, che induce a stabilire analogie tra quanto accade ora e quanto accadde allora. È possibile, però, parlare di analogie e, se sì, in che misura e a quale riguardo?

In genere, le ricostruzioni delle cause della Prima Guerra Mondiale tendono a mostrare lo scoppio della guerra come un evento nel quale le cancellerie europee furono tutte trascinate quasi loro malgrado, come in una sorta di effetto domino, senza aver previsto la portata di quel che sarebbe accaduto. Esemplificativo di questo atteggiamento è quanto scritto da Gianni Toniolo sul Sole24ore del 27 luglio: <<Alla guerra si arrivò con una successione di piccoli passi muovendosi con la metafora di Clarke come sonnambuli. (…) Colpe di omissione, indifferenza, scarsa lucidità nel valutare le conseguenze di lungo periodo di decisioni apparentemente poco rilevanti si distribuiscono tra le élites di tutti i paesi coinvolti. Se il 28 luglio impone una riflessione essa riguarda innanzi tutto la necessità di guardare oltre l’immediato nell’affrontare le crisi, apparentemente poco correlate di un mondo nuovamente multipolare, siano esse nel mar della Cina, nel Medio Oriente, ai confini orientali della dell’Ucraina.>>.

Per la verità, lo scoppio della Grande Guerra e le sue dimensioni non furono del tutto inattese. Con incredibile preveggenza così scrisse Friedrich Engels già nel 1886 a proposito dei contrasti tra potenze europee: <<In breve, c’è un grande caos e un unico risultato sicuro: un massacro di massa di un’ampiezza sinora mai vista, l’Europa stremata ad un punto mai visto, infine il crollo di tutto il vecchio sistema…la cosa migliore sarebbe una rivoluzione russa.>> Comunque, c’è da dire che le cause di una guerra globale stavano maturando già da decenni. Esse dipendevano dalla crisi del modo di produzione capitalistico, che aveva dato luogo al fenomeno dell’imperialismo e alla lotta sempre più accesa tra le maggiori potenze capitalistiche per la conquista di mercati di sbocco di merci e capitali e per il controllo delle fonti delle materie prime.
In particolare, l’egemonia britannica, che a partire dalla fine delle guerre napoleoniche aveva garantito la pace attraverso il “concerto europeo”, stava venendo meno per la decadenza dell’economia britannica a favore di nuove potenze industriali.

Tra il 1870 e il 1880 gli Usa e la Germania passarono rispettivamente, fra i Paesi industriali, al primo e al secondo posto superando la Gran Bretagna e la Francia. Però, mentre la Gran Bretagna e la Francia disponevano di vasti imperi coloniali e gli Usa di un mercato domestico colossale, la Germania, di piccole dimensioni e priva di colonie, aveva bisogno di assicurarsi un mercato di sbocco alle sue merci, a rischio di veder scoppiare la contraddizione fra le enormi potenzialità della sua industria e le possibilità di smercio. Un’identica competizione si era sviluppata per il controllo del petrolio, in particolare di quello della Mesopotamia, allora sotto il controllo turco e ora coincidente con l’attuale Iraq. Qui la Gran Bretagna proprio nel marzo del 1914 bloccò il progetto della Germania che, attraverso la costruzione di una ferrovia tra Costantinopoli e Bagdad, mirava ad ottenere dal governo ottomano i diritti di estrazione petrolifera. Quindi, la Prima Guerra Mondiale fu tutt’altro che il risultato della improvvida superficialità dei governi europei, bensì il necessario sbocco della crisi strutturale del modo di produzione capitalistico e la consapevole resa dei conti tra Stati imperialisti a fronte della crisi della potenza egemone.

Su questa base non viene molto difficile individuare alcune analogie con la fase attuale. Anche oggi siamo di fronte ad una crisi del capitalismo di dimensioni inusitate che non trova soluzioni e che si manifesta successivamente ad una seconda e più forte globalizzazione. Anche oggi siamo dinanzi alla crisi d’egemonia della potenza egemone statunitense e ad una situazione di caos internazionale. Si prevede che nel giro di pochi anni il prodotto interno della Cina sopravanzerà quello degli Usa. Intanto, nel 2013 fra le prime dieci multinazionali se ne contavano quattro di Paesi “emergenti”, una cinese, due russe (Gazprom che è al primo posto) e una brasiliana, mentre nel 2004 ce n’era una sola. La crisi degli Usa, però, presenta delle differenze importanti con quella della Gran Bretagna.

La Gran Bretagna poteva compensare il proprio debito del commercio estero e statale con lo sfruttamento dell’India, mantenendo in questo modo la stabilità e l’egemonia della sterlina. Al contrario, gli Usa non hanno alcuna colonia che possa assolvere alla stessa funzione e per finanziare i propri deficit devono poter mantenere il dollaro come valuta mondiale, in modo da attrarre dall’estero i capitali che gli necessitano. Visto che il dollaro rimane moneta mondiale solamente nella misura in cui viene utilizzata per le transazioni delle materie prime ed in particolare del petrolio, gli Usa non possono permettersi di perdere il controllo delle fonti energetiche e indirettamente dei propri concorrenti. Fonti energetiche vuol dire soprattutto Medio Oriente, dove sono le maggiori riserve mondiali e da cui importano la maggior parte del loro fabbisogno l’Europa, il Giappone e la Cina stessa.

Il declino e la fragilità delle basi della loro egemonia portano gli Usa, e le altre potenze in difficoltà come la Francia e la Gran Bretagna, ad assumere comportamenti sempre più aggressivi. Le guerre di Bush in Iraq e in Afghanistan rientravano in una strategia di attacco mirante a ristabilire l’egemonia Usa. La difficoltà nella gestione degli interventi diretti ha condotto l’amministrazione Obama a scegliere una strategia basata su un mix di incursioni soprattutto aeree e guerre per procura, come si è visto in Pakistan-Afghanistan, Libia, Siria e quest’anno in Ucraina. L’obiettivo non è quello di acquisire il controllo di nuovi territori, ma quello di logorare gli Stati considerati pericolosi, istigando il conflitto tra i suoi alleati e portando la guerra fino ai suoi confini, come nel caso della Russia. Le divisioni sociali, religiose ed etnico-linguistiche sono le leve utilizzate a questo scopo. Il risultato è una situazione di instabilità e caos crescente a livello internazionale.

L’escalation degli ultimi mesi non solo in Ucraina, ma anche in Iraq – dove il ruolo degli Usa è quanto meno ambiguo – e a Gaza non è estranea ad alcuni fatti nuovi che rendono più oscure le prospettive dell’imperialismo occidentale a guida Usa. A giugno la russa Rosnet ha siglato con la Cina un contratto venticinquennale di fornitura di petrolio per 600 mila barili al giorno, il doppio di quanto viene fornito oggi, e Putin non esclude di salire a 900 mila barili. Nel mese in corso, inoltre, la Cina ha mosso i primi passi per rendere convertibile lo yuan renminbi, preparandone così l’ascesa a valuta internazionale di riserva e di scambio. Infine, la Cina, insieme alla Russia e agli altri Paesi del Brics, ha annunciato la costituzione di una banca di sviluppo mondiale per finanziare progetti di sviluppo a Paesi emergenti. Tutto questo minaccia il controllo dell’imperialismo occidentale sui flussi finanziari e delle materie prime energetiche.

È molto difficile fare previsioni o delineare scenari, valutando se esiste la possibilità che le tensioni che si vanno accumulando possano sfociare in una guerra globale e dispiegata tra grandi potenze. Esistono molte variabili da considerare (tra le quali il ruolo della Germania) e non è compito di questo articolo farlo. Il punto da considerare è che anche noi siamo già in guerra. L’Italia negli ultimi anni è stata impegnata in Iraq, in Afghanistan e in Liba e rischia, per il ruolo internazionale che la sua classe dirigente ha deciso di assumere, di essere coinvolta sempre di più nell’escalation bellica. È a questo proposito che l’esperienza storica della socialdemocrazia dinanzi alla prima guerra mondiale dovrebbe essere di ammaestramento. Nonostante le previsioni di Engels, l’impegno eroico di leader come Rosa Luxemburg, Karl Liebknecht e Jean Jaurés, assassinato da un nazionalista il 31 luglio 1914, e l’impegno della II Internazionale dei lavoratori al congresso del 1912 di lottare contro la guerra, i maggiori partiti socialisti, soprattutto quelli tedesco e francese, si accodarono ai rispettivi imperialismi.

Solo una minoranza rimase salda sulle posizioni dell’Internazionale, in particolare la componente bolscevica della socialdemocrazia russa, che riuscì addirittura a trasformare il disastro della guerra in punto di partenza per la costruzione del primo vero tentativo di stato socialista della Storia. La lotta contro la pace non è un fatto solo etico o morale, come pure è giusto che sia, ma deve tradursi in termini politici e sociali. La lotta per la pace non può che essere una lotta contro l’imperialismo e, in primo luogo, contro il proprio imperialismo e per un modello di società alternativo a quello capitalistico.

La Grande Guerra, raccontata da Cacciari, Manfellotto, De Luna…Autore: Alba Vastano da: controlacrisi.org

“La Grande Guerra-Raccontarla cent’anni dopo per capire l’Europa di oggi”. Un progetto del gruppo editoriale L’Espresso, per offrire ai lettori la possibilità di far rivivere la storia del vecchio continente. Lettura propedeutica a capire cosa sta succedendo oggi in questa quinta porzione di mondo. Perché siamo europei sì, siamo europei, ma deprivati dell’orgoglio di esserlo da una guerra senza trincee, che si combatte a colpi di “bund” e di “spread”. L’occasione della pubblicazione é il centenario della prima guerra mondiale. In Europa, nell’ultimo secolo, c’é stato un alternarsi di guerre sconvolgenti, in contrapposizione a periodi di benessere e di splendori, come l’esaltante “ belle epoque” degli albori dell’era moderna. Ma cosa unisce la storia di oggi a quel periodo, quale il parallelo fra l’Europa del 1914 e quella di oggi? Quali le vicissitudini storiche che mettono a confronto l’inizio e la fine secolo fino ai giorni nostri? E ne evidenziano gli stessi prodromi che anche oggi potrebbero sfociare in una guerra mondiale? La lettura del libro “La grande guerra” ci offre notevoli spunti di riflessione sulle domande cardine appena citate. Lettura di grande fruibilità che conduce attraverso un’escalation cronologica dei fatti, interfacciata da riflessioni ad hoc per capire le dinamiche, gli eventi, i risvolti storici e le conseguenze, fino ad oggi.

Dalla presentazione di Manfellotto, alla prefazione di Goldkorn e Lindner, all’introduzione di De Luna si entra nel vivo del testo con “Accadde a Sarajevo”. Era il 27 giugno 1914 e quel Gavrilo Princip, a soli 19 anni stava meditando di cambiare la storia. La leggenda racconta che quel pomeriggio si trovasse su una panchina di un parco di Sarajevo e che subì il rifiuto di un bacio dalla bella Jelena Milesic, simpatizzante dei movimenti filo serbi. Andò su tutte le furie il giovane e l’ira lo portò ad un’incontenibile rabbia, tanto che avrebbe ordito di “sparare anche a Dio”. Ma è solo una delle storie (questa raccontata da Ljubica, amica di Jelena, quando venne intervistata a 97 anni da dal giornalista De Voss autore di “Searching for Gavrilo”) sull’origine dell’attentato del 28 giugno, quando a Sarajevo furono assassinati Francesco Ferdinando, erede al trono della monarchia austro-ungarica e sua moglie Sofia Chotek .La realtà fu ben diversa. Quella mattina era l’inizio di una bella giornata di sole a Sarajevo e un commando suicida di sette uomini erano pronti a far fuori l’erede al trono. A tutti era stato dato del cianuro per l’obbligatorio e conseguente suicidio, ma sembra che poi il veleno fosse scaduto lasciando alla storia le prove dell’atto terroristico portato a termine per mano del giovane Gavrilo Princip. Il processo iniziò cento giorni dopo, il 12 ottobre del 1914 e alle domande del giudice procuratore, Aloisius Corinaldi l’omicida dichiarò “Non sono un criminale, ho eliminato colui che rappresenta il Male. Penso di essere buono. Sono un nazionalista jugoslavo. Sostengo l’unione di tutti gli jugoslavi, in una forma di stato liberato dall’Austria”. Ed é il filososfo Massimo Cacciari, intervistato da Goldkorn e da Lindner, a chiudere il primo capitolo dell’opera offrendo al lettore pillole di meditazione sull’Europa odierna a confronto con quella di ieri. “Nell’Ottocento vi è stato un fenomeno di nazionalizzazione delle masse che si organizzano e diventano protagoniste sulla base di alcune idee forza…. Le masse oggi sono moltitudine, una serie di individui non organizzati. L’ideologia dominante non é articolata attorno a idee guida forti. Oggi la parola d’ordine é “padrone a casa propria”. A questo pensa il 50 per cento dei cittadini che non vogliono più l’euro. Rappresentano l’opposto delle idee internazionali, cosmopolite e rivoluzionarie La moltitudine oggi é una massa liquida, dispersa”.

Nel secondo capitolo del libro gli autori fanno un excursus storico del 900, a partire dall’età aurea della belle epoque parigina. È la storia stessa a glorificare quel periodo e documenti e manuali storici non ne smentiscono” La grandeur”. Delle grandi città Parigi era la piu’ seducente-ricorda Arosio- quella che dava il tono nelle arti, nella moda, nella gastronomia e nella vita notturna. A Parigi gli anziani giocavano a croquet al Jardin de Luxembourg e i giovani bohemiens si stordivano d’assenzio nei caffé. E l’enfasi del vacuo e del bello, ma anche dell’art nuoveau, si diffonde nelle metropoli europee così “l’Europa usa al meglio trent’anni di non belligeranza”. Ed é l’atmosfera berlinese del primo novecento quello descritta da Vastano, Una guida Popolare dell’epoca “Berlin fur kenner, parla della città più gloriosa del mondo, ma anche fra le più ricche. Le banche possono vantare “risparmi per 362 milioni” e la capitale tedesca attira già dal primo novecento un milione di turisti l’anno. Ma stranamente sui giornali si legge che “a Berlino l’aria sa di polvere da sparo”. In strada borghesi, studenti e operai dovevano cedere il passo alle uniformi di Sua maesta’. Il “criterio principe era accentrato sull’uniforme e sull’ubbidienza che già la diceva lunga sugli anni a venire. E guerra fu. Belle le pagine dedicate da Vastano a Rosa Luxemburg, “donna piccola,fragile e dall’apparenza malaticcia, ma con un volto nobile e occhi bellissimi che irradiavano intelligenza” così la descive Lev Trockij, che la frequentò nei vari congressi dei socialisti. “Il passaggio al socialismo-scrive la Luxembourg in un suo libro- non é indolore, né automatico, ma può scaturire solo dal colpo del martello della rivoluzione, cioè dalla conquista del potere politico da parte del proletariato”. Di lei, del suo pensiero oggi cosa rimane?.Resta valido il messaggio umanista, internazionalista, antimilitarista_-scrive Vastano- Paradosso della storia, visto che lei ci teneva tanto alla distinzione tra proletariato e borghesia e diffidava dei discorsi umanisti e generici che non esprimessero il punto di vista di classe.

Un terzo capitolo ricco di spunti di riflessione, tutto italiano, nasce dalle belle penne dei giornalisti Di Caro, Rossini, Damilano e Berta. “Le due Italie” sul dilemma infinito fra pacifisti e interventisti, contraddizione molto moderna. Tutto ha inizio con la guerra di Libia (1911). Guerra che piaceva molto ai nazionalisti che la inseguivano da molto tempo. C’era dentro la finanza con i colossali investimenti di capitali laici e cattolici in Libia del Banco di Roma. Capitali messi in pericolo dall’espansionismo economico della Turchia in quelle terre. L’entusiasmo guerresco contagia popolo e classe dirigente “Tripoli bel suol d’amore, terra incantata, sarà italiana al rombo del cannon!” canta Gea della Garisenda, sull’eco del tuono della voce di Gabriele D’Annunzio che celebra l’impresa In “Canzoni delle gesta d’oltremare, contro “L’Italietta meschina e pacifista”.
“Ecco le donne”, quarto capitolo dell’opera non poteva che essere degnamente scritto da due penne “rosa” quelle di Stefania Rossini e Arianna Di Genova. Nel 1915, accanto ai soldati italiani che vanno verso le trincee, si forma un altro esercito composto da milioni di donne di ogni età, di ogni ceto sociale, di ogni religione, Lo dovranno fare anche per salvare la forza lavoro italiana rimasta scoperta dal reclutamento in guerra dei loro uomini. Chi non si può occupare a tempo pieno di un’attività lavorativa, farà volontariato a tempo libero. È una svolta storica nel mondo dell’emancipazione femminile. le donne non si occuperanno più solo del focolare domestico, ma entreranno a far parte di quel mondo da cui erano sempre state escluse dal dominio maschilista. E lo faranno con l’umanità e la passione di cui solo l’animo femminile é capace.
Termina l’antologia con il quinto capitolo dedicato al secolo americano che si apre con un’immagine del 1901 di un giacimento petrolifero nel Texas. L’oro nero “il petrolio superstar” sarà una delle principali armi di successo degli Usa, che avrà grandi riflessi nell’economia europea.
Quali i messaggi che vuole dare al lettore questa ricca antologia dedicata al centenario della grande Guerra? Soprattutto rendere comprensibile cosa sta succedendo oggi nel nostro continente, rivisitando le tappe più importanti dell’Europa di un secolo fa. Nella presentazione dell’opera è espresso un gemellaggio che appalesa le somiglianze nelle due temporaneità “Oggi come allora le cancellerie d’Europa, i leader sonnambuli sembrano incapaci di aggredire la crisi. L’asse franco tedesco condiziona l’Europa sia nei momenti di massima sintonia, sia in quelli in cui il fronte s’incrina, ovviamente quando le spinte nazionaliste si fanno più forti. Allora soffiarono i venti di guerra, oggi ci si combatte a colpi di bund e di spread, ma a differenza di allora, in un mondo globalizzato nessuno vince e tutti perdono..” E si potrebbe anche concludere che la storia insegna sì, ma non ci dà risposte fulminee. E che i ricorsi storici sono solo indicativi, perché ogni epoca presenta problemi diversi e diversificati le cui soluzioni non sono solo da imputare al fato maligno o benigno, ma per lo più alla permanente partecipazione di massa e a tutte le risorse di cui una nazione dispone.
Alba Vastano

Un ricordo di Tom Benettollo a dieci anni dalla prematura scomparsa Autore: Alessio Di Florio da: controlacrisi.org

Il 2014 è l’anno di una ricorrenza storica tra le più importanti: esattamente cent’anni scoppiava la Prima Guerra Mondiale, la “Grande Guerra” che diede l’avvio alle disumanità e alle atrocità del Novecento. L’inutile strage avviò la stagione perenne delle “guerre moderne”, quelle dove oltre il 90% delle vittime sono civili, dove intere città vengono bombardate e i massacri sono continui. Iniziò una scia di sangue, morte, devastazione che non è mai più finita. Apparentemente inarrestabile. Ma proprio dalle trincee di quella Guerra, dalle atrocità di quegli anni, nacque la consapevolezza – crescente sempre più nei decenni – che o l’umanità prima o poi porrà fine alle guerre o le guerre porranno fine prima o poi all’umanità. Mentre gli eserciti continuavano a marciare e bombardare e la teoria bellica di Von Clauzewitz ad essere costantemente applicata, gli animi più nobili e appassionati si sono incontrati e hanno cominciato a lavorare costantemente perché il giorno in cui la guerrà sarà tabù possa giungere. Mentre la disumanità si spingeva sempre più oltre nelle sue atrocità, l’umanità tentava di riannodare i suoi fili.Scrisse alcuni anni fa Marco Revelli che “decine, forse centinaia di migliaia di donne e di uomini sono al lavoro, negli interstizi del disordine globale, per riannodare i nodi, ricucire le lacerazioni, elaborare il male” ed ovunque nel mondo “nel cuore di Kabul come nelle banlieux di Parigi, o negli slum di New York o di Londra, tra le macerie di Grozny e la polvere di Mogadiscio” sono essi “l’unico embrione, fragile, esposto, di uno spazio pubblico non avvelenato o devastato nella città planetaria”. Dieci anni fa uno di questi “embrioni”, tra i più attivi, appassionati, lungimiranti, ebbe un malore durante un incontro a Roma convocato da Il Manifesto: il 20 Giugno 2004 lasciava prematuramente questa terra il Presidente Nazionale dell’Arci Tom Benetollo. Lo ricordo ancora, durante quella che è tragicamente diventata la sua ultima Marcia Perugia-Assisi, quando apparve davanti alle telecamere del tg3, bandiera della Pace sulle spalle. La giornalista sembrava scomparire davanti alla mole di quel gigante apparso improvvisamente all’orizzonte.

Ma la vera mole di Tom Benetollo non era quella fisica, era quella morale, era quella dell’impegno. Quella bandiera caricata sulle spalle è la plastica rappresentazione di tutta una vita dedicata alla politica e all’impegno civile. Senza mai cercare inutili riflettori e passerelle, senza chiasso e rumore. “Il tempo del cambiamento è ora” e lui quel tempo lo costruiva quotidianamente. Le parole di Revelli descrivono perfettamente la sua storia. Una storia che lo ha portato ad essere punto di riferimento dell’arcipelago pacifista e della sinistra, da Comiso alla ex Jugoslavia, da Genova ai Social Forum e al “popolo della bandiere della Pace” contro la guerra in Iraq, passando per la nascita del Forum del Terzo Settore, di Banca Etica e di tantissime altre reti, realtà, comunità, iniziative culturali e sociali nelle quali ancora oggi l’Arci è in prima linea. Scrisse ad un’amico dell’Arci in una lettera “In questa notte scura, qualcuno di noi, nel suo piccolo, è come quei “lampadieri” che, camminando innanzi, tengono la pertica rivolta all’indietro, appoggiata sulla spalla, con il lume in cima. Così il lampadiere vede poco davanti a sé, ma consente ai viaggiatori di camminare più sicuri. Qualcuno ci prova. Non per eroismo o per narcisismo, ma per sentirsi dalla parte buona della vita…” Quella notte scura lui la visse nella ex Jugoslavia martoriata dalla guerra civile, costruendo dal basso quel che le grandi cancellerie europee e di tutto l’Occidente non sapevano (o non volevano) fare. Soccorrendo la popolazione civile, facendo da scudi umani alla popolazione inerme (son quelli gli anni del sacrificio di Gabriele Moreno Locatelli, della Marcia dei 500 a Sarajevo), costruendo ponti di pace, solidarietà ed umanità. Subito prima di dire “scusate compagni, non mi sento bene…” e di subire il malore che si stava preparando a strapparcelo via stava ricordando proprio quegli anni, gli Anni Ottanta di Comiso e gli Anni Novanta del pacifismo impegnato della ex Jugoslavia, rivendicando il valore di quell’impegno che coinvolse una generazione che poi si ritrovò sulle strade di Genova e di tutto il mondo contro il capitalismo, le guerre, sui percorsi di “un altro mondo possibile”. E Tom Benetollo fu uno dei “lampadieri” più importanti da presidente dell’Arci, orgoglioso degli oltre 5000 circoli e almeno 1 milione e 100mila soci impegnati in mille vertenze, iniziative, movimenti, reti.

I giorni precedenti il decimo anniversario della scomparsa di Tom Benetollo sono iniziati con l’elezione della nuova Presidenza Nazionale dell’Arci. E’ l’omaggio più appassionato e intenso, più vero che gli si possa fare: proseguire il cammino e l’impegno civile, sociale, politico sul quale lui ci ha preceduto. La sua morte, le sue parole mai finite, sono forse, chissà, un segno del destino. Un cammino interrotto improvvisamente, come a indicarci a tutti che tocca a noi continuarlo. E’ una sfida importante per la sinistra come per il pacifismo, per gli amici della nonviolenza come per il popolo della solidarietà.