Scuola, il feticcio della meritocrazia. Intervista a Carmelo Albanese Autore: alba vastano da: controlacrisi.org

“Chi vuole bene all’Italia vuole bene alla scuola. Renderla più giusta e più rispettata è il nostro obiettivo. Lo facciamo insieme? Dal 15 settembre al 15 Novembre andremo scuola per scuola, aula per aula a raccogliere le vostre opinioni. Scriveteci, criticateci, dite la vostra. Coinvolgetevi” (Matteo Renzi). E noi lo facciamo, Presidente Renzi. Le scriviamo per dirle che la sua forma di “pinocchite” acuta ci sta stretta e per dirle che la sua “buona scuola” in effetti è quella fondata sull’inesistente paradigma della meritocrazia. Un’invenzione per premiare il demerito e annientare il pensiero critico e la cultura. Nel saggio di Carmelo Albanese “Il feticcio della meritocrazia”(ed.Manifesto libri), l’antidoto contro il falso merito. L’autore nel corso dell’intervista spiega perché la meritocrazia è un’invenzioneNella scuola italiana il duo Renzi-Giannini ha confermato il sistema premiale basato sulla meritocrazia. Sistema che, come saggiamente spiegato nel tuo libro “Il feticcio della meritocrazia”, è pura invenzione e veicolo di corruzione. Come spiegare che il sistema basato sul merito, come accade per l’Invalsi, è fallimentare?

Tutti i governi della Repubblica che si sono avvicendati da trent’anni a questa parte, hanno scientemente perseguito l’obiettivo di smantellare tutto ciò che nella scuola pubblica funzionava. Ridurla in brandelli. Estirpare pervicacemente da questa, qualsiasi permanenza di senso fino a deturparla e privarla della sua funzione. E’ infatti noto che una popolazione istruita, una nazione istruita è il più grande pericolo per chiunque persegua lo scopo di annichilirla nei soprusi di potere e di continuare a godere di privilegi insopportabili, sfruttando la disponibilità dei molti alla sottomissione, che è figlia unica dell’ignoranza. Lungo questa via si arriva alla parolina magica “meritocrazia”. La “meritocrazia” non esiste. E’ parola priva di fondamento. Significante privo di significato. Ho ampiamente dimostrato ciò nel saggio cui tu ti riferisci e che questi signori che misurano il “merito” degli altri, avrebbero dovuto quantomeno leggere (dovrebbe essere questo il loro mestiere!), per poterlo confutare e continuare a percepire senza scandalo, lo stipendio che attualmente percepiscono ingiustificatamente, inseguendo ciò che non esiste in complicate e costosissime commissioni, create con il solo scopo di far proliferare gli istituti privati. Invece non lo hanno letto, meno che mai confutato (e come potrebbero farlo!), dunque li boccio senza appello. Sono asini patentati che giocano a non esserlo in questi scenografici e bizzarri meccanismi che hanno inventato. Fatti e tenuti in piedi da cravatte, potere, servilismo e provvedimenti disciplinari per chi non si allinea. Tutte cose che con la trasmissione del sapere non c’entrano evidentemente nulla e c’entrano molto invece, con una restaurazione delle aristocrazie sociali in un clima di moderna dittatura bianca. Gli insegnanti dovrebbero incentivare negli studenti, prima di tutto il dubbio, la critica; stimolare la capacità degli allievi di porre domande; promuovere la libertà e la tranquillità come condizioni fondamentali affinché il sapere venga trasmesso, affinché possa esserci in loro, l’attitudine all’ascolto e all’osservazione; dimensioni fondamentali alla crescita culturale e riflessiva di chiunque. Immagina se Euclide, o Socrate, o Platone avessero dovuto essere valutati nel loro insegnamento da una truppa di illustri burocrati del nulla. Il loro pensiero sarebbe stato sottomesso alle griglie dei valutatori con conseguenze che ti lascio immaginare. La “meritocrazia” , che d’ora in poi nel corso dell’intervista chiamerò con un altro nome, più reale, ad esempio “meritoillusione”, per non avvalorare la liturgia della parola che la tiene in piedi, crea solo un’infinità di paradossi come tutti i concetti religiosi che non hanno riscontro nella realtà umana. Comporta inoltre la necessità potenzialmente infinita di giudici del merito e in questo modo genera sistematicamente potere e corruzione.

Le prove Invalsi confermerebbero tutta l’infondatezza del merito? Ovvero, i test che vengono somministrati (parola guarda caso che rimanda ai sacramenti) è oggettivo che nulla abbiano a che vedere con i programmi scolastici e con la trasmissione dei saperi, poiché (e basta divertirsi un po’ a leggerli) sono basati su logica astrusa. La domanda appropriata che ti rivolgo è “ A che serve una prova del genere se non è possibile, per logica, provare che esiste un rapporto preciso di causa –effetto tra insegnamento e risultati? Il risultato infatti, come ben descritto nel tuo saggio, è soggetto a diverse variabili

L’idea che un plotone (e dico plotone perché si tratta di una realtà più simile all’ambito militare che non a quello dell’istruzione) di illustri sconosciuti, pretenda con delle domande di logica, astrusa o meno che sia, di valutare il livello di efficacia di un’istituzione così complessa e articolata dal punto di vista delle variabili umane non contingenti che la compongono; è fatta di fiducia, libertà, di quotidiana costruzione di delicati rapporti fondati su altrettanto delicati equilibri; fa effettivamente ridere. Questi signorotti medioevali, con le loro griglie/formule magiche improbabili e i loro alambicchi che tanta soggezione provocano in un popolo si creduloni sottomessi che attendono con ansia di essere sgridati dal primo potere che capita; somigliano in tutto e per tutto agli azzeccagarbugli di manzoniana memoria, o se preferisci allo stuolo di medici/speziali che si alternavano al capezzale del misantropo di Molière. Dal comico si passa al tragico se si pensa che in base a queste cialtronerie vorrebbero “selezionare” il livello di preparazione degli studenti e dei docenti e che avvengono non nel mille e trecento, ma in piena epoca moderna. Le griglie di valutazione che sciorinano non hanno nessun fondamento oggettivo, non lo possono avere come dimostro matematicamente e logicamente nel saggio che tu hai letto (e loro no, scusa ma amo ripeterlo per dimostrare tutta la loro impreparazione e incompetenza), dunque sono proprio l’equivalente delle pozioni magiche del mago Merlino. A cosa serve tutto ciò? Come ho detto a una sola cosa. Serve alle aristocrazie per mantenere un ruolo di potere e di controllo sulle altre classi sociali. Solo e nulla più che a questo.

E nell’ipotesi, alquanto improbabile, in cui per valutare venissero considerate tutte le variabili non si promuoverebbe quell’aspetto della psicologia comportamentista che prevede il paradigma stimolo-risposta? Ovvero :”Se mi dai un premio faccio ciò che desideri, altrimenti…” Si modellerebbero così i saperi e gli intelletti in modo opportunistico, al fare solo ciò che conviene.

E’ esattamente come tu dici e come risulterebbe evidente a chiunque sia riuscito a conservare un minimo di buon senso pur nel delirio illusionistico che ci circonda. Tra le aberrazioni che mette in piedi la dinamica “meritoillusoria”, c’è anche questo paradosso. Se l’obiettivo degli individui di una comunità non è più quello di istruirsi (o di costruire edifici, curare pazienti, etc. etc. etc.), ma di fare qualsiasi attività meglio degli altri; il risultato sarà la sostituzione progressiva, nel tempo, del loro obiettivo primario. Si entrerà in gara costante con gli altri, anziché in collaborazione per lo svolgimento di un determinato compito, o la soluzione di un problema. Con il risultato che, sempre nel tempo, nessuna sarà più capace di fare nulla, ma “non lo saprà fare”, meglio di chiunque altro. Sarà una competizione progressiva, un tutti contro tutti senza esclusione di colpi con il solo fine di superare gli altri secondo parametri illusori cui si è arbitrariamente deciso di credere. Il rapporto con le cose da fare si perderà progressivamente e questo porterà ad una situazione che già puoi vedere intorno a te (visto che è un po’ di tempo che il delirio “meritoillusorio” viene contrabbandato e perseguito): la profonda incompetenza di chiunque in quasi tutti gli ambiti sociali, ottenuta, per paradosso, proprio inseguendo il merito. Vedi, anche io ho le mie colpe. Nel senso che quando decidi di smontare un delirio, rischi che i fanatici di quello che oggettivamente è un delirio, trovino nuova fiducia proprio nelle tue critiche, che hanno lo scopo di trovare argomenti densi di senso al loro fondamentalismo insensato. Lo aveva già notato Bertrand Russell, che di logica se ne intendeva, non come questi cialtroni dell’ANVUR o dell’INVALSI, o quegli altri quattro politici d’accatto del Ministero dell’Istruzione. Lo aveva notato quando diceva ai fondamentalisti religiosi, che per mettere alle strette il suo ateismo gli chiedevano di dimostrare la non esistenza di Dio; che non avrebbe dovuto lui dimostrare l’inesistenza di Dio, ma toccava a loro dimostrarne l’esistenza. Ecco, ci sono caduto. Ho mostrato agli azzeccagarbugli del Dio “merito”, che il loro Dio è inventato e non ha nessun riscontro nelle umane cose. Da bravi fondamentalisti se ne fregheranno. D’altronde quale poteva essere l’alternativa? Lasciarli agire senza far quantomeno notare l’assurdità delle loro costosissime elucubrazioni religiose? E’ uno sporco lavoro quello di mostrarli asini come di fatto sono (e non me ne vogliano questi umili, utili e straordinari animali), ma qualcuno doveva pur farlo.

A monte del sistema meritocratico c’è ovviamente un’autorità costituita che tende a creare adepti, a cristallizzare i saperi. Nella scuola crea e incoraggia differenze e competitività fra allievi e docenti, sotto il giudizio, inconfutabile( e sta avvenendo) del dirigente scolastico, che, da novello padroncino si permette di valutare e dare giudizi verso i docenti. “Lei è bravo, lei no, perché non si allinea. Lei contesta troppo. Lei parla troppo. Lei è la voce fuori del coro. Lei invece è bravissimo perché esegue tutto ciò che gli chiedo”

Si esattamente. Questo è uno dei pochi fatti concreti che produce tutto il meccanismo della “meritoillusione”. Potere, padroni, cristallizzazione del sapere e corruzione. Oltre queste “preziose mostruosità”, tutto questo loro abile specchietto per allodole, non produce nulla. E basta guardarsi intorno per vedere in ogni ambito sociale, quello che finora è riuscito a produrre. Diranno che la società non è ancora fondata sul merito. E’ falso. Nella scuola è ormai da anni che questi test vengono fomentati e creano terrore, inutilità e panico tra studenti e docenti e come unico risultato concreto, fino ad ora, hanno prodotto il tunnel della Gelmini. Producono inoltre infinite categorie di giudici e di giudici che dovranno giudicare i giudici, in un infinito carosello di potere che genera alla fine solo se stesso.

Il sistema meritocratico incorre, infine, nell’ingenerare inevitabilmente, guerre intestine fra docenti dello stessa scuola, creando due modalità comportamentali ben nette: la piaggeria e la contestazione netta ad essa. Ma prevale alla grande la piaggeria. E il contestatore ai sistemi meritocratici è davvero visto come la fastidiosa voce fuori dal coro. Come se ne esce?

Questo è un punto cui sono particolarmente sensibile. Devi sapere che ho sviluppato nel corso della mia vita, o forse l’ho avuto in dotazione nel mio patrimonio genetico fin da bambino, un rifiuto e un’indolenza spontanea verso qualsiasi forma di potere. Per questo dove gli altri provano rabbia verso la sciocchezza, a volte molto ben congegnata, della sua improbabile forza, io provo disincanto e rido non di rado delle sue trovate e dei suoi ambasciatori, i potenti appunto. Mai mi sognerei di scomodare un sentimento così profondo come la rabbia verso un potente. Pur essendo la rabbia l’immagine speculare e distorta dell’amore, il potente di turno, non la merita ugualmente. Provo solo un immenso piacere a mostrargli la mia indifferenza alle sue sciocche regole e la miserabilità di tutto ciò che lo circonda e su cui si fonda il suo carisma malato. Per non parlare della piaggeria, con la quale al potere si rassegnano gli impotenti. Puoi anche chiamarla, sudditanza, servilismo, meschinità umana. Il potente non è nessuno fin quando non incontra sulla sua strada un numero abbastanza nutrito di impotenti che gli concedono la loro disponibilità a crederlo tale. Mettiamola così, il padrone non esiste, ma esistono i servi. Se ne esce coltivando in noi stessi alcune preziose qualità, come la capacità di dubitare, l’esercizio della critica, la fiducia in noi stessi e nei nostri simili, un’idea collaborativa e solidale tra gli individui che abitano il pianeta a partire dai nostri simili. Da chi come noi, fa parte della specie umana. Tutte cose che andrebbero insegnate, anche a scuola, se non ci fosse una pseudo cultura fondata proprio sulla necessità contraria di formare schiavi pronti a perpetuare nel tempo il primo potere che capita. A cominciare dalla fandonia “meritoillusoria”.

Inoltre il cospicuo budget , di svariati milioni di euro, che viene messo a disposizione per le prove Invalsi e i fondi che ricevono le scuole vengono utilizzati per premiare il de-merito, mentre le scuole italiane cascano a pezzi e vengono negati gli spiccioli per riparare una fotocopiatrice o per l’acquisto di banchi a norma. Per un vero progetto culturale che favorisca il pensiero critico e i veri saperi, mentre si promuovono i saperi standardizzati. Tutto ciò non è deprecabile?

Tutto ciò è deprecabile quanto inevitabile. Come ti dicevo, quando si decide di seguire un’illusione, un fondamentalismo religioso, quale la parabola “meritoillusoria” certamente è, la prima cosa che viene meno è il senso della realtà. Tutto il complesso e inutile baldacchino “meritoillusorio”, che nasce come una malattia all’interno della scuola e si diffonde come una piaga biblica in tutta la società, ha come prima conseguenza, quella di prosciugare tutte le risorse della società in meccanismi complessi e inutili, ma molto costosi. Il meccanismo giudicante è ricorsivo come ti ho detto fin’ora e dunque se tutti gli individui dovranno essere impiegati per fare i giudici dei giudici dei giudici del merito, non ce ne sarà nessuno utilizzabile per rifare i tetti di una scuola. E anche qualora vi fosse, fosse cioè scampato ai meccanismi infiniti di reclutamento del supposto “migliore” della classe, o delle varie classi che esistono nella società anche al di fuori della scuola, non ci sarebbero denari per pagarlo. Arriveremo a un punto, se questo delirio continuasse e dipende da noi non permettere che ciò avvenga, in cui non solo non ci saranno più risorse e persone per rifare i muri o i tetti di una scuola; ma avremo ottenuto una società i cui membri sapranno fare tutti i giudici del merito, senza che vi sia più nessuno capace di fare qualcosa di davvero utile socialmente; come i muri di una scuola o qualsiasi altra necessaria e non delirante attività umana.

Sblocca Italia: le promesse (non mantenute) Fonte: sbilanciamoci | Autore: Anna Donati

Dopo roboanti annunci alla fine il Decreto “sblocca Italia” è arrivato 1 . Nessuna svolta riformista tanto declamata dal Presidente Renzi, ma “passodopopasso” si prosegue ed aiuta lo sblocco di cantieri inutili, il consumo di territorio e paesaggio, ad indebolire le Soprintendenze, a svendere il demanio pubblico, a scavare petrolio per mare e per terra, a insistere con la deregulation edilizia, ad imporre inceneritori in giro per l’Italia.

Era lecito sperare che un presidente del consiglio giovane e scattante, che parla un linguaggio nuovo, avesse anche idee e progetti nuovi per il futuro dell’Italia: green economy, riqualificazione delle città, efficienza ed energie rinnovabili, reti e servizi per il trasporto pubblico, ricerca ed innovazione tecnologica, beni comuni, patrimonio storico e bellezza del paesaggio. Idee e soluzioni che dove sono state attuate hanno assicurato anche crescita dell’occupazione in particolare di quella giovanile, che certamente resta un obiettivo primario per il nostro Paese.

Certo, qua e là, qualche idea giusta c’è – le opere contro il dissesto idrogeologico, quelle dei Comuni e per le scuole, la banda larga, reti tramviarie e metropolitane – ma annegano nella lunga lista di obiettivi e progetti che vengono direttamente dal passato a base di asfalto, cemento, petrolio, consumo di suolo. Anche semplificare la troppa carta e le burocrazie pesanti potrebbe avere un senso se quello che si vuole realizzare fosse utile ed innovativo, invece suona come togliere gli ultimi “lacci e lacciuoli” a chi fa rispettare le regole, o espropriare i poteri dei Comuni come per la bonifica e la riqualificazione di Bagnoli avocata alla Presidenza del Consiglio e sottratta al Comune di Napoli ed al suo piano regolatore.

Quando a luglio venne lanciata dal Governo la parola d’ordine “sblocca Italia” ( ormai abbiamo una lista di Salva Italia, Destinazione Italia, Fare Italia…) per le grandi opere strategiche si annunciava lo sblocco di 42 miliardi di opere da realizzare subito. Numeri “incredibili”, anche alla luce del fallimento di 13 anni di Legge Obiettivo, ridimensionati man mano che si avvicinava il Decreto Legge e la dura realtà dei numeri e delle coperture finanziarie.

Alla fine per le grandi opere sono destinati in totale 3,9 miliardi, spalmati dal 2014 al 2020 e prevalentemente negli anni 2017 e 2018. Il Decreto contiene la lista delle opere da rifinanziare subito (lista a), da sbloccare entro il 30 giugno (lista b) e quelle di cui aprire i cantieri entro il 31 agosto 2015 (lista c). Il testo non contiene quante risorse sono assegnate per ciascuna opera – che spetterà fissare dal Ministero delle Infrastrutture insieme a quello dell’Economia – ma nella relazione tecnica allegata vi sono le previsioni distinte opera per opera. La logica è quella di dare un poco di risorse a molte opere per evitare che si fermino i cantieri e realizzare altri “pezzi”.

Sommando le previsioni, si ottiene che ben il 47% dei 3,9 miliardi andrà a strade ed autostrade (1.832 milioni), il 25% a ferrovie (989 milioni) e solo l’8,8% a reti tramviarie e metropolitane (345 milioni). Il resto sarà destinato alle opere idriche (134 milioni), aeroporti (90 milioni) mentre 500 milioni sono destinati alle opere dei Comuni, il piano dei 6mila campanili del DL del Fare del 2013.

Quindi lo Sblocca Italia continua a sostenere lo sviluppo dell’asfalto, mentre molto meno destina alle ferrovie e davvero poco alle reti per il trasporto urbano, che sono il vero deficit italiano, insistendo quindi con le distorsioni della Legge Obiettivo e senza una politica dei trasporti innovativa e sostenibile. Inoltre, anche dei 989 milioni destinati alle ferrovie, ben 520 milioni sono per tre nuove tratte ad alta velocità (Terzo Valico Milano-Genova, Tunnel del Brennero, AV Brescia Padova) e solo la restante parte per le ferrovie ordinarie.

Anche altre due tratte ferroviarie, la Napoli-Bari e la Palermo Catania Messina, sono inserite nello Sblocca Italia per accelerare le procedure autorizzative, mentre le risorse sono quelle fissate dal Contratto di Porgramma di RFI, che prevedono 2,9 miliardi per la prima e 2,4 miliardi per la seconda. L’amministratore Delegato di FS, Michele Elia, è nominato commissario straordinario, ha tempi stretti per l’approvazione e la revisione dei progetti (tratto Apice-Orsara) e per indire la Conferenza dei servizi. In deroga alle norme, in caso di “dissenso di una amministrazione preposta alla tutela ambientale, paesaggistico territoriale, del patrimonio storico artistico, tutela della salute e pubblica incolumità” decide il commissario previa intesa con le regioni interessate. Non è di certo un buon modo per progettare una infrastruttura attenta al territorio ed al paesaggio, capace di adottare soluzioni innovative.

La lista delle strade ed autostrade contiene interventi per la terza corsia Venezia-Trieste, lavori per la Torino-Milano ed opere connesse, il quadrilatero Umbria Marche, messa in sicurezza della SS131 Carlo Felice, Salerno – Reggio Calabria, Benevento Caianello, Pedemontana Piemontese, asse viario Lecco Bergamo. Si può ben facilmente notare che alcune di queste opere di adeguamento di strade esistenti siano necessarie e che “sembrano mancare” le grandi autostrade che ogni giorno vengono invocate come la soluzione sia ai problemi di mobilità che di crescita e occupazione del paese.

In effetti alcune sono sparite dall’elenco, come le risorse per l’Autostrada della Maremma o la Cispadana, che il Governo rassicura saranno nel DDL Stabilità, o come la Valdastico nord, a cui la provincia Autonoma di Trento è fermamente contraria e prima il Governo deve ricomporre il quadro istituzionale.

Ma per altre come l’autostrada Orte -Mestre, opera in autofinanziamento del valore di almeno 10 miliardi, il cui promotore è una cordata di imprese capeggiata dall’On.Vito Bonsignore, è stata inserita una specifica norma (articolo 2, comma 4) per aiutare con la defiscalizzazione – almeno 2 miliardi di risorse pubbliche – il Piano Finanziario dell’opera. Era stata la Corte dei Conti con un parere del 7 luglio del 2014 che non aveva dato il via libera alla delibera Cipe di approvazione del progetto, a segnalare che le norme vigenti non consentivano di applicare la defiscalizzazione prevista dal 2013 alle opere già dichiarate di pubblico interesse e la Orte Mestre lo era stata nel lontano 2003 con il riconoscimento del progetto del promotore Bonsignore.

Questa retroattività – ottenuta con la norma inserita nello Sblocca Italia – per superare le obiezioni della Corte dei Conti, è assai grave ed anche indecente, perché se adesso lo stato mette 2 miliardi nel piatto, allora bisognerebbe azzerare anche il promotore e rifare questa selezione. Perché non dimentichiamo che il promotore ha diversi vantaggi tra cui quello che la gara avviene sul progetto preliminare da lui presentato, che ha il diritto di adeguarsi all’offerta migliore e vincere la gara per realizzare e gestire l’infrastruttura. In caso di perdita viene comunque ripagato di tutti i costi sostenuti.

Non è un cavillo, è una vera e propria distorsione dell’offerta a suo tempo presentata. Se all’epoca il promotore fu considerato il migliore da ANAS perché aveva bisogno di minori aiuti pubblici e sosteneva che si sarebbe autofinanziato l’opera, se adesso il Governo mette due miliardi di aiuti sotto forma di defiscalizzazione, allora tutto cambia. In realtà quelle risorse pubbliche si dovrebbero usare, come propongono gli ambientalisti riuniti della Rete Nazionale Stop Orte-Mestre 2 , per mettere in sicurezza la E45 e la Romea, senza realizzare nuovi inutili e devastanti 400 km di nuova autostrada.

Ma anche le altre autostrade hanno un articolo dedicato – art. 5, Norme in materia di concessioni autostradali – che con frasi criptiche e giri di parole consente la richiesta di proroga della scadenza delle concessioni . E’ la solita storia che si ripete, basti ricordare che dal 1993 la direttiva europea n. 37 intimava che per le concessioni fosse necessario procedere mediante gara, chiedendo a tutti i paesi membri di adeguarsi.

Ma tra la fine degli anni 90 ed i primi anni 2000 tutte le concessioni sono state prorogate invocando il contenzioso pregresso, le privatizzazioni e gli investimenti da fare: da Autostrade per l’Italia prorogata di 20 anni al 2038 3 , alla Sitaf Torino-Bardonecchia che scade nel 2050, alla Satap di Gavio al 2016, Autostrada dei Fiori al 2021, poi quelle che devono realizzare nuove autostrade come la SAT per l’Autostrada della Maremma con scadenza al 2046, o l’Autocamionale della Cisa che deve realizzare il Ti-Bre Parma Verona con scadenza al 2031.

La discussione con Bruxelles è stata accesa ma alla fine anche dalla Commissione Europea è arrivato il via libera, perché si trattava di investimenti già inseriti nelle convenzioni e del fatto che era “l’ultima proroga”, per poi procedere a gara ed utilizzare il meccanismo del subentro. Cioè chi gareggia sa di doversi accollare gli investimenti in corso e da fare. Ma questo meccanismo “non funziona” dicono in coro le concessionarie, anche se praticamente non è stato mai sperimentato. Adesso con lo Sblocca Italia il Governo Italiano ci riprova ad ha avviato una dialogo con Bruxelles per ottenere ulteriori proroghe. Forse forte del fatto che anche la Francia avrebbe avanzato una analoga richiesta.

La norma all’art. 5 dice che le concessionarie possono “proporre modifiche del rapporto concessorio “ entro la fine del 2014, negoziazione e firma degli atti aggiuntivi entro il 31 agosto 2015, per realizzare potenziamenti della rete sia per quelli già in concessione e sia per nuove opere da inserire, per tenere tariffe favorevoli all’utenza, “anche mediante l’unificazione di tratte interconnesse contigue”, al fine di assicurare l’equilibrio del Piano Economico e finanziario senza ulteriori oneri a carico dello Stato.

Il terzo comma ha anche una prescrizione che sembra guardare a Bruxelles con occhio accorto: tutte le opere ulteriori inserite nelle convenzioni, saranno realizzate mediante gara di lavori per il 100% dell’importo (per quelle in convenzione va a gara il 60%). Un buon principio certo, ma che rischia di essere vano perché le convenzioni vigenti includono lunghe liste di opere e ben difficilmente se ne aggiungeranno.

L’articolo 5 al comma 4 prevede che per l’A21 Piacenza Brescia, la cui concessione è scaduta nel 2011 e per l’A3 Napoli Pompei sono approvati con legge gli schemi di convenzione ed i relativi Piani Finanziari per accelerare l’iter del “riaffidamento”. Vedremo se ad esito di gara o prorogando agli attuali concessionari.

Basti pensare che le proroghe di cui si parla (o si legge 4 ) richieste dalle concessionarie, sono per lavori già assentiti ed opere note. Si parla di una proroga per l’AutoCisa che vuole realizzare il Tibre (1,8 miliardi) che ha però già avuto una concessione prorogata al 2031, di Autovie Venete che deve realizzare la terza corsia Venezia-Trieste (1,7 miliardi) che scade nel 2017 e che aveva già ottenuto una proroga, della SATAP A4, che chiede la proroga per ammodernare la Torino-Milano (500 milioni di investimento) e che ha una scadenza già prorogata al 2026.

Chiede la proroga anche l’Autostrada Asti Cuneo, nuova autostrada in parte realizzata e che per il completamento deve investire 1,5 miliardi e la cui scadenza è fissata al 2035. Infine c’è il caso dell’Autobrennero, scaduta il 30 aprile 2014, sui cui era stata avviata una gara poi annullata da un ricorso e che adesso chiede 20 anni di proroga sia per realizzare la terza corsia Modena-Verona e sia per destinare alla ferrovia i 500 milioni accantonati per il tunnel del Brennero (deciso con norma nel 1997).Ma anche l’autostrada Centropadane avrebbe richiesto una proroga, magari applicando quella norma sulle concessioni “contigue”.

A Genova il dibattito sulla Gronda Autostradale, prevista dalla Convenzione di Autostrade è molto acceso sia sul tracciato che sulla utilità dell’opera, ma la Società Autostrade per l’Italia ha già ventilato in diverse occasione che – dati gli alti costi dell’opera – si potrà realizzare solo se vi sarà una proroga della concessione che va ricordato scade nel 2038. Magari non sarà richiesta immediatamente, ma intanto già si lavora per andare quella direzione.

Staremo a vedere se anche questa volta Bruxelles darà il via libera alle proroghe.

Vanno segnalati anche due casi su cui c’è molta attenzione anche dalla Ue: la concessione SAT (Autostrada Tirrenica) che il governo si era impegnato a ridurre di tre anni e su cui è riaperta una procedura d’infrazione; la scadenza della Brescia-Padova prorogata al 31/12/2026 a condizione che il progetto definitivo della Valdastico Nord sia approvato entro il 30 giugno 2015. Progetto a cui si oppone in modo deciso la Provincia autonoma di Trento.

La richiesta delle proroghe si aggiunge alla richiesta diffusa da parte delle concessionarie di ottenere la “defiscalizzazione”, cioè la possibilità di non pagare Iva, Ires e Irap. Già deciso dal Cipe per la Pedemontana Lombarda, richiesto dalla autostrada Orte-Mestre e dalla Brebemi, di fatto è un contributo pubblico in quanto riduce le entrate dello Stato per gli anni a venire.

Anche su questi aiuti è acceso un faro da parte di Bruxelles, mentre nello Sblocca Italia, oltre alla norma specifica per la Orte Mestre, l’articolo 11 stabilisce che tutte le opere hanno diritto alla defiscalizzazione, abbassando da 200 a 50 milioni di euro il valore dell’opera.

Solo proroghe, niente gare ed aiuti dalla Stato. E’ il solito blocco di interessi, sono i signori delle autostrade che dopo aver promesso grandi investimenti, presentato ed ottenuto piani finanziari scritti sulla sabbia, con il calo di traffico e le banche sempre più prudenti, con il buco che si è creato nei piani finanziari, alza la voce in tempi di crisi per assicurarsi un futuro 5 .

Molte autostrade, qualche ferrovia, poche reti tramviarie e metropolitane: la politica del Presidente Renzi sulla mobilità e le infrastrutture non cambia verso.

1 Decreto Legge 12 settembre 2014 n.133. Misure urgenti per l’apertura dei cantieri, la realizzazione di opere pubbliche, la digitalizzazione del paese, la semplificazione burocratica, l’emergenza del dissesto idrogeologico e per la ripresa delle attività produttive. Pubblicato sulla G.U n. 212 del 12.09.2014.

2 vedi http://www.stoporme.org

3 Giorgio Ragazzi. I signori delle autostrade. Edizioni il Mulino. 2008

4 Autostrade, le opere da sbloccare. Di Alessandro Arona. Edilizia e Territorio, Il sole 24 ore. 15 settembre 2014

5 Roberto Cuda. Strade senza Uscita. Banche, costruttori e politici. Le nuove autostrade al centro di un colossale spreco di denaro pubblico. Edizioni Castelvecchi. 2013

Presidente Renzi, perché non vuole fare sul serio contro il partito dell’impunità? da: micromega


Pubblichiamo uno stralcio del lungo editoriale di Paolo Flores d’Arcais che aprirà il numero 4/2014 di MicroMega in uscita il 17 giugno.

di Paolo Flores d’Arcais, twitter.com/Flores_dArcaisP

Il voto europeo in Italia ha un solo vincitore, anzi un solo nome: Matteo Renzi. […]

Proprio perché “Matteo” ha sbancato, dato scacco matto, fatto en plein, inflitto il cappotto, o quale altra metafora si preferisca (astenersi “asfaltato”, per favore: stilisticamente disgustoso), il grande problema per lui comincia ora. Chi ha tutto il potere non ha più nessun alibi. Quello che non fa, va tutto a carico suo.

Ora, il problema economico dell’Italia si chiama evasione fiscale, corruzione, mafia, il resto è epifenomeno. Una massa monetaria enorme, equivalente a una decina di “manovre fiscali” tipo “lacrime e sangue”, viene rapinata ogni anno da quei tre fenomeni. Grassazione gigantesca e permanente, che basterebbe aggredire significativamente (la metà, perfino un terzo della ricchezza comune saccheggiata), per disporre di risorse tali da soddisfare contemporaneamente aneliti alla sicurezza e pulsioni allo sviluppo, meno diseguaglianza e più crescita: salario di cittadinanza, incentivi a piccole e medie imprese, investimenti massicci in cultura istruzione e ricerca, boom di autostrade telematiche e di energie rinnovabili … e via riformando. Grassazione che, oltretutto, seleziona gli imprenditori seconda la capacità di “essere ammanicati” anziché secondo le tradizionali doti weberiane o schumpeteriane – propensione al rischio, innovazione, per non parlare della razionalità ascetica – distorcendo e ammorbando il mercato in direzione Mackie Messer.

La chiave di volta della ripresa economica, per uscire dalla crisi economica, perciò, in Italia si chiama giustizialismo: una rivoluzione della legalità, intransigente nel colpire invischiati con mafie (o comunque corrivi), corrotti, evasori: cominciando dai piani alti, dai ricchi e potenti, politici finanzieri e imprenditori, dall’establishment insomma (altrimenti non è intransigenza, e rende il tartassato da Equitalia una vittima o un eroe). [En passant: giustizialismo e garantismo sono la stessa cosa, se i termini non vengono manipolati: la legge eguale per tutti, per l’ultimo dei “villani” e il primo di “lorsignori”. Poiché “giustizialismo” è stato usato da berlusconiani e inciucisti come anatema contro coloro che, semplicemente, “hanno fame e sete della giustizia” (beati, secondo Gesù, Matteo 5,6), assumiamolo con orgoglio, quel termine, facciamone una bandiera].

La stessa “rottamazione” delle forme più ottuse ma onnipervasive di burocratismo, e del familismo amorale che strangola in culla ogni meritocrazia, non verrà neppure avviata, senza una stagione di giustizialismo, che garantisca manette ai grandi evasori (in primis per conti cifrati all’estero), abrogazione della prescrizione dopo il rinvio a giudizio, introduzione del reato di intralcio alla giustizia, autoriciclaggio, ecc., oltre alle restaurazione e/o ampliamento e/o inasprimento per falso in bilancio, voto di scambio, aggiotaggio e tutta la panoplia dei crimini da colletti bianchi.

Esattamente quanto Renzi NON intende fare. […]

Renzi si racconta favole, se pensa di poter ammodernare il paese senza aggredire con roncola e anzi machete il viluppo affaristico/politico/criminale, senza bonificare la melmosa morta gora in cui sono avvilite le capacità imprenditoriali e santificate le rapacità criminali, tra “autorities” complici sempre e comunque, e una “informazione” simile alle tre scimmiette. La vigente “costituzione materiale” italiana, avvolgente muro di gomma che vede irresponsabilità burocratica, illegalità e favoritismo, saturare, in amorosi sensi, ogni poro della vita istituzionale e sociale.

Renzi sembra intenzionato a fare qualche pulizia: dei piccoli privilegi, però, non dei grandi. Che si chiamano impunità, in tutte le sua articolazioni e proteiformi varianti. Giovanni Berneschi, boss finanziario di Banca Carige e “inamovibile vicepresidente dell’Abi”, proprio di questo si vantava in ogni telefonata (per fortuna intercettata) con i suoi pari della Specie (di cui la Casta è solo una sezione). Non si vantava, anzi: descriveva una situazione ambientale. Pensare che la stragrande maggioranza dei banchieri non si collochi – quanto a pratica della corruzione – nel corpaccione centrale della curva statistica di Gauss, non sarebbe neppure ingenuità ma volontà complice di non sapere.

Agli albori della irresistibile ascesa di Matteo Renzi, scrivevamo (prendendolo molto molto sul serio, vista l’analogia): “Il liberale Gobetti sapeva che in Italia un capitalismo moderno, e una borghesia non di rapina, poteva affermarsi solo in alleanza con forze in rivolta morale e materiale contro l’esistente stato di cose. E il liberale Renzi, che anzi si picca di essere più progressista di un liberale tout court? La struttura di classe della società italiana è del tutto incomparabile con quella di quasi un secolo fa, va da sé, ma il problema delle alleanze, sociali e di opinione, si pone in modo fortemente analogo”. Il terreno ineludibile di questa alleanza si chiama giustizialismo, ma Renzi NON vuole scendere in questo campo, dove si gioca la partita decisiva.

Post scriptum

L’articolo che apre il prossimo numero di MicroMega (in edicola a metà giugno) è stato chiuso il 29 maggio. Prima del clamoroso “caso Mose”, e conseguente ultima retata di establishment.

Tutte le donne e gli uomini del Presidente, e infine anche Renzi in prima persona, appena avuta notizia dei 35 arresti, hanno dichiarato la volontà di “tolleranza zero” verso la corruzione, e proclamano anzi che le misure che già stanno realizzando valgono come esempio e vanno in tale direzione.

Purtroppo non è vero. La legge delega 67, del 28 aprile, già approvata alla Camera, elimina la carcerazione preventiva per reati con pene fino a cinque anni: se fosse stata approvata anche dal Senato, quelli del “Mose” sarebbero tutti a spasso a fare dichiarazioni contro la persecuzione giudiziaria! Approvarla ora sarebbe delinquenziale. Ma non risulta che lei, Presidente Renzi, abbia dichiarato che la 67/28 aprile muore qui.

Lei, presidente Renzi, ha detto che la corruzione politica andrebbe punita come l’alto tradimento. Se davvero vuole mandare all’ergastolo i politici corrotti (l’ergastolo è infatti previsto per l’alto tradimento), non saremo certo noi “giustizialisti” a opporci. Tuttavia basterebbe assai meno. Con i fatti, però, non con le dichiarazioni per i Tg.

Se lei vuole effettivamente combattere la corruzione ci sono misure stranote (e a costo zero) di sicura efficacia (proprio per questo l’establishment corrotto le ha sempre bloccate). Mi permetto di farle un succinto elenco (non esaustivo), noto anche ai sassi:

(1) abrogazione della prescrizione non appena intervenga il rinvio a giudizio; (2) gare d’asta “chiuse”, senza possibilità di rivedere i costi in corso d’opera; (3) ritorno alla concussione prima dello “spacchettamento” (che ha diminuito le pene per i politici); (4) possibilità di intercettazione per tutti i reati corruttivi e “manageriali” (oggi solo se il massimo è superiore ai 5 anni); ritorno al falso in bilancio nella forma più severa degli scorsi decenni; (5) idem per la falsa testimonianza (un tempo era previsto l’arresto immediato in flagranza); (6) introduzione del reato di intralcio alla giustizia, con ampiezza di fattispecie e pene deterrenti di stile anglosassone; (7 … 12) mi fermo qui, ma altre misure analoghe sono perfettamente note, mentre solo l’autoriciclaggio sembra previsto da una prossima legge, e intanto la legge pseudo-antimafia ha poche settimane fa reso indagini e contrasto più ardui anziché più facili.

Insomma, rinunci pure all’alto tradimento e relativo ergastolo, se si limitasse a una dozzina di provvedimenti veri come quelli che abbiamo richiamato l’Italia cambierebbe radicalmente verso. Mi permetto di dubitare che avrà il coraggio di questa dozzina di misure. Se avessi torto ne sarei felice, e come me milioni di italiani onesti, e le chiederemmo scusa coram populo per aver dubitato della sua coerenza tra dire e fare.

(6 giugno 2014)