Le domande al presidente Crocetta da: l’espresso palermo

di ENRICO DEL MERCATO

29 luglio 2015

In questa lunga estate di intercettazioni rivelate e smentite, di crisi di governo improvvisamente rientrate, di telefonate (queste mai smentite) nelle quali il medico personale del presidente della Regione disserta di poltrone da assegnare, restano almeno cinque domande inevase. Sono quelle che da sabato scorso pubblichiamo sul nostro giornale.

Cinque domande che, a nostro parere, potrebbero chiarire parecchie cose sull’inchiesta che terremotando per l’ennesima volta la sanità siciliana e, soprattutto, sul modo in cui Rosario Crocetta governa la Regione. Perché una cosa va detta: l’indagine sugli affari privati di Matteo Tutino , medico personale del governatore assunto come primario a Villa Sofia con una deroga alla disposizione che prevedeva il blocco delle assunzioni, rivela – a voler essere generosi- una sudditanza di Crocetta nei confronti del chirurgo plastico da lui elevato al rango di luminare, che mal si concilia con il ruolo. Hanno svelato, le telefonate che costituiscono la spina dorsale dell’indagine giudiziaria, l’esistenza di un cerchio magico del quale faceva parte anche l’ex commissario straordinario di Villa Sofia, Giacomo Sampieri. I colloqui tra Sampieri e Tutino e tra quest’ultimo e il presidente della Regione svelano, almeno alla lettura, il ripetersi di un metodo di amministrazione della cosa pubblica non dissimile da quelli del passato. Proprio per questo nella prima delle cinque domande che poniamo giornalmente a Crocetta chiediamo che il governatore chiarisca: ha mai dato seguito alle indicazioni di Tutino e Sampieri sulle nomine dei manager? I due, parlando al telefono, anticipano le scelte di alcuni manager poi effettivamente nominati dal governo. E’ stata una scelta autonoma e limpida? Oppure le indicazioni del cerchio magico hanno fatto effetto?

Su tutta questa vicenda e, soprattutto sull’immagine rivoluzionaria di Crocetta pesano le dimissioni di Lucia Borsellino e la lettera che l’ex assessore mandò ai pm di Palermo rivelando che due deputati regionali del Megafono, il movimento messo in piedi dal governatore e da Beppe Lumia, fecero pressioni su di lei, spendendo il nome dello stesso governatore, per ottenere un incarico per Sampieri? E se lo sapeva perché non è intervenuto a rassicurare Lucia Borsellino sulla sua assoluta indipendenza? Così come sarebbe utile sapere- e siamo alla terza domanda- se il presidente della Regione era a conoscenza dei rapporti tra Tutino e la titolare del centro privato al quale il chirurgo-manager voleva affidare la partnership nel progetto della banca dei tessuti. Il progetto, che in un primo momento aveva ottenuto il via libera, venne successivamente bloccato dall’assessorato. Il governatore appoggiò questa scelta?

Nell’intervista che ha rilasciato qualche giorno fa a Emanuele Lauria l’ex assessore regionale Salvatore Morinello, lo “scopritore” di Crocetta, ha sostenuto che il governatore è propenso a cedere a chi ne vellica la vanità e, per questo, indulge a creare cerchi magici intorno a sé. Si tratta di notazioni psicologiche da relegare in un eventuale dibattito da salotto sulle “debolezze” dei politici se non fosse per il fatto che il rapporto di confidenza tra Crocetta e Tutino, almeno per quanto emerge dalle intercettazioni, sembra incidere, e non lievemente, nell’azione di governo. Proprio per questo e siamo alle ultime due domande che rivolgiamo a Crocetta- il governatore deve spiegare se era a conoscenza del fatto che il procedimento disciplinare avviato nei confronti del suo medico di fiducia era stato bellamente dimenticato in un cassetto dalla direzione di Villa Sofia e, soprattutto, deve chiarire perché quando Tutino

al telefono si lamentava di una funzionaria che ne aveva messo in dubbio (a ragione stando alle indagini) i titoli professionali, lui lo assecondava. Promettendogli che la funzionaria sarà “sbagnata in un altro posto”. Crocetta ha ragione: in passato nelle stanze della sanità siciliana si agiva in nome e per conto di Bernardo Provenzano, ma proprio per questo il governatore rivoluzionario ha il dovere di essere più chiaro degli altri. E di rispondere.

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Fuga dalla giunta, atto terzo Si dimette Lucia Borsellino da: blog sicilia

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E alla fine le dimissioni arrivarono. Non è ancora arrivata la lettera al presidente della Regione ma Lucia Borsellino ha scelto gli sms (inviati dai suoi fedelissimi) per avvertire chi le è più vicino e chi con lei ha collaborato.

L’assessore del rinnovamento, la figlia del magistrato ucciso dalla mafia, lascia la giunta Crocetta e lo fa non senza polemiche. La lettera era già pronta alle 7 di stamattina quando Lucia chiamò a raccolta nella grande stanza dell’assessore alla salute, intorno al tavolo ovale che si trova davanti alla libreria, a ridosso della porta della segreteria, i suoi direttori ed i più stretti collaboratori. La scrivania dell’assessore era lontana 5 o 6 passi ma in quel momento sembravano  già chilometri. I telefoni spenti ad iniziare da quello della stessa Borsellino che oggi non parla neanche con le persone più vicine. Qualcuno fra i collaboratori lo tiene acceso ma non risponde.

In questo clima si sono decisi i tempi dell’addio, alla fine più rapidi diq uanto ci si potesse attendere. Con l’arresto di Matteo Tutino, l’assessore Borsellino si è tolta un peso ed ora si sente libera. Lo ha confessato in una intervista a Repubblica che stamani esce in edicola con tutto il carico di critiche non più troppo velate. Lucia, che ieri ha incassato dal procuratore Francesco Lo Voi il sostegno e la conferma pubblica del suo atteggiamento non solo collaborativo ma trasparente, adesso non intende più stare in silenzio.

Già nell’intervista a Repubblica l’intenzione di lasciare era chiara. Forse non oggi, ma presto, lasciava capire. Invece è stato proprio oggi. e non sarebbe potuta restare dopo aver detto chiaramente che il clima che si respira in giunta non è quello della trasparenza. Dopo aver confermato sospetti circolati per mesi circa l’ingerenza forte del Presidente nella scelta di alcuni manager che lei non avrebbe mai nominato.

“I motivi che mi avevano spinto ad entrare in questa giunta non esistono più” ha detto la Borsellino in quell’intervista. Dunque cadesso lascia. ASveva pensato tante volte di farlo e stavolta l’ha fatto E lasciando disinnesca anche la strategia di difesa di Crocetta che pensava già di contrattaccare per difendersi dall’assalto degli alleati di questi giorni, sparando proprio sulla sanità. E’ lei a scegliere, non intende più subire. Ha subito troppo in questi due anni che definisce “devastanti”.

L’addio della Borsellino, falsamente annunciato mesi fa, stavolta è arrivato davvero. Ed è un addio che fa tremare le fondamenta di palazzo d’Orleans e le poltrone di sala d’Ercole. La scossa di avvertimento era già arrivata. Nitida! Adesso è il terremoto.

Mafia e potere, la battaglia in solitudine di Piersanti Mattarella da: antimafia duemila

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di AMDuemila – 13 ottobre 2014
Al convegno di ContrariaMente il ricordo del politico assassinato da Cosa Nostra (e non solo)
Palermo
. “Stato e mafia vivono sullo stesso territorio, o si fanno la guerra o si mettono d’accordo. E allora è importante che si faccia questa guerra perché con il compromesso perdiamo tutti”. Non usa mezzi termini Chiara Martorana dell’associazione ContrariaMente (nonché autrice del libro “Dovere, non coraggio”, ed. Exbook), tra i promotori del convegno sull’ex presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella. Sulla stessa onda il suo collega, Mattia Li Vigni, che introduce l’incontro sul politico assassinato da Cosa Nostra (e non solo). L’aula magna della Facoltà di Giurisprudenza è affollata da giovani studenti. In prima fila siedono i nipoti di Mattarella. Il cronista di Antimafia Duemila, Aaron Pettinari, entra subito nel vivo dell’argomento chiedendo a Giovanni Grasso le ragioni per le quali ha scritto il libro “Piersanti Mattarella. Da solo contro la mafia” (ed. San Paolo). Il racconto del giornalista Rai parte dai suoi anni giovanili segnati proprio dalle morti di Piersanti Mattarella, Vittorio Bachelet e Oscar Romero, per poi focalizzarsi sulla figura dell’ex presidente della Regione e sulla sua battaglia in solitudine contro la mafia: “Le sue riforme per il territorio, per una moralizzazione della vita pubblica, in tema di pubblica amministrazione, gestione degli appalti e quant’altro era davvero rivoluzionario. Avrebbe davvero cambiato la Sicilia se non l’Italia stessa perché dopo Moro era davvero lanciato ad un’ascesa all’interno del partito. Non ha avuto timore ed il suo esempio può essere spunto davvero per tanti giovani. Oggi possiamo solo immaginare quanto e come sarebbe cambiata la storia della Sicilia, della Democrazia Cristiana e forse dell’Italia se Mattarella avesse potuto mettere a disposizione per altri anni ancora la sua competenza, il suo rigore e la sua passione”.

Grasso ripercorre quindi le tappe salienti dell’omicidio, delle successive indagini e dei relativi depistaggi mettendo in evidenza alcune stranezze nella ricostruzione ufficiale dell’omicidio, suggerendo un coinvolgimento non solo della mafia, ma anche del terrorismo nero. Una tesi che è abbracciata tutt’oggi dalla famiglia Mattarella. Ma ciò non esclude completamente le responsabilità di Cosa nostra. Come è noto per quell’omicidio sono stati condannati all’ergastolo Totò Riina, Bernardo Provenzano, Bernardo Brusca, Pippo Calò, Antonino Geraci e Francesco Madonia. A tutt’oggi, però, resta il mistero sulle presenza esterne a Cosa Nostra corresponsabili di quella morte.

Il ruolo di Andreotti
Tra i tanti misteri che ruotano attorno all’assassinio dell’esponente Dc un dato certo è che l’ex presidente del Consiglio, Giulio Andreotti, è indubbiamente corresponsabile di quella morte. Nella sentenza di Appello nei confronti dello stesso Andreotti, confermata dalla Cassazione nel 2004, è scritto inequivocabilmente che il “divo” Giulio era del tutto consapevole dell’insofferenza di Cosa Nostra per la condotta di Mattarella, ma non avvertì né l’interessato, né la magistratura, pur avendo partecipato ad almeno due incontri con boss mafiosi di prima grandezza aventi ad oggetto la politica di Piersanti Mattarella e il suo omicidio. Andreotti, si legge nella sentenza, “era certamente e nettamente contrario” all’omicidio tanto da incontrare in Sicilia l’allora capo dei capi di Cosa Nostra, Stefano Bontade, per una vera e propria trattativa con l’organizzazione criminale che evitasse l’uccisione di Mattarella. Nella sentenza si legge ancora che dopo l’omicidio del presidente della Regione “Andreotti non si è limitato a prendere atto, sgomento, che le sue autorevoli indicazioni erano state inaspettatamente disattese dai mafiosi ed a allontanarsi senz’altro dagli stessi, ma è sceso in Sicilia per chiedere conto al Bontade della scelta di sopprimere il presidente della Regione”. In un altro Paese sarebbero bastate queste poche righe per eliminare dalla scena politica (al di là delle sentenze di assoluzione) simili personaggi. In Italia stiamo ancora a discutere sulla (presunta) innocenza di Andreotti.Alla ricerca dei mandanti
Alla domanda di Pettinari su come sarebbe il nostro Paese con un uomo come Mattarella ancora in vita Giorgio Bongiovanni risponde evidenziando l’assenza di verità sui mandanti esterni nelle stragi e negli omicidi “eccellenti”. Per Bongiovanni siamo di fronte ad un “sistema criminale di potere che ha fatto politica attraverso le stragi”. Rimarcando la colpevolezza di Andreotti nell’omicidio Mattarella, il direttore di Antimafia Duemila punta l’attenzione su quel “filo rosso” che lega le stragi di mafia a quelle meramente definite terroristiche. Dopo un breve intervento del direttore del Consorzio sviluppo e legalità, Lucio Guarino, sull’importanza dei beni confiscati come risposta alla mafia, è ancora Bongiovanni a rispondere ad una domanda di Mattia Li Vigni. Non c’è retorica nell’interrogativo del giovane studente di giurisprudenza, ma solo tanta speranza di riuscire a immaginare una Sicilia libera dal ricatto politico-mafioso. “Per liberarla dobbiamo sapere la verità su coloro che sono stati al vertice del potere – replica il giornalista –. Per farlo dobbiamo sostenere quei magistrati, condannati a morte da Totò Riina, che hanno istruito il processo sulla trattativa Stato-mafia che si sta celebrando in questi mesi a Palermo. Solo così potremo tagliare le radici a questo potere criminale, liberando finalmente la nostra terra e portando al potere uomini come Piersanti Mattarella. Solamente in questo modo potremo vivere finalmente in pace”.

ANPI news 132

Su questo numero di ANPInews (in allegato):

 

 

APPUNTAMENTI

 

 

Preannunciamo che domenica 21 settembre, a Sant’Anna di Stazzema, si svolgerà un RADUNO DELL’ANPI DELLA TOSCANA per ricordare, nel  70° anniversario della Resistenza e della Liberazione, le stragi nazifasciste compiute nella regione.

Parteciperanno, oltre alle delegazioni provinciali dell’Associazione, anche i sindaci dei Comuni che furono colpiti dalle stragi. Interverranno il Presidente Nazionale dell’ANPI, Carlo Smuraglia, e il Presidente della Regione Toscana Enrico Rossi  (…)

 

 

ARGOMENTI

 

Notazioni del Presidente Nazionale ANPI, Carlo Smuraglia:

 

Questa settimana parliamo di lavoro, visto che il tema sta riconquistando una certa centralità, più o meno a proposito, e considerato che si tratta di uno degli impegni principali per l’ANPI, tenuta alla salvaguardia delle disposizioni della Carta Costituzionale, tra le quali emergono quelle relative al lavoro, a partire dall’art. 1. Passato l’entusiasmo per altri tipi di riforme, adesso ci si occupa, finalmente, del problema del lavoro, che noi abbiamo sempre considerato come prioritario. Ma è il modo che sorprende, perché la prima questione che si dovrebbe porre è quella dell’occupazione, dunque della ricerca di nuovi posti (dignitosi) di lavoro, visto che la disoccupazione ha raggiunto livelli intollerabili e così anche il precariato. Invece, il dibattito sembra essersi subito orientato in altre direzioni, quella della “eccessiva rigidità del sistema giuridico del lavoro” e delle difficoltà che si frappongono ai licenziamenti e quello del “superamento” – ormai considerato certo e irreversibile – dello Statuto dei diritti dei lavoratori. Insomma, si parla soprattutto di regole, considerandole come elemento fondamentale per il rilancio delle attività produttive, lo sviluppo, ecc. (…)

 

ANPINEWS N.132

Minacce al Governatore della Sicilia: una busta con dentro un proiettile indirizzata a Rosario Crocetta da: essepress

proiettile crocetta

Una busta contenente  un proiettile di grosso calibro per fucile indirizzata al presidente della Regione siciliana, Rosario Crocetta, è stata intercettata dal sistema di sicurezza di Palazzo d’Orleans sede della Presidenza della Regione.

La busta era fra la normale posta che giunge a Palazzo e viene, sistematicamente controllata dal posto di polizia che si trova dentro palazzo. Il sistema di controllo ha subito identificato la stranezza del contenuto della busta. Il governatore parla di assedio politico-mafioso nei suoi confronti.

La missiva, che non è giunta al piano nobile di Palazzo, è stata consegnata immediatamente consegnata agli investigatori per le verifiche tecnico scientifiche del caso.Crocetta attualmente non si trova nel palazzo di governo  ma è in viaggio per Catania e poi per Messina per partecipare a un incontro sulle zone franche urbane.

Si tratta, secondo quanto si apprende, di una tradizionale busta gialla formato “mezzo protocollo” recante al suo interno, il proiettile, un calibro 7,62 per fucile militare, visibilmente usurato.

Sta per eplodere in Sicilia la bomba del precariato: quasi ventimila a rischio dopo la legge nazionale Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

 

Si riunira’ lunedi’ prossimo l’unita’ di crisi istituita in Sicilia per ‘disinnescare’ la bomba precari. Dopo la conversione in legge del decreto sul pubblico impiego, infatti, e’ a rischio la stabilizzazione di 18.500 precari degli Enti locali siciliani. Nel pomeriggio di ieri il governatore ha incontrato le parti sociali per discutere delle possibili soluzioni alla vertenza. Al tavolo siederanno oltre agli stessi rappresentanti sindacali, anche il presidente della Regione e gli assessori competenti (Funzione pubblica, Economia, Lavoro) e l’Anci. Gia’ lunedi’ verranno messe sul tappeto le proposte dei sindacati, da avanzare in occasione di un incontro a Roma nei prossimi giorni. Un incontro nel quale i sindacati discuteranno della questione col ministro D’Alia, il governatore Crocetta, i ministri e i parlamentari siciliani.E i sindacati hanno gia’ indicato al governo la strada da seguire: ”La Regione dovra’ presentare un proprio piano di razionalizzazione delle spese, una vera e propria ‘spending review’ per via amministrativa, cosi’ come richiesto dalla Ragioneria dello Stato – dicono le parti sociali -, vincolando gli enti locali a un piano di risparmio e stabilizzazione triennale, che dovra’ vedere un progressivo processo di recupero delle risorse messo a disposizione dalla Regione stessa per le stabilizzazioni”. Per la Cgil erano presenti Mimma Argurio e Michele Palazzotto, per la Cisl Maurizio Bernava e Gigi Caracausi; e Giorgio Magaddino per la Uil.

“Rivendichiamo – hanno detto i sindacalisti – maggiore concretezza e coesione in una vicenda di estrema gravità e delicatezza, che coinvolge migliaia di siciliani”.
“Il presidente della Regione – hanno commentato unitariamente Cgil, Cisl e Uil – ha accolto le nostre preoccupazioni, dopo l’approvazione della legge nazionale. E ha fatto propria la nostra proposta. Per far ‘rientrare’ l’emendamento cancellato dalla Camera nella prossima legge di stabilità – spiegano i sindacalisti – bisogna che la Sicilia presenti una proposta credibile”.