L’agonia delle università del Sud da: il manifesto.it

Né soldi, né studenti. E 700 ricercatori verso il Nord . In quattro anni il Sud perde 281 punti di organico, il Centro 60 mentre il Nord ne guadagna 341 con un privilegio particolare per la Lombardia, per le cosiddette università speciali come il S.Anna di Pisa, l’Imt di Lucca, l’università per stranieri di Siena e immancabilmente l’università del ministro in carica

I recenti dati Svi­mez andreb­bero letti alla luce dell’Anagrafe del Miur sulle imma­tri­co­la­zioni all’Università, radi­cal­mente scese con punte altis­sime al Sud (45 mila iscritti in meno in 10 anni) in favore a tratti degli ate­nei del Nord. Si rende evi­dente come la crisi eco­no­mica e sociale del Sud sia aggra­vata dalla costante fuga dei gio­vani e dalla loro rinun­cia a con­ce­pire la for­ma­zione come un’opportunità. Que­sti dati hanno costretto il pre­si­dente del con­si­glio ad aprire una “rifles­sione” nel Pd e nella mag­gio­ranza sulle poli­ti­che per il Sud, anche se al momento non esi­ste una delega per nes­sun mini­stro o sot­to­se­gre­ta­rio su que­sti temi.

Natu­ral­mente col­pi­sce che ciò avvenga dopo aver sot­tratto le risorse dei fondi strut­tu­rali per finan­ziare gli sgravi sulle nuove assun­zioni. L’esito della rifles­sione sul Mez­zo­giorno viene comu­ni­cato dal piro­tec­nico pre­si­dente del con­si­glio con il solito annun­cio di inve­sti­menti con­dito dalla reto­rica stan­tia del Sud che si piange addosso. Guar­dando al Sud attra­verso la lente dell’Università vediamo, quindi, con mag­gior chia­rezza che non di disin­te­resse si tratta ma di pia­ni­fi­cato abbandono.

Dal 2008 in avanti, il sistema uni­ver­si­ta­rio ita­liano ha visto com­ples­si­va­mente una sot­tra­zione di 1,5 mld di euro a cui si è accom­pa­gnata la legge 240/2010 neces­sa­ria a legit­ti­mare i tagli pia­ni­fi­cati. Que­ste scelte hanno avuto effetti dram­ma­tici sull’offerta for­ma­tiva, inde­bo­lito la capa­cità di ricerca, cro­ni­ciz­zato il ricorso al lavoro pre­ca­rio pre­giu­di­cando la fun­zione pub­blica e la mis­sione isti­tu­zio­nale dell’Università pro­prio in una par­ti­co­lare con­giun­tura che avrebbe richie­sto la sua com­pleta rea­liz­za­zione. Si tratta, del resto, di misure che si ispi­rano a prin­cipi affatto ori­gi­nali. E’ l’onda lunga di quel pro­cesso neo­li­be­rale di ristrut­tu­ra­zione delle agen­zie for­ma­tive e più in gene­rale dei set­tori pub­blici tor­nato di gran moda nel nostro paese. L’esito di que­ste poli­ti­che è sotto gli occhi di tutti: l’Italia si col­loca ben al di sotto della media euro­pea per finan­zia­menti all’Università, per numero di stu­denti iscritti e lau­reati, per numero di ricer­ca­tori e dot­tori di ricerca in rap­porto alla popolazione.

La nostra Uni­ver­sità vive, quindi, uno stato di emer­genza com­ples­siva, ma in que­sto qua­dro risulta altret­tanto evi­dente che in alcune zone del paese, il Sud in par­ti­co­lare, que­sta situa­zione è par­ti­co­lar­mente grave. La ragione risiede nelle diverse con­di­zioni di par­tenza degli ate­nei del Sud ma soprat­tutto a causa degli indi­ca­tori di valu­ta­zione uti­liz­zati per lo stan­zia­mento delle poche risorse dispo­ni­bili che hanno note­vol­mente sfa­vo­rito gli ate­nei meri­dio­nali. In sostanza in que­sti anni di ridu­zione costante delle risorse si è veri­fi­cato un pro­cesso di redi­stri­bu­zione delle stesse a svan­tag­gio della mag­gio­ranza degli ate­nei del Sud.

Con­si­de­riamo ad esem­pio il caso dei punti orga­nico (Po), che riguar­dano diret­ta­mente la pos­si­bi­lità di un ate­neo di assu­mere e cioè di ricam­biare e rin­gio­va­nire la pro­pria classe docente. In que­sti anni le poli­ti­che pre­miali hanno pesan­te­mente sfa­vo­rito gli ate­nei meri­dio­nali. Solo quest’anno lo stacco di Po tra ate­nei del Cen­tro Nord e del Sud è di 18 punti per­cen­tuali (cal­co­lati rispetto alla distri­bu­zione che si avrebbe se il tetto mas­simo fosse sta­bi­lito a livello di ate­neo e non di sistema).

Caso emble­ma­tico è quello della Sici­lia che perde ben 29 punti orga­nico e della Cam­pa­nia che si asse­sta a –19. Si sta veri­fi­cando un ridi­men­sio­na­mento selet­tivo del sistema uni­ver­si­ta­rio che sot­to­stà alla pre­cisa logica di con­cen­tra­mento delle risorse in pochi ate­nei. Que­sto ha por­tato ad una assurda com­pe­ti­zione per l’accaparramento dei pochi finan­zia­menti dispo­ni­bili in cui il meri­dione resta comun­que affos­sato. Come det­ta­glia­ta­mente riporta Benia­mino Cap­pel­letti Mon­tano su “Roars” «quasi 700 ricer­ca­tori pre­le­vati dagli orga­nici delle uni­ver­sità del Centro-Sud e tra­sfe­riti d’ufficio negli ate­nei del Nord-Italia nel corso di soli quat­tro anni»: all’indomani dell’assegnazione 2015, que­sto è il tra­vaso com­ples­sivo pro­dotto dai per­versi mec­ca­ni­smi dei punti orga­nico”. Com­ples­si­va­mente in 4 anni il Sud perde 281 punti orga­nico, il Cen­tro 60 men­tre il Nord ne gua­da­gna 341 con un pri­vi­le­gio par­ti­co­lare per la Lom­bar­dia e per le cosid­dette uni­ver­sità spe­ciali come il S. Anna di Pisa, L’Imt di Lucca, l’Università per stra­nieri di Siena e imman­ca­bil­mente l’Università del mini­stro in carica.

L’assunto da cui par­tono i difen­sori di que­ste poli­ti­che è noto: biso­gna soste­nere le eccel­lenze. Un approc­cio pri­mi­tivo ai pro­blemi del nostro sistema di istru­zione e ricerca che nasconde la coper­tura di inte­ressi con­cen­trati in alcune aree geo­gra­fi­che ben loca­liz­zate. Soprat­tutto un approc­cio misti­fi­cante per­ché l’assegnazione dei punti orga­nico pre­scinde ampia­mente da qua­lun­que valu­ta­zione sulla qua­lità della ricerca o della didat­tica ma si basa su para­me­tri di carat­tere esclu­si­va­mente patri­mo­niale e finan­zia­rio peral­tro pre­miando chi aumenta le tasse agli stu­denti sfo­rando il tetto mas­simo pre­vi­sto dalla legge.

La pena­liz­za­zione degli ate­nei del Sud, e non solo, si intrec­cia, infatti anche con il pro­gres­sivo inde­bo­li­mento di molte disci­pline che in quelle Uni­ver­sità van­tano scuole impor­tanti. Col­pi­sce coloro che lavo­rano e col­pi­sce soprat­tutto gli studenti.

Sacri­fi­care, come sta già avve­nendo, un sistema uni­ver­si­ta­rio dif­fuso con una qua­lità media ele­vata signi­fica rinun­ciare ad una rete uni­ver­si­ta­ria che rap­pre­senta una fon­da­men­tale infra­strut­tura a van­tag­gio di una idea astratta di eccel­lenza com­ple­ta­mente scol­le­gata dai biso­gni reali delle per­sone e del paese.
Le ideo­lo­gie che sosten­gono il verbo dell’eccellenza die­tro cui cer­cano di celare il carat­tere essen­zial­mente clas­si­sta di ogni policy sug­ge­rita e poi appli­cata negli ultimi anni al sistema dell’istruzione si nutrono gene­ral­mente del con­tri­buto, tra­sver­sale, di molti media.

a ultimo Il Fatto Quo­ti­diano il cui vice­di­ret­tore si chiede, se sia «dav­vero utile sus­si­diare pesan­te­mente uni­ver­sità che pro­du­cono disoc­cu­pati e for­mano per­sone che nes­suno sente il biso­gno di assu­mere o retri­buire ade­gua­ta­mente». Si rife­ri­sce alle facoltà uma­ni­sti­che che non offri­reb­bero grandi oppor­tu­nità occu­pa­zio­nali, com­por­tando, comun­que, retri­bu­zioni basse per i pochi for­tu­nati che tro­vano lavoro. Come se il pro­blema fos­sero le scelte degli stu­denti e non una domanda da parte delle imprese ita­liane di qua­li­fi­che basse e medio basse con­se­guenza di una spe­cia­liz­za­zione pro­dut­tiva sem­pre più ina­de­guata. Come se il pro­blema non fosse una poli­tica di defla­zione sala­riale che ha con­tri­buto ad aggra­vare la crisi in cui ci troviamo.

Dal nostro punto di vista la ricetta è esat­ta­mente l’opposto: ser­vono più ricer­ca­tori, più offerta uni­ver­si­ta­ria e rifiuto delle cate­go­rie sui­cide di ade­gua­mento alla domanda del mer­cato e di eccel­lenza.
Serve costruire un sistema uni­ver­si­ta­rio nazio­nale non com­pe­ti­tivo ma coo­pe­ra­tivo, par­tendo dalle aree ter­ri­to­riali dove mag­giore è il ritardo nello svi­luppo attra­verso la crea­zione di reti reali tra gli ate­nei per rea­liz­zare una offerta didat­tica inte­grata. In un ter­ri­to­rio come quello ita­liano carat­te­riz­zato da forti ritardi e dif­fe­renze al suo interno l’Università deve rap­pre­sen­tare la pos­si­bi­lità di riscatto. In par­ti­co­lare per le aree eco­no­mi­ca­mente più deboli e messa nelle con­di­zioni di assol­vere alle sue mol­te­plici mis­sioni. Didat­tica di qua­lità, ricerca di fron­tiera e appli­cata, inno­va­zione tec­no­lo­gica, crea­zione di oppor­tu­nità di impiego anche attra­verso per­corsi di for­ma­zione per­ma­nente, qua­li­fi­ca­zione del tes­suto pro­dut­tivo ma soprat­tutto pos­si­bi­lità di scelte con­sa­pe­voli per un numero sem­pre mag­giore di persone.

Sono indi­spen­sa­bili finan­zia­menti, supe­ra­mento dell’idea di pre­mia­lità, qua­li­fi­ca­zione dell’offerta for­ma­tiva, costru­zione di un vero sistema di diritto allo stu­dio, nuove assun­zioni par­tendo dai pre­cari che con­sen­tono alla mac­china ancora di funzionare.

* Segre­ta­rio nazio­nale Flc-Cgil, ** Coor­di­na­tore stu­denti uni­ver­si­tari Link

Alberto Burgio: Quale presidente della Repubblica sulle macerie del lavoro Fonte: Il Manifesto | Autore: Alberto Burgio

Il 2014 si è con­cluso con l’ultimo strappo. Qual­cuno aveva finto di illu­dersi che, al momento di scri­vere i decreti attua­tivi della «riforma» del mer­cato del lavoro, il governo ne avrebbe ridotto l’impatto distrut­tivo. Invece la realtà ha supe­rato le peg­giori pre­vi­sioni. Se, come è certo, la sostanza resterà, in Ita­lia tra breve il tempo inde­ter­mi­nato sarà un ricordo del pas­sato, anche gra­zie all’estensione della nuova nor­ma­tiva ai licen­zia­menti col­let­tivi. Tutti i lavo­ra­tori dipen­denti saranno final­mente pre­cari, merce sul libero mercato.

Rischia grosso anche il pub­blico impiego, a pro­po­sito del quale il governo ha rie­su­mato lo spet­tro dei «fan­nul­loni», e dove la pre­ca­rietà è da anni la regola per i nuovi assunti.

È una pro­vo­ca­zione del Blair ita­liota, l’ennesima? Oppure il passo deci­sivo verso l’omologazione del paese alle società mer­can­tili di tra­di­zione anglo­sas­sone? Il tutto, però, men­tre qui l’economia implode, la disoc­cu­pa­zione dilaga, la fidu­cia di imprese e con­su­ma­tori frana, la defla­zione incombe e vanno a picco interi set­tori dell’industria nazio­nale. Comun­que sia, pro­viamo a leg­gere poli­ti­ca­mente que­sto momento deli­ca­tis­simo, nel segno del quale comin­cia il nuovo anno.

Renzi è a metà del guado. Sin qui ha fatto di testa sua, osten­tando indif­fe­renza o disprezzo verso gli inter­lo­cu­tori, ad ecce­zione di quelli dotati di mag­gior potere mate­riale (l’Europa e i mer­cati) o sim­bo­lico (la pre­si­denza della Repub­blica e la stampa, entrambe peral­tro bene­vole nei suoi riguardi). Si è distinto soprat­tutto per il vio­lento attacco al sin­da­cato e – forte della mag­gio­ranza di fatto che regge il suo governo – per l’irrisione di alleati e com­pa­gni di par­tito non allineati.

È forse la prima volta nella sto­ria repub­bli­cana che un ese­cu­tivo fun­ziona a pieno regime con il sup­porto espli­cito di una parte dell’opposizione, con ciò vani­fi­cando il ruolo della mag­gio­ranza che gli ha per­messo di insediarsi.

Una novità che si aggiunge a quante, nel segno del tra­sfor­mi­smo orga­nico, hanno in que­sti vent’anni offeso la Costituzione.

Un uomo solo al comando, come disse a suo tempo. Che, nella fre­ne­sia di incal­zare e pro­met­tere e depi­stare sulle pro­messe infrante, ha aperto via via mille par­tite senza chiu­derne alcuna. E semi­nato lungo la strada feriti e mal­con­tenti. I quali non si dispe­re­reb­bero certo ove un serio infor­tu­nio inter­rom­pesse pre­ma­tu­ra­mente l’avventura del governo.

In que­sto fran­gente cade ora la madre di tutte le bat­ta­glie, l’elezione del nuovo capo dello Stato. Che potrebbe effet­ti­va­mente cam­biare il qua­dro in pro­fon­dità. E dav­vero segnare un punto di non ritorno nella legi­sla­tura e nella fase politica.

A rigore, o in astratto, quella che si pro­fila è un’opportunità. Al Pd, dalla quarta vota­zione, baste­rebbe tro­vare una qua­ran­tina di voti, che potreb­bero facil­mente con­ver­gere da sini­stra su un can­di­dato di garan­zia costi­tu­zio­nale, attento alle domande del mondo del lavoro e dei gio­vani, alle ragioni della pace, della lega­lità e dell’ambiente. Ma si tratta, è ovvio, di un’ipotesi astratta, che sem­pli­ce­mente non fa i conti con la realtà. Che sup­pone un Renzi ine­si­stente e un Pd imma­gi­na­rio. Se tor­niamo coi piedi per terra, dob­biamo rico­no­scere che la situa­zione non lascia per nulla tran­quilli. Anzi, giu­sti­fica la più viva apprensione.

Per con­ti­nuare nella sua avven­tura – sem­pre più impro­ba­bile, sem­pre più azzar­data – Renzi ha biso­gno di un pre­si­dente a pro­prio uso e con­sumo, ancor più di quanto non sia stato nel corso di quest’anno Napo­li­tano. Per que­sto deve con­vin­cere i prin­ci­pali sog­getti coin­volti nella scelta, che, al netto delle sue truppe, sono due: i for­zi­sti fedeli a Ber­lu­sconi e il varie­gato insieme delle mino­ranze Pd. Qui tutta la fac­cenda assume un aspetto inquietante.

Met­tere d’accordo tra loro la cosid­detta sini­stra demo­cra­tica e i vas­salli del vec­chio masa­niello com’è pos­si­bile? Non dovreb­bero, in linea di prin­ci­pio, esclu­dersi a vicenda, come il dia­volo esclude l’acqua santa?

Forse no, visto che in vent’anni la tanto decan­tata demo­cra­zia dell’alternanza non ha regi­strato serie discon­ti­nuità, almeno sui fon­da­men­tali della poli­tica eco­no­mica e isti­tu­zio­nale, e della guerra. Ma è vero, d’altra parte, che in que­sti mesi le mino­ranze interne del Pd hanno ripe­tu­ta­mente attac­cato il governo, soprat­tutto su eco­no­mia, lavoro e «riforme» costi­tu­zio­nali, da posi­zioni – stando agli atti – anti­te­ti­che a quelle della destra. E che destra ber­lu­sco­niana e sini­stra demo­cra­tica hanno, sulla carta, con­ce­zioni incon­ci­lia­bili sui diritti, la lega­lità, la difesa dei prin­cipi costituzionali.

E allora? Com’è che il pre­si­dente del Con­si­glio giura di vin­cere la par­tita senza dif­fi­coltà? Bluffa, mil­lanta anche in que­sto caso? Oppure ha in mano un jolly che, al dun­que, calerà?

In demo­cra­zia, pen­sa­vano i nostri padri, domande del genere nem­meno potreb­bero porsi, dato che la cit­ta­di­nanza governa in piena con­sa­pe­vo­lezza. Ma noi ci siamo dovuti ria­bi­tuare agli arcani del potere e ai patti siglati in gran segreto.

Sap­piamo di non sapere e di non potere fare pre­vi­sioni. Quindi non ci resta che atten­dere. Non senza, tut­ta­via, due brevi considerazioni.

La prima è che, ancora una volta, alla sini­stra Pd tocca un ruolo deci­sivo. Se anche il pros­simo pre­si­dente dovesse porsi a pre­si­dio di lar­ghe intese e patti segreti, su di essa rica­drebbe quest’altra enorme respon­sa­bi­lità, per la blin­da­tura di un sistema di potere anti­so­ciale, vocato alla guerra con­tro il lavoro e il wel­fare e allo sman­tel­la­mento della forma di governo parlamentare.

La seconda è che mai come in que­sto caso è impor­tante ricor­dare che al peg­gio non c’è fine. Pro­prio per­ché c’è stato Napo­li­tano, non è vero che ora si può sol­tanto miglio­rare. Que­sto pre­si­dente ha stra­volto il ruolo poli­ti­ciz­zan­dolo, ha arbi­trato la par­tita gio­cando fino all’ultimo per una delle forze in campo, ha pre­teso d’imporre al paese il pro­prio dise­gno. Non sol­tanto espo­nendo, con ciò, la più alta magi­stra­tura a un ine­dito dileg­gio, ma spia­nando altresì la strada ad altre esi­ziali forzature.

Licenziamenti illegittimi, condannato dirigente del Pd | Fonte: Il Manifesto | Autore: Mauro Ravarino

Licen­ziati ille­git­ti­ma­mente e sot­to­pa­gati. La Corte d’Appello di Torino, sezione lavoro, con­danna la coo­pe­ra­tiva mul­ti­ser­vizi Rear, pre­sie­duta da Mauro Laus, impren­di­tore e nome di spicco del Pd tori­nese, attuale pre­si­dente del Con­si­glio regio­nale del Pie­monte, al risar­ci­mento di due lavo­ra­tori ingiu­sta­mente estro­messi dalla società. Entrambi per insu­bor­di­na­zione.
La Rear è un gigante sotto la Mole, ha appalti in musei e par­te­ci­pate e si occupa pre­fe­ri­bil­mente di vigi­lanza e acco­glienza. La vicenda sul pre­sunto sfrut­ta­mento dei suoi lavo­ra­tori esplose a fine 2012, quando il regi­sta Ken Loach rifiutò di rice­vere il Gran Pre­mio Torino pro­mosso dal Torino film festi­val. Motivo: al Museo nazio­nale del cinema, a cui fa capo il Tff, alcuni ser­vizi sono ester­na­liz­zati e le per­sone sot­to­pa­gate. Cin­que euro lordi all’ora con l’applicazione dello svan­tag­gioso con­tratto Unci (Unione nazio­nale coo­pe­ra­tive ita­liane). E come se non bastasse, un clima pesante fatto di pres­sioni e, appunto, licen­zia­menti.
Tutto ini­ziò nell’estate del 2011 dopo le pro­te­ste interne per il taglio del 10% di sti­pen­dio. Una delle lavo­ra­trici, suc­ces­si­va­mente licen­ziate, si oppose alla ridu­zione del 10% della retri­bu­zione men­sile lorda. Nel ricorso, dopo l’estromissione, la donna, in ser­vi­zio al Museo del cinema, aveva, infatti, evi­den­ziato il diritto costi­tu­zio­nale a una retri­bu­zione equa e suf­fi­ciente. Non con­sen­tito, invece, dal con­tratto Unci. La sen­tenza d’appello, così, si esprime: «Pare dun­que cor­retta la deci­sione del primo giu­dice che, acco­gliendo la pro­spet­ta­zione della ricor­rente, ha rico­no­sciuto il diritto della stessa ad avere appli­cato il trat­ta­mento eco­no­mico pre­vi­sto dal con­tratto nazio­nale delle Confcooperative/Cgil-Cisl-Uil, essendo il con­tratto sti­pu­lato dalle orga­niz­za­zioni dato­riali e sin­da­cali com­pa­ra­ti­va­mente più rap­pre­sen­ta­tive a livello nazio­nale nella cate­go­ria».
I giu­dici hanno con­si­de­rato ille­git­timo il licen­zia­mento per giu­sta causa inti­mato alla lavo­ra­trice, per l’evidente spro­por­zione della san­zione adot­tata. La Corte d’Appello ha ride­ter­mi­nato in 8 men­si­lità della retri­bu­zione glo­bale il risar­ci­mento dovuto all’ex dipen­dente della coo­pe­ra­tiva.
Un altro caso di licen­zia­mento ille­git­timo, estro­messo per «insu­bor­di­na­zione», ha riguar­dato un lavo­ra­tore della Rear in ser­vi­zio alla Pina­co­teca Alber­tina. Anche in que­sto caso prima della cac­ciata, ci fu un cam­bio di man­sione. La pre­sunta aggres­sione a un supe­riore è, invece in sede legale, stata ridi­men­sio­nata «a una discus­sione ani­mata». Il licen­zia­mento ha vio­lato il prin­ci­pio di pro­por­zio­na­lità tra il fatto con­te­stato e la san­zione. Ecco, per­ché è ille­git­timo.
Allo stesso tempo, la Corte ha con­si­de­rato legit­tima la richie­sta del lavo­ra­tore di avere il rico­no­sci­mento eco­no­mico pre­vi­sto dal con­tratto con­fe­de­rale, con cui doveva essere inqua­drato, come anche accla­rato da una cir­co­lare dif­fusa nel 2012 dal mini­stero del Lavoro. La Corte di Torino, respin­gendo il ricorso prin­ci­pale di Rear, ha ride­ter­mi­nato in 10 men­si­lità il risar­ci­mento dovuto al lavo­ra­tore e 101 mila euro l’ammontare delle dif­fe­renze retri­bu­tive a lui spet­tanti.
Sala­rio non legit­timo, quindi. Aveva ragione Ken Loach quando disse: «Accet­tare il pre­mio e limi­tarmi a qual­che com­mento cri­tico sarebbe un com­por­ta­mento debole e ipo­crita. Non pos­siamo dire una cosa sullo schermo e poi tra­dirla con le nostre azioni. Per que­sto motivo, sep­pure con grande tri­stezza, mi trovo costretto a rifiu­tare il pre­mio». La vicenda è diven­tata lo scorso anno un film docu­men­ta­rio «Dear Mr. Ken Loach», con pro­ta­go­ni­sta, tra gli altri, Fede­rico Altieri, il lavo­ra­tore che si era più espo­sto, con l’aiuto dell’Usb, con­tro lo sfrut­ta­mento. Anche il suo licen­zia­mento era stato con­si­de­rato illegittimo.

Renzi: “Lo ammetto, la crescita sarà zero”Fonte: Il Manifesto | Autore: Antonio Sciotto

Il premier a “Porta a Porta”. La nuova legge di stabilità prevederà meno tasse sul lavoro, ma non ci sono soldi per estendere la platea degli 80 euro. Nessun intervento sulle pensioniAPorta a Porta, alla ripresa uffi­ciale delle ospi­tate tv, Mat­teo Renzi deve ammet­tere che non tutto è andato come da pre­vi­sioni: il tempo dei fuo­chi arti­fi­ciali, di moda quando si inse­diò a Palazzo Chigi, è bello che andato. Male il Pil, che quest’anno cre­scerà «intorno allo zero». Ed è con­fer­mato che sugli 80 euro non c’è trippa per gatti, o meglio per pen­sio­nati, inca­pienti e par­tite Iva, che non vedranno l’agognato allar­ga­mento della pla­tea: «Non sono ancora in con­di­zione di farlo». Ma l’invito agli ita­liani è di «smet­terla di cedere alla cul­tura del pia­gni­steo». Il pre­si­dente del con­si­glio, insomma, chiede ancora credito.

Ecco dun­que le pre­vi­sioni sul Pil: quest’anno, spiega il pre­mier a Bruno Vespa, sarà «intorno allo zero e non è suf­fi­ciente per ripar­tire: i dati nel 2014 non saranno entu­sia­smanti». L’Italia, ha spie­gato Renzi, ha perso posi­zioni in que­sti anni: –2,4% nel 2012, –1,9% nel 2013, ora intorno allo zero. «Abbiamo ral­len­tato la caduta».

«Potrebbe avere qual­che miglio­ra­mento il rap­porto del debito sul pil, dal 137% al 135%. Ma sulla cre­scita non cam­bierà sostan­zial­mente niente», ha con­cluso Renzi.

Quanto alla nuova legge di sta­bi­lità, il pre­si­dente del con­si­glio ha annun­ciato che «avremo un’ulteriore ridu­zione del costo del lavoro. Che finan­zie­remo con la ridu­zione della spesa». Il governo sta valu­tando sia un taglio dell’Irap che un inter­vento sui contributi.

Ma ci sarà anche la con­ferma, per chi li ha già avuti, degli 80 euro: «È chiaro che c’è un sen­ti­mento di sfi­du­cia – ha osser­vato Renzi com­men­tando il fatto che gli ita­liani ancora non li hanno spesi – ma noi siamo in grado di assi­cu­rare che per quella pla­tea sono garan­titi. Poi si dovrebbe allar­gare la pla­tea, ma non sono ancora in con­di­zione di farlo». Le risorse, secondo il pre­mier, si potranno otte­nere «recu­pe­rando 20 miliardi con la spen­ding review. Soldi che potremmo usare anche per altro: abbas­sa­mento delle tasse o inve­sti­menti in set­tori strategici».

E se si nomina la spen­ding review, viene subito in mente lo scon­tro, poi in qual­che modo ricom­po­sto, con il com­mis­sa­rio Clau­dio Cot­ta­relli. Renzi nega che ci sia stata una rot­tura, anche se con­ferma che in pra­tica Cot­ta­relli lascerà dopo la legge di sta­bi­lità: «Ha chie­sto tre mesi fa di poter andare a Washing­ton al Fondo mone­ta­rio anche per motivi di fami­glia. Io gli ho detto: “Però la legge di sta­bi­lità la fai con noi”. Poi io sono dell’idea che la spen­ding la fai comun­que, con o senza Cottarelli».

Sul nodo delle pen­sioni, il pre­mier ammette una diver­genza con il com­mis­sa­rio alla revi­sione della spesa. «Nel primo piano che Cot­ta­relli pre­sentò voleva tas­sare le pen­sioni sopra i 2 mila euro e gli ho detto di no– spiega Renzi – Non è che dai i soldi a quelli che pren­dono meno di 1.500 euro e li vai a pren­dere a chi prende 2 mila. Pen­sione d’oro non è 2–3 mila euro al mese, poi è chiaro che se c’è la pen­sione da 90 mila euro al mese inter­vieni. Sarebbe un grave errore susci­tare il panico tra i pen­sio­nati per recu­pe­rare 100 milioni».

Almeno su que­sto fronte, forse i sin­da­cati saranno tran­quil­liz­zati. Restano però, come sap­piamo, i nodi del con­tratto degli sta­tali, e lo scio­pero annun­ciato dalle forze di poli­zia. «È ille­gale, va con­tro la legge – dichiara duro il pre­si­dente del con­si­glio – I loro sin­da­ca­li­sti si sono com­por­tati in maniera inde­co­rosa». Renzi ammette poi che i soldi per sbloc­care i salari «già pos­sono essere tro­vati», ma aggiunge: «I sin­da­ca­li­sti si riman­gino tutto quello che hanno detto per rispetto ai loro col­le­ghi e poi si ragiona».

Infine, il Pd. «Non ci penso nem­meno un nano­se­condo» a lasciare la segre­te­ria, dice Renzi. Domani la dire­zione del par­tito, venerdì la nuova segre­te­ria. L’invito alla mino­ranza è di riman­dare tutte le sfide al 2017, al pros­simo congresso.

“Il lavoro cambierà totalmente” Fonte: Il Manifesto | Autore: Antonio Sciotto

Articolo 18. Renzi accelera sulla riscrittura dello Statuto, ma non rivela i progetti sulla giusta causa. Sacconi (Ncd) preme per abolire la storica tutela, Angeletti (Uil) apre alla riforma: «Con Monti lo abbiamo già modificato»«Alla fine dei Mille giorni il diritto del lavoro sarà total­mente tra­sfor­mato e l’Italia sarà un Paese sem­plice, in cui inve­stire o non inve­stire». Una pro­messa, quella del pre­mier ieri in con­fe­renza stampa, indi­riz­zata non solo al pub­blico ita­liano (ormai sem­pre più impa­ziente per una ripresa che non arriva), ma soprat­tutto all’Europa, alla Ue e alla Bce: con Angela Mer­kel e con gli altri part­ner dell’Unione, con Fran­co­forte, Mat­teo Renzi dovrà con­fron­tarsi nelle pros­sime set­ti­mane, da lea­der del seme­stre euro­peo. Ma per chie­dere più «fles­si­bi­lità» sui conti, dovrà por­tare sul tavolo le famose «riforme» più volte invo­cate: quindi sulla delega del Jobs Act si dovrà acce­le­rare, prima degli stessi 1000 giorni.

Per Renzi, che vor­rebbe pas­sare alla sto­ria come il poli­tico che “sblocca” l’Italia, appunto euro­peiz­zan­dola, il faro da seguire non può che essere quello della “capo­classe”: «Dob­biamo ren­dere il nostro mer­cato del lavoro come quello tede­sco. La Ger­ma­nia è un modello in par­ti­co­lare su que­sto – ha spie­gato ieri – Quando ci ren­de­remo conto che un impren­di­tore non può morire di pastoie buro­cra­ti­che per assu­mere una per­sona, l’Italia sarà final­mente un paese normale».

Il pre­si­dente del con­si­glio con­ferma quindi di voler rifor­mare in modo pro­fondo lo Sta­tuto dei lavo­ra­tori, e in quello che non sarà solo un maquil­lage rischia di finire male, quindi, anche l’articolo 18. Ma per il momento il pre­mier con­ti­nua a glis­sare, insi­stendo con la for­mula che «non è quello il pro­blema»: «Il dibat­tito estivo sull’articolo 18 è un ever­green», ha detto con una bat­tuta, rispon­dendo ai giornalisti.

«In Ita­lia i casi che ven­gono risolti con l’articolo 18 sono circa 40 mila – ha pro­se­guito Renzi – e per l’80% fini­scono con un accordo. Dei restanti 8000, solo 3000 circa vedono il lavo­ra­tore per­dere. Quindi noi stiamo discu­tendo di un tema che riguarda 3000 per­sone l’anno in un paese che ha 60 milioni di abi­tanti. Il pro­blema non è l’articolo 18, non lo è per me e non lo sarà».

Eppure le pres­sioni per modi­fi­care l’articolo 18 sono forti. Ieri Mau­ri­zio Sac­coni, cam­pione della bat­ta­glia per conto dell’Ncd, ha chie­sto una cor­re­zione alla delega che pre­sto verrà discussa in Par­la­mento (e pro­prio dalla Com­mis­sione Lavoro del Senato, che lui stesso pre­siede): «Il pre­si­dente del con­si­glio rico­no­sce la neces­sità di riscri­vere lo Sta­tuto dei lavo­ra­tori, cri­te­rio che non è oggi com­preso nella legge delega e che dovrà quindi essere intro­dotto», nota l’ex mini­stro del Lavoro.

L’Ncd mira a «pro­durre un nuovo Testo Unico il cui con­te­nuto fon­da­men­tale è la disci­plina del con­tratto a tempo inde­ter­mi­nato. La rego­la­zione del recesso non inte­ressa solo i pochi casi di con­ten­zioso, ma tutti i datori di lavoro che hanno più di 15 dipen­denti e i mol­tis­simi disoc­cu­pati per­ché influenza la pro­pen­sione ad assumere».

Apre alle riforme la Uil, con Luigi Ange­letti: «Per noi è una cosa pos­si­bile – ha spie­gato – Fac­cio osser­vare che anche con il governo Monti abbiamo, in qual­che modo, modi­fi­cato l’articolo 18. I sin­da­cati sono dei rifor­mi­sti per definizione».

Una «solu­zione» per rifor­mare l’articolo 18, toglien­dolo a una cor­posa fetta di lavo­ra­tori ma senza abo­lirlo del tutto, la offre Con­fimi Impresa (Con­fe­de­ra­zione Indu­stria mani­fat­tu­riera ita­liana e dell’impresa pri­vata): «No all’abolizione dell’articolo 18, sì invece allo spo­sta­mento della soglia della sua appli­ca­zione dai 15 addetti attuali ai 35 – dice il pre­si­dente Paolo Agnelli – Que­sta modi­fica por­te­rebbe alla fine delle paure della cre­scita per le pic­cole e medie imprese sotto i 15 dipen­denti; alla fine dei motivi di nani­smo di molte imprese; a eli­mi­nare l’uso fasullo dei co.co.pro; alla dimi­nu­zione del lavoro nero per gli ecce­denti le 15 unità, al ter­mine dell’utilizzo delle false par­tite Iva».

Dal fronte del Pd, il pre­si­dente della Com­mis­sione Lavoro Cesare Damiano (che a sua volta affron­terà que­sto nodo nell’iter del ddl delega in Par­la­mento), cerca di spo­stare il dibat­tito dall’articolo 18 ai tanti con­tratti pre­ca­riz­zanti: «Gli ultimi dati Isfol danno ragione alla scom­messa che come Pd abbiamo fatto insieme al mini­stro Poletti: far aumen­tare le assun­zioni con l’apprendistato e il tempo deter­mi­nato senza can­ni­ba­liz­zare il tempo inde­ter­mi­nato. Nel secondo tri­me­stre 2014, il tempo deter­mi­nato regi­stra un +3,9%, l’apprendistato un +16,1% e il tempo inde­ter­mi­nato un +1,4%. Chie­de­remo al governo, nella delega, di disbo­scare la giun­gla delle moda­lità di impiego frutto della pas­sata sta­gione di deregolazione».

Landini-Renzi, quel filo diretto che potrebbe spezzarsi Fonte: il manifesto | Autore: Massimo Franchi

“Quando la con­tro­parte chiama, il dovere di un sin­da­ca­li­sta è di andare”. Mau­ri­zio Lan­dini ha sem­pre rispo­sto in que­sto modo quando qual­cuno – e non pochi suoi metal­mec­ca­nici Fiom – hanno cri­ti­cato la scelta di incon­trare Renzi. E così quando mar­tedì il pre­si­dente del Con­si­glio gli ha tele­fo­nato ha inter­rotto la sua breve vacanza nelle Mar­che per pren­dere il treno il giorno dopo e mer­co­ledì scen­dere a Roma. A palazzo Chigi il segre­ta­rio gene­rale della Fiom era già andato altre volte ed è arri­vato dopo che il pre­si­dente del Con­si­glio aveva chie­sto al vice­mi­ni­stro allo Svi­luppo Clau­dio De Vin­centi di illu­strar­gli lo stato delle tante ver­tenze indu­striali aperte. Con Lan­dini ha discusso di que­ste: da Ter­mini Ime­rese a Ilva, da Luc­chini (ieri un ope­raio di Piom­bino ha ini­ziato lo scio­pero della fame per denun­ciare lo spe­gni­mento anche della coke­ria) a Iri­sbus e tutto il set­tore tra­sporti, da Alcoa a Eni, da Alca­tel a Ast di Terni, vicende che rica­dono nel disa­strato set­tore di com­pe­tenza della Fiom. Di tutte sono con­vo­cati i tavoli al mini­stero di via Molise dalla pros­sima set­ti­mana, senza che alcuna sia in via di soluzione.

Renzi ha ascol­tato il parere e le indi­ca­zioni di Lan­dini, fedele al giu­di­zio espresso pub­bli­ca­mente più volte che “quando lo sento par­lare imparo sem­pre qual­cosa”. D’altra parte la solu­zione della ver­tenza Elec­tro­lux — l’unica risolta finora dal governo — era arri­vata seguendo un ormai vec­chio cavallo di bat­ta­glia della Fiom: finan­ziare i con­tratti di soli­da­rietà (con soli 15 milioni, però), da pre­fe­rire alla cassa inte­gra­zione per­ché distri­bui­scono il lavoro su più per­sone garan­tendo anche un livello sala­riale più alto.

Da parte sua Lan­dini aveva accolto i primi passi del governo Renzi con giu­dizi lusin­ghieri: “Ottanta euro al mese non li abbiamo mai otte­nuti con un rin­novo con­trat­tuale”, ma negli ultimi mesi aveva ini­ziato a cri­ti­care pesan­te­mente l’operato del governo difen­dendo la Cgil sul tema della tra­spa­renza dei bilanci, tirati in ballo da Renzi stesso. Cri­ti­che che però il pre­mier ha messo nel conto, cer­cando comun­que di man­te­nere un rap­porto diretto — sep­pur dia­let­tico — con il lea­der Fiom.

L’incontro di mer­co­ledì però muta il qua­dro della situa­zione. Lan­dini ha man­dato una sorta di ulti­ma­tum a Renzi: se nelle prime set­ti­mane di set­tem­bre que­ste crisi – a par­tire da Ter­mini Ime­rese che il pre­mier ha visi­tato “met­ten­doci la fac­cia” davanti al migliaio di lavo­ra­tori dello sta­bi­li­mento i cui can­celli sono chiusi da tre anni – non ver­ranno risolte, la Fiom è pronta alla mobi­li­ta­zione. Lan­dini aveva già annun­ciato la volontà di scio­pe­rare a otto­bre, mobi­li­tando i metal­mec­ca­nici pro­prio per dar forza alle pro­po­ste della Fiom: inve­sti­menti pub­blici per rilan­ciare il set­tore indu­striale in primis.

Natu­ral­mente l’incontro di mer­co­ledì ha fatto molto rumore. Innanzi tutto per la solita volontà di Renzi di voler sca­val­care e non con­si­de­rare Susanna Camusso — la segre­ta­ria della Cgil in que­sti giorni si trova comun­que in dele­ga­zione in Giap­pone — mirando ad acuire la con­trap­po­si­zione fra lei e Lan­dini. Ma la palma di più arrab­biato di tutti per la “spe­cial rela­tion­ship” tra Renzi e Lan­dini va cer­ta­mente a Raf­faele Bonanni. Ieri il segre­ta­rio della Cisl ha usato parole al vetriolo per i due: “A me inte­ressa una discus­sione vera con il governo, se non c’è una discus­sione vera è bene che Renzi discuta con Lan­dini”.
Molto cri­tico anche Gior­gio Cre­ma­schi, sto­rico lea­der della sini­stra Fiom ora in pen­sione, che ha cri­ti­cato Lan­dini “che ignora le ripe­tute affer­ma­zioni di Renzi a favore dei vin­coli euro­pei di auste­rità, prima causa asso­luta della recessione”.

Che ci sia molto di stru­men­tale in que­sto rap­porto è lam­pante. Renzi “usa” Lan­dini per coprirsi a sini­stra e in chiave anti Cgil-Cisl-Uil, cer­cando di farlo per­ce­pire come il rot­ta­ma­tore del sin­da­cato. D’altra parte Lan­dini ha tutto l’interesse a man­te­nere un rap­porto diretto con il pre­si­dente del con­si­glio nel ten­ta­tivo di por­tare a casa quella legge sulla rap­pre­sen­tanza sin­da­cale che sor­pas­se­rebbe l’accordo inter­con­fe­de­rale in mate­ria, osteg­giato dalla Fiom e che alla sua prima prova — la ver­tenza Ali­ta­lia — ha subito mostrato molti pro­blemi di appli­ca­zione por­tando a una divi­sione fra sin­da­cati invece che alla pro­messa uni­ta­rietà vincolante.

Le pros­sime set­ti­mane saranno dun­que deci­sive: o Renzi deci­derà vera­mente di seguire la linea Lan­dini, svol­tando in fatto di poli­tica indu­striale, oppure anche Lan­dini entrerà a far parte dei “gufi” dell’autunno caldo che Renzi — a parole — dice di non temere.

Alfonso Gianni: Il «populismo finanziario» del premier si scontra con la realtà economica del paese | Fonte: Il Manifesto | Autore: Alfonso Gianni

Tutti aspet­ta­vano che l’Istat par­lasse. I più con moti­vato ter­rore, qual­cuno col­ti­vando ancora qual­che irra­gio­ne­vole spe­ranza. E il responso uffi­ciale è giunto. L’economia ita­liana è in reces­sione. Lo è tec­ni­ca­mente. Anche il secondo tri­me­stre si è chiuso in nega­tivo: –0,2%, peg­gio delle già grame previsioni.

È il peg­giore secondo tri­me­stre dal 2000, quindi da prima dell’inizio della crisi. Le pre­vi­sioni sono che su base annua que­sti valori ci por­te­ranno come minimo a un – 0,3%, se non meno. E non si tratta di anda­menti con­giun­tu­rali, ma strut­tu­rali visti i dati del calo della pro­du­zione industriale.

Si può discu­tere all’infinito se gli ita­liani, quelli che l’hanno avuto, si sono o no accorti del bonus degli 80 euro, il famoso coni­glio tratto dal cap­pello che ha per­messo a Renzi di fare il pieno alle recenti ele­zioni euro­pee. Quello che è certo è che l’economia non ne ha tratto alcun van­tag­gio. Le ragioni pos­sono essere mol­te­plici ma cer­ta­mente dovrebbe essere noto per­sino a un pre­si­dente del Con­si­glio, mal­grado sia evi­den­te­mente a digiuno dei fon­da­men­tali, che quando non c’è fidu­cia sull’andamento con­creto dell’economia le per­sone e le fami­glie a basso red­dito non sono inclini a spen­dere anche se gli metti qual­che sol­dino di più nelle tasche. Al mas­simo coprono debiti pre­ce­den­te­mente con­tratti o cer­cano di rispar­miare qual­che cosa in vista di tempi ancora peg­giori. Que­sto è il motivo per cui le asso­cia­zioni dei com­mer­cianti non hanno regi­strato aumenti sen­si­bili del volume delle vendite.

Se poi si volesse appro­fon­dire, baste­rebbe ascol­tare cosa dicono ulti­ma­mente gli stessi eco­no­mi­sti del Fondo mone­ta­rio inter­na­zio­nale, che hanno rico­no­sciuto che il mol­ti­pli­ca­tore dello svi­luppo di un aumento della spesa sociale andato a buon fine è molto più alto di quello pro­vo­cato da una ridu­zione delle tasse. Pen­sare di con­trarre la spesa sociale e di dimi­nuire con­tem­po­ra­nea­mente le tasse pro­duce logi­che reces­sive in campo eco­no­mico, oltre che ingiu­sti­zie sociali. Infatti i pen­sio­nati e quelli a par­tita Iva sono rima­sti esclusi dal bonus ren­ziano, ma subi­scono al pari degli altri la ridu­zione com­ples­siva della spesa sociale e la decur­ta­zione dei ser­vizi, che peg­gio­rerà, tra le altre cose, una volta com­ple­tata la famosa spen­ding review.

La nega­zione del diritto al pen­sio­na­mento di chi tra gli inse­gnanti ha rag­giunto la famosa «quota 96», deri­vante dalla somma dell’età ana­gra­fica e di quella con­tri­bu­tiva, non è solo un inci­dente di per­corso, un con­tra­sto tra la volontà poli­tica del governo e le fer­ree leggi del bilan­cio tute­late dalla buro­cra­zia del Mini­stero del Tesoro (in osse­quio, del resto, ai vin­coli deri­vanti dai trat­tati euro­pei e da quelli costi­tu­zio­nali voluti dalla attuale mag­gio­ranza ai tempi di Monti), ma una delle sem­pre più fre­quenti mani­fe­sta­zioni del disin­te­grarsi del castello di pro­messe – di quel «popu­li­smo finan­zia­rio» come lo ha defi­nito Marco Bascetta sul Mani­fe­sto – con cui Renzi aveva saputo costruire un esteso quanto rapido con­senso sociale.
Ma c’è di più. Il mini­stro Morando esclude la neces­sità di una mano­vra cor­ret­tiva in autunno. Eppure Renzi stesso parla di recu­pe­rare quanto prima almeno 8 miliardi. In realtà fonti più atten­di­bili da tempo ave­vano cal­co­lato l’esigenza di una mano­vra esat­ta­mente di entità dop­pia, pari a 16 miliardi. Dif­fi­cile che il governo possa sot­trar­visi, visto l’andamento disa­stroso dell’economia e la con­se­guente dimi­nu­zione delle entrate fiscali. Qual­cuno dovrà pure scontentare.

Non solo, ma con l’entrata in pieno vigore, dal 2015, degli obbli­ghi della ridu­zione for­zata del debito – nel frat­tempo cre­sciuto con le poli­ti­che di auste­rità – con­te­nuto nel fami­ge­rato fiscal com­pact, la situa­zione eco­no­mica e le con­di­zioni di vita per milioni di per­sone diven­te­ranno ancora più inso­ste­ni­bili. Sarà più dif­fi­cile per Renzi affer­mare che avere fatto la «riforma del Senato» è una straor­di­na­ria prova di capa­cità di governo con un’economia che viag­gia in nega­tivo, una disoc­cu­pa­zione che cre­sce assieme ad una pre­ca­rietà che il decreto Poletti ha tra­sfor­mato in norma e con­di­zione gene­rale. Per­sino la Cgil si è decisa a muo­vere un passo, denun­ciando sep­pure in ritardo presso gli organi della Ue le nuove norme gover­na­tive sul lavoro, in palese con­tra­sto con la stessa disci­plina euro­pea tut­tora in vigore.

Renzi può anche tra­stul­larsi con bat­tute da bar, come quella che la ripresa eco­no­mica è come que­sta estate: stenta a venire, ma poi verrà. Ma le sue parole sono sem­pre più rapi­da­mente e ine­qui­vo­ca­bil­mente smen­tite dai dati e dalle per­ce­zioni delle per­sone. Che l’uomo abbia diverse risorse e che non vada sot­to­va­lu­tato è cosa vera – e qual­cuno lo ha impa­rato a pro­prie spese -, ma che la sua cre­di­bi­lità cominci pre­co­ce­mente a venire erosa dalla durezza dei fatti è cosa altret­tanto certa.

Sap­piamo dall’esperienza però, che un’alternativa non nasce solo dalla rovina dei vec­chi regimi o sistemi di governo. Ci vuole un pen­siero e una forza che trac­cino una strada diversa ed abbiano il corag­gio di farlo evi­tando di restare pri­gio­nieri ogni volta nel pre­sunto rea­li­smo della politica.

Se L’altra Europa per Tsi­pras ha otte­nuto un pic­colo ma con­creto risul­tato è per­ché ha capo­volto tale logica. Ritor­nare indie­tro – magari con la scusa delle ele­zioni regio­nali alle porte – sarebbe dav­vero imperdonabile.