La crisi organica e la sfiducia nella UE. Avanzata delle forze reazionarie e neofasciste e ruolo dei comunisti da:www.resistenze.org – cultura e memoria resistenti – antifascismo – 30-01-15 – n. 529


Fronte della Gioventù Comunista | gioventucomunista.it

Documento approvato all’unanimità dal CC del FGC del 25 gennaio a Livorno.

(I) Lo scenario di crisi che il nostro paese sta attraversando è quello di una vera e propria crisi organica del sistema economico-politico. Una crisi che affonda le sue radici nella situazione economica: la distruzione di forze produttive e posti di lavoro, l’aumento della disoccupazione, l’impoverimento generale delle masse popolari e degli strati della piccola borghesia del nostro paese. A questo si aggiunge una sempre maggiore sfiducia generale nella politica e nei partiti che hanno rappresentato in questi anni il sistema di potere politico nel nostro paese. All’origine di questo scollamento sta principalmente il bilancio della scelta politica più importante di questi anni: la creazione dell’Unione Europea e l’ingresso dell’Italia nell’euro. Questa scelta politica si è rivelata nel tempo una vera e propria manna dal cielo per il grande capitale monopolistico, ma una disgrazia per la classe operaia, le masse popolari e una parte rilevante dei settori della piccola e media borghesia che sono stati spinti verso il basso.

L’impatto di questo processo nella storia italiana e del continente europeo è paragonabile per importanza a quello di una vera e propria guerra. Da qui proviene lo scollamento generale che si produce nella società: le classi dominanti non riescono ad esercitare più con la stesa forza e la stessa autorevolezza la loro capacità di direzione, tra esse e i loro partiti di riferimento si producono variazioni di consenso ed appoggio repentino; quegli stessi partiti, fino ad oggi cinghia di trasmissione degli interessi del grande capitale nel sistema politico, perdono terreno e consenso di fronte alle masse. L’aumento dell’astensionismo in questi anni è un chiaro segnale di questa tendenza.

La mancanza di un partito comunista in grado di assumere compiutamente su di sé la prospettiva dell’alternativa a questo modello di sistema, di porre in essere un serio lavoro a livello di massa pone una serie di problemi ulteriori. Viene di fatto a mancare quell’elemento necessario affinché la critica della situazione attuale si concentri sugli aspetti essenziali e assuma, indicando con precisione i colpevoli dell’attuale condizione e gli obiettivi di cambiamento, la direzione corretta: quella della trasformazione in senso socialista della società. L’elemento popolare sente ma non comprende, avrebbe detto Gramsci. Il partito comunista è lo strumento che consentirebbe il passaggio dal sapere al comprendere al sentire e viceversa dal sentire al comprendere al sapere, ossia quello scambio reciproco di conoscenze e sentimento immediato che consente un’aderenza alla situazione reale e allo stesso tempo propone lo strumento per il suo superamento. In mancanza di questo rapporto organico oggi le masse sono lasciate sole a sé stesse e alla mercé di gruppi di carattere reazionario che stanno tornando in modo preponderante sul continente europeo.

(II) Il dato primario da analizzare in relazione alla condizione continentale è appunto l’Unione Europea e la situazione dei rapporti di classe che i processi economici che ruotano attorno al quadro europeo stanno concretizzando. L’UE è strumento essenziale per il capitale monopolistico in quanto costituisce le premesse per promuovere ulteriormente i processi di centralizzazione e concentrazione del capitale. L’abbattimento delle barriere doganali, la libera circolazione di merci, capitali e persone crea un mondo ad immagine e somiglianza del paradiso voluto dal grande capitale. Dietro l’idea della liberalizzazione e della concorrenza sta infatti il processo dialettico che genera la concentrazione e la centralizzazione del capitale nelle mani di pochi gruppi monopolistici. Così nei diversi strati della borghesia si innesca una vera e propria lotta tra chi, nell’ambito delle leggi economiche capitalistiche, riesce a utilizzare questo processo a proprio favore e chi ne viene schiacciato. L’adesione iniziale della borghesia al processo europeo, legata alla speranza di maggiori guadagni, speranza condivisa anche dalle masse popolari negli anni ’90, si scontra oggi con la situazione reale di ciò che il processo di integrazione europea ha realizzato. La parte della borghesia che si è vista ridurre il proprio peso, in termini economici e politici, guarda oggi con diffidenza al processo di integrazione europeo.

Il capitalismo italiano si fonda storicamente su due componenti: una grande borghesia e un sistema di piccole e medie imprese, quest’ultimo molto diffuso ed oggi in grande crisi. Entrambi questi sistemi si sono fondati, per molti anni, sul contributo dello Stato attraverso il finanziamento diretto e indiretto, e sul cambio monetario della lira, che consentiva di mantenere relativamente basso il costo del lavoro in Italia rispetto al prezzo finale della merce venduta, che di questo cambio beneficiava. L’introduzione dell’euro e dei vincoli sui finanziamenti statali ha messo in crisi questo meccanismo, con la conseguente distruzione di una parte consistente delle forze produttive (in pochi anni la produzione industriale è diminuita del 25%). Dove la concentrazione monopolistica era in partenza maggiore (Germania) questo processo ha portato risultati immediati più favorevoli al capitale che in altri paesi europei. E’ in questo ragionamento che va ricercata la ragione principale della situazione di crisi dei paesi del Sud Europa. Non un trasferimento di carattere nazionale, dunque, con i popoli come blocchi omogenei, ma un processo che si genera a partire dalla condizione economica dei singoli paesi e dal grado dello sviluppo capitalistico in essi.

(III) Poiché la creazione della UE è un processo di natura transnazionale che si fonda a livello politico sulla cessione di sovranità ad enti sovrannazionali a scapito degli stati nazionali, evidentemente il primo ed immediato sentimento che viene a generarsi in opposizione ad esso è di natura nazionalista, accompagnato dalle idee di “ritorno”, “riconquista” che assumono caratteri vari. Questo sentimento si origina proprio a partire da questo meccanismo, come elemento di reazione istintiva degli strati della piccola e media borghesia che da questo processo hanno tratto solo svantaggi. La mancanza di una capacità autonoma della classe operaia e delle masse popolari di comprendere i meccanismi da cui si genera la crisi, in assenza, come detto prima, dello strumento necessario, ossia del partito comunista, porta le masse alla condizione di porsi alla coda delle rivendicazioni della borghesia in questo ambito. È così che si spiega anche la sempre maggiore influenza delle forze reazionarie in ambito di massa, della penetrazione di organizzazioni di destra nella classe operaia e negli strati popolari.

Dietro il nazionalismo che sta tornando in modo preponderante nei paesi europei si uniscono ovviamente questioni proprie di ciascun paese, della sua cultura, storia e tradizione, che articolano il fenomeno in una complessità generale prodotta dai diversi particolarismi. Ma al netto di queste considerazioni, importanti e non trascurabili, la matrice comune è data proprio da questo elemento economico di fondo.

(IV) In Francia il partito della Le Pen è oggi il partito più conseguentemente antieuropeista. È contrario all’euro e alla UE, ha una posizione netta sulle politiche dell’immigrazione, trasmette l’idea del ritorno della centralità politica della Francia anche in ambito imperialista. La Le Pen paradossalmente è una versione radicale di un certo atteggiamento gaullista, è una forza perfettamente inserita nell’ambito del sistema imperialista ma che rivendica una certa indipendenza dagli Usa e dal resto dei paesi europei, per gli interessi della Francia, ossia della borghesia francese. Il suo radicamento sociale è lo specchio della situazione: piccola e media borghesia, proletariato deluso dall’atteggiamento della sinistra. La Le Pen espugna i feudi del PCF e del Partito Socialista perché entrambi a vario titolo perseguono una politica di stampo europeista. Il sentimento della grande Francia rivoluzionaria, statalista, con un ruolo di potenza (che non è più) costituisce il collante che, insieme all’attenzione per elementi di politiche sociali immediate e alla critica del buonismo di una certa sinistra, garantisce al FN enormi consensi. Altre esperienze come quelle di Farage in Gran Bretagna hanno caratteri di fondo simili, pur nella diversità della provenienza politica.

(V) In Italia la situazione non è del tutto differente. Il sistema di potere oggi incardinato dal governo Renzi realizza un blocco unitario della grande borghesia monopolistica di matrice europeista, cui si associano anche elementi dell’opposizione di centro-destra, di fatto inseriti nella compagine governativa, non ufficialmente ma nella comunanza di rivendicazioni politiche. La sinistra assume posizioni di matrice europeista e al momento non ha credibilità nel paese tale da poter assumere a forza politica rilevante, pagando le proprie contraddizioni e i propri limiti. L’alternativa che si è espressa nelle forme iniziali e embrionali dell’antipolitica ha visto una formazione dal carattere eterogeneo, come il Movimento Cinque Stelle, conquistare un numero molto elevato di consenso dal carattere di classe trasversalmente distribuito tra piccola e media borghesia, proletariato e masse popolari. L’inconsistenza politica del progetto alla base del movimento cinque stelle, solamente in parte colmata dalla figura del suo fondatore, e alcuni scandali recenti, stanno compromettendo il suo consenso, come largamente preventivato.

La Lega Nord ha completato la sua trasformazione iniziata nei primi anni del secolo. Da partito della secessione, a partito del federalismo, a partito della nazione. Oggi la Lega si mette alla testa del sentimento antieuropeista e nazionalista nel paese, ergendosi a collante di una serie di altri gruppi dal carattere eterogeneo e di matrice nazionalista, tra i quali anche organizzazioni neofasciste. La Lega incarna l’asse dominante del progetto di creazione di un FN all’italiana, ponendo un problema rilevante nella possibilità di portare in Parlamento elementi di formazioni di estrema destra a sostegno del proprio disegno nazionalista. CasaPound ha già annunciato e manifestato in varie occasioni la sua convergenza in questo progetto, appoggiando settori ed elementi interni alla Lega (Borghezio) e il disegno di Salvini.

E’ in questo contesto che vanno letti alcuni dei recenti avvenimenti che hanno visto l’azione squadrista di gruppi neofascisti. Il caso dell’Ardita, l’aggressione a Cremona e altri episodi minori. Questa attività si inquadra per l’appunto nell’ambito della copertura che il disegno della Lega Nazionale garantisce a formazioni di carattere minoritario, che tenderanno ad acquisire una forza maggiore in questi mesi.

In questo contesto è necessario analizzare anche l’influenza avuta nelle proteste delle periferie di Roma e il tentativo dell’estrema destra di mettersi a capo, dirigere e indirizzare la protesta. Il tema dell’immigrazione costituisce un elemento essenziale nelle rivendicazioni della destra, su cui va misurato tutto il fallimento della sinistra e delle organizzazioni sindacali. I dati sulla percezione del fenomeno dell’immigrazione in Italia, rispetto al suo carattere reale dimostrano quanto sia ampia la campagna ideologica su questo tema. Al contempo l’inconsistenza dell’analisi della sinistra anche radicale, nel cogliere nei fenomeni dell’immigrazione un elemento funzionale all’abbassamento del costo del lavoro e dei diritti della classe operaia e delle masse popolari è evidente. Il radicamento nelle periferie è lo strumento necessario per combattere questa situazione. In questo senso sarà necessario sviluppare una maggiore analisi sulla questione delle abitazioni, sui paini e gli assetti urbanistici delle grandi città che oggi sono funzionali agli interessi dei grandi gruppi di costruttori e che trasformano le periferie delle città in luoghi di vero e sentito disagio sociale. Compito dei comunisti è indirizzare quella rabbia nei confronti dei reali responsabili, sviluppare un forte legame di classe che spazzi via le apparenze ideologiche che portano alla lotta tra poveri e alla salvezza del sistema di interessi reali che produce lo sfruttamento e gli squilibri sociali ma resta agente invisibile agli occhi delle masse.

(VI) Il carattere reale del fascismo è oggi visibile in Ucraina in tutta la sua forza, come strumento nelle mani del capitale europeo. Su questo la posizione della nostra organizzazione è stata fin da subito chiara, mettendo allo stesso tempo in evidenza come la lotta antifascista in Ucraina abbia un carattere di per sé separato dall’influenza della Russia e dalla difesa degli interessi russi di natura capitalistica nella regione. Chi ha fatto di Putin un bastione dell’antifascismo rimarrà deluso dal prestito realizzato alla Le Pen e dalle dichiarazioni di Salvini in relazione al possibile sostegno economico russo. Riprova della complessità della fase attuale che va letta con il riferimento principale al concetto di imperialismo. Le azioni condotte in Ucraina dalle forze fasciste devono essere denunciate senza appello. Così come è necessario prepararsi anche a possibili escalation a livello continentale, prima fra tutte la situazione greca, dove Alba Dorata seppure ridimensionata è presente ed utilizzabile al momento opportuno dal capitale per i suoi disegni.

(VII) La questione dell’antifascismo oggi non può essere disunita da questo contesto generale e dalla considerazione del ruolo che le organizzazioni neofasciste hanno oggi in Italia e in Europa.  Non va dunque ridotta a carattere immediato di risposta e guerra tra bande ma valutata sulla base di una seria riflessione che impegna la nostra organizzazione ad una più accurata e costante analisi e ad alcuni punti di azione le cui caratteristiche essenziali sono:

1)    Rigettare le forme di antifascismo “democratico” ed “istituzionale” insieme alla retorica dominante sulla Resistenza che pone in essere il definitivo tradimento degli ideali politici di profondo rinnovamento che animarono quella lotta. In questo senso in considerazione del 70° anniversario della Liberazione acquista ancora maggiore importanza la previsione di momenti di dibattito, iniziative dell’organizzazione e nelle scuole e nelle università sulla storia ed il carattere della Resistenza antifascista e del ruolo dei comunisti.

2)    Non compromettere in nome di un presunto antifascismo l’autonomia politica dei comunisti dai partiti borghesi e da tutte le forze politiche, quale ne sia il carattere e la forma organizzativa, che nelle loro rivendicazioni appoggiano espressamente o implicitamente l’attuale modello di sistema e il processo comune europeo. Spesso l’esperienza storica dell’unità antifascista della Resistenza, giusta in quel determinato contesto e periodo, viene meccanicamente trasmessa nella situazione attuale generando confusione e disastri. Il fascismo oggi non è al potere, i nazifascisti non occupano militarmente l’Italia, non c’è un contesto di guerra mondiale condotta dalla politica fascista. Questo non giustifica nessuna forma di unità con le forze al potere oggi che sono responsabili delle politiche di attacco ai diritti dei lavoratori e ai diritti sociali, della compromissione dell’Italia nel sistema imperialistico, nelle guerre della Nato. Qualsiasi forma di antifascismo di questo tipo, in assenza di fascismo, ossia senza il fascismo al potere, finisce per risolversi nella compromissione dei comunisti con le forze politiche responsabili del disastro attuale e, in definitiva, costituisce il modo migliore per far avanzare le forze fasciste.

3)    Denunciare la natura di classe del fascismo e degli interessi che protegge. Rilevare gli inganni che sono dietro ai fenomeni di carattere nazionalistico, rispondere al cosmopolitismo delle classi dominanti, non con il ritorno al nazionalismo borghese ma con la forma più elevata di internazionalismo proletario, che riconosce il valore e il legame dei popoli con la propria terra, ma che unisce nella fratellanza e nella lotta le rivendicazioni dei proletari di tutti i paesi.

4)    Attuare un piano di radicamento di massa dei comunisti nei settori della classe operaia e delle masse popolari, a partire dai luoghi di lavoro, dalle scuole, dalle università, dai quartieri periferici delle nostre città. Il modo migliore per togliere terreno alle forze reazionarie non è fare alleanze o accordi con chi è compromesso dalla gestione del potere borghese, ma sviluppare una politica di massa che crei il radicamento necessario all’avanzata dei comunisti. Solo in questo modo l’antifascismo diventa pratica reale e quotidiana nella direzione dell’avanzamento verso il socialismo. Per quanto riguarda il nostro compito primario, ossia la gioventù, tenere a mente che questo processo deve realizzarsi nelle forme che riguardano le giovani generazioni: le attività ricreative, sportive, culturali, musicali, sono uno strumento essenziale da unire all’attività propagandistica e di agitazione, rendendola a tutti gli effetti parte rilevante della nostra attività politica. Togliere la base sociale di radicamento alle organizzazioni neofasciste vuol dire impedire la saldatura tra essi e le masse popolari e dunque impedire che nazionalismo, razzismo, e tutte le rivendicazioni di stampo fascista divengano la copertura della forma di sottomissione delle masse popolari agli interessi delle borghesie nazionali.

5)    Sviluppare forme di tutela dell’attività politica che tendano nell’immediato a ridurre l’impatto delle aggressioni neofasciste sull’azione politica dell’organizzazione. In questo sviluppare forme di tutela – anche comuni – con organizzazioni, collettivi vicini e che condividano la connotazione essenziale dell’antifascismo di classe e militante.

6)    Comprendere che in questa fase l’attività dei gruppi neofascisti costituisce anche attività di provocazione. Che la logica degli opposti estremismi va rifiutata e che va fatto di tutto affinché essa non sia praticata, evitando di dare qualsiasi presupposto al sistema politico per promuovere leggi, attività di natura giudiziaria, atte a ridurre l’attività delle forze di classe e rendere più difficile la loro azione politica in questa fase di oggettiva debolezza. Attuare un giusto equilibrio nella denuncia politica delle aggressioni fasciste, specialmente quando esse sono rivolte a situazioni concrete di lotta (es contro occupazioni delle scuole, dei posti di lavoro, di fenomeni legati allo sport popolare), evitando, però, denunce a mezzo stampa fini a sé stesse, che ottengono l’effetto di aumentare la popolarità delle organizzazioni neofasciste. La strategia di cercare risalto mediatico attraverso azioni di stampo squadrista è ormai nota, pertanto bisogna ogni volta valutare anche questo fattore per evitare di cadere nelle trappole.

7)    Lavorare nella direzione di aprire contraddizioni tra le forze istituzionali e quelle neofasciste tentando di evitare o ritardare la saldatura tra neofascisti e apparati dello Stato. Non siamo ingenui e sappiamo che questo processo è dettato dalla situazione che si crea nelle fasi politiche, e pertanto non dipende da noi e, soprattutto, a determinate condizioni non è contrastabile. Ma acquisire tempo prezioso in una fase di organizzazione embrionale delle forze di classe potrebbe rivelarsi fondamentale.

8)    Evitare di rincorrere sul loro terreno le forze neofasciste, non accettare di farsi dettare l’agenda politica da esse. In questo senso non siamo “professionisti dell’antifascismo” come alcune strutture che hanno fatto di esso l’unica ragione della propria esistenza. Siamo comunisti e dunque antifascisti. Sappiamo che il miglior modo per essere antifascisti è seguire i nostri obiettivi a breve, medio e lungo periodo, che la mancanza di base politica nell’antifascismo riduce il tutto a forme di lotta tra bande in cui i comunisti hanno tutto da perdere. Il lavoro materiale dei militanti comunisti per l’elevazione di questa consapevolezza anche all’interno dei movimenti antifascisti è fondamentale. L’antifascismo ha assunto in questi anni carattere di collante anche politico-organizzativo in mancanza di altro. Trasformare l’idea dell’anti, che è inizio spesso necessario e naturale come presa di distanza dall’immediato, in elemento di cultura superiore autonoma che dia la propria direzione e compiuta giustificazione della negazione iniziale, indicando una strada anche ai soggetti con minore coscienza politica, è un compito fondamentale. In questo senso i comunisti non si astengono aprioristicamente dalla presenza in strutture antifasciste con natura e provenienza popolare, ma anche in esse svolgono appieno la propria funzione di avanguardia.

 

PRIME CONSIDERAZIONI SULLE ELEZIONI IN GRECIA da: tutti i colori del rosso


di Fabio Nobile

a) La vittoria elettorale di Siryza è straordinaria. Per la prima volta in Europa una forza di sinistra ed esplicitamente contro Bruxelles vince. Trasformarla in una vittoria politica di lungo periodo per i compagni greci sarà un compito arduo. E’ bene saperlo per affrontare la fase con la giusta razionalità.

b) Circa la scelta di Syriza di allearsi con ANEL, formazione politica riconducibile alla destra greca, ogni giudizio rischia di essere prematuro. Indubbiamente si tratta di una scelta che può rivelarsi scivolosa, ma è pur vero che data l’indisponibilità del KKE (Partito comunista greco) non c’erano grandi alternative.

c) I rapporti di forza. Sul piano istituzionale europeo Tsipras è oggettivamente isolato: i più vicini, ovviamente solo a parole, sul tema dell’austerity sono Renzi e Hollande. Giova, in proposito, ricordare che non più di sei mesi fa la Merkel ha “rifatto” il governo francese, perché non perfettamente allineato ai diktat di Berlino. Sul piano interno Tsipras ha certamente un margine più ampio, che si è ora consolidato col grande successo elettorale. Decisivi comunque sono i primi cento giorni, durante i quali sono indispensabili i primi concreti provvedimenti per alleviare il disagio sociale.

d) Atteso che i rapporti di forza sembrano essere questi, la partita che si gioca Tsipras è tutta politica. Se l’obiettivo generale del governo Tsipras è aprire lo scontro sull’impianto delle politiche economiche europee, la sua azione – sul breve periodo – deve essere necessariamente finalizzata ad aprire un varco negoziale vero su austerity e debito (questione 1) e a compattare e strutturare il sostegno popolare al governo (questione 2). Decisiva è, quindi, la capacità di tenuta di Syriza tanto sotto il profilo istituzionale, nella gestione delle dinamiche governative e parlamentari, quanto sotto il profilo sociale, nel mantenere il bandolo della matassa politica in una società segnata e provata dalla crisi. La Merkel, infatti, potendo disporre delle leve politiche e finanziarie europee, giocherà a logorare il governo greco: bastone e carota, aperture e chiusure, nubi e schiarite, ossessivamente. Continuamente si tenterà di riassorbire Syriza in logiche ultra-gradualiste. Molto dipenderà quindi dalla determinazione e dalla capacità di Syriza di reggere lo scontro con la Merkel e la Troika, senza cedimenti e con la disponibilità ad assumere anche scelte di completa rottura.

e) Per aprire un varco vero su austerity e debito (questione 1) bisogna, quindi, individuare degli interlocutori in Europa e provare a premere su di loro, e sulle loro contraddizioni, per aumentare la pressione su BCE e Berlino. Serve premere su forze che hanno un peso sul piano politico, sindacale e sociale, in primo luogo all’interno del cuore pulsante dell’Europa: in Francia e Germania. Più di tutto conterà quanto si alzerà il livello di mobilitazione popolare nel resto d’Europa, la funzione e la forza che metterà in campo la sinistra politica e sociale europea e la pressione che ne scaturirà in quei paesi in cui il consenso verso le politiche d’austerity, e le forze politiche che le sostengono, sono in costante calo. Il potenziale positivo dell’effetto contagio è ancora una volta enorme; da quello dipende in gran parte l’isolamento o meno della Grecia.

f) Per compattare e strutturare il sostegno popolare al governo (questione 2) servono molti passi in avanti. In termini di capacità di mobilitazione popolare al di là della smagliante leadership, la più transitoria delle virtù politiche, bisogna fare molto. Pur tenendo in grande considerazione le pratiche mutualistiche, fiore all’occhiello di Syriza e aspetto dal quale dovremmo certamente trarre insegnamento, non bisogna sottovalutare la capacità di mobilitazione e la strutturazione che esprimono i corpi intermedi tradizionali, primo tra i quali il sindacato. Ed è qui che c’è un nodo di non poco conto: la più importante organizzazione sindacale greca, il Pame, in grado di portare in piazza milioni di lavoratori, è saldamente in mano ai comunisti del KKE.

g) Il risultato del KKE è certamente di tenuta e non era affatto scontato. Bisogna ammettere che anche grazie alla strutturazione e alla radicalità della critica da sinistra mossa dal KKE che Syriza è riuscita a costruire una piattaforma politica avanzata. Ma bisogna avere chiaro che se Siryza, tuttavia, fallirà anche chi oggi si chiama fuori, come il KKE, ne sarà responsabile. Il terzo partito di Grecia è il neonazista Alba Dorata. Una forma di sostegno condizionato sul piano politico sarebbe, con ogni probabilità, la scelta giusta per il KKE e la Grecia. L’attesismo della purezza, in una fase così complessa e dinamica, rischia infatti di essere esiziale.

h) Per quanto riguarda l’Italia, che non è la Grecia, dobbiamo lavorare ad un nostro originale percorso di unità in grado di essere efficace nel nostro Paese. Non esiste in Europa un percorso che è copia dell’altro. Esiste in generale l’esigenza di rafforzare politicamente l’unità d’azione delle forze che in Europa si battono contro la Troika e per noi l’urgenza di poter dare il nostro contributo.

i) A coloro i quali cercano di legittimare il proprio posizionamento politico in Italia in virtù di quanto accade in Grecia vanno ricordati alcuni paletti che qualificano l’impresa di Siryza. 1. Syriza fa un accordo di governo solo dopo aver raggiunto rapporti di forza schiaccianti in proprio favore; 2. nelle precedenti tornate elettorali Syriza ha risolutamente rifiutato ogni genere di accordo col Pasok e coi vari partiti filo-Bruxelles; 3. Syriza si è giustamente rifiutata di candidare all’interno delle proprie liste gli esponenti di Dimar, una formazione politica nata nel 2010 da una scissione da destra di Synaspismós.
E’ utile conoscere anche questi aspetti se si vuole valorizzare l’esperienza greca.

Vespa, le donne, la politica da : ND noidonne

Vespa, le donne, la politica

Il tragico spettacolo in tv su donne e politica

inserito da Monica Lanfranco

E’ la politica, bellezza: non ci vuole molto a fare il titolo della trasmissione Porta a porta della notte del 18 settembre 2014, nella quale, se è possibile, uno dei fondi più fondi del nulla televisivo nazionale ha segnato un record. Confermando la buona decisione di non vedere, da anni, la tv, e informarmi in ogni altro modo possibile, sono stata quasi costretta a soffermarmi sulla trasmissione, in tarda serata, e ne sono tristemente lieta.
Lorella Zanardo, nel video Il corpo delle donne ,sottolinea che è una responsabilità enorme usare gli stereotipi per giocarci, e che ci vuole una capacità non comune di gestire il potere (presunto) che hai nel farlo, per non uscirne massacrata: per questo la puntata è da vedere, perché è una fonte primaria per dirci il livello medio culturale di questo paese, e rivela chiaramente come profondi, radicati, cementati strutturalmente siano gli stereotipi, e quindi i pregiudizi, dentro l’informazione, dentro la cultura, dentro molte di noi.
Qui è vedibile l’intera puntata, un documento da studiare e sul quale ragionare molto, portandolo nelle scuole, nelle università e nei gruppi di condivisione, perché è un modello completo di asservimento al principio di conservazione dello status quo.
Solo alcune note a margine:
1) Da una parte le politiche (due di destra, una di Sel che ha quasi sempre taciuto).
Il conduttore nomina il Pd, (assente), dicendo di “aver chiesto delle new entry ma che evidentemente sono ‘ancora un pò intimidite”.
2) Di politica non si parla, ma in compenso ci sono collegamenti con esperti di chirurgia plastica che maneggiano pornograficamente morbide protesi per il seno, ammiccano verso i glutei della modella/manichino muta, esempio dei nuovi canoni estetici odierni. Gli esperti fanno capire che il ritocchino è non solo diffusissimo, ma salutare e benvenuto.
3) Le giornaliste che fronteggiano le politiche sono più anziane di loro: forse presa da rimorso per la partecipazione ad un circo così vacuo una di loro attacca l’uso dell’inglesismo nel linguaggio di una delle deputate, cercando di umiliarla e di dare una svolta culturale al programma. Casualmente questa deputata è l’unica che, oltre a sapere l’inglese, sa anche l’italiano. Non sono però pervenute critiche al sessismo del sistema culturale, politico e sociale Italiano dalle colleghe della stampa, mentre molto tempo dall’una e dall’altra parte è speso per ‘ragionare’ sull’opportunità di mettere o meno, (per andare in aula), la canottiera, la camicia o la gonna, e quanto corta. Laura Comi, reduce da Strasburgo, ci informa che al Parlamento Europeo sono meno fiscali che in quello nazionale: lì si entra anche senza cravatta. Evviva, l’Europa è più avanti.
Come coincidenza (significativa) segnalo che proprio in questi giorni una bancaria, che si occupava di pari opportunità nel posto di lavoro, quel lavoro ora l’ha perso perché ha segnalato, su facebook, che nella sua filiale i colloqui per nuove assunzioni erano molto influenzati dalla bella presenza delle candidate.
La storia è quiSi potrà discutere sull’opportunità di ‘mettere in piazza’ le questioni di un luogo privato (la banca non è l’amministrazione comunale) ma è legittimo chiedersi se la democrazia sia davvero ancora viva in un paese nel quale il pensiero critico verso il sessismo (ben distribuito tra donne e uomini) faccia ancora così paura da creare il vuoto intorno a chi prova a parlarne.
Come definire il sentimento che ho sentito, da giornalista, da attivista femminista, da donna nel vedere trattato così il tema della partecipazione del mio genere alla politica in Italia? Ho provato vergogna, e umiliazione, a vivere in Italia.
So bene che ci sono emergenze, (non solo problemi aperti e grandi), come il lavoro, la criminalità, la carenza educativa, sanitaria e abitativa.
So bene che la cultura non viene considerata un’emergenza, quando palesemente tocca livelli di guardia, come ormai da oltre un ventennio precipita, nell’indifferenza e nella sottovalutazione.
Ma sono consapevole che l’assenza di focalizzazione sui guasti che produce la banalizzazione degli stereotipi sessisti è un pericolo enorme per una collettività.
E che, purtroppo, le donne che ora sono nei luoghi decisionali raramente vi portano differenze tese al cambiamento: a destra come a sinistra come dei ‘movimenti’ la maggior parte di esse assevera la norma, neutra e quindi maschile. A chi, come la Bindi, insiste, (ormai sola), a indicare come l’iper sottolineatura dell’aspetto fisico femminile sia un danno per l’autorevolezza si risponde (vedi Alessandra Moretti, il nuovo femminile in rapida avanzata) che il gossip rosa avvicina la gente alla politica, e ben venga.
Se non ci sono orizzonti, (almeno quelli), divergenti rispetto alla rassicurante melassa degli stereotipi, lo sguardo si ferma molto prima di riuscire ad avere visioni di liberazione.
Ad Altradimora abbiamo ipotizzato di invitare, per un tour in alcune città italiane, la neoparlamentare della lista femminista svedese eletta con il 4%: forse c’è bisogno di un aiuto esterno per capire come salvarci da tutto questo, insopportabile, letale e offensivo scenario di banalità.

Se la politica ascoltasse quei ragazzi…da. articolo 21

Come sarebbe stato bello se Renzi e la Boschi, anziché prendersela con i “professoroni” che da trent’anni, non si sa come, non si sa perché, bloccherebbero le mitiche riforme, fossero stati con noi ieri pomeriggio al Teatro Eliseo! Come sarebbe stato bello se avessero partecipato all’iniziativa promossa dall’ANPI e dedicata a “una questione costituzionale”, ossia la tutela dei princìpi, dei valori e dello spirito originario della Costituzione dagli assalti di riformatori le cui proposte sembrano essere dettate più da esigenze elettorali che da un reale disegno di buona manutenzione della Carta!

Se fossero venuti con noi, ad esempio, si sarebbero accorti che nel Paese non c’è nessun gufo, nessun rosicone e nessun disfattista, tanto meno a sinistra, e che i nostri allarmi, i nostri appelli, le nostre richieste di chiarimento non derivano dalla volontà di favorire l’ascesa grillina a Palazzo Chigi bensì dal fermo desiderio di ricostruire una coalizione di centrosinistra degna di questo nome, in grado di garantire al Paese un governo all’altezza e di restituire credibilità alle istituzioni.

Se fossero venuti, inoltre, si sarebbero accorti che alla manifestazione promossa dall’ANPI non c’erano solo i “parrucconi” dal capello canuto che loro tanto avversano ma anche decine e decine di giovani che alle riunioni del PD non si vedono più. Giovani “partigiani”, giovani animati dall’amore per la politica e da un fortissimo impegno civile, giovani coraggiosi, ricchi di passione, desiderosi di raccogliere il testimone e prepararsi a combattere le resistenze moderne: per il lavoro, per i diritti, per la dignità della persona e anche per il ritorno della politica perché quella cui stiamo assistendo in questi mesi, oggettivamente, non lo è.

Non è politica quest’indegna e costante gazzarra priva di contenuti e di proposte; non è politica la religione dell’insulto e della delegittimazione dell’avversario; non è politica l’offesa gratuita, la sopraffazione delle minoranze e il tentativo di imporre il pensiero unico, da qualunque parte esso provenga; non è politica quest’arroccarsi in difesa di posizioni indifendibili mentre una moltitudine di cittadini ricchi di idee bussa alle porte e vorrebbe portare aria fresca nei palazzi del potere; non è politica, infine, questo scontro feroce, senza esclusione di colpi, all’insegna di un populismo e di una demagogia dilaganti che contribuiscono unicamente ad accentuare la sfiducia e il distacco delle persone da un sistema che viene considerato, spesso a ragione, dannoso e autoreferenziale.

È politica eccome, invece, il bel confronto fra una ragazza che avrà avuto la mia età o poco più e figure eccezionali come Rodotà, il professor Gianni Ferrara e il presidente dell’ANPI Carlo Smuraglia; è politica quella ragazza che ha imboccato il percorso della vita seduta a fianco di chi ha combattuto per rendere possibile la libertà del suo pensiero e delle sue parole; è politica vedere dei giovani col fazzoletto tricolore dell’ANPI  al collo e l’idea di essere i “partigiani del Terzo Millennio” o, meglio ancora, i “partigiani della Costituzione”; è politica il ricordo del meraviglioso discorso di Calamandrei ai giovani, quando li esortò a tener sempre vivo il ricordo del sangue e delle vite che era costata la nostra Costituzione. È la politica di cui avrebbe bisogno un Paese come il nostro, dalla memoria sempre più labile, in cui tutto sembra oramai consentito, persino dichiarazioni ignobili, persino le offese barbare ai sindacati e ai corpi intermedi, persino il vilipendio sistematico al Capo dello Stato, persino la logica dello sfascio nei confronti del sistema democratico.

È una politica onesta, genuina, pulita, in cui le generazioni si prendono per mano e camminano insieme, in cui chi è stato sui monti della Resistenza trasmette ai nipoti quei valori e quelle sensazioni, affidando alla nostra generazione il compito immane di custodirli e farli giungere alle prossime generazioni che, a differenza nostra, non avranno la fortuna di ascoltare la testimonianza diretta di chi ha vissuto quei giorni drammatici.

È, in poche parole, un’altra idea d’Italia, un’altra idea di confronto, un’altra idea di dialogo e di apertura mentale; è un’idea per cui vale la pena battersi perché, come abbiamo ricordato altre volte, è proprio nel momento dell’abisso che nacque il sogno dell’Europa unita ed è inaccettabile che oggi qualcuno si aggrappi persino a riforme complesse e ineludibili per utilizzarle in campagna elettorale, strumentalizzando la richiesta di cambiamento che si leva dal Paese.

Sì, c’è bisogno di cambiare, c’è bisogno di guardare al futuro, c’è bisogno di uscire da questo maledetto ventennio di declino e di degrado ma perché ciò accada è necessario, innanzitutto, appropriarsi di un nuovo linguaggio, poi tornare a guardarsi negli occhi, infine tornare a concepire la politica e la società nel suo complesso come una comunità solidale in cammino, riscattando con una nuova resistenza, morale e culturale, il senso stesso della dignità umana, calpestata dal liberismo, dall’egoismo, dall’idea che la società non esista e non abbia senso e, più che mai, dall’idea che non esistano più valori che non possono essere ridotti a merce.

Questa è la Resistenza cui sono chiamati i ventenni di oggi. Speriamo, per il bene della collettività, che ne siano all’altezza.

30 aprile 2014

La crisi e le colpe dei socialisti europei | Fonte: sbilanciamoci.info | Autore: Nicola Melloni

L’inizio della crisi, nel 2007, era avvenuto in un contesto politico europeo dominato dalla destra. In Spagna e Regno Unito i governi progressisti furono velocemente rovesciati dall’elettorato, mentre in Germania e Francia i conservatori la facevano da padroni. In Grecia ed Italia, poi, l’emergenza economica portò all’emergenza politica con la creazione di governi tecnocratici. La risposta alla crisi, dunque, fu dominata da politiche conservatrici e liberali, fedeli al credo monetarista e basate su rigore fiscale e centralità del mercato. Una risposta in tutto e per tutto simile a quella di Herbert Hoover, e della gran parte dei suoi colleghi europei, alla crisi del ’29, in un contesto istituzionale diverso ma, in realtà, comparabile. Se il regime finanziario internazionale di allora era caratterizzato dal Gold Standard, quello presente, in Europa, è costituito da Bce, Commissione europea, ed Unione Monetaria. Uno svuotamento cioè delle funzioni dei Parlamenti nazionali, o meglio, una prevalenza chiara di un certo tipo di scienza economica sulla democrazia – piegata ai diktat dei “mercati ci chiedono”, alla centralità di debito e deficit rispetto alla disoccupazione e alla produzione, ai meccanismi automatici di riequilibrio dei disavanzi commerciali attraverso recessioni auto-indotte (dall’austerity).

Negli ultimi anni, però, il panorama politico è cambiato, con la vittoria di Hollande e poi con la formazione di un governo squisitamente politico come quello di Renzi. Eppure, continua clamorosamente a mancare una risposta di sinistra, di alternativa politica ed economica al mainstream neoliberale – quella risposta keynesiana, socialista o, che più in generale mettendo al centro della politica economica la domanda, il lavoro, il salario, aveva sconfitto la Grande Crisi. La sinistra, in effetti, aveva abbandonato quelle idee e programmi già da una trentina d’anni, a cominciare non da Blair e Schroeder ma da Mitterand già nel 1983, senza dimenticare l’austerity anticipata dei vari governi Prodi in Italia. Eppure, quella sbornia neo-liberista denunciata da D’Alema qualche anno fa sembra lungi dall’essere passata. Anche davanti ad una crisi economica di portata storica, i socialisti europei si sono contraddistinti per un atteggiamento ultra-passivo rispetto alla risposta conservatrice data alla crisi. Il rigore finanziario è stato sposato e difeso a spada tratta, un po’ sotto la pressione dello spread, un po’ per convinzione e mancanza di riferimenti economico-culturali alternativi.

In realtà nel mondo accademico un forte movimento di rigetto dell’austerity c’è stato, ma non ha mai trovato nessun vero spazio nelle stanze dei bottoni del Pse.

Socialisti e conservatori non sono chiaramente totalmente assimilabili, ma le decisioni – senza dibattito – sulla politica economica sono state demandate a Bruxelles mentre nell’arena politica nazionale si discute di temi importanti quali il salario minimo (la Spd in Germania) o quali tipo di tagli al welfare (nel Regno Unito) senza per questo portare ad un generale ripensamento dei cardini della politica economica. Anzi, tanto i socialdemocratici tedeschi che i laburisti inglesi hanno fatto di tutto per accreditarsi come “responsabili”, per chiarire al di là di qualsiasi ragionevole dubbio che l’austerity non sarebbe stata toccata in caso di cambiamento della maggioranza di governo.

In Francia, dove i socialisti sono andati in effetti al potere, questo trend è stato ancora più evidente: Hollande è stato eletto come alfiere di un’altra Europa, ma una volta all’Eliseo ha abbracciato subito il dogma dei conti in ordine. In un primo momento si è cercato di contrastare l’austerity alzando le tasse, salvo poi, negli ultimi mesi, rilanciare l’abbassamento delle stesse, e i tagli alla spesa pubblica. Giustificando il tutto con il (neo)classico “l’offerta crea la domanda”, l’articolo di fede dei neo-lib, che sancisce infine la perfetta comunanza tra conservatori e socialisti, con il pensiero unico economico che diventa pensiero unico politico – quello che in fondo era il leit motif del tutt’altro che morto Washington Consensus (*).

In Italia, ovviamente, la storia si è ripetuta. Il Pd non è certo uscito dal paradigma liberale: ha sostenuto un governo tecnocratico come quello di Monti, ha votato fiscal compact e pareggio di bilancio in Costituzione e continua a predicare il rigore e il rispetto degli impegni europei. Si parla tanto di sviluppo e crescita, ma nulla o quasi è stato fatto in questo senso. D’altronde il responsabile economico del PD, Filippo Taddei, già in passato si era distinto per definire l’austerity un falso problema – le riforme e non la politica economica sono la risposta alla crisi. Questa vulgata è aumentata esponenzialmente con l’arrivo di Renzi a Palazzo Chigi. La politica economica è stata ignorata, con vari giri di valzer sul limite del 3% per il deficit, prima denunciato in patria, e poi santificato a Berlino. Ed in visita nelle varie cancellerie dell’Europa, da Parigi a Londra, Renzi ha fatto il giro delle 7 chiese (e mercati) dichiarando di rifarsi ogni volta a modelli politici diversi ma che in comune hanno l’allergia a spesa pubblica e politiche anti-cicliche. Le cosiddette novità di Renzi sono, appunto, nelle riforme, che nulla hanno a che fare con la scelta di paradigmi economici differenti da modelli mainstream di rigore. A più riprese il Premier si è detto indignato per la disoccupazione galoppante, che dovrebbe essere risolta da una nuova contrattualistica, rimanendo dunque in un ottica che nega qualsiasi ruolo alla domanda – facilitiamo gli investimenti dando più libertà/meno costi agli imprenditori, e, come per magia, la disoccupazione calerà. Senza neanche entrare nel merito – o meglio, nei demeriti – del jobs act, la filosofia del supply side rimane assolutamente immutata.

In realtà una piccola concessione all’importanza della domanda c’è stata, con l’incremento promesso in busta paga per i redditi medio-bassi. Il Pd l’ha presentata come una rivoluzione copernicana, e Taddei è andato a tutti i talk show per spiegare che il Pd mette il lavoro al centro della politica e dell’economia. Ma un partito che rifiuta in via di principio politiche keynesiane, che rimane guardiano dei conti in ordine, che chiede al mercato – con disoccupazione e riduzione dei salari – di risolvere le proprie crisi, nega in fieri un ruolo centrale per il lavoro. La piena occupazione rimane tabù, mentre la stella polare rimane il mercato che si auto-regola, l’utopia del liberismo sfrenato denunciata da Polanyi commentando la crisi del ‘29. A differenza di allora, però, il dibattito sulla politica economica – che è forse il contenuto principale della democrazia – è stato espulso dalla dialettica politica cancellando qualsiasi possibile risposta di sinistra alla crisi. Cancellando però, allo stesso tempo, qualsiasi ruolo politico significativo per la sinistra stessa.

(*) Basta qui ricordare le parole di Williamson – cui tuttora dobbiamo la definizione di Washington Consensus, secondo cui: “It would be ridiculous to argue that as a matter of principle every conceivable point of view should be represented by a mainstream political party. No one feels that political debate is constrained because no party insists that the Earth is flat…. The universal convergence [of economic policies] seems to me to be in some sense the economic equivalent of these (hopefully) no-longer-political issues.” (Williamson, J. (1993). “Democracy and the Washington Consensus.” World Development 21(8), p. 1330)

La democrazia diretta non basta | Fonte: il manifesto | Autore: Roberto Biorcio

MOVIMENTO 5STELLE. Il Movimento 5 Stelle si trova prima del previsto a confrontarsi con il problema del governo nazionale e con le inevitabili divergenze di opinioni e di atteggiamenti fra i suoi 163 eletti alla prima esperienza parlamentare. Divergenze raccolte, amplificate e spesso manipolate da giornalisti e di mezzi di comunicazione. Il M5S affronta, a un livello molto più impegnativo, gli stessi problemi incontrati a Parma un anno fa.

Una forte accelerazione del passaggio da movimento di cittadini attivi sul territorio a responsabilità per amministrare un importante capoluogo di provincia. A livello nazionale, il passaggio è più difficile: l’approdo in parlamento crea problemi a altre forze politiche ma anche allo stesso movimento. L’esperienza del M5S ricorda per molti aspetti lo tsunami al Bundestag tedesco provocato dai Verdi trenta anni fa. I Grünen non erano solo portatori di contenuti ecologisti e pacifisti. Il rifiuto della tradizionale forma partito e il tentativo di sperimentare nuove pratiche politiche e organizzative aveva creato notevoli difficoltà al nuovo soggetto politico, lacerato a lungo dal conflitto fra le posizioni pragmatiche e quelle più radicali (i realo e i fundi ). Solo gradualmente è stata superata la diffidenza ad allearsi con le altre forze politiche, arrivando nel 1998 alla partecipazione al governo con i socialdemocratici. Anche la Lega Nord, che era stata costruita come movimento alternativo, aveva impiegato cinque anni prima di allearsi, con Berlusconi nel 1994. Il M5S deve affrontare gli stessi problemi in tempi molto più ridotti: per il peso assunto nella rappresentanza nazionale non può più limitarsi ad essere un semplice “strumento” di protesta e partecipazione.

La democrazia diretta può essere sufficiente in aree territoriali limitate o nella comunità on-line. Ma è difficile da praticare nella fase in cui l’impegno si sposta a livello nazionale e diventano necessarie definire strutture e responsabilità organizzative del movimento, al di là delle rete dei collegamenti fra i Meetup. I problemi del M5S sono diventati più complessi per i rapporti di forza fra le principali coalizioni politiche dopo le elezioni. Appare definitivamente in crisi lo schema bipolare fra centrodestra e centrosinistra. Berlusconi ha avuto per la prima volta un forte ridimensionamento dei consensi elettorali e parlamentari. Bersani non è riuscito a cogliere una vittoria che appariva scontata perché si è preoccupato più di rassicurare i mercati e le istituzione europee che di raccogliere e di interpretare la domanda di cambiamento. Il Partito democratico si trova diviso fra l’alleanza con l’avversario di sempre e il tentativo di creare un “governo del cambiamento” che potrebbe ottenere l’approvazione di importanti riforme con il sostegno a 5 stelle. Una possibile riedizione dell’esperienza realizzata in Sicilia che terrorizza però, non a caso il presidente di Mediaset.

Le divergenze di strategia interne al Pd riflettono due possibili evoluzioni dell’intera politica italiana che fanno emergere differenze anche fra gli eletti, gli attivisti e gli elettori del M5S. I sondaggi hanno segnalato l’esistenza di un segmento non trascurabile (20%) di elettori del movimento di Grillo che sarebbero favorevoli ad appoggiare un governo guidato dal Pd. Una prospettiva che, in questa fase metterebbe in discussione la necessità di costruire percorsi e strumenti alternativi ai partiti per garantire una effettiva influenza dei cittadini sulle istituzioni politiche.
Le discussioni fra i parlamentari del M5S evidenziano l’esigenza di ripensare e cambiare pratiche e strutture organizzative. Se questo non avviene, le decisioni politiche sono di fatto assunte solo da Grillo e dallo staff centrale. Il comico genovese, d’altra parte, rappresenta la risorsa fondamentale per mantenere l’unità degli attivisti e garantire una influenza significativa nell’arena politica.

Appello per le elezioni del 24 e 25 febbraio per un’Italia rinnovata, nei valori dell’Antifascismo, della Resistenza e della Costituzione

VOLANTINO ANCONA (2)