PER INGRAO da: libertà e giustizia

PER INGRAO

PER INGRAO

Libertà e Giustizia ricorda Pietro Ingrao, protagonista illustre e illuminato della storia e della politica italiane, con la relazione tenuta  dal suo Presidente onorario Gustavo Zagrebelsky alla Camera dei Deputati il 31 marzo 2015, in occasione della cerimonia per i 100 anni di Ingrao

 

 

(una piccola frase) “Il voto, da solo, non basta”. In questa breve frase di Pietro Ingrao può essere racchiuso tutto il senso della sua lunga riflessione sulla democrazia, sulla rappresentanza, sul sistema parlamentare. Le considerazioni che seguono sono un commento a queste parole: un commento che ha sullo sfondo – non potrebbe essere diversamente – le condizioni attuali della democrazia nel nostro Paese.

 

Prendo lo spunto da un carteggio tra lo stesso Ingrao e Norberto Bobbio, a margine e a seguito d’un convegno torinese svoltosi nell’autunno del 1985. Le lettere sono, la prima (di Bobbio), del 12 novembre e l’ultima (d’Ingrao) del 30 gennaio 1986 (ora in P. Ingrao, Crisi e riforma del Parlamento, Roma, Ediesse, 2014, pp. 83-124). In quel dialogo si discute di “vera e falsa democrazia”. Ingrao aveva da poco avanzato la sua proposta di “governo costituente”, dopo il fallimento della cosiddetta politica dei due tavoli e della Commissione Bozzi per la riforma della Costituzione, che a quella politica era ispirata.

 

Sono a confronto due posizioni. Bobbio ripropone quella ch’egli stesso definiva la “definizione minima” di democrazia. Questa definizione a Ingrao appariva insufficiente. Anzi, nelle condizioni economiche e sociali date, gli appariva vuota e ingannevole: in sostanza, la copertura d’interessi di oligarchie nazionali e sovranazionali, contrastanti con i diritti delle masse lavoratrici e con la loro urgenza d’emancipazione.

 

La riflessione e la terminologia di Ingrao vengono da lontano. Masse e potere è il titolo d’una raccolta di scritti (il primo è del 1964), pubblicata nel 1977, che ebbe allora notevole successo e ispirò in quegli anni il pensiero e l’azione di parte della sinistra. Rileggendo quei testi, si è colti da una duplice e apparentemente contraddittoria sensazione. Parlano d’un mondo che ci appare lontano ma sollevano problemi vicini: anzi, problemi che sono drammaticamente di oggi e riguardano il nostro futuro.

 

(definizione minima) I concetti-chiave di Ingrao sono tre: masse (come nel titolo del volume del 1977), unità ed egemonia. Questa triade può forse essere assunta come una reinterpretazione della “democrazia progressiva” teorizzata da Togliatti, all’epoca della Costituente. Mondo lontano, dicevo: dove sono, oggi, le masse? E l’unità? E l’egemonia? Naturalmente, stiamo parlando delle masse popolari, dell’unità della sinistra e dell’egemonia della cultura che ne costituiva l’identità. Allora, sembrava un mondo di possibilità che si sarebbero potute cogliere per una ridefinizione dei rapporti sociali. Oggi, sembrerebbero distrazioni dalle condizioni reali delle democrazie del nostro tempo. Eppure, quelle tre parole evocano problemi politici di portata generale, problemi che restano pur se le condizioni cambiano.

 

Ma – ecco entrare in scena Bobbio – nell’intento di accordare la democrazia ai contesti, storici esistono limiti concettuali che devono essere tenuti fermi, a pena di confusione, fraintendimenti e, anche, d’inganni. Ora, se c’è una parola ambigua del nostro lessico politico – ambigua come la sua gemella, libertà – è proprio democrazia. Gaetano Salvemini, lo storico antifascista che Bobbio stesso incluse nel pantheon dei suoi “maestri nell’impegno”, scrive: “La parola democrazia, come tutte le altre parole astratte collettive (nazione, stato, chiesa, patria, esercito, parlamento, partito, capitalismo, proletariato), è facilmente soggetta alla sublimazione poetica e viene dotata di un’anima, di un genio, di un cuore e di molti altri organi che servono a noi poveri mortali. La ‘democrazia’ agita le masse, dirige i partiti nella lotta politica; nasce, cresce, s’indebolisce, si ammala, corre il rischio di morire, o addirittura muore, come farebbe una persona in carne e ossa. Molte controversie sulla democrazia non sono che discussioni senza senso su un essere mitologico e inesistente […] La parola democrazia è adoperata anche per indicare dottrine e attività diametralmente opposte a una delle istituzioni essenziali di un regime democratico, vale a dire l’autogoverno. Così noi sentiamo [parlare] di una cosiddetta ‘democrazia cristiana’ che, secondo la Catholic Encyclopedia, ha lo scopo di ‘confortare ed elevare le classi inferiori escludendo espressamente ogni apparenza o implicazione di significato politico”; questa democrazia esisteva già al tempo di Costantino, quando il clero ‘dette inizio all’attività pratica della democrazia cristiana’, istituendo ospizi per orfani, anziani, infermi e viandanti. I fascisti, i nazisti e i comunisti hanno spesso dato l’etichetta di democrazia, anzi della ‘reale’,‘ ‘vera’, ‘piena, ‘sostanziale’, ‘più onesta’ democrazia ai regimi politici d’Italia, della Germania e della Russia attuali, perché questi regimi professano anch’essi di confortare ed elevare le classi inferiori, dopo averle private di quegli stessi diritti politici senza i quali non è possibile concepire il “governo dei popoli”. Anche la parola ‘libertà’ soffre della malattia dei troppi significati. “I filosofi hanno tessuto intorno a essa una terribile rete di confusione”.

 

La ‘definizione minima’ di Bobbio, sulla quale non dovrebbero nascere dissensi proprio perché ‘minima’ o essenziale, deve servire a evitare che il confronto s’ingarbugli in equivoci. “Invito al colloquio” è il titolo del primo saggio di “Politica e cultura”, un’espressione che si potrebbe assumere come progetto dell’intera attività politico-intellettuale di Bobbio. Ma, il colloquio, affinché non si svolga in acque torbide, deve sapere qual è l’oggetto e che cosa, per non intorbidarle, ne deve stare fuori. Per questo, occorre una definizione, cioè – direbbero i giuristi –un’actio finium regundorum concettuale. Una definizione è necessaria, ma una definizione troppo pretenziosa non aprirebbe, bensì chiuderebbe il confronto. Ecco l’attaccamento di Bobbio alle “definizioni minime”. Sono minime le sue definizioni di socialismo, liberalismo, destra e sinistra, ad esempio. Ed è minima la definizione di democrazia; potremmo anzi dire minimissima: a) tutti devono poter partecipare, direttamente o indirettamente, alle decisioni collettive; b) le decisioni collettive devono essere prese a maggioranza. Tutto qui. Oltre che minima, questa definizione è anche solo formale: si riferisce al “chi” e al “come”, ma non al “che cosa”. Riguarda soltanto – come si usa dire per analogia – le “regole del gioco”, ma non il risultato del gioco. Su questo punto, Bobbio è ritornato più e più volte, senza deviazioni, senza concessioni a fini, valori, progetti, ecc., da immettere nella definizione. Come la definizione del diritto secondo Kelsen, cui spesso Bobbio s’ispira per molti aspetti, così la definizione della democrazia deve essere “pura”, cioè meramente formale. “Non escludo – ha commentato una volta Bobbio stesso, con un tocco d’autoironia che i giuristi non formalisti non stentano a cogliere – che questa insistenza sulle regole, cioè su considerazioni formali più che sostanziali, derivi da una deformazione professionale di chi ha insegnato per decenni in una facoltà giuridica”.

 

Anche quando il discorso si approfondisce, per così dire esplicitando i presupposti delle suddette due proposizioni definitorie, si resta sempre entro coordinate minime e formali. In un testo del 1987 (ora in Teoria generale della politica, a cura di M. Bovero, Torino, Einaudi, 1999, pp. 381 s.), le due regole diventano sei, così: 1. tutti i cittadini che abbiano raggiunto la maggiore età senza distinzione di razza, di religione, di condizione economica, di sesso, debbono godere dei diritti politici, cioè ciascuno deve godere del diritto di esprimere la propria opinione o di scegliere chi la esprime per lui; 2. il voto di tutti i cittadini deve avere peso uguale; 3. tutti coloro che godono dei diritti politici debbono essere liberi di poter votare secondo la propria opinione formatasi quanto più è possibile liberamente, cioè in una libera gara tra gruppi politici organizzati in concorrenza fra loro; 4. debbono essere liberi anche nel senso che debbono essere posti in condizione di scegliere tra soluzioni diverse, cioè tra partiti che abbiano programmi diversi e alternativi; 5. sia per le elezioni, sia per le decisioni collettive, deve valere la regola della maggioranza numerica, nel senso che si consideri eletto il candidato, o si consideri valida la decisione, che ha ottenuto il maggior numero di voti; 6. nessuna decisione presa a maggioranza deve limitare i diritti della minoranza, particolarmente il diritto di diventare a sua volta maggioranza a parità di condizioni.

 

Ripercorrendo questi sei punti, ci accorgiamo che la definizione minima e formale resta ferma, ma si introducono precisazioni, per così dire, di ambiente, l’ambiente entro il quale, soltanto, le regole permettono un gioco leale, non truccato. La forma, insomma, si deve appoggiare su determinate premesse, ma resta forma. Si potrebbe dire così: la democrazia è forma. La forma può essere truffaldina. Affinché non lo sia, occorrono condizioni. Tali condizioni riguardano sempre ancora il chi e il come, non il che cosa, che resta fuori dalla definizione. Ma non sono esse stesse regole del gioco. Consentono il gioco leale, ma non sono il gioco.

 

(la critica a Ingrao) Partendo da questa premessa, si comprende come i tre concetti-chiave di Ingrao possono apparire o modi diversi di nominare concetti noti alla teoria della democrazia, oppure deviazioni.

 

Si prenda la “massa”. Bobbio chiede “che cosa si possa intendere mai per democrazia di massa di diverso da quel che s’intende per democrazia fondata sul suffragio universale”; che cosa si dica di più e di meglio “rispetto a quel che s’intende quando si parla di un sistema politico in cui tutti i cittadini maggiorenni hanno il diritto di voto”? Se non s’intende nulla di diverso, la democrazia di massa è perfettamente compatibile, anzi è la definizione formale della democrazia che vive nell’ambiente democratico del diritto di riunione sulle piazze e delle altre forme di “coalizione sociale”, come si diceva un tempo. Ma non è tutto. Introdurre le masse al posto dei cittadini non farebbe capire esattamente di che cosa si stia parlando. Nella zona grigia dell’incertezza entrano atteggiamenti emotivi che si dovrebbero fugare. Ingrao usa espressioni come “irruzione delle masse nello Stato”, espressione che fa pensare “a un fiume tumultuoso che rompe gli argini, spazza e travolge ciò che trova nel suo corso”, all’agere per turbas, all’azione diretta della folla, della “turba”. Massa può alludere a un corpo collettivo amorfo e indifferenziato, mentre il soggetto principe di un regime democratico è il singolo individuo, l’individuo informato compos sui. “In democrazia non ci possono essere masse: ci sono o individui, oppure associazioni volontarie d’individui, come i sindacati e i partiti”. In ogni caso, in democrazia gli individui sono chiamati a pensare e a volere a partire dalla propria autonomia morale. Devono affrancarsi dalla “psicologia della massa” sulla quale si appoggiano e si sono appoggiati tutti i demagoghi d’ogni tempo e luogo.

 

E l’unità? Che senso ha l’appello all’unità che il Partito comunista di quegli anni insistentemente faceva proprio: compromesso storico e alternativa democratica? La democrazia è un regime d’insieme e “non può essere chiamato democratico in una delle sue parti se non a costo di creare una notevole confusione. Se una di queste parti viene chiamata “democratica” [o nazionale] è segno che la si considera una parte che tende a identificarsi col tutto” (e qui, di nuovo, fa capolino, la “voglia di massa”). In questo regime d’insieme deve esserci “distinzione”, cioè pluralismo. “Senza pluralismo non è possibile alcuna forma di governo democratico e nessun governo democratico può permettersi di ridurre, limitare, comprimere il pluralismo senza trasformarsi nel suo contrario”. La sintesi è espressa da Bobbio in termini assai forti, perfino scandalosi: “la discordia è il sale della democrazia, o più precisamente della dottrina liberale che sta alla base della democrazia moderna (per distinguerla dalla democrazia degli antichi). Resta sempre a fondamento del pensiero liberale e democratico moderno il famoso detto di Kant: ‘L’uomo vuole la concordia, ma la natura sa meglio di lui ciò che è buono per la sua specie: essa vuole la discordia’”. Questo passo interessa non solo per l’elogio della discordia, pur se contenuta in un quadro che impedisca la dissoluzione: la bestia nera del pensiero politico classico, equivalente alla stasis, alla quiete prima della tempesta della guerra civile. Interessa anche perché vi appare con chiarezza la premessa ideologica della visione democratica di Bobbio: democrazia liberale.

 

E l’egemonia? Qui Bobbio confessa che si tratta d’un concetto che gli è “meno familiare”, ma ciò non gli impedisce di porre una domanda analoga a quella posta a proposito della “massa”: “mi piacerebbe che qualcuno mi spiegasse in che cosa consista l’egemonia in un sistema democratico se non nella capacità di ottenere il maggior numero di voti […] Se qualcuno mi sa dire che cosa significhi in democrazia, entro il sistema di certe regole del gioco, conquistare l’egemonia, oltre al conquistare il consenso degli elettori, lo prego di farsi avanti”.

 

Insomma: egemonia, massa, unità non apparterrebbero al sistema concettuale del pensiero liberal-democratico. Possono ascriversi a tradizioni politiche diverse, di destra o di sinistra (non è questo il punto). A meno che, è la conclusione di Bobbio, non si tratti soltanto di modi di dire con altre parole cose che appartengono a un patrimonio comune: comune anche a un partito come il Partito comunista che ha contribuito alla democrazia delineata dalla Costituzione  e, quindi, condivisa da Ingrao stesso.

 

Quello di Bobbio è un tentativo di riportare le posizioni di Ingrao sui binari della sua concezione minima, per la quale la democrazia è essenzialmente voto. Ma Ingrao – s’è visto – dice una cosa diversa: il voto, da solo, non basta.

 

(il senso della replica) In sintesi, può dirsi che, mentre la posizione di Bobbio si giustifica sul piano della teoria; la posizione di Ingrao si radica nella realtà politica e sociale del suo tempo, quale a lui appare in approfondite analisi – una volta, ogni discorso “sovrastrutturale” presupponeva un’analisi “strutturale -, analisi che spaziano dall’organizzazione del lavoro e dalle conseguenze sulla classe operaia, all’urbanesimo, alla mondializzazione dei mercati e alla finanziarizzazione dell’economia, ai rapporti di potenza militare tra i blocchi, allo sfruttamento privatistico delle risorse comuni, alle concentrazioni di potere nel campo dell’informazione conseguenti alle innovazioni tecnologiche, fino alla evaporazione della sovranità degli stati nazionali. Ci sono pagine risalenti ormai a trent’anni fa che colgono con precisione il segno di quello che sarebbe diventato evidente solo più tardi. Le riflessioni istituzionali di Ingrao prendono origine, sempre, da analisi realistiche. A differenza di quel che sarebbe successo in tempi a noi più vicini, le “regole del gioco” non sono da lui considerate in astratto, ma sempre in relazione ai contenuti della politica, la politica di emancipazione delle classi subalterne. Per esempio, col linguaggio odierno: democrazia decidente, sì; ma per decidere che cosa? L’aspetto sostanziale è sempre presente. Si tratta di promuovere realizzazioni e contrastare tendenze, avendo come obiettivo i principi di libertà, di giustizia e di emancipazione sociale scritti nella Costituzione, in particolare nell’art. 3, secondo comma, richiamato in ogni possibile occasione. Nessuna riforma delle regole è indifferente rispetto alla sostanza – per rimanere nell’immagine – del gioco che viene giocato.

Ascoltiamo da lui due esempi. Il primo riguarda la pace e la guerra, la militarizzazione del mondo, un tema che è al centro dei timori, anzi delle angosce di Ingrao, sul quale egli è ritornato nel 2003, in dialogo con Alex Zanotelli (Non ci sto! Appunti per un mondo migliore, San Cesario di Lecce, Manni ed.). “È possibile – si chiede – ragionare di revisione o aggiornamento, o sviluppo della Costituzione [il riferimento è alla Commissione Bozzi e al suo fallimento] senza muovere da quei processi, e identificarne la natura e le conseguenze? È indubbio che la dimensione e la qualità raggiunte oggi dall’armamento nucleare, i suoi sviluppi nelle strategie militari intercontinentali […] mettono in discussione (adopero questo termine cauto) il significato, la validità, l’interpretazione degli articoli 11, 78 e 80 della Costituzione. Sono articoli che concernono poteri vitali. Sono norme che definiscono il volto della Repubblica, anzi per stare al termine della Costituzione: dell’Italia, cioè di un’entità che va oltre lo Stato-organizzazione, e riguarda il nostro essere comunità e popolo e nazione, se vogliamo adoperare termini più semplici. Si può discutere quale risposta dare a questi problemi […] Ma mi sembra davvero difficile non assumere quel problema come essenziale, e ragionare oggi sulla Carta costituzionale, senza metterlo al centro della ricerca e della proposta conclusiva”.

Ancora. “Si trova scritto nelle pagine dei giornali, nei documenti degli specialisti o delle organizzazioni interessate o delle istanze di governo e parlamentari, che siamo a un passaggio d’epoca, e dinanzi a una soglia sinora mai sperimentata: per cui lo sviluppo dell’industria e dell’innovazione industriale (questi veri e propri simboli del mondo moderno) almeno per un periodo prevedibile, lungi dal determinare […] crescita dell’occupazione, minacciano di portare a una riduzione degli occupati (conoscete le cifre impressionanti già sull’oggi). Come possono o devono essere gestiti questi processi del tutto inediti e gravidi di conseguenze? Con quali possibili innovazioni nei soggetti, nelle procedure, nella distribuzione dei poteri? La Costituzione non è affatto indifferente a questi temi. Anzi li indica come fondamentali; altrimenti non si capirebbe l’art. 3, e tutto il Tirolo III dei “Rapporti economici”, sino agli articoli 41-46”.

 

(le contro-obiezioni di Ingrao) Quanto alle osservazioni di Bobbio a proposito del concetto di massa e di democrazia di massa, Ingrao chiarisce che non si tratta della folla informe che cede alle tentazioni irrazionali, diremmo oggi, dell’anti-politica, ma che vuole riferirsi alla “trama dei partiti, alla rete dei sindacati, allo sviluppo di movimenti sociali nettamente diversi anche dai partiti e dai sindacati”: i movimenti ecologisti, delle donne, dei pacifisti, dei giovani; alla rete di associazioni che pur non danno luogo a rivendicazioni generali, perfino espressioni di natura corporativa e lobbistica. Si può ignorare questa realtà, che contiene anche elementi contraddittori, ma che comunque rappresentano la trama sociale “di massa” su cui operano le moderne democrazie? Si può pensare a una democrazia solo di individui? A un “elenco di elettori”? La realtà è quella di molti individui organizzati che “pensano insieme” e insieme agiscono secondo programmi comuni duraturi, iniziative comuni, vincoli reciproci che si prolungano prima e dopo il voto. Certo, queste forme di associazionismo possono portare a cristallizzazioni burocratiche e partitocratiche che soffocano l’autonomia individuale. Ma, allora, “perché non dovremmo parlare di società di massa, al di là del significato valutativo che si voglia dare a questa espressione?

Quanto all’egemonia: no, Ingrao non è d’accordo con Bobbio che la riduce alla semplice acquisizione del consenso elettorale. È qualcosa di diverso, un “consenso attivo” che riguarda “l’intera lettura di uno stato di cose”. L’egemonia è una forza culturale che muove i singoli, le loro organizzazioni e le relative espressioni politiche, capace di promuovere un’idea generale della vita sociale. Ingrao parla di “ideologia” come forza capace di indirizzare la direzione politica nazionale. È una questione di contenuti di pensiero e di azione che non possono non esistere in qualunque società organizzata. Storicamente, questi contenuti sono quelli fissati nella Costituzione, a partire dal già più volte citato art. 3, secondo comma. Il fattore egemonico, nel senso detto, introduce naturalmente una distinzione tra le strutture della società di massa, tra quelle capaci di egemonia e quelle puramente parassitarie e corporative, di cui s’è detto.

Infine, l’ossessione unitaria. Unità è certo una parola ricorrente nel vocabolario politico dei comunisti italiani, concede Ingrao. Ma non deve essere intesa in senso organicistico e totalizzante. L’unità è la principale “risorsa del potere” innovativo, necessaria per incidere sulle strutture del potere in atto, in un quadro conflittuale, date le condizioni sociali e politiche sfavorevoli in cui opera il movimento operaio. In fondo, aggiunge Ingrao, non facciamo che “imparare dai borghesi” che hanno saputo creare un blocco sociale capace di egemonia, non solo sommando voti, ma esercitando una funzione dirigente nazionale. L’unità di cui si parla, è “unità in funzione di una lotta”.

 

(le riforme costituzionali) In questo quadro si pongono le proposte di Ingrao a proposito del “governo costituente”, cui già s’è fatto cenno, e delle riforme istituzionali. Fermissimo nella difesa dei valori portanti della Costituzione (potremmo dire: della sua prima parte), Ingrao considera la “macchina dello Stato” insufficiente a raggiungere gli obbiettivi d’una politica funzionale alla loro traduzione in prassi sociale. Sotto certi aspetti, le sue proposte si avvicinano a quelle che ancora oggi hanno corso: riforma della legge elettorale, unicameralismo (“il bicameralismo non sta più in piedi”), rafforzamento dell’azione di governo. Ma, le singole proposte devono essere viste in un quadro d’insieme. Ciascuna riforma deve considerarsi in relazione alle altre: la riforma elettorale è legata al tipo di Parlamento che si vuole; il tipo di parlamento, al rapporto con l’esecutivo; la democrazia rappresentativa, al rapporto con la democrazia diretta. L’insieme degli interventi su questi punti finisce poi per investire il sistema dei partiti. Già allora si parlava dell’affanno della democrazia, anzi di “blocco della democrazia”. E già allora s’immaginava una democrazia dell’alternanza che aprisse la via a “strategie alternative”. La preoccupazione fondamentale era lo svuotamento della politica e la necessità del suo “rilancio in senso grande”, a fronte dei processi di concentrazione oligarchica del potere (ciò a cui già s’è fatto cenno) e di occultamento dei suoi attori e delle sue procedure (Ingrao, con riguardo al potere occulto, parla di “stato duale”, equivalente al “doppio stato”).

 

Il senso complessivo della proposta d’Ingrao, insieme alla contraddizione con le aspirazioni ch’erano consegnate alla cosiddetta “grande riforma”, ambita dall’allora Partito socialista e da altre forze collaterali, è colta immediatamente da Bobbio: “Tu ti sei sempre battuto per la centralità del Parlamento, i riformatori invece si sono posti il problema della riforma costituzionale allo scopo di rafforzare l’esecutivo”. In effetti, il pomo della discordia era ed è la sede del cosiddetto potere di “indirizzo politico”. Una cosa è se quella sede è nel Parlamento, altra se è nel governo, oppure è il frutto d’un confronto. A sua volta, una cosa è un sistema elettorale che vale come selezione e investitura d’una forte rappresentanza parlamentare capace d’elaborazione politica autonoma; un’altra, quando mira a un regime d’investitura (per quanto indiretta) del governo e del suo capo, come portatori d’una legittimazione indipendente e soverchiante su quella parlamentare. La democrazia parlamentare, di cui Ingrao è sempre stato tenace difensore, deve fare attenzione a che il baricentro della politica non si rovesci e, dal raccordo tra la base di massa con il parlamento tramite i partiti, non si passi al rapporto diretto degli elettori con l’esecutivo che emargina il Parlamento.  I reali “processi” politico-sociali, i rapporti di forza, le culture concrete che sono sempre al centro del discorso di Ingrao sono profondamente influenzati, a seconda che s’imbocchi l’una o l’altra strada. Proposte di riforma a prima vista simili devono, perciò, essere tenuti distinti in conseguenza del quadro in cui li si colloca. Ad esempio, il superamento del bicameralismo o, radicalmente, l’abolizione del Senato possono fare della Camera dei deputati il luogo della massima espressione della rappresentanza e rafforzare la democrazia parlamentare; ma possono anche valere, al contrario, all’indebolimento della funzione parlamentare di fronte a un governo, legittimato da un idoneo sistema elettorale, che esige rapide ed efficienti ratifiche del suo indirizzo politico e dei provvedimenti conseguenti.

 

(riepilogo) Al di là delle questioni di parole – parole della politica, spesso cariche di ambiguità e sottintesi –, le questioni sulle quali le precisazioni aiutano a uscire dai malintesi, ciò che si può dire conclusivamente dal carteggio da cui ho preso spunto, è, forse, che il contrasto tra Bobbio e Ingrao è più apparente che reale. Questa conclusione non è dettata dall’amore per il compromesso a ogni costo o dal desiderio di finire comunque in gloria. Ciò di cui parla Bobbio ha bisogno di ciò di cui parla Ingrao. Il loro discorso si svolge su piani diversi che non si scontrano, ma si completano.

 

Bobbio parla della democrazia rispetto alle sue leggi di cornice entro la quale la lotta politica deve contenersi, Ingrao della democrazia come lotta politica; l’uno della democrazia come forma che presuppone una sostanza, l’altro della sostanza che implica una forma. Bobbio parla delle condizioni della democrazia, ma le possibilità non bastano se non ci sono forze che sappiano che farsi della democrazia, che ne abbiano bisogno per i propri progetti e che traggano la democrazia dal regno delle possibilità al regno della realtà. Se queste forze mancano, le forme, da sole, non sono capaci di suscitarle e la democrazia è destinata a essere solo il titolo d’un capitolo nei libri di diritto costituzionale. Del resto, che la forma non sia sufficiente; che essa sia destinata a diventare un guscio vuoto e perfino a risultare una formula mendace, occultatrice di realtà non o antidemocratiche, alla fine ripudiata dai cittadini, è Bobbio stesso a riconoscerlo: “io non posso separare la democrazia formale dalla democrazia sostanziale. Ho il presentimento che dove c’è soltanto la prima, un regime democratico non è destinato a durare” (Lettera a Guido Fassò del 14. 2. 1972, citata in L. Ferrajoli, Principia iuris. Teoria del diritto e della democrazia, vol. II, Bari, Laterza, 2007, pp. 112-113). Una conclusione perfettamente conforme alle preoccupazioni di Ingrao che credo giusto rammentare nel momento in cui di lui festeggiamo riconoscenti il contributo alla vita della Repubblica, ricordando cose dette più di trent’anni fa, ma valide non solo per quei tempi.

(Gustavo Zagrebelsky)

Laura LOMBARDO RADICE o Laura INGRAO – partigiana-da: biografia di donne protagoniste del loro tempo a cura di barbara bertolini e rita frattolillo

Laura LOMBARDO RADICE o Laura INGRAO

di Rita Frattolillo

(Fiume, 21.9.1913 – Roma 23.3.2003), docente, partigiana, donna politica italiana

Laura nasce alla vigilia della prima guerra mondiale a Fiume, città italiana che allora era lo sbocco sul mare dell’impero austro-ungarico, e che oggi è la croata Rijeka. Cresce con la sorella Giuseppina e il fratello Lucio in una famiglia non comune, per cultura e coerenza di idee.

La madre, Gemma Harasim, maestra poliglotta, è una fiumana irredentista; tra l’altro collabora al giornale triestino “Voce”, espressione di una nuova cultura militante non tradizionale. Il padre, Giuseppe Lombardo Radice, siciliano, è un insigne pedagogista di idee liberali.

Negli anni ’20, malgrado la forte opposizione di Gemma,  Giuseppe accetta di lavorare alla Riforma fascista della scuola voluta dal ministro dell’istruzione, il filosofo siciliano Giovanni Gentile, in qualità di direttore generale per l’istruzione elementare.

La famiglia si trasferisce quindi a Roma, ma, dopo il massacro del deputato socialista Giacomo Matteotti per mano degli squadristi (10.6.1924), sdegnato e sconvolto, Giuseppe si dimette e torna all’insegnamento. Vessato dal regime fascista, a stento salva la cattedra, e nel ’33 è costretto a chiudere la sua rivista “L’Educazione nazionale”.

Laura e i fratelli crescono quindi in un ambiente familiare in cui le parole d’ordine sono rispetto, libertà, fedeltà alle proprie idee, tutti valori inculcati giorno dopo giorno da Gemma, che, ritiratasi dall’insegnamento, fa scuola in casa ai  tre figli, mettendo in pratica la sua teoria che ogni bimbo deve “esplorare il mondo a poco a poco. Più lo fa da sé, colle sue forze, aguzzando l’occhio e il pensiero, più questa esplorazione è feconda”. Liberi dagli orari scolastici, i piccoli alunni imparano a coltivare l’orto come a fare teatro, disegnano e frequentano musei, scrivono al padre partito volontario per il fronte (sul Carso) oppure leggono le sue lettere, commentano le fiabe trasformandone la trama a loro piacimento.

Intanto, mentre Laura e i fratelli vanno avanti negli anni e negli studi, il fascismo invade tutto il tessuto sociale, creando un clima soffocante, al quale la giovane reagisce come può, dando vita con Lucio ad un gruppo di intellettuali romani vicini alle idee marxiste: Giaime e Luigi Pintor, Aldo Natoli, Paolo Bufalini, Mirella De Carolis tra essi. Ma, ad un certo punto, si accorgono che la cultura da sola non basta, che c’è fame di azione concreta, di cambiamento, insomma di politica, soprattutto dopo la guerra di Spagna (1936) e dopo la “scoperta” di Antonio Gramsci. A ventitre anni, nel 1937, Laura vince il concorso di professore e ottiene il primo incarico di insegnamento a Chieti (1937/38). L’allontanamento da Roma dura poco, perché la morte del padre (18.6.1938) segna il suo ritorno nella capitale e l’intensificazione della sua attività nel movimento di cospirazione del gruppo antifascista. Qualche mese, e il governo fascista introduce le leggi per la difesa della razza, che deporteranno ad Auschwitz e Dachau migliaia di ebrei. E’ anche l’ inizio di una parabola che porterà in galera, per “ricostituzione del partito comunista”, Aldo Natoli, Pietro Amendola (figlio di Giovanni, assassinato nel 1926), e Lucio, che, per  l’arresto del 21.12.1939, non può prendere servizio come assistente alla cattedra di geometria analitica. Dovrà attendere fino al ’45 per essere ammesso come assistente alla Sapienza.

E’ nel momento dell’arresto del fratello che Laura – sono sue parole – ha una svolta, e diventa militante, prendendo coscienza di non essere “soltanto” la sorella di un carcerato, ma una che partecipa in prima persona (Appunti inediti, anni ’80). Entrata nella Resistenza romana, svolge azioni di boicottaggio, organizza scioperi, raccoglie medicine, indumenti e cibo per i perseguitati e i prigionieri politici. Nel lavoro di cospirazione incontra un amico di Lucio, Pietro Ingrao. Per potersi scambiare messaggi, documenti, indicazioni operative, i due giovani devono crearsi una copertura, fingere di essere fidanzati. Non è difficile, anzi: uscire insieme, passeggiare, andare ai concerti… «Stavamo da soli noi due, anche molto a lungo»,  racconta Pietro. «Lei era bella, vitale, intelligente, io un giovanotto di campagna, non ancora trentenne e anche un po’ rozzo. Che devo dire? Allungai le mani: ci provai». La reazione di Laura non si fa aspettare; lo rimette subito a posto, chiarendogli che la loro è solo finzione  mentre gli dà una botta sulla mano.

Sembrava una cosa finita.

Nel dicembre ’42, c’è una nuova ondata di arresti. Lucio, che è un affermato matematico, è tornato libero, ma non si può esporre in quanto controllato dalla polizia, per cui tocca a Mario Alicata e a Pietro, ormai dirigenti del gruppo comunista, informare il partito, al Nord. Il 27 dicembre è arrestato Mario, e allora il partito ordina a Pietro di darsi alla macchia, di sparire. Non può tornare a casa sua, gira Roma salendo e scendendo dai tram per scongiurare i pedinamenti, si fa ospitare da Luchino Visconti, il grande regista discendente della vetusta casata milanese. A tarda sera, prima di salire sul treno, decide di presentarsi dai Lombardo Radice, dove Lucio gli conferma che deve assolutamente partire per Milano. «Fu allora che  venne il momento di salutarsi. E fu Laura ad accompagnarmi al cancello». Il primo bacio fu lì, al cancello, senza sapere se si sarebbero  rivisti, e quando. Per Pietro saranno mesi di clandestinità, e per entrambi un cammino lungo sessant’anni.

La morte del patriota e scrittore Giaime Pintor, saltato a ventiquattro anni su una mina il 1 dicembre’43 nel tentativo di varcare le linee del fronte a Castelnuovo al Volturno, è un durissimo colpo per i suoi amici più stretti, tra cui Laura, che fa ancora più suo il messaggio etico-politico che Giaime aveva indirizzato al fratello minore Luigi sulla necessità degli intellettuali di scendere sul terreno dell’utilità comune e combattere.

Quando la popolazione romana, affamata dalla borsa nera, ed esasperata da una guerra ormai considerata senza sbocco, dà segnali di ribellione, è Laura, insieme alle altre dirigenti del partito comunista clandestino, come Adele Bei, Marcella Lapiccirella, ad organizzare gli assalti ai forni, che dopo l’attentato di via Rasella e l’eccidio delle Fosse Ardeatine si susseguiranno sempre più numerosi.

Il 3 marzo 1944, Laura, assieme a Marcella e alla fidanzata di Lucio,  Adele Maria, figlia diciottenne dello storico cattolico Carlo Arturo Jemolo, si trova per lavoro come responsabile di zona a viale G. Cesare, nei pressi della caserma dove erano stati appena portati duemila romani. E’ allora che assiste al barbaro assassinio di Teresa Gullace, madre di cinque figli, falciata da una raffica di mitra tedesca mentre cerca di passare uno “sfilatino” di pane e formaggio  al marito Girolamo, uno dei rastrellati.

E’ la scena che a Roberto Rossellini ispirerà il momento più drammatico del film Roma città aperta, con una Anna Magnani indimenticabile nel ruolo di Teresa mentre insegue la camionetta, e a Laura un racconto a tinte forti, specchio del suo coinvolgimento.

Sono loro, Laura, Marcella (incinta, che dopo pochi giorni perde il bambino) e Adele Maria a ricoprire il corpo dell’uccisa di fiori, sono loro le prime a contattare la famiglia, a portare aiuti concreti.

Poco dopo la liberazione di Roma dall’occupazione nazista (4.6.’44), Laura sposa Pietro, dal quale ha cinque figli, di cui quattro donne, e prosegue nell’attività politica sia nel PCI che nell’UDI (Unione Donne in Italia), tra «comizi, campagne elettorali – sono sue parole – la professione di docente, allattamenti e bambini piccoli».  E’ presente sulla stampa, dove partecipa con passione umana, culturale e politica ai dibattiti in corso (diritto di voto alle donne, Legge Merlin, ecc.).

Nel ’57 crea sull’ “Unità” la rubrica Mamma Giovedì allo scopo di parlare ai lettori di cose concrete, della vita di tutti i giorni, «attraverso la voce di una mamma immaginaria, di una famiglia immaginaria, eppure reale».

Pietro diventa dirigente di primo piano nel PCI (è il primo presidente comunista della Camera dei deputati, dal 1976 al ’79), Laura sceglie l’attività politica di base, che le consente anche di impegnarsi nella scuola – un lavoro che ama molto – e sui temi della cultura. E che le consente, soprattutto, di non trascurare la sua vita familiare.

«Di sé, mamma non raccontava molto. Ci apriva però lo scrigno prezioso delle grandi storie: Orlando Furioso, Promessi Sposi, Dante, Boccaccio (…). Un po’ per giorno, quando mangiavamo la sera o mentre ci portava in giro per Roma, arrampicandosi sugli autobus con le bambine attaccate alla gonna. Facevano parte di lei, queste storie, ed era naturale per lei trasmettercele, passarcele, farcele amare come le amava lei (…). Passava molte delle sue ore a tagliare, cucire, perfino ricamare. Vestendo le sue bambine da capo a piedi. O inventando e realizzando magnifici costumi per Carnevale. A cucire però non ci ha insegnato. Penso per scelta. Perché a quelle tante figlie femmine (…) importava – ricorda la figlia Celeste – insegnare ad aprire la mente, a scrivere, leggere, a pensare, a disegnare, a conquistarsi il proprio autonomo spazio nel mondo».

Fino all’età di settant’anni Laura esercita l’insegnamento nelle scuole superiori, dove si era distinta fin dal ‘50 per i suoi metodi innovativi, per il rapporto con gli studenti e per i contenuti del sapere. Nessuna meraviglia, quindi, che partecipi al movimento della contestazione del ’68.

Collabora alla Casa cinematografica Vides, e, al momento del pensionamento, entra come insegnante volontaria nel carcere di Rebibbia, lei che non aveva mai dimenticato il triste pianeta conosciuto nel ’39, quando andava da Lucio, detenuto a Regina Coeli.

Fonda l’associazione “Ora d’aria” di assistenza ai detenuti, che lei chiama affettuosamente “i miei assassinetti”. Li tratta non solo come allievi, ma come persone, con i loro problemi, la loro vita, i loro sentimenti, intessendo con molti di loro un dialogo intensamente umano. Negli ultimi anni ha gravi problemi di salute. Muore nel 2003, lasciando cinque figli, nove nipoti, due pronipoti e molto rimpianto.

© 2014 Rita Frattolillo, tutti i diritti riservati

Fonti

Gemma Harasim, “Il disegno infantile (Appunti di una madre)” in Giuseppe Lombardo Radice, Athena fanciulla. Scienza e poesia della scuola serena, Bemporad, Firenze, 1924, p. 152.

Le notizie biografiche e le citazioni qui riportate sono tratte dal volume di Laura Lombardo Radice – Chiara Ingrao, Soltanto una vita, Baldini Castoldi Dalai editore, Milano, 2005.

Comune di Firenze, convegno 18 aprile 2005 Il sito web del compagno Pietro Ingrao Biblioteca Nazionale di Napoli

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