Riforme, la minoranza Pd e Pier Luigi Bersani voteranno sì alla Camera. Il massimo del dissenso: interventi critici e qualche defezione autore andrea carugati da: l’huffington post

 

PIER LUIGI BERSANI

ANSA

C’eravamo tanto arrabbiati. Dopo lo schiaffo sul Jobs act e la dura intervista di Pierluigi Bersani ad Avvenire a fine febbraio, il voto finale sulle riforme costituzionali – martedì mattina a Montecitorio – aveva preso la fisionomia di un vero e proprio redde rationem tra le due anime del Pd. E invece, dopo tanto rumore, nell’Aula della Camera non succederà praticamente nulla. O meglio, il testo che riforma Senato e Titolo V della Costituzione passerà senza problemi, con una grandissima massa di voti dem, compreso quello di Bersani e del grosso della sua corrente. Solo il duro Civati, e forse Fassina e qualche altro pasdaran segnaleranno il loro dissenso restando fuori dall’Aula. Ma in una maniera super controllata, per evitare qualsiasi sorpresa al governo. Non solo Area riformista ma anche l’area che fa riferimento a Gianni Cuperlo voterà secondo le indicazioni del partito.

Le minoranze si sono riunite alla Camera per tentare di andare in Aula con una linea comune: l’ipotesi di lavoro è un voto in massa a favore del ddl Boschi (in parte modificato a Montecitorio dopo il sì di agosto scorso al Senato), con alcuni interventi critici da parte di deputati come Alfredo D’Attorre, Gianni Cuperlo, Davide Zoggia e forse lo stesso Fassina. Proprio Zoggia rivela che ci sarà un dissenso contenuto: “Al punto in cui siamo arrivati è difficile non votare la riforma Boschi – dice – Non la voteremo in cinque o sei: io, D’Attorre, Fassina, ma è ancora da decidere. La battaglia si sposta ora sulla legge elettorale”. Interventi per dire che il ”combinato disposto” tra Italicum e nuovo Senato non convince le minoranze, e che dunque nelle prossime settimane “qualcosa deve cambiare”. O la modalità di elezione dei deputati, con meno nominati, o la composizione del nuovo Senato. Non ora e non subito, però. Se ne riparlerà a maggio, probabilmente dopo le regionali, quando la Camera esaminerà l’Italicum e le riforme istituzionali torneranno a palazzo Madama. Cuperlo ha già anticipato i contenuti del suo intervento con una lettera aperta a Renzi in cui chiede al premier il “coraggio” di fare alcune modifiche. “Il Parlamento dovrebbe ‘obbedire’ in ossequio a un patto che non c’è più. Che senso ha?”, aggiunge il leader di SinistraDem riferendosi all’accordo tra Renzi e Berlusconi. “Il danno che deriverebbe da una incomprensibile chiusura – conclude Cuperlo – non colpirebbe una minoranza del tuo partito ma la qualità stessa della nostra democrazia parlamentare. Pensaci, se puoi”.

Nella minoranza dunque prevale la linea della prudenza, del supplemento di istruttoria. Sul dopo le opinioni non collimano, ma intanto si vota a favore. Certo, gli autori degli interventi critici, come Cuperlo e Fassina, potrebbero seguire Civati fuori dall’Aula, o restare e astenersi per “dare un segnale” al governo. Ma si tratta di piccoli segnali che non impensieriscono in nessun modo i renziani. E ancor meno il premier segretario. Sul futuro, la truppa della minoranza resta divisa tra chi come il capogruppo Roberto Speranza (che sabato riunisce la sua area a Bologna) rimane convinto che “fuori da questo Pd e da questo governo non esiste spazio politico” e chi come D’Attorre prevede che “nei prossimi mesi se il pacchetto delle riforme non cambierà la frattura nel Pd è destinata ad approfondirsi.” Bersani sta in una linea mediana. Resta convinto, e lo dice ad Huffpost, che nuovo Senato e Italicum “producono una forma di democrazia che non dovrebbe preoccupare solo me”, ma conferma che la battaglia si sposta in avanti almeno di due mesi, quando cioè la legge elettorale arriverà a Montecitorio per un esame che potrebbe essere quello definitivo. Per l’ex leader l’ultima spiaggia è quella, e in questi mesi il lavoro sarà quello di ottenere nuove modifiche “perché non si può avere di nuovo una Camera in maggioranza di nominati”, e per di più “senza una legge che regoli la vita interna dei partiti”.

Il clima tra le minoranze resta però abbastanza complicato. Civati, ad esempio, alla riunione serale non è andato. “Non mi hanno neppure invitato, quelli sono tutti al governo con Renzi, meglio la smettano di fingere…”. I dialoganti di Area riformista, come Cesare Damiano e l’esperto Andrea Giorgis, mettono in fila le modifiche strappate a Renzi, a partire dal quorum più alto per eleggere il Capo dello Stato e il controllo preventivo di legittimità sulla legge elettorale da parte della Consulta. Su quest’ultimo punto, una pattuglia di deputati guidati da Cuperlo, D’Attorre e Pollastrini, chiese e ottenne a metà dicembre la sostituzione in commissione, pur di non votare il testo del governo. “Le modifiche principali le abbiamo ottenute, non potevamo non tenerne conto”, spiega Giorgis. Il dissenso resterà dunque affidato a tre-quattro interventi martedì mattina in Aula. Ma sui numeri, il premier può dormire sonni più che tranquilli.

“Lavoratori Prrrrrrr”. La direzione del Partito democratico abolisce l’Articolo 18 Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Matteo Renzi porta a casa il si’ della direzione del Pd a un documento che modifica la delega lavoro e quindi azzera l’articolo 18 impedendo il reintegro. L’86 per cento ha votato a favore della linea del segretario (130 componenti) e le minoranze si sono divise tra astenuti (11 voti)e contrari (20 voti). I “dialoganti” di Area riformista si astengono sul documento che cristallizza la relazione del segretario. Un fronte trasversale di venti che include Bersani e D’Alema, ma anche Fassina, Boccia, D’Attorre, Cuperlo, Damiano e Civati, vota no. In Parlamento, avverte pero’ Renzi, tutti dovranno adeguarsi. Da oggi il testo della legge delega sara’ all’esame del Senato e la battaglia si spostera’ su alcuni emendamenti.

La lunga discussione, oltre quattro ore, della direzione Pd sul Jobs Act ha visto momenti di grande tensione con gli interventi i Massimo D’Alema e Pierluigi Bersani, mentre Renzi ha spronato la direzione a “superare i tabu’ del passato” e ha posto due elementi di metodo: nessuno usi la clava, “se la minoranza non sono i Flinstones, io non sono la Tatcher”, e se e’ vero che serve un compromesso, non lo si deve raggiungere “a tutti i costi”. Renzi ha aperto al confronto con i sindacati, e ad un certo punto ha dato mandato a Lorenzo Guerini, apprezzato da tutti proprio per le sue doti diplomatiche, di trattare con la minoranza per un documento finale comune. La mediazione, però, è saltata: le minoranze hanno votato in ordine sparso.
Il Pd, ora, forte del suo 41 per cento non deve temere “le trame altrui”, i “poteri aristocratici”. Ora “dobbiamo andare all’attacco” togliendo le posizioni di rendita ai tanti che ne hanno goduto. Detto questo “se vogliamo dare diritti ai lavoratori, non lo facciamo difendendo una battaglia che non ha piu’ ragione di essere”, come quella sull’articolo 18.

“Sono disponibile a riaprire la sala verde di palazzo Chigi la prossima settimana a Cgil-Cisl-Uil – ha detto Renzi in direzione Pd – ma li sfido sulla rappresentanza sindacale, il salario minimo, la contrattazione di secondo livello”.
I sindacati confederali rispondono di essere pronti al confronto. Ma non si sentono rassicurati sul tema dell’articolo 18. La linea di Renzi, sottolinea la Cgil, resta “ancora vaga, indefinita e contraddittoria”. E anche la Uil avverte: “Se si toccano le tutele di chi gia’ ce le ha e non si prevedono tutele crescenti per chi non le ha, sara’ sciopero generale”.

D’Alema ha rimproverato a Renzi la volonta’ di operare sul mercato del lavoro in una fase di recessione: “Stiglitz spiega infatti che si riforma il mercato quando c’e’ la crescita. Ma Stiglitz, mi rendo conto, e’ un vecchio rottame della sinistra. Un premio Nobel. Premio che difficilmente vedranno i giovani consiglieri del Pd…”. Ancora piu’ duro Bersani che ha accusato il premier e segretario di partito di ricorrere al metodo Boffo per mettere a tacere il dissenso interno. A nulla sono valsi, dunque, i tentativi di mediazione e l’appello del presidente dell’assemblea ed esponente dei giovani turchi Matteo Orfini che ha chiesto di non disperdere i passi avanti fatti nella discussione.