Trivellazioni, nemmeno la caduta del prezzo del petrolio convince Renzi a mollare la follia delle ricerche nel Mediterraneo Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Con l’ennesimo avvio di settimana in calo per le quotazioni del petrolio -sul mercato elettronico after hours di New York il greggio con consegna a ottobre scende a 45,15 dollari al barile (-90 cent) e il Brent a Londra torna sotto i 50 dollari al barile, a 48,78 dollari – i petrolieri cominciano a farsi qualche conto in tasca. I più in crisi sono quelli che trattano il famigerato shale-oil americano costretti ad assistere a un’uscita di capitali dalle compagnie per 30 miliardi di dollari nei primi sei mesi dell’anno. Il segnale è chiaro, investire in “oro nero” non conviene. E la crisi cinese è lì a cancellare anche le residue speranze di ripresa a medio termine. Il petrolio, in ssotanza, è rimasto incastrato nelle due sequenze delle crisi finanziaria prima ed economica poi e geopolitica che il mondo sta portando sulle spalle.

Che fine fa con queste premesse il programma di trivellazioni di Renzi intorno alle coste italiane? Incredibilmente, va avanti. Il mondo ambientalista qualche mese fa aveva calcolato che non valeva la pena estrarre petrolio in quel modo. E questo al netto della crisi dei prezzi. L’unico affare sono gli incentivi elargiti da palazzo Chigi. La controprova della scarsa convenienza dell’operazione arriva dalla vicina Croazia. A fine luglio infatti, su dieci autorizzazioni concesse nell’Adriatico dal governo croato (che avrebbero dovuto generare investimenti per oltre 2,5 miliardi di euro), 7 sono state restituite. A tirarsi indietro sono state la compagnia austriaca Omv e la statunitense Marathon Oil. Ufficialmente, la motivazione riguarda la disputa non risolta sui confini marittimi tra Croazia e Montenegro, ma molti commentatori hanno affermato che l’incertezza sul rendimento degli investimenti legata alla caduta dei prezzi del petrolio avrebbe reso le nuove trivellazioni non sostenibili economicamente. Vedremo come va con le autorizzazioni italiane. Renzi tira dritto e proprio pochi giorni fa ha concesso, tra le proteste dei cittadini, una proroga ad una compagnia svedese che sta facendo ricerche davanti alle coste della Sardegna.

Intanto il movimento “No Triv” carica a pallettoni le sue armi. Pochi giorni fa il Coordinamento Nazionale No Triv, sottoscritto da circa 130 associazioni e 70 personalità del mondo accademico, culturale, sociale, politico e artistico, ha inviato alle Regioni italiane una richiesta di referendum abrogativo per fermare i progetti petroliferi in mare, sbloccati nel 2012 dal governo Monti.
“La richiesta deve essere deliberata e depositata entro il prossimo 30 settembre – spiega il Comitato – da almeno cinque Regioni. Con ciò si eviterebbe la raccolta di 500mila firme e si consentirebbe ai cittadini italiani di andare a votare nella primavera del 2016.
 Senza questo referendum, svolto in tempi brevi, i procedimenti per progetti petroliferi riavviati dall’art. 35 del ‘Decreto Sviluppo’ – sottolinea la nota – e tuttora in corso si chiuderanno rapidamente, anche grazie all’accelerazione impressa da alcune norme dello ‘Sblocca Italia’”.

I progetti di esplorazione definiti sono circa 40″, ed i preparativi per le operazioni sono in fase avanzata: il canale di Sicilia e l’Adriatico centrale sono le aree più ambite, ma anche il mar Jonio, area marina vietata alle attività di ricerca di petrolio fino al luglio 2011, è incluso nei progetti. Il Governo preventivò 17 miliardi di investimenti. Ma quando furono fatti i calcoli il prezzo del petrolio viaggiava sopra i 70-80 dollari. Oggi siamo alla metà.

L’Italia consuma annualmente “60 milioni di tonnellate di petrolio – si legge in una nota delPrc Emilia Romagna, che ha chiesto alla Regione di schierarsi per il referendum – un consumo tre volte superiore al totale stimato di petrolio nel nostro sottosuolo, compreso quello marino”, e i dati del ministero dello Sviluppo economico dimostrano che “la produzione nazionale di olio greggio e’ di 5.747.766 tonnellate, mentre quella di gas naturale e’ di 7.285.710 Smc”.  Quindi, nessuna autosufficienza energetica. E, soprattutto, nessun vantaggio se si tiene conto del rischio di immani disastri ecologici. Le tecniche di ricerca infatti sono quasi interamente basate sull’utilizzo di una pistola sottomarina ad aria compressa in grado di generare onde sismiche utili all’individuazione dei giacimenti.