2015: PANE AL PANE E VINO AL VINO di Giulietto Chiesa da: tutti i colori del rosso

Una previsione facile facile: il 2015 sarà sicuramente peggiore del 2014. In compenso sarà migliore del 2016. Abbiamo finito l’anno sotto il segno del patto di stabilità. Che è quello che precede la stabilità definitiva, il rigor mortis, l’immobilità che accompagna la dipartita. Il Paese è allo sfacelo: industriale, tecnologico, organizzativo, morale. Il Jobs act è espressione misteriosa nei suoi dettagli esecutivi, ma chiarissima nel suo significato finale, nel “vettore di uscita”: licenziamenti sempre più facili, introduzione per legge del diritto dei padroni di licenziare i dipendenti. E, cosa ancora più strategicamente importante: eliminazione di fatto della contrattazione collettiva. Così ogni lavoratore è solo contro chi gli dovrebbe dare lavoro. Cioè impossibilitato a difendersi. In questo modo un’altra fetta importante del reddito nazionale sarà trasferita dai più poveri ai più ricchi. Ovvio che “crescere”, in questa prospettiva, sarà impossibile, poiché la massa di denaro che viene sottratta ai più poveri equivarrà a ridurre la massa di denaro destinata ai consumi (essendo evidente che i più ricchi non potranno, neanche se volessero, spendere il troppo che hanno a disposizione).

Che equivale a tagliare il ramo su cui si è seduti. Ma aspettarsi da questi signori una visione strategica è come sperare nella Befana. Tutti potrebbero capirlo, ma il fatto è che la gente comune non ha letto Aristotele, e quindi non sa che è impossibile che chi è troppo ricco “segua i dettami della ragione”. Chi è ricco vuole sempre essere “più ricco”. Solo i poveri pensano che si accontenterebbero se fossero ricchi: appunto perché non sono ricchi! I dati lo dimostrano. Nell’ultimo decennio il 10% del reddito nazionale è stato prelevato dalle tasche dei più poveri per andare ai più ricchi. E non basta perché ne vogliono ancora di più. Una specie di bulimia invincibile. Renzi è il loro uomo. L’hanno portato al potere con il consenso del 40% degli italiani. Non è vero per niente, ma questo lo pensano tutti. In primo luogo i giornalisti e i commentatori. In realtà Renzi l’ha scelto meno del 20% degli italiani. Ma, in virtù della legge elettorale, il suo potere è praticamente assoluto.

Ecco perché il 2015 sarà peggiore del 2014: perché gli italiani non hanno letto Aristotele (“La Politica”), laddove dice che “le Costituzioni rette sono quelle che hanno di mira il bene comune”. A parte l’espressione comica dell’”avere di mira” che fa venire in mente un cecchino, che sta sparando sul “bene comune”, è chiaro cosa Aristotele intendeva dire: tenetevi una Costituzione Retta, se già ce l’avete, altrimenti vi verrà data una Costituzione Storta, che è quella che ha di mira l’estensione della ricchezza e del potere dei più ricchi. E’ proprio quello che è accaduto: avevamo un Costituzione Retta, e ce la siamo fatta scippare. Non c’è già più, sostituita da una Costituzione Storta. Dove la gente non ha più non solo un reddito accettabile, ma nemmeno gli strumenti per difendersi. La gente, le masse, sono state trasformate in individui isolati, in monadi sole, che si specchiano nello schermo di un computer, o di un televisore. Epicuro, l’inventore dell’idea di monade, è morto da tempo e non c’è nessuno che spieghi alle genti che, se vogliono liberarsi, dovranno aprire una finestra e guardare fuori da se stessi. Sembra – stando a uno studio di Tullio De Mauro – che un discreto 40% di italiani (che sanno tutti leggere e scrivere) non sia più in grado di capire bene quello che legge e, soprattutto, quello che vede in tv. Così tu credi di comunicare, ma nessuno ti capisce. Altro che finestre da aprire!

Che fare nel 2015? Cambiare il vocabolario odierno e tornare a quello di prima. Quello con cui fu scritta la Costituzione Retta del 1948. Per esempio, con quel vocabolario si potevano dire cose semplici e comprensibili. Come questa: i nani proprietari universali, cioè i banchieri, ci stanno portando in guerra. La gente ancora capisce cosa significa guerra. Banchiere è cosa nota. Nano è un po’ più difficile da capire, essendo una metafora. Ma s’intende qui “nano intellettuale”, cioè persona che capisce poco quello che fa e dice lui stesso.

Questi vogliono fare la guerra perché sanno che il loro castello di carte si sta rompendo. E pensano che con la guerra, che tutto distrugge, noi non ci accorgeremo di niente. Cosa pensate a proposito del prezzo del petrolio? Che scenda perché lo dicono le leggi del mercato? Niente affatto. Non ci sono leggi di mercato in questo casino che affonda. Scende perché Washington vuole abbattere la Russia e l’Iran e poi andare all’assalto di Pechino. E’ una dichiarazione di guerra “di carta”, dove brucerà molta carta (i nostri risparmi), prima di trasformarsi in una guerra vera, con armi del tutto nuove che noi non conosciamo nemmeno. Loro pensano di salvarsi, perché sanno che saranno le genti, cioè noi, che ci romperemo per primi l’osso del collo. Il che è vero, verissimo. Ecco perché ci serve, urgentemente, il vecchio vocabolario dove le parole erano italiane e chiare. Dove se dicevi “fuori” voleva dire fuori. Ecco io propongo che il 2015 dica: “fuori l’Italia dalla Nato e fuori la Nato dall’Europa”.

Cominciamo da qui. In guerra ci vadano loro. Noi non abbiamo nemici e abbiamo ancora qualche pezzo di una Costituzione Retta da difendere, per esempio l’articolo 11. Spendiamo 70 milioni di euro al giorno (ho scritto “al giorno”) per tenere in piedi una Difesa che non serve a nulla. Cioè che serve a “loro”. In caso di guerra non reggerebbe dieci minuti. Quei denari potremmo usarli per sviluppare l’agricoltura, e l’industria, e la scuola e moltiplicare i posti di lavoro. Magari non ci riusciamo, perché siamo monadi un po’ istupidite, ma non è che siamo – collettivamente intesi – peggio dei nani di cui sopra. In ogni caso, se aprissimo qualche finestra, almeno il giro sulla giostra attorno al sole sarebbe più bello, avrebbe un senso per noi e i nostri figli. Sarebbe un buon anno, invece che “il loro anno”.

 

Legge di Stabilità, norme sulla casa. L’analisi di Walter De Cesaris Autore: walter de cesaris da: controlacrisi.org

La casa è al centro della legge di stabilità e sul tema della casa si è sviluppato il dibattito più acceso. Eppure, la legge di stabilità non affronta neanche uno dei nodi della sofferenza abitativa in Italia e, qualora di striscio ne affronta qualcuno, lo fa nella direzione opposta a quella che sarebbe utile e necessaria.

 

Questa è la contraddizione fondamentale in cui ci troviamo.

 

Vediamo perché.

 

Per analizzare la situazione venutasi a creare, allarghiamo lo sguardo all’insieme dei provvedimenti in materia che il governo ha assunto da ottobre ad oggi: oltre alla legge di stabilità, giunta alla Camera, dopo il voto di fiducia al Senato, il decreto che ha abolito la prima rata dell’IMU del 2013 e il secondo decreto, di cui ancora non è stato pubblicato il testo definitivo, che contiene il pasticcio che ha scatenato la bufera dei sindaci e che riguarda la seconda rata dell’IMU. Moltissimi si troveranno a pagarla di nuovo, almeno parzialmente, a gennaio e, al di là del merito specifico, si svela fino in fondo l’inganno del governo: scaricare gli oneri ( e anche le proteste) addosso ai comuni. In pratica, ai sindaci viene messa in mano una pistola con un colpo in canna, dicendogli: o spari addosso ai cittadini o spari addosso a te stesso.

 

Ma torniamo alla contraddizione di fondo e sveliamola nei grandi numeri, come fosse una contabilità sociale.

 

I due decreti sull’abolizione dell’ IMU per il 2013 smuovono un importo complessivo di almeno 5 miliardi di euro.

 

L’abolizione dell’IMU (per sempre) per l’invenduto dei costruttori costa circa 250 milioni (molto di più di quanto il governo ha messo nella relazione tecnica).

 

Le misure per l’affitto sono invece in questi numeri: negli annunci 140 milioni di euro (100 per il contributo affitti e 40 per il fondo per la morosità incolpevole), ma nella realtà si tratta della metà perché il governo, ha pubblicizzato uno stanziamento complessivo per un biennio (2014 e 2015). Quindi siamo a uno stanziamento di 70 milioni di euro complessivi.

 

Leggiamo i numeri: 5 miliardi e 250 milioni per la rendita, 70 milioni per l’affitto (sotto forma di sussidi che, poi, alla fine vanno comunque ai proprietari per il tramite degli inquilini indigenti).

 

I grandi numeri rendono evidente il perché della contraddizione: la casa (in quanto rendita) è al centro della manovra del governo mentre in diritto alla casa ne è fuori.

 

Con la legge di stabilità non va meglio. Il centro del dibattito è l’istituzione della IUC (imposta unica comunale). Essa sarà composta dall’IMU (che rimane sulle seconde case e la paga il proprietario), da una nuova tassa sui servizi indivisibili (che pagano sia il proprietario che l’inquilino) e dalla tassa sui rifiuti (che paga solo l’inquilino). I vari giornali e siti specializzati si sono sbizzarriti nei calcoli più fantasiosi ai fini di chiarire quanto pagheranno i proprietari (se di più o di meno e così via). La cosa chiara è comunque che l’importo complessivo di IMU (per le seconde case) e Tasi (per le prime e seconde case) non sarà inferiore a quanto era l’IMU del 2012 (dopo gli aumenti del governo Monti).

 

Noi, però, proponiamo una contabilità sociale. La differenza è che ora la TASI la pagheranno in quota parte anche gli inquilini e per una percentuale che può arrivare fino al 30% del 2,5 per mille del valore catastale dell’alloggio. Tradotto in soldoni, per un alloggio di 150 mila euro di valore, la quota dell’inquilino, per il 2014, può superare i 110 euro in più che si aggiungono agli incrementi che arriveranno sulla tassa dei rifiuti (già quest’anno cresciuta in media del 25%). Si tratta di un nuovo balzello che si abbatte su una condizione già stremata. Il picco raggiunto dagli sfratti (70 mila solo lo scorso anno, di cui il 90% per morosità) è solo al punta dell’iceberg di una situazione “border line”, almeno dieci volte superiore.

 

Invece di agire nel senso di ridurre il peso su questa fascia, lo si aggrava. Questo è il succo della situazione.

 

Non finisce qui. Nelle pieghe della legge di stabilità si scoprono altri scempi che indicano la direzione di marcia di questo governo. La legge di stabilità afferma che le prime case classificate A1 (abitazioni di tipo signorile), A8( (ville), A9 (castelli e palazzi di eminente pregio) hanno diritto alla detrazione di 200 euro sull’IMU dovuta e testualmente aggiunge che “la suddetta detrazione si applica agli alloggi regolarmente assegnati dagli Istituti autonomi per le case popolari (IACP) o dagli enti di edilizia residenziale pubblica, comunque denominati, aventi le stesse finalità degli IACP.”

 

Le case popolari vengono parificate alle prime case di lusso, ai castelli e alle ville e dovranno pagare una imposta pari alla differenza tra quanto dovuto e la detrazione spettante di 200 euro.

 

Con la differenza, non piccola, che per le prime case di lusso, i castelli e le ville, l’imposta non può superare il 6 per mille mentre per le casi popolari può giungere fino al 10,6 per mille.

 

Questo è l’esemplificazione concreta di quello che significa una legislazione a favore della rendita immobiliare: mentre viene tolta per sempre l’IMU sull’invenduto dei costruttori privati, intervenendo così sul mercato al fine di mantenere artatamente troppi alti i prezzi sia per la vendita che per l’affitto, le case popolari, che assolvono un compito straordinario di rispondere a un bisogno invaso di affitti a canone sociale, non solo sono escluse da tale beneficio ma possono arrivare a pagare percentualmente di più di ville, castelli e residenze di lusso.

 

Peccato che di questo, i giornali specializzati in analisi economiche sofisticate, non facciano cenno alcuno.

 

Degli impegni presi dal Ministro Lupi nella Conferenza Stato Regioni del 31 ottobre, dopo le manifestazioni per il diritto alla casa dell’ottobre, ancora nessuna traccia e il consiglio dei ministri che doveva essere convocato entro metà novembre per varare un pacchetto di misure sociali si è perso nel porto delle nebbie. Intanto, però, il governo non è rimasto con le mani in mano. Nel decreto che abolisce (non del tutto e con il pasticcio che i comuni hanno denunciato) la seconda rata dell’IMU per il 2013, il governo ha annunciato il varo di misure che favoriscono la dismissione del patrimonio pubblico con particolare riferimento alla possibilità di regioni ed enti locali di conferire il proprio patrimonio ai fondi immobiliari. Si sta per aprire la battaglia decisiva: il tema è il destino del patrimonio immobiliare pubblico conteso tra un’operazione di finanzirizzazione speculativa a cui guarda il governo e la possibilità del recupero e riuso ai fini sociali e in particolare della residenza popolare.

 

Rimangono, infatti, inevase questioni centrali, come quella del rilancio dell’edilizia residenziale pubblica, essenziali per rispondere alla domanda senza risposta di abitazioni sociali, certificate dai comuni in un fabbisogno di almeno 650 mila alloggi, mentre assume una dimensione paradossale il fatto che vi siano alcune decine di migliaia di alloggi di edilizia economica e popolare (tra 30 e 40 mila) non assegnate in quanto inagibili, perché bisognosi di interventi di ristrutturazione.

 

Risultano in giacenza presso la Cassa Depositi e Prestiti ancora 1,05 miliardi di euro di fondi ex Gescal la cui finalità esclusiva riguarda l’edilizia residenziale pubblica. A questi vanno aggiunti 572 milioni di euro che lo stato ha prelevato in passato e sta restituendo. Il totale complessivo supera, pertanto, 1,5 miliardi di euro.

 

Un misura assolutamente necessaria e praticabile per avviare il recupero del patrimonio pubblico sarebbe un intervento al fine del rendere immediatamente utilizzabili tali risorse, anche in deroga ai vincoli del patto di stabilità, istituendo anche un “commissario ad acta” in caso di inadempienza delle regioni, così come fatto per i fondi strutturali europei non utilizzati.

 

Intanto, il 31 dicembre prossimo è in scadenza la proroga dell’esecuzione degli sfratti relativamente alla causale della finita locazione e solo per fasce sociali disagiate o con gravi problemi di malattia o handicap. Ciò che sarebbe giusto e necessario, assieme al varo di un piano casa nazionale per incrementare l’offerta di alloggi sociali, sarebbe quello di rinnovare la proroga, estendendola alla morosità incolpevole, causa orma del 90% degli sfratti. Niente di tutto questo, il governo, al momento, non sembra intenzionato a varare neanche la proroga per la finita locazione.

Questo dicembre dovremo rilanciare una grande mobilitazione anche per questa partita che riguarda nuclei anche poverissimi e con gravissimi problemi di handicap e malattia

Lo scandalo dei 4,3 miliardi: mai spesi i fondi Ue per il suolo | Fonte: Il Manifesto | Autore: Antonio Sciotto

Di fronte alla tragedia che ha colpito la Sardegna, all’alto numero dei morti causato dall’alluvione, i dati che vengono da Roma gridano davvero vendetta. Sono ben 4,3 miliardi di euro i fondi disponibili per la messa in sicurezza dei territori meridionali – stanziati da Ue, Stato e Regioni – e che scandalosamente non sono mai stati spesi. Un «tesoretto» che fa parte dei poco più di 5 miliardi del Fondo Sviluppo e Coesione (Fsc) programmato per il periodo 2007-2013 e di cui finora è stato investito soltanto un miliardo, lasciando inutilizzati, appunto, ben quattro quinti del totale.
Intanto il governo ha messo subito a disposizione 20 milioni di euro, e ieri il presidente del consiglio Enrico Letta, a Olbia, prendendo atto del fatto che «i sindaci chiedono giustamente l’esclusione dal patto di stabilità di quello che sarà la ricostruzione», ha promesso che «sicuramente sarà così».
La denuncia sui 4,3 miliardi non spesi viene dall’audizione del ministro per la Coesione Carlo Trigilia, ieri alla Commissione Bilancio della Camera: ma Trigilia aveva già presentato gli stessi dati in una precedente audizione, il 5 novembre, davanti alla Commissione Ambiente della Camera.
Il numero sarà forse un inedito per l’opinione pubblica, ma certo sia a Roma che soprattutto nelle regioni è più che noto il fatto che i fondi (perlopiù europei, integrati poi da co-finanziamenti statali e regionali) destinati alla manutenzione idro-geologica del territorio finiscano purtroppo per essere spesso sprecati: perché non si mette in campo la programmazione, le conseguenti gare e l’esecuzione, con il risultato che alla fine del singolo ciclo l’Europa ce li chiede puntualmente indietro.
Già nel periodo 2000-2006, come ha spiegato lo stesso Trigilia, «per la difesa del suolo, nelle sole regioni del Mezzogiorno sono stati avviati progetti per oltre 2 miliardi di euro, ma con un effettivo assorbimento del 50% delle risorse finanziarie programmate». Uno spreco imperdonabile, in un paese come l’Italia, che ha assoluta «fame» di interventi per la messa in sicurezza del territorio: se è vero che, come denunciavano ieri i dati diffusi dal Corpo forestale dello Stato, sono ben 5,8 milioni i nostri concittadini esposti a rischio idrogeologico, in una superficie pari al 10% dell’Italia.
«Un evento come quello che purtroppo ha investito la Sardegna non era evitabile – spiega Trigilia – ma ricordo, come ho fatto oggi (ieri per chi legge, ndr) con il premier Letta a margine del Consiglio dei ministri, che il Fondo di sviluppo e coesione prevede 4 miliardi di risorse appostate per lo sviluppo idrogeologico che finora non si sono potute spendere per la complessità dei meccanismi, ma anche perché la spesa delle Regioni pesa sul loro patto di stabilità». Uno dei punti cardine sta proprio qui: le spese per la messa in sicurezza del territorio non sono purtroppo scomputate dal patto di stabilità, e questo è un fattore che frena le spese delle Regioni su questo fronte.
Anche se non è solo questo il punto: già i passati ministri (Fabrizio Barca, e Raffaele Fitto, che dagli Affari regionali aveva la delega) hanno avuto enormi difficoltà a valorizzare questi fondi, che spesso finiscono incastrati nell’inerzia degli enti locali: progetti mal scritti o che arrivano in ritardo, attesa dell’ultimo momento (per esempio i fondi 2007-2013 possono essere spesi fino al 2015, ma la programmazione e l’impegno vincolante dovrebbe concludersi entro dicembre di quest’anno), la mancanza di una regia centrale che monitori e solleciti gli investimenti. Spesso quando il ministero chiede la restituzione delle risorse non spese, le Regioni si rifiutano e li tengono in cassa finché non è l’Europa stessa a richiederle. Non a caso, quest’anno è stata istituita l’Agenzia per la Coesione, ente che farà capo al ministero dello Sviluppo, e che centralizzerà a Roma tutto questo sistema.
Trigilia però vuole evitare, per il futuro, che i vincoli del Patto di stabilità frenino questi investimenti, e così ieri ha proposto un apposito emendamento alla Legge di stabilità, relativo agli anni 2014-2020 (il prossimo ciclo), che vede ben 54 miliardi di euro stanziati per la messa in sicurezza del territorio italiano. L’emendamento, inoltre, servirà a mettere al sicuro i fondi dall’«aggressione» degli altri ministeri, perché non siano un «bancomat»