Perché non dobbiamo disperdere il patrimonio accumulato. L’ultimo libro di Claudio Gambini su comunisti e sindacato Autore: giuseppe carroccia da: controlacrisi.org

L’ultimo libro di storia di Claudio Gambini, Comunisti e sindacato. Dalle origini alle leggi eccezionali(1921-1926). Editori Riuniti 2015. pag. 344,ricostruisce con la consueta serietà storiografica, una fase decisiva, fondativa, nella vita del partito comunista e del movimento operaio italiano, benché poco approfondita dalla ricerca storica.
Attraverso una scrittura rigorosa e avvincente che aderisce alla incandescenza degli avvenimenti narrati con una copiosa e scrupolosa massa di dati e fatti, (spesso confinati nelle note a piè pagina di cui si consiglia la lettura integrale), Gambini ripercorre la storia di quegli anni terribili intrecciando la narrazione degli attacchi padronali e fascisti, le lotte difensive e i tentativi di contrattacco dei lavoratori con il dibattito che attraversa il Partito comunista, la Fiom e la Cgil .

Nessuno degli aspetti che compongono la situazione storica vengono trascurati. Dai dati oggettivi: la crisi economica e la riorganizzazione del capitalismo industriale; a quelli soggettivi: debolezza del partito socialista e della Cgil, ambiguità della Fiom guidata da Bruno Buozzi, attesismo degli aventiniani, formazione ordinovista del nuovo gruppo dirigente comunista e suoi rapporti con l’Internazionale, limiti dell’azione degli stessi comunisti per il ruolo che ancora hanno le posizioni bordighiste. Lo sviluppo delle diverse posizioni è spiegata evidenziando le ragioni profonde che spingono gli attori sociali e politici a compiere scelte che influenzeranno il corso degli avvenimenti fino alla sconfitta e alla piena affermazione del fascismo.

La caratteristica principale della posizione dei comunisti, guidati da Gramsci e Togliatti, consiste nel provare e riprovare, malgrado le difficoltà estreme, a radicarsi nelle fabbriche e a sviluppare nelle lotte democrazia e partecipazione, per battere il fascismo e costruire il socialismo.
Si costruiscono pertanto, i comitati sindacali per mantenere in vita la Cgil (e le camere del lavoro) provando a spostarla su posizioni antifasciste, contrastando i progressivi compromessi che i dirigenti, le burocrazie, cominciano ad avere verso il fascismo e i sindacati corporativi appena costruiti dal regime. E’ un impegno assolutamente prioritario al punto che Serrati in una circolare propone l’espulsione dal partito per chi non si impegna nell’attività sindacale
Ma contemporaneamente, su spinta di Gramsci, si promuovono i comitati d’officina a cui possono aderire tutti gli operai per rivitalizzare il protagonismo operaio dopo l’eliminazione delle commissioni interne. Si prova cioè a difendersi contrattaccando, usando le istituzioni che il movimento operaio si era dato durante la fase offensiva, l’occupazione delle fabbriche, con l’esperienza consiliare del biennio rosso 1919/20.

Come sottolinea Alessandro Hobel nella sua esauriente prefazione è l’idea, che Gramsci svilupperà pienamente nei Quaderni, del controllo operaio come condizione preliminare per prendere e mantenere il potere e costruire una nuova società. Ma è anche l’idea, già presente in Lenin a proposito delle conquiste delle rivoluzioni borghesi, che anche quando si è costretti ad arretrare occorre preservare le istituzioni, il patrimonio che la classe ha prodotto durante la sua storia. Per questo saranno proprio i comunisti insieme a Bruno Buozzi a ricostruire la Cgil in clandestinità dopo lo scioglimento avvenuto in seguito all’approvazione delle leggi speciali. E coerentemente con questa impostazione, la scelta di prendere sempre e comunque l’iniziativa, battendo ogni atteggiamento attendista: troviamo qui la matrice della capacità dei comunisti di organizzare in clandestinità la lotta al regime fascista e dopo l’8 settembre la Resistenza partigiana.

Il dibattito sulla questione sindacale, sempre presente in ogni congresso dell’internazionale Comunista, troverà un momento di sistemazione avanzata nelle Tesi di Lione nel 1926, che costituiscono ancora oggi un metodo insuperato di rapporto tra partito e sindacato, assolutamente attuale e originale. Infatti buona parte delle riflessioni che Eugenio Curiel andrà sviluppando nella sua purtroppo breve azione e direzione politica e che condurranno la classe operaia italiana a essere l’unica a scioperare in piena occupazione nazista nel marzo del 43 e del 44, muovono dallo studio di quelle Tesi. E anche rileggendo gli atti della conferenza operaia del Pci svoltasi a Milano nel 1970 si ritrovano, ormai divenute di massa, patrimonio dell’intera classe, i principi fondamentali elaborati a Lione. Il principale dei quali è che il partito deve avere sempre una politica di massa, non si deve mai staccare da essa: il Pci è il partito della classe operaia e la democrazia operaia va sempre sostenuta e difesa dal tentativo di reprimerla e abolirla.

Di questa esigenza sono consapevoli ovviamente anche gli avversari storici degli operai, i padroni la cui azione antidemocratica, nella fabbrica e nella società, ha sempre ostacolato il progresso democratico, sociale e civile del paese. Anche Marchionne ha i suoi padrini.

La lettura dei libri di Gambini, è assolutamente preziosa non solo da un punto di vista storico(andrebbero studiati nelle facoltà di storia dei partiti politici), ma perché da un lato seguono minuziosamente e con partecipe solidarietà la maturazione della coscienza e delle conquiste operaie, (con gli edili il passaggio dal mutuo soccorso al sindacato e al contratto collettivo; con la biografia di Ettore Reina l’azione per conseguire una legislazione del lavoro avanzata) e dall’altro descrivono impietosamente la reazione tenace e inflessibile del padronato.
Quest’ ultima è all’ ordine del giorno in questa fase storica, come ampiamente dimostra la cronaca politica di questi giorni.
Dallo studio delle elaborazioni più avanzate del nostro passato dovremmo saper ripartire per tornare a saperci difendere e contrattaccare rifondando un partito comunista e un sindacato di classe adeguati alla nuova situazione. Sono l’alfa e l’omega del nostro futuro. Tutto il resto è noia.

In questo senso l’attualità, necessità, del lavoro di Claudio, frutto di vent’anni di ricerche, coincide con la sua opera più matura. Ne è pienamente consapevole, come dimostra la dedica al padre tranviere, di cui Franco Ottaviano nella sua presentazione fa un toccante e sobrio ricordo. Sobrio come è stata la vita di tanti militanti del secolo scorso, sulle cui robuste spalle venivamo portati ai cortei quando ci sembrava di poter toccare il cielo con un dito, tanto luminoso era il futuro che quella generazione aveva costruito per noi. Non disperdiamo quell’esempio e quella pratica di militanza politica generosa, perché come ci ricordava in una recente intervista Pepe Mujica, è uno dei punti più alti dello sviluppo culturale raggiunto dal genere umano. Lavoriamo affinché non sia una specie in via di estinzione.

“Ma va là Fausto!”, lettera aperta di Gianni Marchetto un ex operaio sindacalista a Bertinotti Autore: gianni marchetto da: controlacrisi.org

Caro Fausto,
con te mi lega una lunga (e affettuosa) militanza nella CGIL di Torino: tu Segretario della CGIL, io prima operaio alla FIAT, poi funzionario della FIOM alla FIAT Mirafiori. Così come l’appartenenza allo steso partito: il PCI Torinese.
Ho avuto modo di sentire la tua ultima intervista dove, con molto coraggio, tu dici che come comunisti abbiamo sbagliato (quasi tutto) e dove nel contempo rivaluti il pensiero e la pratica liberale.

Parlo per me: prima di iscrivermi al PCI (nel 1966) avevo avuto modo di leggere “Buio a mezzogiorno” di Arthur Koestler e la “Fattoria degli animali” di George Orwell (era un opuscolo illustrato). Chi mi ha iscritto era un compagno che avevo conosciuto in FIAT (diventai suo “socio” di lavoro). Era questi un ex partigiano che insieme a pochi altri, aveva “tenuto botta” per tutti gli anni ’50 e ’60, aspettando il ’68 e ’69. Mi intrigò di più la storia e l’esperienza di questi compagni che non i libri che avevo letto: da lui accettai la mia iscrizione al PCI.

Nei primi anni ’70 mi ricordo di una polemica aspra che andavo facendo con te e altri compagni del sindacato e del PCI (quasi tutti dirigenti) sulla teorizzazione “dell’operaio massa”. Quale operaio massa? chiedevo. Io di Massa ne conosco due: Massa Attilio delle Presse e Massa Giuseppe della Carrozzeria. Era una mia polemica contro le facili (e strumentali) generalizzazioni. Chi mi dava ragione era Ivar Oddone il quale così argomentava: “l’operaio massa è un altro modo di intendere gli operai, per il padrone sono dei gorilla da addestrare per la produzione (la rabble ipothesys), per una certa sinistra sono dei gorilla da redimere per la rivoluzione, quale rivoluzione? Quella dei redentori, ovviamente!” e l’operaio? sempre gorilla rimaneva! quanta ragione aveva!
A proposito del pensiero e dell’azione dei liberali, mi viene in mente il “Manifesto del partito comunista” quello di Marx ed Engels, che è un inno alla borghesia (rivoluzionaria), ergo al pensiero che la sosteneva: il liberalesimo.

Sul finire degli anni ’70 e negli anni ’80 mi capitò di andare diverse volte nei paesi dell’Est. Per il sindacato andai in URSS per quasi un mese. E in questi viaggi ebbi la conferma che questi regimi non erano riformabili (cosa per la quale ero ormai convinto dopo l’invasione della Cecoslovacchia nel 1968) e dopo il fallimento della “Riforma Kossighin” nel 1966, nell’URSS.
Visitai parecchie aziende e con mia sorpresa (negativa) notai il compromesso che teneva in piedi la baracca: “io non rompo le balle a te, tu dai a me il tuo consenso”, un po’ alla maniera che in Italia la DC esercitava il suo consenso (specie nella pubblica amministrazione), per cui il Partito Comunista dell’URSS somigliava parecchio alla nostra Democrazia Cristiana. In fondo, in fondo il regime “comunista” stava in piedi sulla scorta di 3 P: Poca produttività, Poco salario, Pochi consumi e con tre poco chi accontentava: gli individui mediocri, quelli che si accontentano, la gente pigra. Gli individui più curiosi, i più intraprendenti erravano continuamente da un’azienda all’altra alla ricerca di posti di lavoro dove l’autoritarismo e il paternalismo fosse al minimo e dove ci fossero le occasioni di welfare aziendale migliori.
È vero, non era dappertutto così. Nelle aziende dove si producevano armamenti, c’era lì concentrato il massimo della esperienza operaia, della tecnica e del meglio della scienza. Quel tanto che i “prodotti” facevano la punta a quelli americani! e questo fin dalla nascita dell’URSS. Un bel paradosso: una società nata contro e per far finire la guerra che primeggia nella produzione di strumenti di morte!

Il nodo della “continuità”. Riporto le cose scritte nel libro di A. Minucci (La crisi generale tra economia e politica, Ed. Voland Srl) è il capitolo V° che parla del “Nodo della continuità”. Mi ha colpito nel senso di non trovare niente o quasi nello sviluppo delle rivoluzioni “socialiste” nel 20° secolo: cosa mai esisteva in quelle società che fosse in embrione il “socialismo” che poi si sarebbe instaurato? C’era in Russia? C’era in Cina? Erano completamente assenti! Anzi (ed è di questi tempi) il Partito Comunista Cinese è attualmente a capo di una modernizzazione a carattere capitalista con annesso sfruttamento dei lavoratori, di alienazione di larghe masse e tutto l’armamentario tipico della fase di costruzione del capitalismo… del tutto opposta la storia della borghesia, la quale prima di arrivare a tagliare le teste di nobili e clero (nel 1789) si era insediata in tutta la società di allora.

Veniamo a noi, in Italia. Contraddizioni: il PSI nella dottrina non era statalista, nella pratica avviò (con il primo centrosinistra) tutta una serie di nazionalizzazioni, da quella dell’energia elettrica, ad altre.
Il PCI nella dottrina era statalista, nella pratica divenne “localista”: assieme ai socialisti nei decenni dopo la Liberazione avviò un vera e propria civilizzazione nei territori dove questi avevano la maggioranza dei voti. E quasi sempre con i “bilanci in rosso”: per fare investimenti, ecc.
Negli anni ’70 specie nelle grandi fabbriche del nord, sulla scorta delle conquiste del ’68 e del ’69 in merito ai Delegati e ai Consigli di Fabbrica, si andò ad una prima sperimentazione di superamento da una parte del “leninismo” (vedi come ti “educo il pupo”) e dall’altra della sola “democrazia delle opinioni” (di marca liberale), per approdare invece alla “democrazia cognitiva” = la validazione consensuale.

Caro Fausto, non voglio tediarti oltre. Mi pare di aver messo i piedi nel piatto (così come hai fatto pure tu). A te il compito di verificare la distanza tra le tue e le mie tesi. È vero bisogna avere a mente “l’individuo” come del resto era il portato della migliore CISL degli anni ’70 (la FIM) e da cui imparammo molto tutti quanti.
Mi pare che una “ri-partenza” sia possibile se la nostra autocritica si fonda non solo sulle questioni generali (e un po’ generiche), ma se sa stare nella nostra esperienza concreta. Alcune riflessioni:

1. Nelle aziende: a) una sfida innanzi tutto a noi stessi: coniugare Maggiore Produttività a Maggiore Democrazia – b) andare oltre il “guardiano del 133 di rendimento” o superare l’esperienza dei Delegati come “bravi poliziotti” (a servizio dei lavoratori, ovviamente) e pensare alla progettazione della “carriera dell’operaio” contro la logica “dell’ascensore sociale” che lascia il lavoro così com’è agli sfigati di turno (vedi i migranti).
2. Nella società: riconoscere che esistono degli “esperti” sia tecnici che “grezzi” che sono portatori di una “mappa e di un piano”. Una volta questi erano ben presenti nelle formazioni politiche di massa (dalla DC, al PSI e maggiormente nel PCI). Senza il recupero di queste competenze, di questo saper fare diffuso credo proprio che non si va da nessuna parte.
3. Occorre andare alla produzione di un archivio di tutte le esperienze “esemplari” sia di aziende che di amministrazioni locali per poterle socializzare, per farle diventare “ordine morale per il rimanente dei cittadini” (vedi Gramsci quando dice che questa è “fare rivoluzione”: socializzare il meglio delle esperienze) e non attardarsi a “mettere continuamente il lievito sulla merda” (come ben mi diceva Emilio Pugno già nel 1970).
4. Ergo: occorre allora in ogni territori dato andare alla produzione di archivi contenenti nomi e cognomi di questi “esperti” per avere con loro un approccio positivo.
5. Domanda? C’è un soggetto politico/sindacale adatto a questa bisogna? Ovvero io vado in cerca (a 72 anni!) di soggetti che vogliano ancora rimettersi in gioco su queste questioni.

Gaza, migliaia di israeliani in piazza per chiedere la fine immediata dell’invasione Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Almeno diecimila israeliani hanno manifestato ieri sera a Tel Aviv per chiedere al loro governo di riprendere i negoziati di pace con i palestinesi, dopo l’offensiva militare israeliana a Gaza che ha causato circa 2.000 morti palestinesi e 70 israeliani. A piazza Yitzhak Rabin (dal nome del premier assassinato) il governo ha schierato ingenti forze di polizia per evitare che contro i pacifisti si scatenassero gruppi di contro-manifestanti di estrema destra.

La manifestazione e’ stata organizzata da Meretz, partito d’opposizione di sinistra, da “Pace adesso”, ong ostile alla colonizzazione israeliana nei territori palestinesi, e dal partito comunista Hadash.
“La guerra non finira’ finche’ non ci si parlera’”, “Ebrei e Arabi si rifiutano di essere nemici”, “Si’ a una soluzione politica” sono alcune delle scritte sugli striscioni portati in corteo. E ancora, “Cambiare verso, no verso la guerra ma verso la pace”. Tra gli altri, dal palco ha parlato lo scrittore David Grossman che ha sottolineato l’irrinunciabilità della convivenza con i palestinesi. La leader del partito Meretz Zahava Galon ha accusato il premier Benyamin Netanyahu di “aver trascinato Israele a Gaza, in una guerra che non era inevitabile”.  Secondo la parlamentare laburista Merav Michaeli e’ colpevole inoltre di aver mantenuto a giugno un atteggiamento di chiusura verso il governo di riconciliazione nazionale palestinese, sostenuto da al-Fatah e da Hamas. All’indomani del conflitto, ha aggiunto Michaeli, quello stesso governo e’ adesso il partner di Israele ai colloqui del Cairo.

Al Cairo, intanto, proseguono i contatti per passare dalla tregua alla trattativa. Ci sarebbe l’eventualita’ di una parziale attenuazione dell’embargo su Gaza – con l’Ue che si e’ detta disposta a monitorare l’apertura permanente del valico egiziano di Rafah. I palestinesi, però, pretendono la fine totale dell’0embargo. Intanto, resta escluso dal tavolo il leader politico di Hamas, Khaled Meshaal, che secondo i media avrebbe fatto il punto sulla situazione con al-Ahamad nell’esilio di Doha. Il fronte israeliano e’ silente, con i media che rilanciano le affermazioni di questo o quel rappresentante palestinese.
Il premier Benyamin Netanhayu deve fare i conti con le critiche interne, le accuse della stampa di aver adottato un “atteggiamento supino” verso Hamas, e la nuova fase di ‘raffreddamento’ dei rapporti con Washington, che ha bloccato la fornitura di missili Hellfire.
Quel che appare certo e’ che nelle prossime 48 ore e’ improbabile che si arrivi al disarmo di Hamas – la richiesta numero uno di Israele – o alla fine totale dell’embargo – in cima alle aspirazioni dei palestinesi.

Avviate in Ucraina le procedure per la messa al bando dei comunisti da: www.resistenze.org

Intervista a Petro Simonenko

Robert Allertz | kpu.ua
Traduzione da marx21.it

24/07/2014

Il testo dell’intervista concessa dal leader del Partito Comunista di Ucraina, Petro Simonenko, al giornale della sinistra tedesca “Junge Welt” (http://www.jungewelt.de/2014/07-24/001.php), in seguito alla decisione assunta dal parlamento ucraino di avviare le procedure per la definitiva messa al bando delle sue organizzazioni e dei suoi simboli

Giovedì la Corte distrettuale amministrativa di Kiev ha dato inizio al processo, il cui risultato finale dovrebbe essere la messa al bando del vostro partito e dei suoi simboli. Mi si permetta di ricordare ai lettori: nell’agosto del 1991, il Partito Comunista, in quanto parte del PCUS, era già stato vietato, ma nel 1993 fu nuovamente ricostituito. Da quel momento Lei ne è alla guida. Perché vogliono vietare il vostro Partito, che è quello con l’età più avanzata tra tutte le organizzazioni politiche del paese?

Noi rappresentiamo un intralcio politico. Abbiamo creato disturbo sia alla classe dominante al tempo di Yanukovich che alla nuova leadership con Poroshenko. Per questo vogliono sbarazzarsi di noi.

Ma il vostro partito non aveva collaborato conil Partito delle regioni di Yanukovich dal 2010 al 2014?

E’ così, su alcune questioni le nostre posizioni coincidevano con quelle del Partito delle regioni, e per questo abbiamo appoggiato progetti di legge, che rispondevano al nostro programma elettorale. Ma tuttavia, abbiamo respinto tutte le le iniziative antisociali di Yanukovich e del suo partito, come, ad esempio, le riforme sanitaria e pensionistica. Su tali questioni Yanukovich era stato appoggiato dall’opposizione di allora, che dopo il golpe di febbraio è arrivata al potere. Oggi il Partito delle regioni di fatto lavora con Poroshenko, e con esso non abbiamo più nulla in comune.

Quali sarebbero i motivi del divieto del partito?

Il segnale per la persecuzione del Partito Comunista è stato dato da Turchinov, che all’epoca agiva come presidente ad interim dell’Ucraina, e che ora ha assunto la presidenza della Rada Suprema. Dal momento in cui capo dello Stato è diventato Poroshenko, anch’egli ha sostenuto la disposizione data da Turchinov al ministero della giustizia di preparare il processo per la proibizione del partito. Le accuse all’indirizzo del Partito Comunista assumono un carattere generale. Hanno dichiarato che il Partito Comunista è “nemico dell’Ucraina”, che “sostiene i separatisti”, che è “agente di Putin”. Allo stesso tempo ci è stato rinfacciato persino il referendum nazionale, che il Partito Comunista aveva promosso al tempo di Yanukovich, che volevamo far svolgere perché il popolo dell’Ucraina si esprimesse sul corso futuro della politica estera del paese. Questo referendum allora non era stato voluto né dal presidente né dall’opposizione, e la nostra iniziativa era stata bloccata sul piano giuridico.

Quali “prove” giustificherebbero la proibizione del Partito Comunista?

Il procedimento avviato dal Ministero della Giustizia è composto da 18 pagine e da 129 pagine di prove, tratte da fonti aperte – vale a dire, giornali, volantini, video, ecc. Con il loro aiuto cercano di dimostrare che il Partito Comunista di Ucraina avrebbe violato l’articolo 5 della legge dell’Ucraina sui partiti, cioè ci accusano di avere violato la sovranità e l’integrità territoriale dell’Ucraina.

Ci si riferisce al separatismo?

Naturalmente. Tuttavia, le prove raccolte dal Ministero della Giustizia non sono serie e addirittura sfiorano il ridicolo, poiché si basano su notizie e informazioni riportate da terzi, e persino su citazioni distorte. Hanno addirittura trovato due “ribelli” e “terroristi” che avrebbero dichiarato di essere “rappresentanti del Partito Comunista”.

Per il partito?

No, per la lotta armata con Kiev. Ciò è naturalmente assurdo, dal momento che il Partito Comunista ha sempre chiesto la cessazione del confronto armato. Noi ci siamo pronunciati e ci pronunciamo per un regolamento pacifico, chiediamo la cessazione del fuoco e negoziati. Per questo ci hanno accusato di istigare alla guerra, nella quale con tali dichiarazioni daremmo la possibilità ai separatisti, che agirebbero con il sostegno di Mosca, di rafforzarsi sul piano militare.

Presso la sede centrale del vostro Partito, su un lato sono appesi due striscioni rossi con del filo spinato, su cui sta scritto “Mai più!” e “Comitato per la pulizia”

Ma non solo questo. Hanno dipinto sull’edificio una svastica e varie scritte. La sede centrale del Partito Comunista era stata occupata e saccheggiata dagli “attivisti del Majdan” in febbraio. Gli uffici del nostro partito sono stati incendiati a Lutsk, Chernigov e in altri luoghi. Al momento la polizia non ha ancora fatto sgomberare l’edificio. Nell’edificio della sede centrale del KPU non è possibile lavorare normalmente, e sarebbero necessarie grandi riparazioni.

Sono stati presi di mira solo gli uffici del partito o anche i suoi iscritti?

Giusto. Gli attacchi sono iniziati in Ucraina occidentale e in corrispondenza degli eventi del Majdan sono cresciuti di intensità. Ci sono state irruzioni anche nelle case dei nostri militanti, alcuni dei quali sono stati prelevati e a cui è stato chiesto di rinunciare all’appartenenza al partito. Anch’io, dopo aver partecipato a un dibattito televisivo, sono stato attaccato da un gruppo di persone, e questo è stato il motivo per cui ho dovuto abbandonare lo studio attraverso l’uscita di emergenza. Ma queste persone hanno continuato la loro aggressione, hanno bloccato la mia automobile, fracassandole i vetri, e hanno gettato “bottiglie Molotov”. I deputati del partito fascista “Svoboda” mi hanno spintonato fuori dalla tribuna parlamentare della Rada. E così hanno fatto anche con altri membri del nostro gruppo. Ecco perché ora i deputati comunisti democraticamente eletti devono avere paura a recarsi al parlamento.

Quali conseguenze tutto ciò potrà comportare?

In questo clima di anticomunismo, illegalità e violenza il lavoro parlamentare è impossibile. Nove membri hanno già abbandonato la frazione del KPU, e ora siamo 23.

E dove sono andati questi deputati?

Se ne sono andati in una frazione denominata “Per la pace e la stabilità” che annovera l’oligarca della “Famiglia”, Kurchenko. Serghey Kurchenko a 27 anni è una delle persone più ricche del paese, in Occidente lo chiamano il “Rockefeller ucraino”. Durante il governo di Yanukovich Kurchenko ha fatto i miliardi nel commercio del petrolio e del gas. E proprio come allora comprava le imprese, ora compra i deputati.

Il Partito sta attraversando un periodo complicato e difficile, e la sua immagine non sempre suscita simpatie. Tuttavia, in tutto il mondo stiamo registrando il sostegno e la solidarietà nei nostri confronti, soprattutto da parte dei partiti comunisti.

Gabi Zimmer, a nome della frazione da lei guidata delle sinistre al Parlamento Europeo, ha inviato una lettera al presidente Poroshenko, in cui ha definito illegittima la persecuzione legale e fisica verso il nostro partito e ha espresso la sua protesta.

Che cosa farete, se il KPU verrà vietato?

In tal caso ci appelleremo alla Corte Europea per la difesa dei diritti dell’uomo di Strasburgo. Per i comunisti ucraini hanno valore proprio quegli stessi diritti dell’uomo, che li si accusa continuamente di violare.

Se fossi palestinese | Fonte: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo | Autore: Eduardo Galeano

Fin dal 1948, i palestinesi sono stati condannati a vivere in un’umiliazione senza fine. Non possono neanche respirare senza permesso. Hanno perduto la loro patria, le loro terre, la loro acqua, la loro libertà, ogni cosa, anche il diritto di eleggere il loro governo.
Quando votano per chi non dovrebbero, vengono puniti. Gaza ora vene punita, è diventata una trappola senza via d’uscita da quando Hamas ha vinto giustamente le elezioni nel 2006. Qualcosa di simile era accaduta nel 1932, quando il Partito Comunista ha vinto le elezioni a El Salvador: la gente espiava il suo cattivo comportamento con un bagno di sangue e da allora in poi ha vissuto sotto dittature militari. La democrazia è un lusso che soltanto pochi si meritano. I missili fatti in casa che non hanno dato scelta ai combattenti di Hamas a Gaza, sparano con una mira approssimativa verso le terre una volta palestinesi e attualmente sotto il dominio israeliano, sono nati dall’ impotenza.
E la disperazione del tipo che confina con la pazzia suicida, è la madre delle minacce che negano il diritto di Israele a esistere con grida vane, mentre una guerra genocida molto efficace nega da lungo tempo il diritto della Palestina alla vita.
Resta pochissimo della Palestina. Passo dopo passo, Israele la sta cancellando dalla carta geografica. I coloni invadono, seguiti dai soldati che ridisegnano i confini. Le pallottole sparate per auto-difesa santificano il saccheggio. Nessun tipo di aggressione manca di dichiarare che il suo scopo è di difesa. Hitler ha invaso la Polonia per evitare che la Polonia invadesse la Germania. Bush ha invaso l’Iraq per impedire che l’Iraq invadesse il mondo. Con ognuna delle sue guerre difensive, Israele inghiotte un altro pezzo di Palestina, e il festino continua.

Fonte: http://zcomm.org/znet/article/if-i-were-a-palestinian

Traduzione di Maria Chiara Starace
Traduzione © 2014 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY NC-SA 3.0

La disinformazione sui fatti dell’Ucraina: la versione del Pc in un incontro del Gue/Ngl Fonte: www.cambiailmondo.it | Autore: pietro lunetto

Gli avvenimenti degli ultimi mesi avvenuti in Ucraina sono stati trattati a livello mediatico dalla stampa internazionale seguendo un copione già visto e sperimentato in molteplici occasioni: distorsione dei fatti reali, oscuramento delle voci contrarie agli interessi imperialistici di Unione Europea, USA e Nato a secondo dei casi, fino alla diffusione di immagini montate ad arte per sostenere dei fatti inesistenti.Questo è stato uno dei principali argomenti trattati dal primo segretario del comitato centrale del Partito Comunista Ucraino, Petro Symonenko (picchiato da alcuni deputati fascisti dentro il parlamento nei giorni scorsi), durante un incontro tenutosi presso il parlamento europeo e organizzato dal gruppo del GUE/NGL (Sinistra Unita e Sinistra Verde Nordica).

Dopo una breve introduzione della presidente del GUE/NGL Gabi Zimmer, dove ha confermato la piena solidarietà e il massimo supporto di tutti i partiti che fanno parte del gruppo parlamentare, Symonenko ha aggiornato i presenti all’incontro della situazione dei cittadini ucraini dopo il golpe di piazza sostenuto dall’UE e dagli USA in chiave anti russa, che ha portato al governo dell’Ucraina esponenti della destra neonazista, soffermandosi in particolare sui fatti che hanno provocato la secessione della Crimea.

La distorsione dei fatti reali accaduti vanno dalla censura totale della risposta dei cittadini ucraini al golpe fuori dai confini di Kiev, all’avere completamente taciuto della presenza di stranieri a sostegno dei rivoltosi nelle piazze di Kiev, alla mancata chiarezza sui motivi per i quali molti esponenti di punta dell’Unione Europea si siano recati a Kiev ripetutamente incontrando le delegazioni dei rivoltosi; alle decine di attacchi che i paramilitari nazisti hanno compiuto a danno dei militanti e delle sedi del Partito Comunista, di altri partiti minori e a danno di giornalisti indipendenti, rei di non volere accettare il colpo di stato militare.

Secondo Symonenko, vi é anche stato un certo supporto popolare ai rivoltosi, derivante dal fatto che, dalla proclamazione dell’indipendenza in poi, nessuno dei governi succedutisi ha realmente cercato di risolvere i gravi problemi economici e sociali dell’Ucraina. A peggiorare notevolmente la situazione si è inserito l’accentramento completo e totale di tutte le strutture burocratiche nelle mani dell’ ex presidente Yanukovick e delle oligarchie che lo sostenevano. Che di fatto hanno solo pensato ad arricchirsi a spese dei cittadini.

I media mainstream non dicono, continua Symonenko, che tra i primi provvedimenti del nuovo governo vi é stata l’eliminazione della lingua russa come una delle lingue ufficiali dell’Ucraina, in aperta violazione della costituzione, e ovviamente questo ha avuto un grosso impatto nella percezione delle regioni a maggioranza russa e su tutta la comunità russofona, che ammonta a circa il 60% della popolazione.

In un primo momento i russofoni hanno cercato una trattativa, appoggiandosi alle norme della costituzione, ma a causa della risposta negativa e violenta del nuovo governo, é passata ad altre azioni. La situazione in Crimea é nota, ma abbiamo fatto presente al nuovo governo che una situazione analoga si sta creando nella regione di Donetsk, che al contrario della Crimea, produce il 25% del PIL ucraino.

Il nuovo governo sta continuando la sua battaglia neonazista, attaccando e distruggendo i simboli e i monumenti della lotta partigiana in Ucraina e revocando la festa del Primo Maggio. Senza considerare la modifica delle leggi sull’arresto, che daranno la possibilitàal nuovo governo di trattenere chiunque senza esplicitare le accuse per ben 60 giorni.

Il Partito Comunista ucraino ha da sempre sostenuto una proposta che si basa su 3 principi per cercare di risolvere positivamente le tensioni nelle zone a prevalenza russa.

Intavolare un negoziato per risolvere i problemi economici e sociali delle regioni che abbia come premessa l’integrità territoriale dell’Ucraina. Rispettare le procedure di governo ed autonomia scritte nella costituzione dell’Ucraina. La volontà popolare é legge. E quindi i risultati delle consultazioni devono essere rispettate.

Ovviamente nulla di tutto questo é stato accettato prima dal presidente Yanukovic né poi dal nuovo governo.

La proposta principale del partito comunista ucraino é stata ed è quella di far decidere sulle sorti del proprio paese in maniera democratica i cittadini ucraini. Senza influenze esterne.

Ad oggi si sono affrontate solo due fazioni che dicono che una é meglio dell’altra, ma non hanno lasciato ai cittadini la possibilità di dibattere sulle due opzioni e di scegliere liberamente.

Qualsiasi decisione dovrà anche tenere conto della situazione attuale dell’economia ucraina: quelli che ribadiscono che gli accordi con l’Unione Europea consentiranno da subito dei miglioramenti economici, poco sanno delle condizioni dell’ apparato industriale ucraino. Per riconvertire l’apparato industriale agli standard dell’Unione Europea ci vorranno tempo e risorse (che oggi non ci sono), e nel frattempo come vivranno i cittadini ucraini?

In conclusione dell’incontro, Symonenko, ha sottolinato che gli accordi con l’EU firmati a Febbraio sono stati in molte parti disattese, specialmente dove si prevedeva il disarmo delle forze paramilitari, e che il nuovo prestito che sara’ erogato all’Ucraina servirà solo a coprire gli interessi di un precedente prestito erogato dal Fondo Monetario Internazionale, e che le condizioni per erogarlo peggioreranno in maniera considerevole la vita dei cittadini.

Vi é stata anche una proposta di aiuti economici da parte della Cina, senza nessuna clausula capestro nei confronti del sistema sociale ucraino, che non é stata nemmeno presa in considerazione dai governi ucraini.

Lettera ai comunisti francesi Autore: Pierre Laurent da: controlacrisi.org

In Italia è assai scarsa l’informazione sui partiti aderenti al Partito della Sinistra Europea che ha candidato Alexis Tsipras. Ci sembra utile proporvi la traduzione della lettera che Pierre Laurent, segretario del Partito Comunista Francese e Presidente della Sinistra Europea, ha indirizzato agli iscritti del suo partito in vista delle elezioni amministrative e europee.

La mia lettera ai comunisti

La motivazione che spinge a scriverti oggi, a te come a tutti gli iscritti e le iscritte al nostro partito, è perché quello che vivremo nelle prossime settimane sarà un momento politico cruciale. E sono certo che noi possiamo giocare un ruolo fondamentale.
Se la mia lettera risulterà un po’ lunga me ne scuso, ma le questioni relative a questa fase sono decisive. Spero che ti prenderai il tempo di leggerla tutta con attenzione, così potrai capire le ragioni eccezionali di questa mia scelta.
I tre mesi che ci stiamo preparando ad affrontare saranno particolarmente intensi. Tra due settimane si svolgeranno le elezioni amministrative, mentre tra tre mesi avranno luogo quelle europee. Nel frattempo, Francois Hollande ha deciso per un rimpasto di governo che gli permetterà di adottare il patto di “responsabilità” firmato insieme al Medef.
Questo, quando nel paese sono sempre più diffuse le disuguaglianze sociali e la disoccupazione, rappresenterebbe un ennesimo regalo al padronato, grazie ad una riduzione dei livelli salariali, il taglio dei servizi pubblici e delle tutele sociali.
Questo rappresenta anche una rinuncia del governo socialista che volta le spalle alle aspettative e le speranze del popolo di sinistra, lasciando che la destra e l’estrema destra approfittino appieno della situazione.
Non possiamo permetterci di lasciar correre, soprattutto considerando il fatto che la maggioranza delle persone che, nel 2012, hanno sperato in un vero cambiamento non si riconoscono in questa politica. E’ il momento di rilanciare una mobilitazione popolare di massa.
Questo ci impone di essere parte di questa grande mobilitazione, ma io credo anche che dovremmo essere capaci di essere promotori di una grande campagna di resistenza alle politiche di austerità e, nel frattempo, essere protagonisti di un processo di rilancio di un soggetto politico della sinistra di alternativa.
Con questa prospettiva, le elezioni amministrative rappresentano un primo momento fondamentale. Fin dal primo giorno, i due obbiettivi del Partito Comunista sono stati chiari: impedire alla destra e alla destra estrema di realizzare i loro sogni nazionalisti, fornendo i comuni di maggioranze di sinistra o, comunque, del maggior numero di eletti comunisti o del Front de Gauche possibili. In questo modo, potremo costituire un’opposizione efficace all’austerità e promuovere politiche pubbliche di giustizia sociale, anche a livello locale.
Di fronte ad una destra revanscista e ad un governo imbrigliato nelle sue involuzioni e nelle sue rinunce, è necessario dare un segnale forte a sinistra, difendere la necessità di impegni chiari in favore della comunità, il bisogno di servizi pubblici e di democrazia locale. Noi abbiamo perseguito questo scopo, lavorando in ogni comune, creando delle alleanze per il primo turno elettorale, a partire dal bilancio dell’azione amministrativa e dai rapporti di forza esistenti a livello locale, con lo scopo comune di permettere, al secondo turno, un’aggregazione di tutte le forze di sinistra.
Il lavoro che abbiamo fatto fino ad oggi è notevole e grazie ai nostri sforzi possiamo nutrire forti speranze di riuscita. Presentiamo candidati comunisti e del Front de Gauche in più di 7500 comuni con più di 1000 abitanti, senza contare i numerosi candidati nei comuni più piccoli. Siamo in grado di rieleggere i nostri Sindaci, riconquistare grandi città come Aubervilliers e Montreuil ed aumentare il numero dei nostri eletti su tutto il territorio nazionale.
In oltre 30 comuni con più di 3500 abitanti i comunisti, accanto ai cittadini ed alle altre forze della sinistra, sono impegnati in una campagna elettorale che può risultare vittoriosa. Questo è verosoprattutto in città come Le Havre, Calais, Corbeil Essonne, Sète, Ales, Bolbec a La Ciotat,Romilly-sur-Seine, Thiers, Sartene …
Tutto questo lavoro, anche se ha causato un acceso dibattito in seno al Front de Gauche, alla fine risulterà vantaggioso anche per il Front, che vedrà crescere le basi del suo consenso e rafforzare il suo radicamento. Il nostro paese, il mondo del lavoro e tutti quei cittadini che in questi anni si sono sentiti persi e abbandonati a loro stessi, hanno bisogno di una forza politica vicina ai loro bisogni, radicata nella loro vita quotidiana e nei loro territori. Gli ultimi giorni di questa campagna elettorale si annunciano quindi decisivi per i nostri obiettivi. Per questo è necessario impegnare tutte le nostre forze in questa battaglia. So che i comunisti si sono già mobilitati ampiamente, ma ti chiedo, come a tutti, di aumentare ancora il nostro impegno fino all’ultimo giorno.
Ora voglio invece parlare della battaglia che dobbiamo intraprendere per sconfiggere il “patto di responsabilità”, espressione di quelle politiche d’austerità che affliggono sia la Francia che l’Europa. La lotta è tutt’altro che finita, anzi al contrario è appena cominciata.
Il Presidente della Repubblica non può contare su una maggioranza popolare per sostenere questo patto, firmato con il Medef, ad esclusivo beneficio del padronato e per la cui applicazione il Governo tenta di imporre un marcia forzata anche contro i suoi stessi interessi.
Gli oppositori aumentano ogni giorno di più, tra le fila del Front de Gauche ovviamente, ma anche tra i verdi e nel Partito Socialista. Un quarto della direzione del Partito Socialista ha sottoscritto una dichiarazione pubblica in cui si denunciano le basi su cui il patto è stato sottoscritto.
Le correnti di sinistra del Partito Socialista, “Un monde d’avance” e “Maintenant la gauche”, hanno votato contro il documento, chiamato “Applicazione del Patto di responsabilità”, presentato dalla maggioranza della direzione del PS, evidenziando la loro contrarietà e denunciando la “nocività delle politiche di austerità”. Nel mondo sindacale, la CGT, il FO e la FSU, rifiutano questo patto e molte altre confederazioni sindacali hanno espresso forti dubbi in merito. Questa a dimostrazione del fatto che un certo fronte del dissenso nei riguardi di questo patto esiste, a questo punto sta noi intercettarlo ed organizzarlo. Se riusciremo ad avere successo abbiamo buone possibilità di sconfiggere questo “patto di irresponsabilità”.
Questa campagna è già costituita da due appuntamenti fondamentali. Il primo dei quali avrà luogo il prossimo 18 marzo, quando si terrà una grande mobilitazione voluta dai sindacati. Dopo alcune giornate di azioni separate, la maggioranza dei sindacati hanno, infatti, deciso per una mobilitazione unitaria. Noi dobbiamo lavorare per la buona riuscita di questa giornata, che segnerà un momento importante per la costituzione di un forte movimento sociale di opposizione.
Da parte nostra, insieme al Front de Gauche, abbiamo lanciato un appello per una giornata di mobilitazione contro l’austerità, che si terrà il 12 aprile a Parigi e che avrà come denominatore comune lo slogan “il troppo stroppia, marciamo contro l’austerità”. Un appello sottoscritto da numerosi dirigenti politici, sindacali e del mondo dell’associazionismo, sarà reso pubblico la prossima settimana. Molte sono le organizzazioni che stanno prendendo in considerazione l’adesione a questa iniziativa. La stessa CGT, da sempre concentrata sul terreno delle rivendicazioni sindacali, ha accolto con interesse questa iniziativa e guarda con favore alla capacità di mobilitazione che la sinistra sta mettendo in campo.
Dobbiamo impegnarci in tutto il paese per promuovere questa giornata di mobilitazione, che può rappresentare il risveglio della sinistra che si oppone alle scelte di austerità di Francois Hollande.
Un altro appuntamento cruciale che dovremo affrontare in questo periodo sarà la campagna elettorale per le elezioni europee. Aperta dalla grande mobilitazione del 12 aprile prossimo, la nostra campagna sarà coerente con la lotta contro il “patto di responsabilità”. Questi i suoi punti fondamentali: no all’austerità ed al dumping sociale in Francia come in Europa, no al mercato transatlantico (GMT), si ad un’Europa democratica fondata sulla solidarietà.
Contro la tentazione di lasciarsi andare al nazionalismo e alla xenofobia promosse dal Fronte Nazionale, noi rappresenteremo una Francia attiva nella creazione di Fronti europei di solidarietà capaci di ricostruire un’Europa veramente unita. Vogliamo creare, in tutti i collegi elettorali, delle liste del Front de Gauche in grado di guidare una compagine di sinistra che sappia portare avanti la battaglia contro l’austerità. Candidando alla presidenza della Commissione Europea, il nostro compagno greco, Alexis Tsiras, leader di SYRIZA, abbiamo la possibilità con queste elezioni europee di sferrare un duro colpo all’attuale classe dirigente sia a livello nazionale che europeo, abbiamo anche la possibilità di rafforzare il gruppo del GUE-NGL nel Parlamento Europeo, eleggendo in Francia un maggior numero di parlamentari europei, oltre ai cinque uscenti che abbiamo ottime possibilità di rieleggere.
Dopo alcune settimane di discussione con i nostri alleati del Front de Gauche, ora siamo impegnati in una discussione concreta su quale debba essere la nostra tabella di marcia e sulla composizione delle liste, come sai i nostri compagni del Parti de Gauche pongono delle condizioni per l’apertura dei negoziati. L’operazione dei compagni parigini sul logo ha contribuito a rasserenare gli animi a livello nazionale ed a far ripartire i colloqui. Inoltre, il Parti de Gauche ci ha chiesto delucidazioni sulla nostra strategia per le elezioni del 2015. Come abbiamo già avuto modo di spiegare nel incontro bilaterale tra PCF e PG dello scorso 17 gennaio, in entrambi questi due appuntamenti elettorali la scelta delle candidature è una priorità per il nostro partito. Abbiamo presentato da tempo candidati comunisti in quasi tutti i comuni. Nel 2010, abbiamo costruito liste del Front de Gauche nella maggioranza delle regioni. I problemi riguardanti le autorità dipartimentali e regionali potrebbero portare ad ulteriori scelte in questa direzione, anche se, in ogni caso, queste decisioni verranno prese solo dopo gli appuntamenti elettorali di quest’anno, tenendo conto dei risultati e del nuovo panorama politico che avremo davanti, così come della nuova legge elettorale regionale e della riduzione dei dipartimenti. Ci tengo poi a sottolineare che prenderemo queste decisioni solo dopo un confronto con tutte le forze che compongono il Front de Gauche.
Ora, una volta chiariti questi aspetti, i colloqui che abbiamo avuto con i nostri alleati devono però condurre ad un inizio della campagna elettorale per le europee, subito dopo che si sarà conclusa la partita delle elezioni comunali. Ecco caro compagno e cara compagna quali sono le sfide che abbiamo di fronte a noi. Il nostro obiettivo è semplice: rafforzare la nostra opposizione all’austerità e mantenere il nostro impegno per costruire un’alternativa di sinistra a queste politiche. Dobbiamo essere coscienti che la nostra responsabilità è di primo piano nella costruzione di questa alternativa. Ecco perché ho voluto portare alla vostra attenzione alcuni elementi di analisi che giudico importanti. So di poter contare sul vostro impegno per affrontare tutte le sfide che ci attendono.

il testo originale dal blog di Pierre Laurent

[sul sito di radio radicale potete ascoltare la conferenza stampa tenuta a Roma da Pierre Laurent con Fabio Amato, Paolo Ferrero e Alexis Tsipras http://www.radioradicale.it/scheda/403069/presentazione-del-progetto-della-sinistra-europea-per-le-elezioni-europee-2014]

Nelson Mandela: il Partito Comunista Sudafricano e la lotta contro l’apartheid (1990) da: coontrolacrisi.org

In occasione della scomparsa di Nelson Mandela il Partito Comunista Sudafricano e l’African National Congress hanno per la prima volta ufficialmente confermato la militanza comunista di Madiba. Vi proponiamo il discorso che Nelson Mandela tenne il 29 luglio 1990 al raduno per il rilancio del Partito Comunista Sudafricano che segnava il ritorno alla legalità dopo 40 anni. Nel 1950 il regime dell’apartheid aveva approvato la “legge per la soppressione del comunismo”.

Compagno Presidente,

Compagni e amici,

Questo è un importante giorno nella storia politica del nostro paese. È un giorno che potrebbe dare conforto e speranza a chiunque in Sudafrica consideri se stesso o se stessa un Democratico. È importante perché segna la fine di un periodo di esattamente 40 anni, durante il quale dichiarato intento e pratica dello stato era la soppressione di tutte le opinioni politiche che non fossero certificate dal governo del Partito Nazionale come legittime e permesse. Sicuramente, ci sono, oggi, sorrisi felici sui volti dei pensatori politici che dissero che, pur se in disaccordo con opposti punti di vista che alcune persone avrebbero potuto esprimere, avrebbero comunque difeso con le loro vite il diritto democratico di questi oppositori ad esprimerle.

L’ANC non è un partito comunista. Ma è un difensore della democrazia, ha combattuto e continuerà a combattere per il diritto all’esistenza di un partito comunista. Come movimento per la liberazione nazionale, l’ANC non ha alcun mandato per propagandare l’ideologia marxista. Ma come movimento democratico, come Parlamento del popolo del nostro paese, l’ANC ha difeso e continuerà a difendere il diritto di qualsiasi sudafricano a aderire all’ideologia marxista se questa è la sua volontà.

Per noi come movimento democratico, la lezione della nostra storia è molto chiara. È quella dei popoli dell’Europa imparata durante il turbolento decennio degli anni ’30, quando il fascismo iniziò il suo assalto verso la democrazia lanciando una violenta offensiva contro i comunisti. È la stessa lezione che il popolo degli Stati Uniti apprese durante il decennio degli anni ’50, quando le forze del Maccartismo lanciarono un assalto volto a minare il patrimonio democratico del popolo americano, conducendo un offensiva virulenta contro i comunisti e le opinioni di sinistra. I teologi della Chiesa tedesca capirono questi processi molto bene quando dissero che la Chiesa cristiana non aveva fatto nulla quando i nazisti attaccarono i comunisti. E nuovamente la Chiesa non fece nulla quando i nazisti volsero le loro brutali attenzioni verso i socialisti. E quando i nazisti si rivolsero verso gli uomini cristiani e le donne di tale coscienza, la Chiesa scoprì che non viera più nessuno a difenderla.

Questo è un errore che l’ANC non ha mai fatto, perché capimmo che aver reso illegale il Partito Comunista nel 1950, era un preludio alla soppressione di tutte le opinioni democratiche nel nostro paese. Questa è una lezione che coloro i quali sono all’interno del Partito Nazionale, e si considerano democratici, devono imparare al più presto.

La lezione che debbono imparare è che fu fondamentalmente sbagliato l’aver emanato il decreto per la soppressione del comunismo nel 1950. La lezione che debbono imparare è che è fondamentalmente sbagliato oggi cercare di creare un clima di tolleranza democratica di diversi punti di vista tentando di demonizzare coloro che scelgono di avere opinioni comuniste. Una posizione come questa conduce ad una cosa e una cosa soltanto, vale a dire, la negazione e la soppressione della democrazia stessa.

Siamo qui oggi per partecipare con voi al rilancio del Partito Comunista, 40 anni dopo la sua soppressione. Lo facciamo perché durante gli ultimi 70 anni della sua esistenza, il Partito Comunista si è distinto come un alleato nella lotta comune per la fine dell’oppressione razziale e dello sfruttamento delle masse nere nel nostro paese. Esso ha lottato fianco a fianco con l’ANC con lo stesso obiettivo della liberazione nazionale del popolo, senza cercare di imporre le sue visioni sul nostro movimento. È stato ed è un amico affidabile che ha rispettato la nostra indipendenza e la nostra politica. I suoi membri sono stati dei devoti congressisti che, come membri dell’ANC, hanno propagandato e difeso le politiche del nostro movimento, inclusa la Freedom Charter (Carta della Libertà, NdT), senza esitazione. Hanno quindi dato forza al nostro movimento, qualunque fossero le loro diverse prospettive come formazione politica indipendente. I suoi capi sono stati stretti amici e colleghi dei capi del nostro movimento.

Il segretario generale del Partito Comunista, compagno Joe Slovo, è un vecchio amico. C’è una vecchia e stabile amicizia che lega la sua famiglia alla mia. Siamo andati all’università insieme. Siamo stati imputati insieme nei processi per tradimento del 1956 e del 1961. Nel corso degli anni, abbiamo condiviso le stesse opinioni su questioni fondamentali come la fine del sistema criminale dell’apartheid e la trasformazione democratica del nostro paese. Oggi condividiamo le stesse visioni riguardo l’importanza vitale e l’urgenza di arrivare ad soluzione politica attraverso i negoziati, in condizioni di pace per tutto il nostro popolo. Questa personale e politica relazione è stata in grado di durare durante gli anni precisamente perché Joe Slovo e i suoi colleghi del Partito Comunista hanno compreso e rispettato il fatto che l’ANC è un corpo indipendente. Non hanno mai provato a trasformare l’ANC in una marionetta del Partito Comunista. Hanno combattuto per difendere il carattere dell’ANC come il Parlamento degli oppressi, contenente al suo interno persone dalle differenti visioni ideologiche, le quali sono unite da una prospettiva comune di emancipazione nazionale rappresentata dalla Freedom Charter.

Anche quando ci siamo messi insieme al compagno Joe Slovo e ad altri nel 1961 per formare l’Esercito del Popolo, Umkhonto we Sizwe (Lancia della nazione, NdT), abbiamo compreso il ruolo specifico che Umkhonto avrebbe dovuto giocare. Abbiamo capito che nonostante la repressione dello stato ci avesse costretto a prendere le armi, questo non avrebbe dovuto fare dell’ANC uno schiavo della violenza. Sapevamo che i quadri che formavano Umkhonto we Sizwe avrebbero dovuto essere uomini e donne che dovevano rispettare l’autorità politica dell’ANC, e sapevamo che dovevamo sempre partire dal fatto che avevano preso le armi precisamente per aiutare a stabilire un ordine democratico nel quale le persone avrebbero avuto il diritto alla libertà di opinione politica e di espressione, senza paura di alcuna intimidazione da qualsiasi parte.

Tali sono le opinioni degli uomini e delle donne che hanno composto la nostra gloriosa armata. Suggerire, come alcuni fanno in questi giorni, che questi eccezionali figli e figlie del nostro popolo covino idee di un’azione militare unilaterale contro il processo di pace, è un insulto fabbricato dai nemici della democrazia i quali hanno costruito reti cospiratorie all’interno delle strutture di potere nel nostro paese.

Tutti, governo incluso, sanno anche che l’ANC è la formazione politica che dispone l’uso strategico delle armi nelle mani dell’Esercito Popolare. Il nostro movimento, il quale ha una storia illustre e incontrastata nella ricerca di soluzioni pacifiche, non ha mai abbandonato da parte sua la strategia della lotta non violenta, anche quando il regime dell’apartheid fece tutto ciò che era in suo potere per rendere questo tipo di lotta impossibile. Non possiamo ora rivoltarci contro una risoluzione pacifica del conflitto nel nostro paese, soprattutto dal momento che tale risoluzione sembra possibile.

Coloro che oggi si atteggiano a esperti sulla struttura e la strategia del nostro vasto movimento per la liberazione nazionale devono capire questo ABC della nostra lotta. Ciò che questo ABC indica è l’impegno dell’alleanza guidata dall’ANC di fare tutto ciò che è in suo potere per arrivare a una soluzione pacifica dei problemi che affliggono il nostro paese.

Cari compagni e amici:

L’obiettivo che abbiamo perseguito fin dalla nostra costituzione 78 anni fa rimane invariato.

Dobbiamo muoverci il più rapidamente possibile affinché il sistema dell’apartheid sia abolito e nella trasformazione del Sudafrica in un paese unito, democratico, antirazzista e antisessista. Abbiamo iniziato le trattative con il governo per la realizzazione di tali obiettivi. Poiché abbiamo urgenza di ottenere la nostra emancipazione, insistiamo sul fatto che i colloqui debbano andare avanti.

La nostra libertà non può essere posticipata o negata solo perché alcune persone hanno piani segreti per sostenere una crociata antidemocratica contro i comunisti. Ma insistiamo anche sul fatto che il dialogo debba procedere in condizioni di pace. Pertanto la violenza della polizia contro il popolo deve finire. La violenza dei vigilantes neri e bianchi contro il popolo deve finire. Se è sinceramente interessato alla pace e alle trattative, il governo deve agire per ottenere tale risultato.

Vogliamo ripetere qui ciò che l’intero movimento democratico del nostro paese ha detto in passato: che nel contesto di una conclusione della violenza di stato e di un processo politico che ci conduca alla liquidazione del sistema dell’apartheid, noi stessi siamo pronti a discutere la sospensione delle nostre azioni armate per assicurare che la pace e la stabilità possano prevalere in tutto il nostro paese.

Ci appelliamo al governo affinché risponda positivamente a queste posizioni, per abbandonare il tentativo di creare nuovi ostacoli sponsorizzando un’isteria anticomunista, ad agire in modo responsabile nell’interesse di tutto il nostro popolo, nell’interesse della causa di giustizia e di pace. Cari amici del Partito Comunista: Sappiamo di poter contare sul vostro supporto nell’ottenimento di questi obiettivi.

È nostro assoluto desiderio che voi, come tutte le altre formazioni politiche nel nostro paese, siate partecipanti attivi in questo processo storico che ci condurrà ad una risoluzione pacifica dei problemi che si presentano nel nostro paese e in mezzo al popolo. Estendiamo a voi i nostri migliori auguri del movimento popolare, dell’ANC, e ci auguriamo di proseguire la cooperazione nella lotta comune per portare la libertà, la pace e la sicurezza a tutte le persone del nostro paese.

La lotta continua! La vittoria è certa! Amandla ngawethu! (Potere al popolo, NdT).

Traduzione a cura di Carlo Eridan.