Barbara Spinelli: Gli elettori europei presi in giro, la “grande coalizione” decide ignorando il voto Autore: Barbara Spinelli

Il semestre italiano, se il governo non fa qualcosa, sta cominciando con un’impostura mai vista nella storia dell’Unione europea: basta sfogliare i giornali, e subito è chiaro che i cittadini vengono aggirati. Hanno appena eletto il Parlamento europeo, ma le loro volontà non sono ascoltate.

Per mesi, anzi per anni, è stato detto che il divario creatosi fra l’Unione e i suoi popoli era divenuto insopportabile. Un primo segnale di cambiamento è venuto quest’anno dall’indicazione, nelle campagne elettorali dei vari partiti, del candidato più o meno simbolico alla presidenza della Commissione. (Il nostro gruppo GUE-Ngl, e in Italia l’Altra Europa con Tsipras, aveva indicato Alexis Tsipras).

Quello che sta accadendo è un’impostura perché lo sforzo di colmare il divario è del tutto assente nei presenti negoziati sul futuro delle istituzioni europee e delle loro politiche. Sono i governi a negoziare e decidere sul nome del candidato e anche sul programma, senza alcuna considerazione del messaggio degli elettori.

Vero è che i trattati danno loro questo diritto: è il Consiglio europeo a «proporre» il candidato, che poi sarà eletto dal Parlamento. Ma due condizioni dirimenti vengono ignorate. I governi riuniti in Consiglio devono «tener conto delle elezioni europee», e discutere il profilo del candidato che intendono proporre al nuovo Parlamento. I fautori della candidatura Juncker partono dall’idea che egli ha raccolto più voti, il 25 maggio. Ma se consideriamo l’altissima astensione, e l’avanzata di una serie di partiti euro-ostili o eurocritici, il suo successo si ridimensiona, divenendo praticamente inesistente. Fra l’altro non è il Ppe che ha raccolto più voti ma il Pse: 49 milioni contro 39,9 milioni, anche se il Ppe ha avuto più seggi.

Il Trattato d’altronde parla chiaro: non è dei risultati numerici delle elezioni che si deve tener conto, ma «delle elezioni» in sé: cioè del loro messaggio sostanziale. E il messaggio non va nella direzione della nomina di Juncker, che incarna politiche fallimentari di austerità, e ne è il continuatore. Se si calcolano gli astensionisti, gli euro-ostili, gli euroscettici, gli eurocritici come il GUE-Ngl, una grande maggioranza di cittadini chiede una radicale rottura di continuità. Cosa che Juncker non garantisce, a tutt’oggi.

A ciò si aggiunga che l’imbroglio istituzionale non finisce qui: l’intera struttura dirigente dell’Unione è in causa, di essa si discute in un unico «pacchetto», e quel che si prospetta è una prevaricazione inaudita del Consiglio, dunque del metodo intergovernativo. Si prospetta un regime di Grandi Intese che s’arrocca sullo status quo e taglia le ali a ogni contestazione, ogni critica.

1. Il Presidente della Commissione è in pratica nominato ex ante, senza ascoltare quel che i cittadini hanno detto col voto. La grande coalizione di cui sarà espressione è risicatissima, e non rappresentativa.

2. Anche il Presidente del Parlamento viene indicato dai governi, in un baratto che sembra sfociare nella ricandidatura di Martin Schulz: anche questo non si è mai visto. Angela Merkel lo ha definito il suo candidato, come se spettasse a un singolo Stato membro la nomina ai vertici del Parlamento, per riequilibrare i rapporti dentro la «sua» coalizione di governo nazionale. Si diceva che questa volta il Parlamento europeo sceglieva il candidato alla Commissione (era una forzatura del Trattato, ma ha dato un nuovo colore alle elezioni). Siamo arrivati all’assurdo che non solo questa speranza svanisce. Abbiamo un Consiglio europeo che fa il programma della Commissione, e addirittura designa in anticipo il Presidente del Parlamento!

3. Come Presidente del Consiglio europeo, successore di Van Rompuy, si prospetta nel mercanteggiamento la nomina di una rappresentante danese, molto vicina al governo tedesco: una scelta ben poco europeista, essendo la Danimarca fuori dall’euro e da Schengen. Anche in questo caso lo sponsor è Angela Merkel, secondo la quale “non è essenziale l’appartenenza o meno all’euro e al trattato di Schengen”. Il tutto per dare un contentino al recalcitrante Cameron. Sia detto per inciso, la carica di Presidente del Consiglio europeo non è affatto irrilevante, come scrivono alcuni editorialisti in Italia: con gli anni il Presidente del Consiglio europeo è divenuto più cruciale del Presidente della Commissione.

4. Mercanteggiamenti dello stesso tipo si profilano per l’alto rappresentante per la politica estera e per il Presidente dell’eurogruppo.

Chiediamo al governo italiano di non cominciare il semestre con questo scempio istituzionale.

Chiediamo chiarezza, verità, ascolto delle volontà cittadine. Quando il Presidente del Consiglio italiano dice: “Prima vengono i programmi, poi i nomi”, egli dovrebbe sapere perfettamente due cose:

1. che i nomi già sono praticamente decisi e pronti. Parlare di preminenza del programma oltre a essere un imbroglio intergovernativo è retorica.

2. che la politica della futura Commissione va discussa da quest’ultima col nuovo Parlamento, che le deve votare la fiducia (o la sfiducia) sulla composizione dell’Esecutivo e sul suo programma. Non sta avvenendo – non si discute né col vecchio né col nuovo Parlamento – perché van Rompuy sta già delineando il programma che poi sarà “amministrato” da Juncker: un Presidente-servo sciocco dei governi, che accetta di farsi mettere le manette e non sarà un Presidente sopra le parti, incarnazione di un’Europa solidale. Non farà che rispecchiare i rapporti di forza fra Stati nazione che compongono l’Unione, e privilegiare dentro l’Unione gli Stati più potenti o più prepotenti.

Spero che nasca un’opposizione a questa strategia, che promette la continuazione della vecchia politica con nuovi nomi, e un’ideologia neoliberista appena corretta da qualche frase sulla crescita: imperativo peraltro non nuovo, essendo iscritto neiTrattati. Il Gue-Ngl probabilmente si opporrà, ma spero che altri si aggiungeranno – i Verdi, i liberali – nella battaglia in difesa delle volontà cittadine espresse il 25 maggio. Spero che più vaste convergenze siano possibili, su alcuni punti almeno, contro le Grandi Intese che stanno per rinascere a Bruxelles: a cominciare dai diritti dimenticati in questi lunghi anni di crisi. Spero, soprattutto che il Parlamento trovi le forze in se stesso per divenire Parlamento costituente. Perché di una nuova Costituzione abbiamo bisogno, che crei istituzioni sopra le parti e che dia ai cittadini la possibilità di eleggere i propri rappresentanti in Europa: non più solo a parole, ma sul serio.

Nel più lungo periodo, cioè per l’intero semestre, chiediamo svolte vere, non programmi che conservano lo status quo. Non una retorica sulla crescita che lasci intatto il paradigma neoliberista : il primato dato alla competitività, l’assenza di un autentico New Deal europeo (il primo test sarà il New Deal 4-Europa, per il quale si stanno raccogliendo le firme per un’Iniziativa cittadina).

Ho avuto modo di sfogliare alcune bozze provvisorie del programma italiano, che Renzi presenterà il 24 giugno al Parlamento italiano. Spero davvero che siano provvisorie, perché le conclusioni che traggo sono sconfortanti:

1. non c’è nessuna rottura di continuità con trattati intergovernativi che hanno dimostrato di non funzionare e di produrre profonde devastazioni, come il Fiscal Compact.

2. non ci sono che vaghi accenni al clima, e nulla sulle energie rinnovabili, nonostante gli impegni che dovranno essere presi a Lima.

3. non c’è nulla sulla lotta alla corruzione e alla criminalità organizzata. Le mafie sono ormai organi transnazionali, e un ruolo importante spetta all’Unione europea, nel combatterli.

4. sulla disoccupazione dei giovani è stata annunciata una grande Conferenza europea a Torino: doveva inizialmente svolgersi l’11 luglio. Con mio grande stupore, è stata rimandata alla fine del semestre e si svolgerà a Bruxelles, per timore di disordini a Torino. Sembrava fosse la preoccupazione centrale del governo. Evidentemente non lo è.

5. non c’è nulla di serio sulla politica estera (Mediterraneo, Russia, Ucraina), e in particolare sul Trattato Europa-Usa per un partenariato commerciale (TTIP): su come vengono minacciate normative italiane ed europee concernenti i beni comuni, i servizi pubblici, il rispetto dell’ambiente. Nulla, nemmeno, sulla scandalosa segretezza che caratterizza l’intero negoziato TTIP.

6. il programma del trio infine (Italia, Lituania, Lussemburgo) è scritto dai servizi del Consiglio, e più precisamente dal loro coordinatore: è anch’egli un uomo di Angela Merkel.

La battaglia europea della nostra Lista sta cominciando. La difenderemo, Eleonora Forenza Curzio Maltese e io, con tutte le forze

Smuraglia: “Cosa ci aspettiamo dal governo Renzi” :l’analisi del risultato elettorale per le votazioni europee da parte del presidente nazionale dell’Anpi, Carlo Smuraglia.

Smuraglia: “Cosa ci aspettiamo dal governo Renzi”

Qui di seguito l’analisi del risultato elettorale per le votazioni europee da parte del presidente nazionale dell’Anpi, Carlo Smuraglia.

Su tutta la stampa imperversano i commenti ai risultati delle recenti votazioni. Non spetta a noi unirci al coro delle diagnosi, delle prognosi e delle valutazioni politiche. Noi possiamo fare soltanto alcune considerazioni, in modo rapido e consono alle nostre finalità riservandoci – semmai – di tornare sui vari aspetti in una sede più adatta.

Ecco, dunque, le nostre prime, essenziali notazioni:

a)   Queste erano votazioni europee. Quindi, i risultati vanno applicati prima di tutto alla realtà europea e poi (ma solo virtualmente) a quella italiana, come indici di una tendenza, che non corrisponde tuttavia ai “numeri” esistenti tuttora in Parlamento;

b)  Su un piano generale, non c’è dubbio che il Partito Democratico abbia riportato un grande successo, di cui è ben difficile trovare i (remoti) precedenti. Un successo in termini di voti, in modo addirittura imprevisto; e un successo – su un terreno più immediato – per la riconquista di due regioni importanti (Piemonte e Abruzzo) e di molti Comuni di rilievo, col consolidamento anche di posizioni acquisite da tempo.

c)   Si registra, conseguentemente, un arretramento (tre milioni di voti in meno) del Movimento 5 stelle, con la dimostrazione palese che il grido e l’insulto, alla fine, non pagano, a fronte di un Paese che spera di avere risposte e soluzioni positive.

d)  Ci sono partiti (minori) addirittura scomparsi ed altri – invece – che compaiono, raccogliendo una parte della “sinistra”, che trova una prima ricomposizione.

e)   Tutto questo, a livello europeo, è importante perché assegna all’Italia un ruolo preminente, tanto più a fronte del disastro accaduto in Francia, per il partito socialista (letteralmente crollato) e per l’affermazione di Marine Le Pen (e non solo).

Resta sempre in testa il PPE, ancorché un po’ indebolito, e avanza il partito di Schultz. Non vincono, come si temeva, le forze antieuropeiste, anche se occorrerà costruire un fronte compatto per contrastarle e cambiare.  Molti pensano ad un’intesa tra socialisti e popolari, speriamo per dar vita ad una politica nuova; le premesse ci sono e a questo fine anche l’Italia potrà esercitare un ruolo importante, contro il rigore e l’austerità a tutti i costi. Resta l’incognita della Presidenza della Commissione, che si giocherà tra Schultz e Junker; e ne vedremo i risultati nei prossimi giorni.

Si rafforza il ruolo della BCE, che nel prossimo periodo dovrà vincere alcune timidezze e adottare provvedimenti che agevolino il rilancio, lo sviluppo e la crescita.

f)    In Europa, si confermano le tendenze favorevoli ad una destra nera, forse non nella misura da loro sperata, ma sempre in modo preoccupante (perfino l’ingresso di un nazista nel Parlamento europeo). Anche questo è un problema che le nuove istituzioni europee dovranno affrontare, assieme a quello dei crescenti populismi e autoritarismi ed alla complessa e delicata problematica relativa all’Ucraina.

Per quanto riguarda, più direttamente il nostro Paese,  ho detto che non è il caso di entrare nell’analisi e nella prospettiva di nuovi (o vecchi) scenari.

E’ indubbio che l’affermazione del Partito democratico dà al partito stesso e al suo segretario, che è anche il Capo del Governo, responsabilità nuove e maggiori, che richiedono precise risposte se si vorrà, come è ovvio, consolidare il risultato e trasferirlo sul piano politico interno. Noi possiamo dire soltanto ciò che ci aspettiamo dal “nuovo corso” che sembra uscire da questa valutazione:

–        Un cambiamento radicale della “politica”; quella che va mandata in soffitta è la vecchia politica, quella che allontana i cittadini, e si è fatta detestare per la mancanza di valori e per il perseguimento di finalità non sempre corrispondenti all’interesse della collettività; deve affermarsi, invece, un nuovo “costume” politico e un nuovo modo di essere dei  partiti;

–        Un programma concreto e preciso d’azione, concomitante con la svolta da imprimere all’Europa, che aiuti ad uscire dalla crisi e favorisca la creazione di nuove attività produttive, di nuovi posti di lavoro, di una nuova dignità delle persone, sia che lavorino, sia che abbiano cessato ogni attività lavorativa.

–        L’assunzione di una linea (di principio e di azione) nettamente democratica e antifascista, che blocchi nostalgie, speranze di ritorno al passato, tendenze autoritarie e populistiche, venti di razzismo e discriminazione;

–        L’avvio di una seria riforma dell’Amministrazione pubblica e della burocrazia, confrontata o concordata con le Organizzazioni sindacali;

–        La modifica della legge elettorale (“Italicum”) per garantire più democrazia, più possibilità e libertà di scelta per  i cittadini, maggiore espansione della rappresentanza;

–        Una riforma costituzionale che – nel differenziare il lavoro delle due Camere – conservi, tuttavia, al Senato la funzione di garanzia e di equilibrio; un  Senato elettivo e qualificabile davvero come “Camera Alta”, dotata di poteri reali e di competenze sostanziali, nel solco del complessivo disegno costituzionale;

–        Una riforma del titolo V della Costituzione, correggendo i difetti della riforma del 2001 e ricostruendo un quadro di autonomie reali, nel contesto complessivo di una Repubblica veramente unita.

–        Una riforma istituzionale e costituzionale che aumenti gli spazi di democrazia, attribuendo maggiori ed effettivi poteri alla volontà popolare, soprattutto per ciò che attiene alle varie forme di iniziativa popolare  (e relative garanzie di effettiva presa in considerazione da parte del Parlamento).

–        Un impegno reale per la diffusione della “cultura della cittadinanza”, attraverso strumenti di formazione e di apprendimento moderni, aggiornati e finalizzata soprattutto a creare cittadini partecipi, responsabili e solidali.

–        Un impegno veramente forte e deciso contro la illegalità e contro la corruzione, nella consapevolezza che non basta la normativa penale (ancorché rinnovata, come si spera, ripristinando il reato di falso in bilancio e l’autoriciclaggio e riconducendo ai livelli “normali” la disciplina della prescrizione), ma occorre puntare sulla prevenzione, sui controlli (senza deroghe) e soprattutto su un clima di “tolleranza zero” rispetto a qualsiasi atto o comportamento in contrasto con l’etica pubblica e privata.

Sono soltanto, come ho detto, sommarie indicazioni – rigorosamente fondate sui princìpi e sui valori costituzionali – che ci permettiamo di sottoporre alla responsabilità ed all’attenzione di chi, “premiato” dal consenso di molti cittadini, ha la possibilità e il dovere di utilizzarlo – al Governo, nel Parlamento e nella vita politica – come una vera opportunità di cambiamento e rinnovamento del Paese.

Carlo Smuraglia

L’Anpi lancia l’allarme contro le proposte di riforma costituzionale ed elettorale da: ANPI NAZIONALE

L’Anpi lancia l’allarme contro le proposte di riforma costituzionale ed elettorale

Manifestazione il 29 aprile al Teatro Eliseo di Roma

Martedì 29 aprile a Roma, al Teatro Eliseo, con inizio alle ore 16,30, manifestazione pubblica dell’ANPI sul progetto di riforma costituzionale ed elettorale all’esame del Parlamento.

L’iniziativa vuole lanciare l’allarme contro un progetto che, unendosi ad una legge elettorale come quella che è stata approvata alla Camera ed al proposito di irrobustire i poteri del Presidente del Consiglio e del Governo, si risolverebbe in una ulteriore e grave riduzione degli spazi di democrazia, che subiscono da tempo una lenta ma progressiva erosione e che, invece, l’ANPI considera intangibili, alla luce dei princìpi e dei valori costituzionali.

Pubblichiamo qui di seguito il documento-manifesto del 29 aprile approvato dal Comitato nazionale dell’Anpi.

 

Il Comitato nazionale dell’ANPI rileva che:

– l’indirizzo che si sta assumendo nella politica governativa in tema di riforme e di politica istituzionale non appare corrispondente a quella che dovrebbe essere la normalità democratica;

– si sta privilegiando il tema della governabilità (pur rilevante) rispetto a quello della rappresentanza (che è di fondamentale e imprescindibile importanza);

– si continua nel cammino – anomalo – già intrapreso da tempo, per cui è il Governo che assume l’iniziativa in tema di riforme costituzionali e pretende di dettare indirizzi e tempi al Parlamento;

– un rinnovamento della politica e delle istituzioni è essenziale per il nostro Paese, come già rilevato nel documento dell’ANPI del 12 marzo 2014;

– sono certamente necessari aggiustamenti anche del sistema parlamentare, così come definito dalla Costituzione, rispettando peraltro non solo la linea fondamentale perseguita dal legislatore costituente, ma anche le esigenze di centralità del Parlamento, della rappresentanza dei cittadini, del controllo sull’attività dell’Esecutivo, delle aziende e degli enti pubblici, in ogni loro forma e manifestazione;

– in questo contesto, è giusto superare innanzitutto il cosiddetto bicameralismo “perfetto”, fondato su un identico lavoro delle due Camere e quindi, alla lunga, foriero anche di lungaggini e difficoltà del procedimento legislativo; ma occorre farlo mantenendo appieno la sovranità popolare, così come espressa fin dall’art. 1 della Costituzione e garantendo una rappresentanza vera ed effettiva dei cittadini, nelle forme più dirette;

– il Senato, dunque, non va “abolito”, così come non va eliminata l’elezione da parte dei cittadini della parte maggiore dei suoi componenti; possono essere individuate anche forme di rappresentanza di altri interessi, nel Senato, come quelli delle autonomie locali, della cultura, dei saperi, della scienza; ma in forme tali da non alterare il delicato equilibrio delle funzioni e della rappresentanza;

– la maggior parte dell’attività legislativa può ben essere assegnata alla Camera, così come il voto di fiducia al Governo; ma individuando nel contempo forme di partecipazione e tipi di intervento da parte del Senato, così come previsto in molti dei modelli già esistenti in altri Paesi;

– in nessun modo il Senato può essere escluso da alcune leggi di carattere istituzionale, nonché dalla partecipazione alla formazione del bilancio, che è lo strumento fondamentale e politico dell’azione istituzionale e dei suoi indirizzi anche con riferimento alle attività di Autonomia e Regioni;

– tutto questo può essere realizzato agevolmente, anche con una consistente riduzione di spese, non solo unificando la gran parte dei servizi delle due Camere, ma anche riducendo il numero dei parlamentari, sia della Camera che del Senato, vista l’opportunità offerta dalla differenziazione delle funzioni;

– bisogna anche dire che concentrare tutti i poteri su una sola Camera, per di più composta anche col premio di maggioranza, lasciando altri compiti minori ad un organismo non elettivo, con una composizione spuria e fortemente discutibile ed obiettivi e funzioni altrettanto oscure, non appare rispondente affatto al disegno costituzionale, dotato di una sua intima coerenza proprio perché fatto di poteri e contropoteri e di equilibri estremamente delicati; un disegno che in qualche aspetto può – e deve – essere aggiornato, ma non fino al punto di stravolgere quello originario.

Queste sembrano, all’ANPI, le linee fondamentali di un cambiamento democratico delle istituzioni, che esalti il ruolo del Parlamento, rafforzi la rappresentanza dei cittadini in tutte le sue espressioni, ed assegni ad ognuna di esse il ruolo che le compete secondo gli orientamenti generali della Carta Costituzionale e le esigenze della democrazia, da perseguire con economicità di spesa ed efficienza dei risultati.

Appare, altresì, pacifico che deve essere riformato il titolo V della Costituzione, procedendo ad una più razionale ripartizione delle competenze tra Stato e Regioni, che elimini ragioni di conflitto e consenta agli organi centrali dello Stato di esprimere una legislazione di pieno indirizzo su materie fondamentali per tutto il territorio; definisca compiutamente e definitivamente il ruolo delle Regioni, a loro volta bisognose di riforme sulla base dell’esperienza realizzata dal 1970 ad oggi, che spesso le ha viste diventare altri organismi di centralizzazione dei poteri e le riconduca a funzioni di indirizzo e controllo e non di gestione; nonché precisi in modo conclusivo tutta la materia delle Province e degli enti intermedi, finora risolta con provvedimenti parziali che non sembrano corrispondere ad esigenze di effettiva razionalità e di contenimento delle spese.

Tutto questo richiederà tempi più adeguati, escluderà la fretta, rispondente, piuttosto che ad esigenze razionali, ad altro tipo di logiche; ma dovrà essere affrontato senza tergiversazioni e senza inopinati stravolgimenti dei metodi e degli stessi contenuti. Se è giusto porre rimedio ad alcune incongruenze strutturali rivelate dall’esperienza, l’obiettivo deve essere quello di farlo con saggezza e ponderazione, ed anche con le competenze necessarie, sempre preferibili alla improvvisazione ed all’incoerenza di una fretta dettata da ragioni molto lontane dal rispetto con cui si devono affrontare serie riforme costituzionali.

Ci sono, sul tappeto, diverse proposte; altre sono fornite dall’esperienza giuridica e politica di altri Paesi; le si esamini senza pregiudizi e insofferenze ed ascoltando pareri e proposte che possono contribuire al miglior esito delle riforme.

E si approfitti dell’occasione per un ripensamento della legge elettorale, che così come approvata da un ramo del Parlamento, non risponde alle esigenze di una vera rappresentanza e di democrazia e soprattutto contraddice, oltre alle attese di gran parte dei cittadini, le stesse indicazioni della Corte Costituzionale.

Infine, l’occasione non appare idonea per raccogliere l’antica esigenza, manifestata da altri Governi e sempre respinta, di un rafforzamento dell’esecutivo e del suo Presidente, che vada a scapito della funzione e del ruolo del Parlamento, al quale il Governo può indicare priorità, come è suo diritto, ma non imporre scadenze e calendari privilegiati rispetto a qualunque autonoma iniziativa del Parlamento.

Su tutti questi temi, l’ANPI è pronta a discutere e confrontarsi, ma prima di ogni altra cosa, intende informare i cittadini, perché sappiano qual è la reale posta in gioco e capiscano che questa Associazione, che si rifà a valori fondamentali e in essi trova la sua forza e la sua autorevolezza, intende esercitare non solo la sua funzione critica, ma anche la sua capacità propositiva, nel rispetto assoluto del suo ruolo e della sua autonomia.

Quando si tratta di difendere valori che si richiamano alla Costituzione ed alla democrazia, oltreché ai diritti di fondo in cui si esprime la sovranità popolare, l’ANPI non può che essere in campo, non per conservare, ma per innovare, restando però sempre ancorata ai valori ed ai princìpi della Costituzione.

Questa non è l’ora della obbedienza ai diktat, ma è quella della mobilitazione, a cui chiamiamo tutti i cittadini, per fare ciò che occorre con la dovuta ponderazione e col rispetto e la salvaguardia degli interessi fondamentali dei cittadini, che certo aspirano ad un rinnovamento, ma in un contesto equilibrato e democratico, corrispondente alle linee coerenti e chiaramente definite dalla Costituzione repubblicana.

A termine per sempre Fonte: Il Manifesto | Autore: Antonio Sciotto

La riforma del tempo determinato. Renzi difende il “contratto Poletti”: «Le regole restrittive del passato hanno fallito, ora si cambia gioco». Ma la Cgil non si arrende. Camusso: «Pressioni in Parlamento per modificare il decreto»

Mat­teo Renzi ha potuto por­tare ad Angela Mer­kel, ieri a Ber­lino, non solo il suo «ambi­zioso» (parole della stessa can­cel­liera) piano eco­no­mico, ma anche qual­cosa di già rea­liz­zato: ovvero il decreto Poletti sui con­tratti a ter­mine e l’apprendistato. Il pre­si­dente del con­si­glio ieri ha spie­gato la filo­so­fia di quel prov­ve­di­mento, e lo ha fatto pro­prio nel paese che traina tutta l’Europa e che insieme spinge costan­te­mente verso i sacri­fici e il rigore: «La pre­tesa di creare posti di lavoro attra­verso una legi­sla­zione molto pre­cisa, restrit­tiva è fal­lita – ha detto il pre­mier – Ora biso­gna cam­biare le regole del gioco».

Lui, Renzi, sta ten­tando di farlo, e ieri – obbli­ghi di cor­te­sia – ha rico­no­sciuto alla can­cel­liera che «la Ger­ma­nia è il punto di rife­ri­mento delle nostre poli­ti­che del lavoro». Ma nono­stante la cam­pa­gna quasi napo­leo­nica di con­qui­sta di Renzi, che con velo­cità e blitz ina­spet­tati ina­nella riforme e le pre­senta al pub­blico e ai suoi col­le­ghi al ver­tice degli altri paesi, in Ita­lia il dibat­tito sui con­tratti a ter­mine non si è ancora con­cluso. Anzi sarebbe più cor­retto dire che è appena ini­ziato, da qual­che giorno, visto che deve star die­tro ai tempi renziani.

La segre­ta­ria della Cgil Susanna Camusso ieri ha riba­dito che la Cgil farà di tutto per cam­biare il prov­ve­di­mento in Par­la­mento, per­ché «aumenta la pre­ca­rietà». Opi­nione con­di­visa anche dal lea­der della Fiom, Mau­ri­zio Lan­dini (e almeno su que­sto punto le due orga­niz­za­zioni vanno d’accordo). Men­tre gli altri due sin­da­cati, la Cisl e la Uil, hanno già dato disco verde alla riforma del governo.

«Se un con­tratto è pro­ro­ga­bile otto volte che dif­fe­renza ci sarà con un lavoro a chia­mata se puoi inter­rom­pere il con­tratto ogni volta? – si chie­deva ieri Camusso, par­lando davanti ai dele­gati della Cgil di Roma e del Lazio – E che inter­vento di qua­lità sul lavoro è mai que­sto se si mette un lavo­ra­tore nella perenne con­di­zione di sapere che dopo tre mesi il con­tratto è finito? Dob­biamo chie­derci se siamo di nuovo di fronte a una sta­gione che pro­muove il lavoro pur­ché sia. E potrà pure darsi che qual­che posto in più lo creino ma mi chiedo: qual è la pro­spet­tiva che si offre?».

Quindi pol­lice verso, e l’annuncio di una cam­pa­gna di pres­sione, anche se certo la scelta della piazza (o addi­rit­tura dello scio­pero) tra gli 85 euro in busta paga e la distanza da Cisl e Uil, a que­sto punto appare dif­fi­cile e quasi proi­bi­tiva: «La Cgil si con­fron­terà con i gruppi par­la­men­tari pro­vando a chie­dere modi­fi­che al decreto lavoro», annun­cia Camusso. Infine la segre­ta­ria ha rispo­sto a una domanda sulla tem­pi­stica della rea­zione del sin­da­cato: «Abbiamo detto la prima sera, con­tem­po­ra­nea­mente, quanto era­vamo con­tenti e sod­di­sfatti della resti­tu­zione fiscale e quanto era­vamo pre­oc­cu­pati sul lavoro. Quindi non vedo dove sia il ritardo».

Renzi stesso, ieri da Ber­lino, ha amm­messo che in effetti qual­che pro­blema il decreto lo ha incon­trato, sulla sua strada: sul  Jobs Act  «forse in qual­che parte del sin­da­cato ci sono stati dis­sensi», ha detto il pre­si­dente del consiglio.

Modi­fi­che ven­gono annun­ciate anche dalla mino­ranza del Pd, i «non ren­ziani» o «ber­sa­niani» che dir si voglia. Uno dei prin­ci­pali avver­sari di Renzi, l’ex vice­mi­ni­stro all’Economia Ste­fano Fas­sina, spiega che il dl Poletti «è in con­ti­nuità con la ricetta che vede nella pre­ca­rietà la via per gene­rare lavoro. Ma non è così: il lavoro dipende dalla domanda aggre­gata, dagli inve­sti­menti, dal livello di atti­vità pro­dut­tiva. L’intervento, per come è con­fe­zio­nato al momento, pre­fi­gura un altis­simo rischio di aumen­tare la pre­ca­rietà, senza creare nean­che un posto di lavoro in più».

Dun­que nel Pd si pre­vede un dibat­tito, che potrebbe sfo­ciare in un ten­ta­tivo di modi­fica in Par­la­mento, annun­ciato anche dal pre­si­dente della Com­mis­sione Lavoro della Camera, Cesare Damiano. L’ex mini­stro del Lavoro del governo Prodi con­corda nel rite­nere che «tre anni senza cau­sale sono troppi» e spiega che «deve rima­nere cen­trale il tempo indeterminato».

Intanto da Ncd con­ti­nuano a plau­dere al decreto. In par­ti­co­lare l’ex mini­stro Pdl del Lavoro, Mau­ri­zio Sac­coni, che sicu­ra­mente ha con­tri­buito a defi­nirlo: «Le novità intro­dotte – dice – indi­cano la dire­zione di mar­cia del governo».

Italicum, peggio della Legge Acerbo voluta dal fascismo da: micromega

 

 

 

di Domenico Gallo

Adesso che la legge elettorale, concordata fra Renzi e Berlusconi ma effettivamente scritta da Verdini, è stata approvata da un ramo del Parlamento, la realtà ci dimostra quanto sia utile un sistema bicamerale come clausola di salvaguardia per garantire che le decisioni politiche più importanti non siano assunte nella fretta e con l’inganno.

Fino a quando non sarà abolita la seconda Camera i blindati del decisore politico di turno non potranno passare a passo di carica sui diritti del popolo bue, travolgere l’eguaglianza, sopraffare le minoranze politiche o sociali. Dovranno affrontare il terreno accidentato delle pause di riflessione, delle contestazioni dell’opinione pubblica e dei ripensamenti che possono allignare persino nella coscienza degli yes-men inviati dai partiti in Parlamento.

Proprio la vicenda della legge elettorale è una dimostrazione in corpore vivo della funzione di garanzia del bicameralismo che, solo qualche anno fa, tanto per fare un esempio, ci ha salvato dal ritorno di alcuni istituti tipici delle leggi razziali come l’espulsione dalle scuole italiane dei fanciulli figli di un Dio minore. (art. 45, lett. f. del pacchetto di sicurezza Maroni).

Quindi anche in questa vicenda dobbiamo confidare che le virtù del bicameralismo siano in grado di attivare un circuito decisionale meno asfittico e di consentire al popolo italiano di mettere becco in una questione che è di importanza vitale per la qualità della democrazia.

“Fra le questioni costituzionali non v’è n’è una tanto vitale per l’ordinamento delle garanzie pubbliche e che tocchi tanto da vicino la vita politica di tutto il popolo quanto la legge elettorale”, affermava Togliatti, intervenendo alla Camera nella discussione in corso sulla Legge Truffa, l’8 dicembre 1952. Del resto già duecento anni fa Gian Domenico Romagnosi aveva scritto che: “la teoria delle elezioni altro non è che la teoria della esistenza politica della Costituzione – e quindi che – è manifesto essere la materia delle elezioni l’oggetto più geloso che l’ordinamento dello Stato deve statuire”. Con parole più moderne potremmo dire che il sistema elettorale produce la “Costituzione materiale”, cioè determina l’ordinamento costituzionale vivente.

E’ fin troppo facile rilevare che questa legge elettorale darebbe vita ad un nuovo ordinamento politico, modificando radicalmente il volto della democrazia costituzionale, come prefigurata dai Costituenti. In particolare l’Italicum ripropone gli stessi vizi di incostituzionalità del porcellum, già denunciati dall’appello dei costituzionalisti pubblicato il 26 gennaio: ci sono le liste bloccate, come nel porcellum, c’è un premio di maggioranza che, combinato con le soglie d’accesso raddoppiate, distorce profondamente la volontà manifestata dal corpo elettorale, creando lo stesso risultato di disuguaglianza nel voto censurato dalla Consulta. Inoltre non viene introdotta la parità di genere, come prescritta dall’art. 51 della Costituzione.

L’Italicum nella sua impostazione si muove lungo i binari del porcellum, ma il risultato è fortemente peggiorativo. Infatti laddove il Porcellum mirava ad imporre una sorta di bipolarismo forzato, l’Italicum tende ad imporre un bipartitismo forzato, ovvero a creare una maggioranza artificiale nelle mani di un unico partito.

A questo proposito bisogna rilevare che è stato creato un meccanismo infernale per cui il premio di maggioranza effettivo non si limiterà al 15%, ma sarà molto superiore in quanto un partito potrebbe accedere al premio di maggioranza, cioè al 53% dei seggi, anche avendo il 20/25% dei voti popolari e giovandosi dei voti della coalizione che non producono seggi per i partiti minori. Questo meccanismo perverso non esisteva nella legge Calderoli. Nella tradizione italiana, pur all’interno di un sistema sostanzialmente bipolare, ci sono sempre stati governi di coalizione.

Per trovare un Governo formato da un unico partito bisogna risalire al 1924. Nella legislatura precedente il Capo del Governo si trovava a guidare una maggioranza composita formata da partiti e partitini. All’epoca si sentì l’esigenza di sbarazzarsi del ricatto dei piccoli partiti per consentire un’attività di governo più omogenea ed incisiva, in grado di realizzare le riforme di cui il Paese aveva bisogno. La soluzione trovata fu una nuova legge elettorale che correggesse quell’orribile sistema proporzionale che anche allora era considerato una sciagura da alcune parti politiche.

La legge Acerbo, attribuendo un enorme premio di maggioranza alla lista che avesse ottenuto un solo voto in più di tutte le altre liste, determinò la formazione del listone, che consentì a Mussolini di sbarazzarsi dei piccoli partiti e di catapultare alla Camera 355 deputati (più altri) da lui direttamente nominati. Un unico partito ebbe in mano le chiavi della maggioranza parlamentare e non tardò a trasformarsi in partito unico. Con la legge Acerbo fu cambiata la natura del Parlamento come istituzione rappresentativa e la Camera dei deputati fu trasformata in un bivacco di manipoli.

Tuttavia la legge Acerbo, pur mettendole nell’angolo, non riuscì ad impedire l’accesso al Parlamento delle forze d’opposizione perché non prevedeva le soglie di sbarramento per i partiti minori. Se Acerbo avesse adottato il metodo Verdini, Mussolini non avrebbe avuto bisogno di far uccidere Matteotti per sbarazzarsi dell’opposizione parlamentare; ci avrebbe pensato la legge elettorale a tenere fuori dalla Camera Matteotti e Gramsci.

La domanda è questa: è possibile dopo 90 anni, dopo la Resistenza, dopo l’avvento di una Costituzione democratica, fare una legge elettorale peggiore della legge Acerbo? Al Senato l’ardua risposta!

(12 marzo 2014)

“Subito un comitato anti-italicum, la riforma è incostituzionale”. Appello della Rete per la Costituzione da: micromega

 

 

 

La Rete per la Costituzione lancia un appello per chiedere al Parlamento “una nuova proposta di riforma elettorale rispettosa della Costituzione”. Se la legge voluta da Renzi e Berlusconi dovesse entrare in vigore si propone l’immediata costituzione di un Comitato Nazionale per valutare tutte le iniziative legali per impedire la sua applicazione.

di Rete per la Costituzione

L’urgenza con cui il nuovo Presidente del Consiglio, in omaggio a un accordo raggiunto in modo irrituale con il capo (interdetto dai pubblici uffici) di un partito di opposizione, intende imporre l’approvazione di una ‘riforma’ elettorale dichiarata da quasi tutti i giuristi radicalmente sbagliata e probabilmente inapplicabile, non può che provocare allarme e indignazione in quanti hanno sperato che la sentenza della Corte Costituzionale n.1 del 2014, cancellando gli aspetti incostituzionali della precedente legge Calderoli, avrebbe finalmente contribuito a restituire dignità e credibilità al futuro Parlamento.

Invece il sistema elettorale che risulterebbe dalla approvazione del testo in esame alla Camera, manterrebbe gli aspetti di incostituzionalità della legge Calderoli (liste bloccate e assenza della preferenza, premio di maggioranza, deformazione della rappresentanza), in alcuni casi aggravandoli (per esempio con il raddoppio della ‘soglia’ di accesso al Parlamento, che rischia di escludere milioni di elettori) e prevedendo un secondo turno impropriamente definito di ‘ballottaggio’, che attribuirebbe la maggioranza assoluta a una formazione che potrebbe aver ottenuto al primo turno consensi assolutamente minoritari.

In questo senso costituirebbe un mancato rispetto della sentenza della Consulta là dove richiama la doverosa prevalenza del principio della rappresentanza, su cui si fonda il sistema parlamentare, sulla pretesa di ‘stabilità’.

Stabilità che peraltro il nuovo sistema non garantirebbe, come affermato dalla generalità dei costituzionalisti, per l’alto rischio di maggioranze diversificate fra Camera e Senato, accentuato ulteriormente dalla scelta di applicare il nuovo procedimento solo alla Camera, con l’unico scopo di impedire le elezioni fino alla cancellazione del Senato, che richiede una riforma costituzionale.

La ‘riforma’ appare lontana dalla esigenza di trasparenza ed efficacia invocata dallo stesso PD nell’ultima campagna elettorale, piegata alla pretesa di imporre per legge un bipartitismo che non corrisponde alla realtà della nostra società e punta a cancellare il pluralismo delle culture e la vasta area del dissenso e della responsabilità etica e civile.

Da questo punto di vista appare inevitabile considerare questa riforma elettorale potenzialmente coerente al progetto della destra di ridimensionare il ruolo del Parlamento per una concentrazione del potere nel solo esecutivo, cui sembrano tendere anche le annunciate ‘riforme’ del Senato e della Giustizia.

Nel primo caso infatti non ci si limita al superamento del bicameralismo perfetto e alla riduzione dei costi, ma è esplicita la volontà di cancellare del tutto la seconda Camera elettiva per sostituirla con un non meglio precisato comitato di rappresentanti degli enti locali, mentre per quanto riguarda la Giustizia è inevitabile il sospetto di un nuovo tentativo di ridurre l’indipendenza e delegittimare la Magistratura, che ha costituito in questi anni la principale garanzia del rispetto della legalità costituzionale contro ogni forma di abuso.

E’ pertanto indispensabile fornire alla opinione pubblica una informazione completa sulle reali caratteristiche del nuovo sistema proposto e sollecitare una ampia espressione della volontà popolare che impedisca lo stravolgimento forse irreversibile del nostro sistema costituzionale.

Per questo, considerando insufficiente intervenire con emendamenti formali inevitabilmente limitati, formuliamo un appello al mondo della cultura giuridica e non solo, alle organizzazioni politiche e sindacali, all’associazionismo democratico affinché in tempi brevissimi venga unitariamente richiesta al Parlamento la formulazione di una nuova proposta di riforma rispettosa della Costituzione, che garantisca il potere degli elettori di scegliere i propri rappresentanti e non stravolga la volontà popolare.

Ci rivolgiamo infine ai Parlamentari affinché non si assumano di fronte ai propri elettori la responsabilità di approvare un testo che entrerebbe nella peggiore storia del nostro Paese a fianco della legge Acerbo, voluta da Mussolini per privare gli elettori del loro potere di decidere la politica nazionale.

A fronte della ossessiva pressione mediatica che tenta di presentare questa stagione di ‘riforme’ come una razionalizzazione indispensabile per garantire la ‘governabilità’, auspichiamo un impegno unitario e urgente di tutti coloro che intendono difendere la nostra democrazia e rifiutano di attribuire agli obiettivi di solidarietà, giustizia e uguaglianza su cui si fonda la nostra Costituzione la responsabilità di una crisi economica e sociale che trova origine invece nello strapotere di ambienti finanziari internazionali non sottoposti ad alcun vincolo democratico e di legalità.

A tutti chiediamo di impegnarsi, se il testo in discussione dovesse entrare in vigore, alla immediata costituzione di un Comitato Nazionale con l’obiettivo di esperire tutte le possibili iniziative legali per impedire la sua applicazione, sia ricorrendo alla autorità giudiziaria per rimettere alla Consulta la questione di legittimità costituzionale, che promuovendo un referendum abrogativo.

(6 marzo 2014)

Renzi ha sacrificato Firenze alla propria “smisurata ambizione”. L’intervento di Ornella De Zordo Fonte: altracitta.org/ | Autore: Ornella De Zordo

 

Dunque è arrivato il momento, quello che Renzi assicurava non sarebbe mai arrivato. Lasciato il “mestiere più bello del mondo”, fatto fuori un presidente del consiglio senza aprire una crisi e senza un voto in parlamento, arriva l’autoinvestitura a premier, senza alcun voto popolare, e che nessuno osa contrastare. Una guerra lampo, che ha lasciato sul campo oltre al non rimpianto Letta, anche le spoglie di una democrazia che certo non stava bene, a forza di porcellum, conflitti di interesse mai affrontati, scandali vari, e un ceto politico così impresentabile. Ma che a questo punto sembra proprio defunta. Il sindaco più assenteista d’Italia, che ha sempre snobbato il consiglio comunale ritenuto più un fastidio che altro sulla luminosa strada del leader, ora sembra progettare lo stesso destino per il parlamento: ha aperto e chiuso una crisi/non crisi, fatto fuori Letta con un intervento nella direzione di un partito, operato la sua autoinvestitura sulla base di un paio di milioni di voti presi alle primarie, senza che i 47 milioni di elettori italiani siano stati in alcun modo interpellati. Come se le primarie di un partito possano trasformarsi nella legittimazione per arrivare allo scranno di presidente del consiglio. En passant ha anche resuscitato B., con conseguenze non prevedibili ma sinistre, solo per propria convenienza. Le motivazioni di questo brusco cambio della guardia non esistono: stessa maggioranza a larghe intese, stesso parlamento, stessi metodi da vecchia politica e silenzio su un programma che dovrà comunque tenere conto delle mediazioni e dei condizionamenti di alleati imbarazzanti, espliciti e impliciti. Ma andiamo con ordine. A Firenze Renzi ha costruito una possente macchina mediatica, ha piazzato amici e sodali in ogni punto chiave dell’amministrazione e degli enti che contano, ha tessuto le relazioni necessarie alla propria smisurata ambizione. E la città, e i suoi problemi? Come abbiamo visto non era questo al centro delle attenzioni del giovane Renzi: troppo più importante la sua carriera, il suo successo. Inevitabile quindi che ai roboanti proclami di inizio mandato, buoni per riempire le pagine dei giornali, seguissero ben pochi risultati. La pedonalizzazione del Duomo, certo, con tutte le ombre che si porta dietro una decisione, diciamolo, un po’ improvvisata. Un piano strutturale “a volumi zero”, a patto che non si conteggino i volumi da realizzare che ci sono eccome. Ma anche una città con maggiori conflitti, diritti negati, crescente disagio. Una città che ha fatto grandi passi verso quella divisione in “due città” che il nuovo sindaco di New York ha denunciato in campagna elettorale e sta combattendo: la città vetrina, la città in vendita, lustrata a specchio, esibita e promossa come una merce, e la città altra, delle difficoltà di tanti a tirare avanti, a trovare una casa, a muoversi, in molti casi a sopravvivere. L’importante è che questa città non sfregi l’immagine dell’altra. Ora pare che voglia affidare a un “reggente- successore” la guida della città “tanto amata”. E meno male che l’unica cosa che veniva sbandierata in ogni occasione erano le primarie, lavacro salvifico capace di giustificare tutto, anche il vuoto. Ma si fanno quando fanno comodo, altrimenti si passa il turno, via con le nomine e le investiture. Certo, quando si comincia a fare gli apprendisti stregoni con le regole della democrazia si rischia seriamente di soffocarla e farla soccombere. Fino ad oggi era stata negata la sostanza della Costituzione italiana, di cui molti avevano invocato la reale applicazione. La scalata renziana ha sfrontatamente sancito un ulteriore passaggio, perché ha contraddetto persino la lettera di quell’art 1 che recita: La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. (L’illegittimità costituzionale delle scorciatoie istituzionali di Renzi ci portano nella direzione opposta verso la demolizione della Carta Costituzionale.)De Occorre reagire a tutto questo. Lo faremo dai territori e dalle tante realtà che dal basso si battono per la affermazione di più diritti e si rifiutano di vivere all’interno di un marketing Sappiamo che la crisi profonda che ci sta travolgendo, a parte quella economica di cui dobbiamo ringraziare i potentati economici che vedono proprio in Renzi un riferimento, è una crisi etica, di cultura politica, di statura morale della classe dirigente ma anche di una popolazione che non vuole sopportare tutto in silenzio. Sappiamo che uscire da tutto ciò, dal proseguimento del berlusconismo con altri mezzi, sarà difficile, e potrà avvenire solo voltando decisamente pagina rispetto a chi, peraltro, ha profondamente tradito una tradizione democratica e progressista che pure nel nostro paese era ben presente.

Le elezioni europee e i trattati da rifare | Fonte: micromega | Autore: Luciano Gallino

Sulle condizioni di vita dei cittadini europei, già afflitti dalle politiche di austerità, incombono altri rischi presenti in alcuni trattati che la Ue si accinge a varare o sono appena entrati in vigore. Riguardano i salari pubblici e privati; i diritti del lavoro; le politiche sociali; lo stato della sanità pubblica; il sistema previdenziale; la sicurezza alimentare; infine la possibilità di una crisi economica ancora più grave dell’attuale. Le prossime elezioni europee offrono una importante occasione sia per cominciare finalmente a discutere in pubblico di tali rischi, sia per fermare un paio dei trattati ancora non sottoscritti perché su di essi il Parlamento europeo ha diritto di veto.

Un trattato che potrebbe venire subito bloccato da Strasburgo è quello sull’Unione bancaria. L’idea alla base era valida: impedire che in futuro l’eventuale dissesto di grandi banche private sia di nuovo caricato sul bilancio pubblico dello Stato in cui hanno sede, com’è avvenuto dal 2008 in poi. Ma la bozza varata nel dicembre scorso contiene gravi difetti. L’autorità per accertare se una banca è in difficoltà e avviare al caso una procedura di fallimento o amministrazione controllata (resolution) sarebbe affidata alla sola Bce. Il che da un lato attribuisce alla Bce un potere enorme, dall’altro lascia fuori dall’Unione bancaria il Regno unito, poiché non fa parte dell’Eurozona; il quale non solo è la maggior area finanziaria del continente, con tre banche sulle prime venti (Hsbc, Barclays e Royal Bank of Scotland) che totalizzano 7 mila miliardi di dollari di attivi; è pure il Paese in cui nella primavera 2008, quindi prima ancora che in Usa, si verificarono i maggiori disastri bancari.

Inoltre il meccanismo di risoluzione è complicatissimo, e può richiedere mesi per venire attivato, mentre una banca può entrare di crisi in un paio di giorni, e in altrettanti deve essere salvata o lasciata fallire. Il capitale che le banche stesse dovrebbero accantonare — con calma, entro il 2026 — per salvare le consorelle in crisi è di 55 miliardi: somma ridicola, se si pensa che il solo crollo della Hypo Real Estate nel 2009 costò al governo tedesco 142 miliardi. Ma il difetto peggiore della bozza dell’Unione bancaria consiste nell’avallare l’idea che la crisi apertasi nel 2008 fosse dovuta a difetti di regolazione del sistema bancario, piuttosto che a un modello d’affari fondato sulla creazione esponenziale di debito. Sulla strada di questo trattato si profila al momento un grosso ostacolo. Infatti il presidente dell’Europarlamento, Martin Schulz, ha già dichiarato che lo considera un pessimo errore, per cui il Parlamento voterà no. Ma di certo il suo compatriota-avversario Schäuble insisterà per ripresentarlo dopo le elezioni.

Un’altra minaccia pendente sulla testa degli europei è il Ttip (Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti). La Ce ha tenuto centinaia di riunioni riservate con gli americani per varare un accordo che offre allecorporationsUsa mano libera nella Ue, scavalcando qualsiasi legge che ostacoli le loro attività in Europa, e a quelle europee di fare altrettanto in Usa. Basti pensare che gli Usa non hanno mai sottoscritto le convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro concernenti la libertà di associazione sindacale; il diritto a contratti collettivi in tema di salari; la parità di retribuzione uomodonna; il divieto di discriminazione sul lavoro a causa di differenze di etnia, religione, genere, opinione politica. Se il Ttip fosse approvato, le migliaia di sussidiarie americane operanti in Europa potrebbero rifiutarsi di applicare tali convenzioni. Le medesime società potrebbero anche ignorare la legislazione europea in tema di ambiente, controlli sui generi alimentari, divieto di usare ogm, sostanze nocive negli ambienti di lavoro; una legislazione che nell’insieme è assai più avanzata di quella americana. Pertanto il Ttip è stato accusato da numerose Ong di essere un progetto politico inteso ad asservire ancor più i lavoratori ai piani dellecorporations, privatizzare il sistema sanitario, e sopraffare qualsiasi autorità nazionale che volesse ostacolare il loro modo di agire.

Contro la minaccia del Ttip si ergono fortunatamente degli oppositori di peso. Uno potrebbe essere di nuovo il Parlamento europeo, visto che questo ha già bocciato nel 2012 un progetto analogo che si chiamava Acta (Accordo commerciale contro la contraffazione). Esso avrebbe esteso grandemente la sorveglianza elettronica non solo sui siti web, ma perfino sui pc dei privati. Un altro oppositore è nientemeno che il Senato Usa, dove il leader della maggioranza demo-cratica, Harry Reid, pochi giorni fa ha respinto la richiesta del presidente Obama di aprire all’esame del Ttip (e di un trattato gemello con l’Asia) una “pista veloce” (fast track). Ciò comporterà un cospicuo allungamentodei tempi per la discussione del Ttip, piaccia o no a Bruxelles.

Poi c’è il Patto fiscale, cheda quest’anno obbliga gli stati contraenti a ridurre il debito pubblico al 60 per cento del Pil o meno, al ritmo di un ventesimo l’anno. Il Pil italiano 2013 è stato di 1560 miliardi. Il debito si aggira sui 2060 miliardi, pari al 132 per cento del Pil. Gli interessi sul debito superano i 90 miliardi l’anno, con tendenza a crescere, di cui 80 pagati con l’avanzo primario (la differenza tra le tasse che lo stato incassa e quello che spende in stipendi, beni e servizi). Per scendere alla quota richiesta dal Patto, che varrebbe 940 miliardi, bisognerebbe quindi recuperare 1.120 miliardi. Divisi per venti, fanno 56 miliardi l’anno. Dove li prende tanti soldi, per quasi una generazione, uno stato che ha incontrato gravi difficoltà al fine di trovare due o tre miliardi una tantum per eliminare l’Imu? Naturalmente, ecco levarsi il ditino ammonitore degli esperti neoliberali: ciò che conta non è il valore assoluto del debito da scalare, bensì il rapporto debito/Pil. Certo, se il Pil crescesse in termini reali del 4 per cento l’anno, pari a oltre 62 miliardi nel 2014 e poi via a crescere, il Patto fiscale farebbe meno paura. Accade però che le previsioni più ottimistiche non vadano al di là dell’1 per cento o meno per molti anni a venire. Con questo tasso di crescita, risulta impossibile far fronte all’impegno assunto.

Le soluzioni potrebbero essere diverse, tra le quali chiedere alla Ue di ridiscutere il trattato escludendo dal rapporto debito/Pil la colossale spesa per interessi. Ma in fondo il problema non è il suddetto rapporto. È l’idea che a forza di contrarre la spesa pubblica si arrivi a ripagare il debito. Grazie a tale idea perversa, lo stato italiano sottrae all’economia 80 miliardi l’anno, a causa di un iugulatorio avanzo primario usato solo per pagare gli interessi (e non tutti), facendo così precipitare il Paese in una spirale inarrestabile di deflazione. In altre parole, l’austerità imposta da Bruxelles sta soffocando l’economia italiana, dopo la Grecia, l’Irlanda, il Portogallo, la Spagna. Sarebbe un grande tema da sottoporre al più presto a una discussione pubblica, insieme agli altri indicati sopra, e adattissimo per l’agenda del Parlamento europeo; a condizione, ovviamente, di mandarci qualcuno il quale non pensi che l’austerità e il resto siano una cura mentre sono il malanno.

IL PARLAMENTO SPECCHIO DEL PAESE di Palmiro Togliatti da: Luigi Longo e la storia del PCI

IL PARLAMENTO SPECCHIO DEL PAESE di Palmiro Togliatti

 

Ripubblichiamo il discorso alla Camera di Palmiro Togliatti contro la “legge truffa”, di straordinaria attualità di fronte agli attuali progetti di riforma elettorale ultra-maggioritari.

 

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 Discorso tenuto alla Camera il 7 dicembre 1952 contro la “legge truffa” presentata dal ministro dell’Interno Scelba

 

[…] La Costituzione sancisce che l’Italia è una Repubblica democratica, e dal concetto che fa risiedere nel popolo la sovranità deriva il carattere rappresentativo di tutto il nostro ordinamento, al centro del quale stanno le grandi Assemblee legislative, la Camera e il Senato della Repubblica, a cui tutti i poteri sono coordinati e da cui tutti i poteri derivano. […] Questo è il nostro ordinamento, questo e non altro. È evidente che in siffatto ordinamento l’elemento che si può considerare prevalente, e che certamente è essenziale, è la rappresentatività. È un elemento essenziale per ciò che si riferisce ai rapporti tra i cittadini e le assemblee supreme dello Stato. Ma che vuol dire che un ordinamento costituzionale sia rappresentativo? I dibattiti dottrinali sul contenuto giuridico di questo concetto – e i colleghi che hanno frequentato le università giuridiche come studenti o che tuttora le frequentano come professori lo sanno meglio di me – sono stati infiniti. Li lascio in disparte perché ritengo giusta l’opinione che se questi dibattiti davano scarso aiuto per il progresso delle dottrine politiche, ciò derivava dal fatto che in essi si confondevano rapporti di diritto privato con rapporti di diritto pubblico. Non possono confondersi i rapporti di rappresentanza e di mandato, quali sono definiti dal codice e dalle leggi civili, con il mandato e la rappresentanza politici. Si tratta di cose diverse. Il più noto e grande dei nostri costituzionalisti moderni, dopo aver dibattuto a lungo questo problema, giunge alla conclusione, che mi sembra la sola esatta, che nel diritto pubblico non si arriva a capire le cose se non si tiene continuamente presente la storicità dei fatti e del diritto stesso.

 

Lo so che una volta fui aspramente rimbrottato da quella parte, perché la nostra visione del mondo sarebbe storicistica. […] Vorrei replicare, ad ogni modo, che è vero, sì, che la nostra visione del mondo è storicistica, ma che non bisogna mai dimenticare che cosa ciò vuol dire e che cosa è la storia. La storia è l’umanità nel proprio sviluppo. La storia è l’uomo, quale si afferma e realizza nelle sue relazioni e con la natura e con la società. […] Se guardiamo, allora, alla storia, incontriamo all’inizio e partiamo da una visione della rappresentanza come istituto di diritto privato, nel senso che essa riguarda la tutela, attraverso un delegato o mandatario, di determinati interessi di gruppi precostituiti. Di qui la composizione bizzarra, ma in quel momento storicamente giustificata, data l’organizzazione della società, dei parlamenti medioevali. Qualcosa di questa composizione rimane anche in alcuni ordinamenti che pretendono di presentarsi come costituzionali e rappresentativi, ma non lo sono. Alludo alle assemblee rappresentative elette secondo il principio della curia, applicando il quale si ha in partenza una schiacciante maggioranza di “deputati” delle classi possidenti e una minima rappresentanza di operai, di contadini, di lavoratori. Ho voluto ricordare questa bizzarra forma di degenerazione di una istituzione che dovrebbe essere rappresentativa, perché è quella che maggiormente rassomiglia al sistema che viene proposto qui dall’onorevole Scelba. Non vi è dubbio, infatti, che la visione che traspare dalla legge in discussione ci prospetta un Parlamento diviso in curie, non più secondo un criterio economico o sociale, ma secondo un criterio politico. Precede alla elezione del Parlamento un’azione del governo per riuscire, partendo dai dati delle precedenti consultazioni, a raccoglier determinate forze politiche a proprio appoggio. A questo gruppo è quindi già assegnato, prima che si sia proceduto alle elezioni, un numero fisso di mandati, e un numero fisso e ridotto di mandati è assegnato, in modo precostituito, agli oppositori del governo. A questo ci vorrebbe riportare l’onorevole Scelba: al Parlamento eletto per curie. Ed è peggio, direi, il Parlamento per curie ordinate secondo un criterio politico che non secondo un criterio economico, perché scompare qualsiasi base oggettiva della differenziazione. Unica base rimane la volontà sovrana del potere esecutivo.

 

Tutti però, finora, sono stati d’accordo che un siffatto sistema di scelta degli organi rappresentativi non ha nulla a che fare non dico con la democrazia, ma neanche con il liberalismo. I parlamenti liberali, quando sorgono, affermano il principio della rappresentanza politica, il quale “si fonda – è ancora Vittorio Emanuele Orlando che parla – sull’ipotesi che i bisogni e i sentimenti politici dei cittadini abbiano una maniera diretta, esterna di manifestarsi”. Queste manifestazioni vengono raccolte; da esse esce la rappresentanza di tutto il paese. Ed ecco subito un altro concetto non facile a districare, quello che definisce la natura nostra, di deputati in quanto rappresentanti. Noi siamo, si, rappresentanti dei nostri elettori. Nessuno lo può negare: essi si rivolgono a noi, ci inviano lettere, ci sottopongono quesiti; ad essi parliamo, con essi esiste un legame particolare. Ciascuno di noi però – e la Costituzione lo afferma – rappresenta tutto il paese. Nel dibattito intorno a questo concetto, l’estensore della relazione a questo disegno di legge fa naufragio. Mi rincresce doverglielo dire e sottolineare: fa naufragio.

 

La realtà è che nello sviluppo della scienza del diritto pubblico il fascismo ci ha spinti molto all’indietro. Quando noi oggi andiamo a rivedere i testi e i trattati di diritto costituzionale che andarono per la maggiore durante il fascismo, siamo costretti a inorridire. Ci troviamo di fronte a tale mostruosa contorsione di concetti, a tali bizzarri travestimenti di idee un tempo chiare, per cui comprendiamo come oggi chi oggi appartenne a quella schiera non possa comprendere nulla. Quanto male, onorevole Tesauro, ci ha fatto il fascismo! Perché, veda, c’è stato chi al fascismo – e fu il re – sottomise la nazione, sacrificandogli la carta costituzionale. Vi è stato un onorevole De Gasperi che al fascismo sacrificò il proprio partito, mandandolo disperso. Vi è stato chi ha sacrificato al fascismo interessi vitali del popolo, e così via. Tutti, dunque, hanno peccato, tutti coloro che sottomisero al fascismo ciò che era degno di vivere per sé, che aveva un valore, che doveva essere difeso fino all’ultimo; ma chi ha sottomesso al fascismo il pensiero, la scienza, ha commesso il peccato più grave. Lei ha peccato contro lo spirito, onorevole Tesauro, e questo peccato non è remissibile. Lei lo sa! La difficoltà da cui Ella non è riuscito a districarsi è di comprendere come mai il deputato, eletto da un gruppo di cittadini, sia rappresentante di tutto il paese. Sono nato a Genova, mi hanno eletto a Roma, rappresento tutta l’Italia. Come mai? Perché? Questo non si comprende, se non si guarda a tutto lo sviluppo del sistema. La cosa – dice sempre Vittorio Emanuele Orlando -, cioè la rappresentanza come tale, è una nozione che non presenta difficoltà se si riconduce a un “fatto esterno e visivo”. Qui affiora, attraverso questa ardita semplificazione, il concetto giusto, che è in pari tempo, vedremo subito, il concetto nuovo della rappresentanza politica e, quindi, dell’ordinamento costituzionale rappresentativo. Curioso! Questo concetto nuovo venne formulato la prima volta più di 150 anni fa, nell’Assemblea nazionale francese, nel 1789, dal conte di Mirabeau. “Le assemblee rappresentative – diceva – possono essere paragonate a carte geografiche, che debbono riprodurre tutti gli ambienti del paese con le loro proporzioni, senza che gli elementi più considerevoli facciano scomparire i minori”. Ecco il concetto nuovo, per cui la rappresentanza viene ridotta quasi a un elemento visivo, e quindi immediatamente compresa nel suo valore sostanziale.

 

A questo concetto si riferiscono i grandi pubblicisti il cui pensiero, successivamente, contribuisce a far progredire tutto il sistema delle istituzioni liberali e democratiche. Ecco Cavour, per il quale “il grande problema che una legge elettorale deve risolvere si è di costituire un’assemblea che rappresenti, quanto più esattamente e sinceramente sia possibile, gli interessi veri, le opinioni e i sentimenti legittimi della nazione”1. Potrei abbondare nelle citazioni. Desidero osservare che esse vengono anche da uomini che non furono di parte democratica avanzata o di parte liberale del tutto conseguente. Ecco il barone Sidney Sonnino, per esempio. “L’Assemblea elettiva – egli dice – dovrebbe stare alla intiera cittadinanza nella stessa relazione che una carta geografica al paese che raffigura. Come le carte si fanno in proporzione di 1 a 20 mila o di 1 a 50 mila, così la Camera dovrebbe potersi dire il ritratto fotografico della nazione, dei suoi interessi, delle sue opinioni e dei suoi sentimenti, nella proporzione del numero dei deputati ai numero dei cittadini”2. Così si arriva alla visione, insita fin dall’inizio nella concezione degli istituti rappresentativi, ma elaborata pienamente con una certa lentezza, del Parlamento come specchio della nazione. Fu un costituzionalista inglese, il Lorrimer, che per primo formulò questa idea nel titolo stesso di un suo trattato famoso che parla del Costituzionalismo del futuro o del Parlamento come specchio della nazione3 . Un filosofo inglese, Stuart Mill, sviluppando lo stesso concetto, nel suo scritto assai noto di Considerazioni sul governo rappresentativo, asseriva, con piena coscienza, che, arrivati a questo concetto, arrivati cioè a stabilire questa proporzionalità fra la rappresentanza e il paese, si giunge a dare “al governo rappresentativo un lineamento che corrisponde al suo periodo di maturità e di trionfo”4. Ruggero Bonghi, da noi, in un articolo sulla Nuova antologia del 16 gennaio 1889, incalzava affermando che se si riesce a ottenere che una nazione si specchi “tutta com’è e quanta è nel suo Parlamento”, allora “il governo rappresentativo sarà assicurato in perpetuo”.

 

Dal Parlamento liberale, per quale ancora poteva prevalere il vecchio principio del diritto pubblico romano, valido per le decisioni ma non per la rappresentanza, che volontà della maggioranza è volontà di tutti, si giunge così, non per ciò che si riferisce al diritto di decisione, che sempre è della maggioranza, ma per ciò che si riferisce alle basi dell’istituto rappresentativo, ad asserire il grande principio nuovo. E veramente qui si apre un nuovo periodo storico: passiamo dall’epoca liberale all’epoca democratica, dai parlamenti liberali passiamo ai parlamenti e agli ordinamenti democratici. La natura di questo passaggio è chiara, sia nella scienza che nello sviluppo storico. Occorre dire che i costituzionalisti non erano partiti, nella loro indagine, dalla ricerca di un principio nuovo. Erano partiti, piuttosto, da una ricerca di equità. Il Guizot, che esprime questa ricerca di equità nel modo più chiaro, lo asserisce: “Se la maggioranza è spostata per artificio, vi è menzogna; se la minoranza è preliminarmente fuori combattimento, vi è oppressione. Nell’un caso e nell’altro, il governo rappresentativo è corrotto”5. Partiti dalla ricerca dell’equità non si poteva però non arrivare alla elaborazione di tutta una nuova concezione politica. Lo sviluppo storico seguiva, d’altra parte, lo sviluppo del pensiero, che lo accompagnava e rischiarava. E’ uno sviluppo storico che comprende tutto il secolo XIX e nel quale gli anni decisivi furono il 1848 e il 1871. Il 1848 è l’anno in cui appare sulla scena per la prima volta in modo autonomo una classe, la classe operaia, che rivendica non soltanto una rappresentanza e quindi una parte del potere, ma collega questa rivendicazione al proprio programma di trasformazione sociale. Nel 1871 la classe operaia va assai più in là della rivendicazione di una parte del potere per se stessa. Essa afferma la propria capacità di costruire un nuovo Stato. Questi grandi fatti storici si impongono all’attenzione di tutti. Agli uomini politici di più chiaro spirito liberale e democratico essi indicano la necessità di fare quel passo che separa i parlamenti liberali dai parlamenti democratici rappresentativi. Di non accontentarsi cioè di dire che la maggioranza rappresenta l’opinione generale, anche quella della minoranza, ma di costruire un organismo nel quale si rispecchi la nazione, sperando e augurando che questo consenta uno sviluppo progressivo senza scosse rivoluzionarie.

 

La rivoluzione operaia del giugno 1848 è soffocata nel sangue. Sull’atto di nascita del regime borghese, istallatosi in Francia dopo il secondo crollo napoleonico, sta la macchia di sangue delle fucilate con le quali venne fatta strage degli eroici combattenti della Comune. E’ una macchia indelebile. Si spegne l’eco delle fucilate, ma resta odor di polvere nell’aria! Il movimento operaio si afferma, va avanti. Il problema è posto, bisogna progredire, bisogna tener conto delle forze nuove che si affermano. Per questo vi è chi comprende che ormai è necessario forgiare l’ordinamento dello Stato in modo che consenta questo progresso e lasci che queste forze, nello Stato stesso, si possano affermare. Per questo il sistema di rappresentanza proporzionale delle minoranze nel Parlamento, che è l’approdo tecnico del movimento, può veramente essere definito il punto più alto che sino ad ora è stato toccato dalla evoluzione dell’ordinamento rappresentativo di una società divisa in classi. Così lo hanno sentito tutti i nostri politici, e non solo quelli che ho già citato. Filippo Turati, quando propose, nel 1919, di passare alla rappresentanza proporzionale, asseriva per questo che la sua proposta aveva un valore storico. Sidney Sonnino si richiamava apertamente, nel proporre e difendere la proporzionale, al fatto storico della Comune. Si trattava di dare una impronta definitiva di democraticità, di rappresentatività e di giustizia all’ordinamento costituzionale dello Stato, nel momento in cui il movimento sociale non può più essere soppresso con la forza.

 

Naturalmente, il modo in cui si realizza il principio non è uniforme […]. Lo so. Non è stato trovato ancora un modo di avere la perfetta proporzionalità della rappresentanza. Rimane sempre un certo scarto tra la realtà del paese e la rappresentanza nella Camera, a seconda che si adotti un determinato sistema di conteggio dei voti e dei rappresentanti in rapporto ai voti, oppure un altro sistema. Ma questo non ha niente a che fare con l’abbandono del principio. Quello che interessa è il principio. Il principio per cui noi siamo rappresentanti di tutto il paese nella misura in cui la Camera è specchio della nazione. Dello specchio, veramente, si può dire che ogni parte, anche piccolissima, di esso, è eguale al tutto, perché egualmente rispecchia il tutto che gli sta di fronte. Qualora il principio venga abbandonato, è distrutta la base dell’ordinamento dello Stato che la nostra Costituzione afferma e sancisce.

 

Quali sono, ora, le conseguenze che debbono derivare da questa nozione dell’ordinamento costituzionale rappresentativo? Prima conseguenza è l’uguaglianza del voto, che la nostra Costituzione solennemente stabilisce, e l’uguaglianza del voto non può ridursi al fatto che tutte le schede siano eguali, messe nell’urna con lo stesso gesto della mano. Non si tratta di questo. L’uguaglianza deve essere nell’effetto che ha il voto per la composizione dell’assemblea come specchio della nazione. Se non vi è questa uguaglianza, cioè l’uguaglianza negli effetti, non vi è più sistema rappresentativo, vi è un’altra cosa, si ritorna addietro. Di qui deriva, poi, la funzione politica del Parlamento. Soltanto quando il Parlamento sia organizzato come specchio della nazione, in modo oggettivamente rappresentativo, esso può diventare e diventa quel centro di elaborazione della vita e dell’indirizzo politico della nazione, che esclude o dovrebbe escludere le sopraffazioni, gli scontri violenti, gli urti sanguinosi, le rivoluzioni. Anche in questa concezione del parlamentarismo vi è fra i politici una unanimità che va da Turati ad Amendola, dai vecchi rappresentanti del partito popolare ai liberali più in vista del secolo scorso e del secolo attuale. Secondo la legge attuale, la fisionomia del Parlamento diventa un’altra, diventa quella che Giovanni Amendola (e mi riferisco a lui perché la sua formulazione è particolarmente evidente) prevedeva respingendo la legge Acerbo. “Non esiste, disse, una maggioranza precostituita. Il paese è costituito da tante forze, di tante unità morali quanti sono i partiti, i gruppi, le tendenze. Ognuna di queste forze, ognuna di queste unità non può da sola avere la maggioranza. Ma esiste la possibilità della costituzione di un edificio più complesso, nel quale le singole volontà, le singole idealità entrino, non già per sovrapporsi meccanicamente e per determinare una coalizione morta, ma per essere un elemento necessario alla vita e all’unità del governo, capace di manifestarsi in un’azione governativa”. Ecco la visione delle funzioni dell’istituto parlamentare che corrisponde alla esatta concezione dell’assemblea rappresentativa e del modo come essa deve corrispondere alla struttura del paese […].

 

Vi è poi un ultimo richiamo che pur occorre fare […]. La nostra Costituzione è una delle poche che […] introduce nel quadro costituzionale il partito politico e gli attribuisce determinati diritti in rapporto con determinati doveri. Al partito politico è attribuito il diritto di partecipare a determinare la politica nazionale con metodo democratico. E’ evidente che il metodo democratico esclude l’anatema […] contro un partito, qualunque esso sia, a meno che non sia il ricostituito partito fascista, e che è la sola esplicita eccezione. Tutti i partiti politici hanno dunque questo diritto, e hanno la facoltà di esercitarlo in modo eguale. Essi debbono partecipare in modo eguale a determinare la politica nazionale. Quando però voi abbiate messo un gruppo di partiti nelle condizioni in cui li vorrebbe mettere la legge Scelba (e in questo momento prescindo dalla qualificazione di questi partiti, siano essi di sinistra, di destra o di centro), partecipano essi ancora, con metodo democratico e con eguaglianza di diritti, alla determinazione della politica nazionale? No, una parte dovranno diventare partiti propagandisti, potranno usare della tribuna parlamentare come mezzo di propaganda; ma il principio nuovo che tutti i partiti partecipano a determinare la politica nazionale scompare, è cancellato. La Costituzione è violata, la Costituzione è messa sotto i piedi […]. In conseguenza di tutto questo e assieme con tutto questo (e forse non se ne sarebbero accorti tutti, se non fosse intervenuto l’estensore della relazione di maggioranza a particolarmente e imprudentemente sottolinearlo) da questa legge si modificano i rapporti che passano tra la base dello Stato, che è il popolo, nel quale risiede la sovranità, e il governo, attraverso le assemblee rappresentative. Il carattere stesso del governo qui viene cambiato.

 

Che cosa è il governo? E’ la espressione della maggioranza. Chi designa il governo, chi registra la maggioranza? Il Parlamento. Dove si forma la maggioranza? Nel Parlamento. Anche questa è una nozione elementare. Soltanto in questo caso un ordinamento costituzionale è parlamentare. Ricordatevi le discussioni che avemmo alla Costituente, quando si trattò di scegliere tra un regime parlamentare e un regime non parlamentare. A grande maggioranza e senza esitazione scegliemmo un regime parlamentare, cioè volemmo un ordinamento costituzionale nel quale la maggioranza e quindi il governo e la designazione di esso uscissero dalle assemblee rappresentative, che debbono essere a loro volta lo specchio della nazione. Con questa legge Scelba le cose cambiano, e cambiano radicalmente, come del resto cambiavano già con la legge Acerbo. Anche qui, onorevole Tesauro, il fatti si corrispondono… TESAURO (relatore per la maggioranza): non è esatto! TOGLIATTI: attenda, e mi scusi se faccio qualche volta il suo nome. Veda, quando tra i presenti a un’assemblea si muove uno spettro, è inevitabile che quello spettro attiri l’attenzione e ad esso ci si rivolga. Onorevole Tesauro, lei qui è lo spettro del regime fascista […]. Giovanni Amendola, nel suo così profondo discorso sulla legge Acerbo, già aveva rilevato il punto cui in questo momento mi voglio riferire, e la cosa era evidente: “Con la legge in discussione, diceva, noi trapiantiamo nel campo elettorale il problema più propriamente politico, cioè quello della costituzione della maggioranza. Si richiede al paese direttamente di designare la maggioranza, di investirla della facoltà di governare. Noi arriviamo, attraverso queste formule dissimulate, le quali tuttavia non possono nascondere la sostanza, al governo plebiscitario”. L’estensore della relazione di maggioranza non poteva confermar questo, a proposito della legge Scelba, in modo più chiaro, e forse non si è nemmeno accorto di dire enormità quando è giunto a scrivere che “la singolarità del sistema proposto non sta, di conseguenza, nell’introdurre il principio del potere conferito alla maggioranza, principio già accolto dal nostro come da altri ordinamenti democratici, ma nel determinare che la maggioranza, alla quale spetta il potere, non è quella voluta dagli eletti al Parlamento, ma quella che al Parlamento è indicata dallo stesso corpo elettorale”.

 

Qui usciamo dall’ordinamento parlamentare, qui siamo in regime plebiscitario, qui si modifica e perfino si confessa di modificare un altro dei lineamenti fondamentali del nostro ordinamento costituzionale. A questo punto mi si permetterà di inserire un’osservazione relativa al tema politico di fondo. L’argomento con il quale tutto si volle giustificare al tempo della legge Acerbo, e tutto si cerca di giustificare anche ora, è che sia necessario fare queste violazioni della Costituzione per creare una possibilità di buon funzionamento delle Assemblee. È evidente che le Assemblee debbono funzionare, chi lo nega? Le Assemblee non possono funzionare se non vi è una maggioranza, perché solo da una maggioranza sorge un governo, anzi da una maggioranza sorge anche il potere supremo del Presidente della Repubblica, per cui voi, proponendo questa legge, tendete a modificare anche la figura del Presidente. Ripeto, nessuno nega che vi debba essere una maggioranza e che si debba governare fondandosi sopra una maggioranza. Però, come si risolve questo problema? In regime parlamentare questo problema si risolve nell’Assemblea parlamentare, attraverso la capacità politica di colui il quale governa.

 

Voi avete avuto nel 1948, il 18 aprile, la maggioranza per il Parlamento. La vostra maggioranza, anzi, è stata nel Parlamento leggermente superiore a quella che avevate nel paese. Non ne facciamo questione, perché ciò derivava da imperfezioni che sono di tutti i sistemi elettorali rappresentativi. Il nostro sistema elettorale non era però allora preordinato per costituire una maggioranza e per far eleggere dal paese il governo. Comunque: avete avuto il governo e avete governato. Bene o male? È problema politico. Oggi avete ancora quella maggioranza? Se l’avete ancora, a che scopo una legge come questa, che sovverte l’ordinamento costituzionale dello Stato? Prendetevi un’altra volta la maggioranza, se affermate di averla, e cercate di governare meglio di quanto non abbiate governato finora, mi auguro io, nell’interesse dei lavoratori italiani e di tutta l’Italia. Se non avere più quella maggioranza, ciò nondimeno continuate a essere una forza notevole nel paese, come nessuno nega nel momento attuale. Accettate di essere nell’Assemblea quello che siete nel paese in realtà. Allora, quando il Parlamento sarà specchio reale di quello che è il paese, proprio allora dovrà manifestarsi la vostra capacità politica, si vedrà cioè se abbiate o non abbiate quel tanto di capacità e di onestà, per cui dovete tener conto dell’esistenza e della forza di determinate minoranze, tener conto che esse rappresentano un bisogno, un interesse, un programma, una spinta ideale non trascurabili e non sopprimibili. Voi questo problema lo volete scartare. Forse perché sia in voi la coscienza di non avere uomini atti a risolverlo? Può darsi. Non nego che sia nei vostri dirigenti questa coscienza. Ma l’ordinamento costituzionale è quello che è. E’ rappresentativo, non plebiscitario. Non potete spingerci addietro, a un regime plebiscitario, dal quale uscirebbe non più un ordinamento democratico, ma, per il primo istante, uscirebbe un regime oligarchico. Oligarchia infatti è quell’ordinamento, nel quale è precostituito il gruppo che deve governare; e voi l’avete precostituito, servendovi dei mezzi a disposizione del potere esecutivo, e che non voglio più né definire né qualificare […].

Le ragioni della Corte costituzionale La sentenza appena pronunciata sulla legge elettorale era assolutamente prevedibile, e nessuno nel mondo politico può dire d’esser stato colto di sorpresa di STEFANO RODOTA’ da: la repubblica


Sono francamente incomprensibili alcuni attacchi alla Corte costituzionale, la cui unica colpa è quella di aver toccato un nervo da troppo tempo scoperto di una politica che ha perduto la dimensione istituzionale. La Corte ha rifiutato d’essere normalizzata, d’essere risucchiata nelle logica delle convenienze e dei rinvii, d’essere considerata parte di un sistema che sfugge regolarmente le proprie responsabilità. Ha così dato un buon esempio di autonomia, mostrando come ogni istituzione possa e debba fare correttamente la sua parte. La vera decisione “politica” sarebbe stata quella di piegarsi alle richieste di ritardare la sentenza, per dare al Parlamento altro tempo oltre quello che già gli era stato generosamente concesso.

Non dobbiamo dimenticare, infatti, che la Corte aveva segnalato fin dal 2008 (e con ben tre sentenze) il fatto che la legge elettorale conteneva un vizio di incostituzionalità. Lo aveva fatto con un linguaggio prudente, ma assolutamente chiaro: “l’impossibilità di dare un giudizio anticipato di legittimità costituzionale non esime questa Corte dal dovere di segnalare al Parlamento l’esigenza di considerare con attenzione gli aspetti problematici di una legislazione che non subordina l’attribuzione di un premio di maggioranza al
raggiungimento di una soglia minima di voti e di seggi”. Queste parole erano state scritte dall’attuale presidente della Corte, Gaetano Silvestri, che all’indomani del suo insediamento, nel settembre di quest’anno, aveva voluto ribadire una volta di più la necessità di un intervento parlamentare che ci liberasse da una legge costituzionalmente viziata. Lo aveva fatto anche il suo predecessore, Franco Gallo.

La sentenza appena pronunciata, dunque, era assolutamente prevedibile, e nessuno nel mondo politico può dire d’esser stato colto di sorpresa. Ma proprio questa sua prevedibilità rende ancora più pesante la responsabilità di un Parlamento che è andato avanti per cinque anni come se nulla fosse, portandoci addirittura a nuove elezioni con una legge incostituzionale proprio nel suo punto più significativo, quello della composizione della rappresentanza, radicalmente distorta da un abnorme premio di maggioranza. Il punto chiave è proprio questo. In una democrazia rappresentativa vi è una soglia oltre la quale la manipolazione delle regole finisce con il vanificare il valore del voto espresso da ciascun elettore. E probabilmente è anche questa la preoccupazione che ha indotto la Corte a dichiarare illegittime le norme che, escludendo la possibilità di esprimere preferenze, privano i cittadini della possibilità concreta di scegliere i loro rappresentanti. La legge Calderoli ci aveva trascinato fuori dalla logica rappresentativa, e ci aveva abbandonato in una sorta di vuoto dove la logica costituzionale era stata sostituita dal potere assoluto di oligarchie ristrettissime (venti, trenta persone) di scegliere arbitrariamente 945 parlamentari. E tutto questo era avvenuto all’insegna della pura “governabilità”, parola che aveva cancellato, con una evidente e grave forzatura, il riferimento alla rappresentanza.

Bisognerà attendere le motivazioni della sentenza per valutarne tutte le conseguenze. Ma l’attenzione oggi deve essere rivolta proprio a questi temi generali, senza introdurre argomentazioni improprie come quelle riguardanti il fatto che la Corte ci riporterebbe alla Prima Repubblica. Qual è il senso di questa critica? La Corte avrebbe dovuto evitare di fare il proprio dovere? O doveva addirittura manipolare la legge vigente in modo da renderla gradita a quanti oggi immaginano questa o quella riforma elettorale alla quale affidare equilibri e dinamiche politiche? Davvero in questo modo la Corte si sarebbe sostituita impropriamente alla politica, alla quale invece è stata restituita la responsabilità della decisione. Questo è un segno ulteriore del rigore con il quale la Corte si è mossa, eliminando il vizio rappresentato dal premio di maggioranza, senza cedere ad alcuna tentazione di interventi manipolativi. I critici dovrebbero essere consapevoli di tutto questo.

Nell’esercitare il potere di approvare una nuova legge elettorale, al quale fa esplicito riferimento il comunicato ufficiale della Corte, il Parlamento dovrà tuttavia tenere ben fermi alcuni vincoli che già emergono con grande nettezza. Il primo riguarda il fatto che, legiferando nella materia elettorale, il Parlamento si era finora sostanzialmente ritenuto immune dal controllo di costituzionalità, per la difficoltà tecnica di far arrivare queste leggi davanti alla Corte. Così che proprio le norme fondative della rappresentanza politica avevano finito con il costituire una categoria a sé, autoreferenziale, una zona franca, un territorio dove nessuno poteva penetrare, con effetti negativi per la generalità dei cittadini. Ora questo non sarà più possibile, e la legalità costituzionale potrà ovunque essere ricostruita. Il secondo tipo di vincolo riguarda l’illegittimità costituzionale di meccanismi che alterano il rapporto tra voti e seggi attraverso forzature maggioritarie. In questo modo è possibile restaurare quella democrazia perduta negli anni tristi del Porcellum.

La sentenza non travolge formalmente il Parlamento. Ma sicuramente incide, e profondamente, sulla sua legittimazione politica. Ferma la possibilità di approvare una nuova legge elettorale, comunque rispettosa del contesto ridefinito dalla Corte, davvero non sembra possibile che un Parlamento con un così profondo vizio d’origine possa mettere le mani sulla Costituzione. Fino a ieri questa poteva essere considerata una presa di posizione polemica di qualche politico o studioso. Ora è un dato istituzionale, ineludibile per tutti.

La Costituzione è tornata, e dobbiamo tenerne conto.