“Venticinque anni di legge antisciopero. Ormai bisogna pensare ad azioni illegali”. Intervista a Giorgio Cremaschi Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Tra due giorni saranno venticinque anni di legge antisciopero, la famosa 146. E ancora stanno lì ad apportare modifiche che peggiorano la situazione per quanto riguarda i diritti dei lavoratori.
Vogliono cancellare lo sciopero di autodifesa e di autotutela, quello che crea più problemi all’impresa. Di fatto, stanno andando rapidamente verso la cancellazione del diritto di sciopero. E laddove non arrivano ecco che, nelle vesti del cosiddetto garante o di un sindaco, magari spalleggiato da un prefetto, assistiamo a delle vere e proprie invasioni di campo. Per attaccare uno sciopero c’è sempre un qualche tipo di “ragione superiore” fuori dalle regole, dai casi previsti, e tutta nella gestione che la politica fa del conflitto sociale.A cosa ti riferisci?
Allo sciopero dei trasporti indetto pochi giorni dopo l’apertura dell’Expo, oppure a quanto ha dichiarato il garante a proposito dello sciopero degli scrutini. Tutti casi in cui nonostante i lavoratori e le organizzazioni sindacali avessero osservato scrupolosamente le regole l’indizione di sciopero viene attaccata per il solo fatto di essere un’azione di lotta. Siamo ormai a una gestione politica, altro che Commissione di garanzia e regole.

Un po’ la stessa cosa accaduta con il pronunciamento della Consulta sulle pensioni.
In quel caso, Morando prima e Padoan poi hanno sbattuto in faccia ai giudici della Consulta l’articolo 81 della Costituzione, quello che esige, lo voglio sottolineare, il pareggio di bilancio. E quindi hanno opposto un elemento preso, diciamo così dalle regole stesse. Questo da una parte riconferma la sciagura di aver voluto inserire il pareggio di bilancio in Costituzione, che funziona da arma definitiva,ovvero da pietra tombale, contro ogni tipo di diritto e,dall’altra, sottolinea che il Governo può arrivare tranquillamente a contestare una sentenza della Corte Costituzionale non applicandola nel dettato.

Insomma, il movimento sindacale sembra in un vicolo cieco…
Il movimento sindacale se non vuole soccombere ha davanti a sé il tema di trovare nuove forme di lotta. E dico, non esclusivamente quelle forme di lotta legate al rinnovo del contratto, ammesso che il contratto nazionale esista ancora in futuro, che in qualche modo quelle sono autorizzate entro certi limiti. Dico, le forme della lotta con le quali si vuole realmente conquistare qualcosa o bloccare una forzatura da parte dei padroni.

E’ un po’ la distinzione introdotta da Marchionne
Certo, in Fabbrica Italia quello che c’è scritto è che sono bandite, e dichiarate illegali, tutte le forme di lotta che di fatto bloccano la produzione o impediscono il comando sui lavoratori.

Secondo te cosa bisogna fare?

Lo voglio dire chiaro e, soprattutto senza che ci siano strumentalizzazioni. Senza azioni di lotta illegali non si va da nessuna parte. In un quadro in cui tutto viene vietato è chiaro che la soglia di legalità si alza. E allora bisogna avere la capacità di sfidarla questa soglia, altrimenti non si otterrà nulla di sostanziale.

Qualcuno propone di appellarsi alla violazione della Costituzione…
Bisogna capirci su questo. A parte i cosiddetti tempi lunghi di una strategia basata sul ricorso in sede giudiziaria, il punto è che lentamente ma inesorabilmente ci saranno sempre meno giudici disposti a prendere in considerazione le ragioni di chi lotta dal punto di vista del dettato costituzionale. Ripeto, la vicenda del pareggio di bilancio dimostra che nemmeno più la Costituzione è un territorio sicuro.

Gli zombi dell’austerità | Fonte: Il Manifesto | Autore: Roberto Romano

Il risultato elettorale non ha scosso Bruxelles. E’ ricomparso il commissario Olly Rehn, con i suoi voti, la sua bacchetta magica, il pareggio di bilancio, le riforme strutturali, il debito pubblico

Le ele­zioni euro­pee non hanno con­se­gnato una mag­gio­ranza chiara, ma hanno boc­ciato le poli­ti­che di auste­rità. Ser­vi­reb­bero inve­sti­menti per pro­get­tare la terza rivo­lu­zione indu­striale; avremmo biso­gno di “ser­vi­tori dell’Europa”, di diri­genti e poli­tici capaci di pen­sare ai nipo­tini di Key­nes. Invece è ricom­parso il Com­mis­sa­rio Olly Rehn, con i suoi voti, la sua bac­chetta magica, il pareg­gio di bilan­cio, le riforme strut­tu­rali, il debito pubblico.

L’appuntamento era segnato nell’agenda, ma Olly Rehn è il fidan­zato che non vor­re­sti più vedere, petu­lante e fasti­dioso come certi per­so­naggi delle com­me­die di Carlo Ver­done. Non man­cano le rac­co­man­da­zioni. Alcune sono espli­cite ed altre in chiaro scuro.

Bru­xel­les ritorna sulla tra­spa­renza del mer­cato cre­di­ti­zio, sulla neces­sità di rie­qui­li­brare il carico fiscale sul lavoro, sull’apertura dei mer­cati dei ser­vizi (il refe­ren­dum è archi­viato), sulla lotta all’evasione da raf­for­zare ulte­rior­mente, sul sistema sco­la­stico che richiede mag­gior cura, sulle reti da svi­lup­pare e l’autorità dei Tra­sporti da lan­ciare sul serio. Non manca il richiamo sul lavoro. Ovvia­mente non è tutto.

Gli euro­pei sono in feb­brile attesa che dal 2016 entri in vigore il fiscal com­pact, ovvero di tagliare di un ven­te­simo l’anno il debito pub­blico supe­riore al 60% del rap­porto debito/Pil. Natu­ral­mente dob­biamo ancora fare dei com­piti. Il rag­giun­gi­mento degli obiet­tivi di bilan­cio non sono suf­fra­gati da misure det­ta­gliate per il 2014 e per 2015. Tec­ni­ca­mente dovremmo fare una mano­vra cor­ret­tiva di 8 mld di euro per il 2014. Non man­cano le pre­scri­zioni della Com­mis­sione per il mer­cato del lavoro. Sono sem­pre le stesse, ma è giu­sto ricor­darle. Garan­tire una cor­retta attua­zione delle riforme adot­tate in rela­zione al mer­cato del lavoro, in par­ti­co­lare per con­so­li­dare la fles­si­bi­lità in uscita, assieme ad una fles­si­bi­lità in entrata meglio rego­la­men­tata, e un miglior alli­nea­mento dei salari alla pro­dut­ti­vità. Senza con­tare che il debito con­ti­nua a cre­scere: nel 2014 alla quota record del 135,2% del Pil.

L’atteggiamento della Com­mis­sione è lo spec­chio fedele dei trat­tati comu­ni­tari. Non è suo com­pito cam­biarli, piut­to­sto del pros­simo par­la­mento e dalla poli­tica euro­pea. Alla fine la Bce sem­bra più innovativa.

Dif­fi­cile da cre­dere, ma è pro­prio così. Allo stato attuale abbiamo dei diri­genti europei-zombi. Sono un pas­sato che non è più presentabile.

Vale la pena richia­mare le con­si­de­ra­zioni di Visco nell’ultima assem­blea di Banca d’Italia: «L’euro è una moneta senza Stato e di que­sta man­canza risente… per com­ple­tare il cam­mino lungo la strada dell’integrazione vanno con­di­visi altri ele­menti essen­ziali di sovra­nità; all’Unione ban­ca­ria, in corso di attua­zione, dovrà seguire la crea­zione di un vero bilan­cio pub­blico comune. La defi­ni­zione di stru­menti che con­sen­tano di inter­ve­nire a soste­gno della cre­scita dell’economia e del benes­sere dei cit­ta­dini aiu­te­rebbe l’Unione euro­pea a riac­qui­stare il con­senso che è andata in parte perdendo».

Forse la Banca cen­trale euro­pea (Mario Dra­ghi, alunno di Fede­rico Caffè) ha com­preso meglio la crisi dei buro­crati della Com­mis­sione: «Serve una più ampia azione di poli­tica eco­no­mica a livello euro­peo. Misure tem­pe­stive per acce­le­rare la rea­liz­za­zione di infra­strut­ture, non solo materiali».

I com­piti a casa cominci a farli la Com­mis­sione Europa, cioè i capi di Stato e il Par­la­mento diven­tino sog­getto del cam­bia­mento che i cit­ta­dini euro­pei si aspettano.

Intervista a Gallino: “Renzi porterà il paese contro il muro della Bce” Fonte: Il Manifesto | Autore: Roberto Ciccarelli

«Mi rattrista che si sia sviluppata una polemica che di politico non ha nulla. Ma andremo avanti e porremo questioni politiche». Un referendum contro il pareggio di bilancio? «Sarebbe un passo molto concreto per aprire una discussione sui vincoli dei trattati europei»

«Un aspetto che lascia per­plessi in que­sta “svolta” di Mat­teo Renzi – afferma Luciano Gal­lino – è che si pro­met­tono 80–85 euro in più al mese a per­sone che già lavo­rano men­tre sarebbe stato più equo ed effi­ciente spen­derli per creare occu­pa­zione». Per l’autore di uno dei libri più acu­mi­nati con­tro l’austerità («Il colpo di stato di ban­che e governi») e uno dei «garanti» della lista «Altra Europa con Tsi­pras» alle euro­pee, «è chiaro che 10 miliardi per 10 milioni di per­sone suona bene, e por­terà voti. Ci sono anche misure posi­tive per l’edilizia sco­la­stica, ma se si stan­zias­sero 10 miliardi di euro per un milione di posti di lavoro l’impatto sull’economia sarebbe più forte. Renzi avrebbe dato un chiaro segnale con­tro lo scan­dalo della disoc­cu­pa­zione che in Ita­lia riguarda quasi 3 milioni e mezzo di per­sone. La disoc­cu­pa­zione è la peg­giore ferita per una per­sona. Ma di tutto que­sto non c’è la minima traccia».

Bce e com­mis­sione Ue vogliono il taglio del debito e del defi­cit. Renzi sta andando verso un muro?

Direi di si, ma il pro­blema è che ci sta andando un intero paese. L’idea di tagliare 32 miliardi alla spesa pub­blica con la spen­ding review aumen­terà le pos­si­bi­lità di un disa­stro greco anche in Ita­lia. Nel 2013, lo Stato ita­liano ha incas­sato meno di 520 miliardi tra entrate tri­bu­ta­rie e extra­tri­bu­ta­rie, ma ne ha spesi a fini pub­blici 435. 95 li ha spesi in inte­ressi per far fronte al debito. Se si taglias­sero 32 miliardi avremmo un bilan­cio di entrate che supe­rano i 530 miliardi e per spese impor­tanti, per strade, mae­stri o medici meno di 400. C’è uno Stato che ingoia ma non resti­tui­sce, per­chè ha l’onere del debito pubblico.

Cosa acca­drà con il Fiscal Com­pact nel 2015?

L’impegno di tagliare il debito di un ven­te­simo l’anno per por­tarlo dal 133% al 60% è uno sco­glio che non si può affron­tare. Stiamo entrando in una situa­zione rispetto alla quale la Gre­cia è un’isola felice. L’Italia non è in grado di tro­vare 50 miliardi di euro all’anno da tagliare. È una cosa inim­ma­gi­na­bile fare scen­dere il debito da più di 2 mila miliardi a 900. Acca­drà quello che già acca­duto altrove: tagli alla sanità, i bam­bini affa­mati, la povertà. La porta che abbiamo davanti è di ferro. O la si apre per altre strade o ci si sbatte contro.

Per­ché la riforma Renzi del lavoro è sbi­lan­ciata sul lato delle imprese?

È una que­stione di fondo. Da parte dei poli­tici, e dei gover­nanti, non è mai stata fatta un’analisi sulle cause strut­tu­rali della crisi eco­no­mica. Il lavoro pre­ca­rio è una filia­zione diretta della finan­zia­riz­za­zione dell’economia. L’obiettivo è: mas­sima libertà dei capi­tali, ela­sti­cità della pro­du­zione, creare lavoro usa e getta. Rischiamo lo sce­na­rio inglese dei «con­tratti a zero ore»: chi è assunto, non sa se lavo­rerà per quanti giorni e per quante ore. Dev’essere sem­pre mobile, sal­tare da un lavoro all’altro. Tra l’altro è un grave danno eco­no­mico. In qua­lun­que pro­fes­sione l’esperienza è fondamentale.

Dopo il 1997 con Prodi e Treu, il centro-sinistra intro­duce la pre­ca­rietà e rimanda gli ammor­tiz­za­tori sociali ai tempi lun­ghi di una legge delega. Qual è il motivo di que­sta ferocia?

È sem­plice, pur­troppo. Dopo il crollo dell’Urss la mag­gior parte della «sini­stra», e di chi aveva lavo­rato con quella parte del mondo, ha fatto di tutto per far dimen­ti­care le vec­chie appar­te­nenze e ha cam­biato campo, facendo un salto a destra. Una mino­ranza in que­sto paese si è alleata con gli inte­ressi delle classi domi­nanti, con quello che defi­ni­sco il par­tito di Davos. Il cen­tro­si­ni­stra ne è stato un buon inter­prete. Basti pen­sare alla riforma delle pensioni.

Le pole­mi­che con Flo­res e Camil­leri hanno inde­bo­lito la Lista Tsipras?

Mi rat­tri­sta che si sia svi­lup­pata una situa­zione che di poli­tico non ha nulla. Se ci fos­simo divisi sulla patri­mo­niale, o sulla lotta al par­tito di Davos, sarebbe stato quasi meglio. Qui ci si è impu­tati sulla com­po­si­zione della lista da cui voglio restare lon­tano. Ma le posso dire che, con gli altri garanti e tan­tis­sime altre per­sone, andremo avanti. E par­le­remo di que­stioni con un fon­da­mento politico.

Ste­fano Rodotà in un’intervista al nostro gior­nale ha par­lato di un refe­ren­dum con­tro il pareg­gio di bilan­cio in Costi­tu­zione. Può essere uno stru­mento utile?

È un’ottima noti­zia. Se il primo fir­ma­ta­rio sarà Rodotà, io sarò il secondo. Que­sta norma è una prova di fol­lia e di imbe­cil­lità eco­no­mica. Que­sti incom­pe­tenti che ci gover­nano hanno scelto di met­terlo in costi­tu­zione, ma per l’articolo 4 del trat­tato sul Fiscal Com­pact non era obbli­ga­to­rio. I nostri scia­gu­rati hanno scelto la strada peg­giore. Se aves­sero fatto una legge, sarebbe stato più sem­plice uscirne. Il refe­ren­dum lo cal­deg­ge­rei molto, se la lista Tsi­pras l’appoggiasse. Que­sto può essere un passo molto con­creto per aprire una discus­sione sui vin­coli dei trat­tati euro­pei. L’alternativa è spac­care tutto e uscire dall’euro. Milioni di per­sone andranno per strada. È la solu­zione dei nazio­na­li­sti di destra.