Matteo Renzi in difficoltà, il grande comunicatore perde smalto e pezzi da: l’espresso

Il premier interviene alle Camere ma non ritrova la verve di un tempo. Con le trincee in Europa, le barricate per la scuola, l’assedio sui territori, Civati e Fassina che salutano il partito qualcosa si è rotto. E le paure dei renziani prendono forma

di Marco Damilano

24 giugno 2015

Matteo Renzi in difficoltà, il grande comunicatore perde smalto e pezzi

C’era una qualche curiosità alla vigilia: che Renzi sarebbe stato quello chiamato a parlare per la prima volta davanti alle Camere dopo la sconfitta delle elezioni amministrative? Renzi Uno il Rottamatore o Renzi Due l’Istituzionale, secondo le stesse auto-definizioni del premier? La domanda circola già alle nove del mattino a Palazzo Madama, quando l’inquilino di Palazzo Chigi si prepara a intervenire per esporre la linea del governo italiano al Consiglio europeo dei prossimi giorni. Occasione solenne: un anno fa Renzi si era presentato fresco di trionfo alle urne, era il signor Quaranta per cento, aveva segnato il cambio di linea, via i cento giorni e il cronoprogramma dei primi tre mesi di governo, l’annuncio dei mille giorni e dell’Italia da cambiare passo dopo passo.

In aula ci sono Giorgio Napolitano e Mario Monti. Ai banchi del governo Maria Elena Boschi saluta tutti, Angelino Alfano arriva in ritardo e fa alzare la ministra Stefania Giannini dal posto accanto al premier. Paolo Gentiloni ingobbito. Renzi comincia, al solito, premendo sull’acceleratore, parla a braccio con un occhio sugli appunti con i post-it gialli, rossi e verdi: la Grecia sta messa peggio di noi italiani, per la prima volta l’Italia non è sul banco degli imputati o tra gli studenti che devono fare i compiti (cosa che gli costerà una velenosa correzione di Monti: “la procedura di infrazione fu chiusa nel 2013”, durante il governo tecnico), le riforme strutturali sono il nostro fondo salva-Stati, la nostra vera clausola di salvaguardia…

Giulio Tremonti lo ascolta in piedi, come tormentato da un rovello. La senatrice grillina Paola Taverna va su e giù per i banchi, inquieta, L’ex Forza Italia Manuela Repetti è già traslocata nel gruppo misto, dalle parti del Pd. Il Senato è già lo specchio di una situazione politica mutata. Sabbie mobili che avanzano. Effetti speciali che non incantano più. E quando arriva a parlare dell’immigrazione Renzi mostra tutte le sue difficoltà a fronteggiare sul piano comunicativo l’ondata della Lega di Matteo Salvini: “Non mi spaventano i toni demagogici”, avverte, “una classe dirigente deve saper trovare le parole giuste per trasmettere al Paese la giusta via tra la paura e il cedimento strutturale al buonismo”. Renzi ne pronuncia una, rivolto a sinistra: rimpatrio. Ma la giusta via il grande comunicatore di Palazzo Chigi non la trova neppure oggi. Spariscono dalle dichiarazioni della vigilia le quote obbligatorie di accoglienza dei profughi nei vari paesi europei, la necessità di rivedere il trattato di Dublino che obbliga i richiedenti asilo a restare nel paese di prima accoglienza (“non c’è oggi il consenso in Europa per cambiarlo e non ci sarà domani”, ammette Renzi), anche la guerra agli scafisti sparisce dall’agenda.

Nel pomeriggio alla Camera, se possibile, il dibattito è ancora più grigio. Dai banchi della maggioranza e del Pd arrivano quattro flebili applausi in mezz’ora. Renzi prova ad accelerare. Contro l’Europa e la sua inconcludenza, il premier si dice euro-deluso: “Il quartetto dei presidenti della Ue non brilla per ambizione. Sta facendo manutenzione dell’esistente. Non vola alto”. La premessa, forse, per rovesciare il tavolo in caso di conflitto con gli altri governi. E contro i talk show, i sondaggi, “le forme banali di un tweet”, i media che diffondono la paura dell’immigrazione, i muri che si rialzano mentre nell’89 i muri erano caduti… E intanto nuovi, invisibili muri si alzano in Parlamento: tra la maggioranza e le opposizioni, Forza Italia, Movimento 5 Stelle, Lega, all’interno del Pd, perché tra un discorso di Renzi e l’altro, all’ora di pranzo, anche Stefano Fassina ha annunciato l’addio. E le paure dei renziani prendono forma dentro e fuori l’aula di Montecitorio.

Fuori, in Transatlantico, il testo più citato tra i deputati del Pd è l’articolo del professor Roberto D’Alimonte di ieri sul “Sole 24 Ore” in cui il politologo ipotizza di rivedere la legge elettorale Italicum appena approvata, nel punto che vieta la possibilità per i partiti di fare alleanze tra il primo e il secondo turno: “Improvvisamente molti si sono accorti che il Movimento 5 Stelle potrebbe andare al ballottaggio e addirittura vincere”. Dentro l’aula in quel momento sta parlando il deputato di M5S Alessandro Di Battista. Un discorso ben scritto e ben interpretato, il possibile candidato sindaco per il dopo-Marino infila il suo miglior intervento della legislatura e definisce il Movimento “alternativa di governo”. E per la prima volta non suona come un artificio retorico.

Alla fine di una giornata cominciata alle nove del mattino a Palazzo Madama e terminata nel pomeriggio nell’aula di Montecitorio l’immagine del premier in partenza per il Consiglio europeo rispecchia le difficoltà di questo momento. In trincea in Europa, sul fronte immigrazione. Sulle barricate al Senato dove le votazioni sulla buona scuola fotografano una maggioranza che regge ma fa catenaccio. Con un Pd che perde i pezzi, ieri Civati, oggi Fassina, domani chissà. E assediato sui territori, dalla Campania di Vincenzo De Luca alla Roma di Ignazio Marino. Così, alla fine di una giornata trascorsa nel limaccioso terreno di gioco dei “signori del Parlamento”, come li chiama il premier, la domanda iniziale resta senza risposta. Oggi non c’è Renzi Uno e neppure Renzi Due, forse un Renzi Tre. Evasivo. Nebuloso. Sospeso. Disperso in un cloud.

Marino corre solo Fonte: Il ManifestoAutore: Eleonora Martini

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«Dob­biamo strin­gere un nuovo patto con la città, ma Roma deve sen­tire che abbiamo la deter­mi­na­zione per por­tare a ter­mine il lavoro ini­ziato, un lavoro epo­cale. Sono sicuro che nel 2023 con­se­gne­remo una città cam­biata, una città al livello di una Capi­tale euro­pea». Insi­ste, Igna­zio Marino. Ormai ha comin­ciato a cor­rere da solo, come For­rest Gump, altro che il repli­cante di Blade Run­ner, citato la sera prima alla Festa dell’Unità dove ha incas­sato l’ovazione dei mili­tanti dem infuo­cando gli animi con un effi­ca­cis­simo one man show .

Il sin­daco ieri sera ha ten­tato il bis con i 29 con­si­glieri che fin qui lo hanno soste­nuto in Cam­pi­do­glio, con­vo­cati a Palazzo Sena­to­rio davanti alle tele­ca­mere che per la prima volta hanno tra­smesso la riu­nione in diretta strea­ming. Ed è di fatto riu­scito a por­tare a casa il ricom­pat­ta­mento della mag­gio­ranza del governo cit­ta­dino, appena poche ore dopo le dimis­sioni — non ancora for­ma­liz­zate — del suo asses­sore alla Mobilità.

Guido Improta, ren­ziano di ferro, se ne va però in punta di piedi, appro­fit­tando del momento poli­tico “giu­sto” per lui, mal­grado la deci­sione covasse da tempo, almeno da quando il suo nome com­parve nelle inter­cet­ta­zioni dei pm fio­ren­tini nell’inchiesta «Sistema» e in quella della pro­cura romana sulla metro C: «La mia espe­rienza era a ter­mine e que­sta era noto — ha affer­mato ieri non appena con­fer­mata la noti­zia delle immi­nenti dimis­sioni — tempi e moda­lità della mia uscita dalla giunta sono pre­ro­ga­tiva del sin­daco e del Pd e mi atterrò alle deci­sioni che ver­ranno assunte. Sono a dispo­si­zione per gestire al meglio, senza creare pro­blemi a nessuno».

D’altronde che in poche ore l’aria sia cam­biata di nuovo — den­tro al Naza­reno e a Palazzo Chigi — e spiri ora a favore delle vele di Marino, lo si capi­sce dal cam­bio di mood di Rosi Bindi che solo qual­che giorno fa aveva sug­ge­rito al sin­daco di dimet­tersi («Vedremo la rela­zione del pre­fetto di Roma — ha detto ieri la pre­si­dente della com­mis­sione anti­ma­fia — dopo­di­ché sarà il sin­daco a pren­dere le sue deci­sioni»), e dalle parole di Roberto Spe­ranza che esorta il Pd a deci­dersi per una buona volta se vuole soste­nere la giunta di Roma oppure affos­sarla: «Quello che non è accet­ta­bile — dice — è una situa­zione un po’ strana in cui Marino fini­sce per diven­tare figlio di nessuno».

Forse pro­prio il fatto di essere figlio di nes­suno, forte delle «migliaia di per­sone che si sono col­le­gate on line» per seguire gli svi­luppi del governo della città, per­mette però al sin­daco dem di chie­dere ai con­si­glieri della mag­gio­ranza da che parte vogliono stare: «Va mol­ti­pli­cato lo sforzo di col­la­bo­ra­zione tra con­si­glio e giunta, ma voglio vedere volti sor­ri­denti e per­sone che ci cre­dono — dice — Per­ché noi non siamo stati eletti dai capi­ba­stone ma dai cit­ta­dini». Marino ripete il con­te­nuto del discorso bar­ri­ca­dero della sera prima, eli­mi­nando ovvia­mente quella frase — «tor­nate nelle fogne», rivolto alla destra — che gli è costato molte cri­ti­che, da Alfano ma per­fino da Sel, o la rive­la­zione delle richie­ste di assun­zioni che gli avrebbe rivolto l’ex sin­daco Ale­manno facendo addi­rit­tura rife­ri­mento a un sup­po­sto patto con il Pd, accusa che gli è costata una que­rela per diffamazione.

I con­si­glieri rispon­dono, inte­ra­gi­scono, gli for­ni­scono — come nel caso del capo­gruppo di Sel, Gian­luca Peciola, o del Radi­cale Ric­cardo Magi — un lungo elenco di prio­rità, di pro­blemi non più rin­via­bili su cui dare un segno imme­diato e tan­gi­bile di cam­bia­mento. Sel in par­ti­co­lare chiede a Marino però anche di con­durre una bat­ta­glia espli­cita con­tro la poli­tica del governo Renzi che «da una parte toglie risorse agli enti locali» e dall’altra gioca ambi­gua­mente con gli equi­li­bri poli­tici della città. Anche tra i con­si­glieri Pd c’è chi mostra qual­che remora alla blin­da­tura totale richie­sta dal sindaco.

Athos De Luca, per esem­pio: «Tu dici 2023? Fer­mia­moci intanto al 2018, e cer­chiamo di rag­giun­gere due o tre tra­guardi impor­tanti che fis­siamo ora». Il capo­gruppo Pd e coor­di­na­tore della mag­gio­ranza, Fabri­zio Pane­caldo, chiede di comu­ni­care di più e meglio «tutto il buon lavoro che stiamo facendo». Ma una cosa è chiara, almeno per ora: la mag­gio­ranza è coesa, e fa qua­drato attorno al sindaco.

D’altronde ieri per certi versi è stata la gior­nata della ritro­vata unità, almeno appa­rente, per il Pd, mal­grado la rela­zione di Fabri­zio Barca sul par­tito romano e la chiu­sura dei cir­coli “cat­tivi”, quelli che col­ti­va­vano «potere per il potere», abbia inne­scato molte rea­zioni rab­biose. Dal Senato in giù, però, fino al con­si­glio regio­nale e ai muni­cipi, il par­tito si è ricom­pat­tato espri­mendo con una sola voce la soli­da­rietà una­nime al pre­si­dente dem Mat­teo Orfini messo sotto scorta per via del suo lavoro di boni­fica del ter­ri­to­rio e del par­tito dalle infil­tra­zioni della mala locale.

Razzismo, in Italia cresce sempre di più. Lo dicono le agenzie governative Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Aumentano in Italia le segnalazioni di casi di discriminazione, +17,1% in un anno, e la maggior parte di questi episodi è a sfondo razziale o etnico. I pregiudizi sono duri a morire, e la crisi economica sicuramente non favorisce un clima di convivenza serena. L’Unar, Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali, anche quest’anno ha istituito la Settimana d’azione contro il razzismo, per la quale ha chiamato a raccolta Governo, enti locali, mondo della scuola e dello sport. La presentazione dell’undicesima edizione della Settimana, e della relativa campagna “Accendi la mente e spegni i pregiudizi”, è stata l’occasione, oggi a Palazzo Chigi, anche per fare il punto sulla riforma della cittadinanza. Con il sottosegretario con delega all’Integrazione, Franca Biondelli, che ha ricordato che in Parlamento giacciono più di 50 proposte di legge e ha assicurato che “il Governo affronterà il problema”. Per Biondelli infatti “la situazione è insostenibile” e “occorre mettere insieme un testo unico”. Anche l’Anci sta facendo pressione per una riforma della cittadinanza. Il presidente Piero Fassino ha sottolineato che “il 10% della popolazione in Italia è di origine straniera” e che “ci sono tanti bambini nati qui ma che secondo la legge non sono cittadini italiani. Cresce di mese in mese, infatti, il numero dei Comuni che, in mancanza di quella vera che si può ottenere solo a 18 anni, concedono la cittadinanza onoraria ai ragazzi delle seconde generazioni.
I direttore di Unar Marco de Giorgi ha spiegato che “i dati statistici 2014 sulla discriminazione attestano che più del 30% del cosiddetto ‘discorso di odio’ viaggia online ed è questa la frontiera più difficile da contrastare”. Sui pericoli dei pregiudizi si è soffermato anche il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Graziano Delrio, che ha invitato a “tenere sempre alta la guardia perché‚ si tratta di una battaglia che non è vinta una volta per tutte”. Per il 2015, Reggio Calabria è stata scelta come capitale anti-razzista d’Italia, e sarà il cuore di tante iniziative: è a Reggio infatti che si celebrerà, con la partecipazione di centinaia di ong e associazioni, l’evento centrale del 21 marzo, Giornata mondiale contro il razzismo indetta dalla Nazioni Unite

Governo, Renzi prende in giro la Cgil: “Ci si rivede il 27 dopo i tre milioni in piazza”Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Come era prevedibile, l’incontro di palazzo Chigi è stato un buco nell’acqua. Anzi, no: l’ennesima occasione offerta a Renzi per dileggiare i tre leader di Cgil Cisl e Uil apostrofati con un “Ci vediamo il 27 ottobre dopo i tre milioni in piazza”. La Cgil, intanto, conferma il”dissenso su intervento sull’articolo 18 e il demansionamento. “Non possiamo che confermare il giudizio negativo sul modo in cui si propone intervento sul lavoro”, ha detto la leader Camusso, in conferenza stampa a palazzo Chigi dopo l’incontro con il governo, concludendo: “Troviamo tutte le conferme della necessita’ della manifestazione del 25 ottobre e la prosecuzione nel contrasto alle politiche”. La Cgil conferma il “giudizio negativo del modo in cui si sta ponendo l’intervento sul lavoro” e conferma “la necessita’ della manifestazione del 25 ottobre”.
Secondo Camusso, il presidente del Consiglio ha ripetuto cose “che non determinano un cambiamento della valutazione che la Cgil” sulle scelte fatte e sul jobs act. Si registra solo “una disponibilita’ del premier a discutere del tema della rappresentanza ma per tutto il resto – ha sottolineato – non abbiamo registrato una disponibilita’”. Sulla Rappresentanza, però, ci sono divisioni tra Cisl e Cgil

Caro Renzi, serve un piano per il lavoro | Fonte: Il Manifesto | Autore: Giorgio Airaudo

Anche la riforma del lavoro è finita nel car­retto dei gelati di Palazzo Chigi. Grandi pro­messe, mira­bo­lanti annunci di una nuova era libera dalla pre­ca­rietà, poi tutto è rima­sto (per ora) nel free­zer, men­tre cam­pa­gne di stampa costrui­scono un nuovo senso comune in cui i diritti sono un impic­cio, pre­pa­rano il «modello spa­gnolo» e indu­cono la cer­tezza che l’Ue voglia libertà di licen­ziare in Ita­lia. Dicono che que­sta è la via per uscire dalla crisi, che appena libe­rati dell’impiccio dello Sta­tuto fioc­che­ranno i posti di lavoro, che la fine del con­tratto nazio­nale pre­mierà i più bravi. Dicono.

Nella mia espe­rienza nel mondo del lavoro ho visto spesso lavo­ra­tori pre­sen­tarsi con le dimis­sioni all’ufficio del per­so­nale delle pro­prie aziende e uscirne non con l’addio ma con un aumento di sala­rio, un pas­sag­gio di cate­go­ria o un posto di lavoro migliore. Erano ope­rai di mestiere o tec­nici spe­cia­liz­zati e uti­liz­za­vano la loro pro­fes­sio­na­lità e la loro espe­rienza come arma di potere e di con­trat­ta­zione. Le imprese accet­ta­vano que­sti «rilanci» per non per­dere la qua­lità del lavoro. Il lavoro di qua­lità richiede rela­zioni fon­date sul rispetto e sulle regole. E non è un caso che la cre­scita della qua­lità e del con­te­nuto tec­no­lo­gico di molti pro­dotti ita­liani sia andato di pari passo con l’espansione dei diritti e della demo­cra­tiz­za­zione dei rap­porti sociali.

Anche nel lavoro ripe­ti­tivo e povero, come è quello di una catena di mon­tag­gio, dove ogni pochi secondi o minuti si deve ripe­tere la stessa ope­ra­zione, esi­ste un accu­mulo di espe­rienza che in ter­mini di velo­cità, destrezza e capa­cità di recu­pero dei molti errori di pro­get­ta­zione che si sca­ri­cano sui lavo­ra­tori garan­ti­sce alte pro­dut­ti­vità alle imprese. Ana­logo ragio­na­mento si può fare per le pre­sta­zioni di sor­ve­glianza e con­trollo all’attività delle mac­chine. Di que­sta com­ples­sità di rela­zioni sociali che fon­dano la pro­du­zione di valore in una impresa non c’è trac­cia né nei ragio­na­menti del pre­mier e dei suoi mini­stri, né negli ese­geti della can­cel­la­zione di ciò che resta dell’art. 18.

Ho una strana impres­sione che acco­muna gli ultimi pre­mier che hanno abi­tato Palazzo Chigi (e anche l’ultimo): sem­brano non cono­scere il lavoro visto dalla parte di chi lavora. L’idea che si possa licen­ziare con un cenno met­tendo sul tavolo un po’ di inden­nizzo, oltre a sod­di­sfare il nar­ci­si­smo acca­de­mico di qual­che tec­nico, dice che si pensa a imprese povere con pro­dotti fra­gili, con qua­lità e con­te­nuti tec­no­lo­gici irri­le­vanti desti­nate a ristrut­tu­ra­zioni continue.

Si inse­guono le richie­ste di una Con­fin­du­stria che non sa andare oltre la sva­lu­ta­zione del lavoro non potendo più godere della sva­lu­ta­zione della moneta. Renzi accenna (lode­vol­mente, in que­sto caso) a inve­sti­tori esteri che dovreb­bero sosti­tuire i «salotti buoni» dell’imprenditoria nostrana. Que­sti salotti — che un tempo ave­vano l’ambizione di essere il cuore delle eli­tés — ci paiono oggi in disarmo, e vedono i loro sofi­sti­cati fre­quen­ta­tori da tempo ben rifu­giati nelle nomine delle imprese a par­te­ci­pa­zione pub­blica e nelle pri­va­tiz­za­zioni senza mer­cato. Anche il governo Renzi — forse dimen­ti­cando gli annunci di rot­ta­ma­zione — ha garan­tito la con­ti­nuità di que­sta prassi: basti pen­sare, tra gli altri, ai casi Mar­ce­ga­glia e Todini.

La poli­tica indu­striale non si fa con i tweet: sarebbe impor­tante cono­scere i nomi e le inten­zioni di que­sti nuovi inve­sti­tori per il nostro paese e le rica­dute occu­pa­zio­nali da Terni a Taranto, dal Sul­cis a Mar­ghera, da Ter­mini Ime­rese a Valle Ufita. Pec­cato che per ora Renzi non sem­bri pre­oc­cu­parsi troppo degli inve­sti­menti delle imprese e dei loro mana­ger ex ita­liani, penso a quelli che in que­sti mesi sono diven­tati «apo­lidi», con il cda e le tasse all’estero. Magari come la Fiat Chry­sler che con­ti­nua ad uti­liz­zare la cassa inte­gra­zione di quelle lavo­ra­trici e di quei lavo­ra­tori ita­liani che ha garan­tito a Mar­chionne un rispar­mio di quasi 2 miliardi di euro lordi (1,7 netti) dal 2004 al 2014 (come ha dimo­strato in un arti­colo mai smen­tito Andrea Mal­lan sul Sole24Ore).

È un rispar­mio che oggi si imple­menta con l’ulteriore anno di cassa inte­gra­zione annun­ciato per Mira­fiori, uno sta­bi­li­mento — cioè — che avrebbe dovuto rien­trare al lavoro, dopo il refe­ren­dum non libero del 2011, con i nuovi pro­dotti alla fine del 2012.

Ve lo ricor­date? Se vince la Fiom sarà una cata­strofe, se vince il sì lavoro per tutti: beh, quella pro­messa è disat­tesa da ormai quat­tro anni. Sono stati 30.000 i lavo­ra­tori inte­res­sati alla cig dal 2004 ad oggi (su 86.200). Non male per un mana­ger «nuovo».

Quei lavo­ra­tori, caro primo mini­stro, meri­te­reb­bero una schiena più dritta con l’ Ammi­ni­stra­tore dele­gato dei due mondi e con le imprese ita­liane e stra­niere, più inve­sti­menti veri e subito! Non fra anni. Quei lavo­ra­tori meri­tano un «piano per il lavoro»: azze­ra­mento dei con­tratti pre­cari e un con­tratto di sta­bi­liz­za­zione vero dopo una prova con­grua e tutele sog­get­tive, a par­tire dall’art. 18, che garan­ti­scano a tutti i lavo­ra­tori rispetto e rela­zioni sociali, sti­mo­lando inno­va­zione e qua­lità capace di aumen­tare il valore del lavoro e dell’impresa.

E se pro­prio vuole con­tri­buire al rin­no­va­mento del sin­da­cato, Renzi con­ceda ai lavo­ra­tori il diritto alle loro «pri­ma­rie»: la pos­si­bi­lità di sce­gliersi i rap­pre­sen­tanti varando una legge sulla rappresentanza.

Spi Cgil: “Renzi ci ascolti o scendiamo in piazza” | Fonte: il manifesto | Autore: Antonio Sciotto

Il congresso dei pensionati Cgil. Carla Cantone al governo: “Ingiustizia non dare anche a noi gli 80 euro. Manderemo un milione di cartoline a Palazzo Chigi”. Sullo scontro Landini-Camusso: “Il Testo unico è importante, superare i limiti nella contrattazione”

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“Una ingiu­sti­zia annun­ciata, una vera genia­lità di ugua­glianza”. Carla Can­tone è duris­sima con Mat­teo Renzi: ai pen­sio­nati della Cgil, riu­niti in con­gresso a Rimini, non va giù il fatto che i lavo­ra­tori potranno avere gli 80 euro, men­tre tanti anziani – spesso pove­ris­simi – non vedranno un solo euro. “E per­ché – chiede la segre­ta­ria Spi – 600 euro di un pen­sio­nato sono forse diversi da 600 euro di chi lavora?”. Sta tutto qui, in que­sta domanda ele­men­tare, il nucleo del disa­gio. Snob­bati da Ber­lu­sconi, Monti, e infine Letta, gli over 65 non hanno certo miglior for­tuna con il pre­mier “rot­ta­ma­tore”: quello che ritiene con­ser­va­tore e fre­nante tutto ciò che supera i 40 anni.

Tutto que­sto, “nono­stante gli sms – rac­conta la stessa Can­tone – che ogni tanto ci scam­biamo con il pre­si­dente del con­si­glio”: “Io glielo scrivo: tu devi andare avanti, è vero che il Paese vuole cam­biare e che si attende tanto, ma noi abbiamo il dovere di dire quello che non ci sta bene”. Per­ché “se non vogliamo par­lare più di con­cer­ta­zione, chia­mia­mola come vogliamo: potremmo defi­nirla ‘modello Giu­ditta’, tanto per rife­rirci a Beni­gni, un altro toscano”, dice ancora la lea­der dello Spi. “Noi non dob­biamo pie­tire nes­sun tavolo, ma que­sto non vuol dire che rinun­ciamo a farci sentire”.

E allora, que­sta piazza? Lo Spi – 2.998.000 tes­se­rati, pari a metà Cgil — non solo invita i pro­pri iscritti a non rima­nere fermi, ma lan­cia anche un sasso che cer­ta­mente rim­bal­zerà nelle acque del con­gresso Cgil di mag­gio: si deve pen­sare a una mobi­li­ta­zione gene­rale con Cisl e Uil.

Per quanto riguarda gli over 65, Can­tone annun­cia il “card bom­bing” verso Palazzo Chigi: “Man­de­remo 1 milione di car­to­line a Renzi, con Fnp e Uilp, chie­dendo almeno un con­fronto con i mini­stri del Wel­fare e della Salute”. E se que­sta piog­gia di biglietti verrà igno­rata e rot­ta­mata dal pre­mier, allora sarà piazza: “Vedremo come ci rispon­de­ranno e quale mobi­li­ta­zione uni­ta­ria programmare”.

Ma non basta, per­ché i limiti della poli­tica eco­no­mica ren­ziana spin­gono alla neces­sità di una pro­te­sta più larga: “Dovremo guar­dare con atten­zione il Def e valu­tarne ogni effetto”, dice Can­tone davanti a una pla­tea stra­colma di ospiti. A sen­tirla sono venuti infatti l’intera segre­te­ria Cgil (inclusa ovvia­mente Susanna Camusso), tutti i segre­tari di cate­go­ria (in prima fila Mau­ri­zio Lan­dini), ma anche poli­tici come Ste­fano Fas­sina e Gianni Cuperlo. Quindi l’affondo: “Dob­biamo valo­riz­zare quanto è posi­tivo, ma anche respin­gere ciò che peg­giora l’equità e l’uguaglianza: per que­sto sarebbe il caso di comin­ciare a pre­ve­dere con Cisl e Uil una mobi­li­ta­zione gene­rale”. “Non sto chie­dendo uno scio­pero in anti­cipo – pre­cisa subito dopo — ma non fac­cia­moci tro­vare impre­pa­rati. Altri­menti ci impac­chet­tano, come è già avve­nuto con Monti e Fornero”.

Sin­da­cati impac­chet­tati come le auto di Mar­chionne? Come le tute blu con­dan­nate alla pre­ca­rietà e alla cassa inte­gra­zione eterna? Forse, il rischio c’è. E Can­tone è piut­to­sto severa non solo, pre­ve­di­bil­mente, con la riforma For­nero delle pen­sioni — che lo Spi vor­rebbe cam­biare per intro­durre una fles­si­bi­lità di uscita – ma anche con lo stesso sin­da­cato, che l’ha con­tra­stata male e troppo poco: “Siamo stati deboli, sol­tanto 3 ore di scio­pero: quella è stata una scon­fitta annunciata”.

Una bella auto­cri­tica, raris­sima nel sin­da­cato. Che non rie­sce a cam­biare ai ritmi della poli­tica, resta spesso ele­fan­tiaco e per que­sto offre il fianco ai nuovi lea­der che scon­fi­nano nel popu­li­smo, da Grillo a Renzi. Non a caso Can­tone ha invi­tato tutta l’organizzazione “a cam­biare”, a “stare di più sul ter­ri­to­rio e tra le per­sone”, a dare atten­zione “alla povertà”: i poveri, sia anziani che gio­vani, un po’ il filo rosso di tutta la sua rela­zione. Ma si deve, in par­ti­co­lare, saper par­lare ai pre­cari. La segre­ta­ria dello Spi era una dei pochi diri­genti Cgil pre­senti al con­gresso del Nidil: “E avreb­bero dovuto esserci tanti altri di noi ad ascol­tare”, rim­pro­vera la platea.

Da qui il pas­sag­gio alle pole­mi­che interne, agli scon­tri sul Testo unico, è natu­rale. Dopo il con­gresso Fiom della set­ti­mana scorsa, in cui Susanna Camusso e Mau­ri­zio Lan­dini – forse costretti dal con­te­sto – hanno rico­min­ciato in qual­che modo a dia­lo­gare, il richiamo all’unità pare obbli­gato: “Nella sto­ria della Cgil abbiamo avuto tanti con­flitti, e le cri­ti­che sono le nostre vita­mine. Ma poi si è arri­vati sem­pre a una sin­tesi: e più alte respon­sa­bi­lità hai, più devi sfor­zarti”. Chiaro il mes­sag­gio: se Lan­dini deve accet­tare di mediare, tocca però fare un passo avanti anche a Camusso.

D’altronde, le posi­zioni di Can­tone sono per appog­giare la segre­ta­ria gene­rale, ma dando atten­zione anche alle cri­ti­che dei metal­mec­ca­nici: “Il Testo unico è impor­tante – dice – E sarà utile per quando final­mente si vorrà fare una legge. Ma in quell’accordo ci sono dei limiti, come ad esem­pio il ricorso alle san­zioni: toc­cherà alle cate­go­rie, nel lavoro di con­trat­ta­zione, ten­tare di recuperarli”.

Lavoro, la Cgil chiede un miliardo e mezzo. Il tesoretto-spread è di più di 5 miliardi Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

 

Un risparmio di 5,3 miliardi. E’ ufficiale, in una lettera di palazzo Chigi il calo dello spread viene fissato in un tesoretto non indifferente. Quanto alle stime sull’andamento dello spread, Palazzo Chigi precisa che quota 150 e’ attesa per il 2015. La cifra è stata subito annotata dalla leader della Cgil Susanna Camusso, che ha chiesto subito 1,5 miliardi per creare lavoro: la leader della Cgil Susanna Camusso. Del resto, se è come dicono tutti gli esperti, a cominciare dalle dichiarazioni pubbliche del ministro del Lavoro Enrico Giovannini, il refolo di ripresa non porterà occupazione se non sul lungo periodo, la prima falla da riparare è proprio quella della mancanza di lavoro. Dibattito riacceso dal neosegretario del Pd, Matteo Renzi, che ha preannunciato una proposta, il suo Job Act sul mercato del lavoro. Mentre Giovannini garantisce un cambio di rotta del governo: oggi “la prospettiva va cambiata”. Resta, però, il nodo degli ammortizzatori sociali e del reddito di cittadinanza. Non è un mistero per nessuno, infatti, che il Governo vuole tagliare la cig a cominciare dal capitolo della cassa in deroga. E questo tema sembra per il momento avere la precedenza sull’altro. Un segnale inconfutabile di come l’esecutivo vuole procedere sul tema dell’occupazione, spingendo cioè il ricatto del posto di lavoro fino al più alto grado possibile.“La nostra idea – sottolinea Camusso – e’ che il Paese deve cominciare a investire su se stesso”, puntare su opportunita’ “concrete”, come ad esempio un “piano di emergenza” per la Terra dei Fuochi o nuove iniziative legate a Expo2015, anche spendendo fondi europei. Serve un approccio diverso: “il tema vero oggi deve essere creare lavoro”; Ed il pressing della leader della Cgil e’ per uno Stato che spenda per questo obiettivo: “Bisogna uscire da questa paura che se si crea direttamente lavoro ci sarebbe un pubblico che invade l’economia”, bisogna superare “l’obiezione, che viene sempre fatta, che se si crea lavoro e’ un costo e non ce lo possiamo permettere”, perche’ al contrario “e’ un investimento”. Sul piano Renzi ne’ aperture ne’ chiusure: “Per ora il Job Act non c’e’, e bisognerebbe vederlo prima di poter dire se si e’ a favore o contrari”. E’ sbagliata “una discussione tutta incentrata sulle regole, come se fossero le regole che creano o distruggono lavoro”, avverte. La proposta del contratto unico? Per Susanna Camusso la svolta sarebbe superare un sistema contrattuale improntato ad una “pluralita’ delle forme”, perche’ altrimenti “la scelta del datore di lavoro sara’ sempre quella di
cercare quella meno costosa e che scarica piu’ oneri sul lavoratore”. Una sistema di ammortizzatori sociali universale, che garantisca anche i precari? “Finalmente. E’ un nostro slogan da tempo infinito”. Una stoccata al leader della Fiom, Maurizio Landini, vicino alle tesi di Renzi: sposa ora “proposte dell’ultimo congresso della Cgil, dove era all’opposizione, mi vien da dire meglio tardi che mai”.