Ttp e Ttip bloccati al Senato dalle opposizioni del partito democratico. Battuta d’arresto per Obama Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

L’obiettivo di Barack Obama di firmare in tempi brevi il Ttp il grande accordo commerciale con 11 Paesi dell’area del Pacifico, si blocca al Senato. L’attacco arriva dal cosiddetto “fuoco amico”, il gruppo di democratici che di fatto ha votato contro il proprio presidente, bloccando la legge che avrebbe dato alla Casa Bianca il potere di accelerare sull’intesa. Si tratta di quei poteri di “fast track” che Obama chiede da tempo al Congresso, per poter chiudere la complessa partita della Trans-Pacific Partnership.
Ora tutto e’ demandato al dibattito che si aprira’ in Congresso, con i tempi del TPP che inevitabilmente si allungheranno, rinviando quell’area di libero scambio che va dal Giappone all’Australia, dalla Corea del Sud alla Nuova Zelanda, passando per il Cile e il Messico. A questo punto però a cadere nelle maglie dell’opposizione potrebbe essere anche il Ttip, cioè l’accordo gemello che gli Usa stanno cercando di concludere con l’Europa.
Proprio pochi giorni fa dal quartier generale della Nike, in Oregon, Obama aveva lanciato un appello pubblico a fare in fretta. Ma l’effetto ottenuto è staato quello di aver portato allo scoperto le proteste. La Casa Bianca ha dovuto fare i conti con l’agguerrita pattuglia di democratici contrari, a partire da quelli appartenenti all’area liberal del partito, quella piu’ a sinistra rappresentata in particolare dalla senatrice Elizabeth Warren, protagonista negli ultimi giorni di un vero e proprio braccio di ferro con Obama. Ma determinante nello stoppare i piani del presidente è stato anche il ruolo del leader della minoranza democratica al Senato, Harry Reid.
Le obiezioni poste al TPP sono sostanzialmente tre, poste come ‘conditio sine qua non’ per concedere la ‘fast track’ al presidente: fornire assistenza ai lavoratori colpiti dall’accordo, a partire da quelli che subiscono le politiche di delocalizzazione; operare una stretta contro la manipolazione delle valute operata da alcuni Paesi che negoziano l’intesa; estendere il programma in scadenza che da’ la preferenza sul fronte degli scambi commerciali ai Paesi dell’Africa sub-sahariana.
Nei giorni scorsi un alto funzionario delle Nazioni Unite, in un’intervista al The Guardian, aveva avvertito i cittadini europei sulle conseguenze dell’approvazione del Trattato di libero scambio fra Stati Uniti ed Europa, i cui negoziati sono entrati nella fase cruciale. “L’Onu non vuole un ordine internazionale post democratico – dice il rappresentante dell’Onu Alfred de Zayas – Bisogna fare tesoro delle lezioni passate. Già in altri trattati internazionali le multinazionali sono riuscite a bloccare le politiche dei governi grazie all’aiuto di tribunali segreti che operavano al di fuori della giurisdizione nazionale. Lo stesso meccanismo si vuole riproporre con il Ttip”.

La prossima guerra informativa biologica: gli Usa propongono un database del DNA da: www.resistenze.org – osservatorio – della guerra – 03-02-15 – n. 529


Tony Cartalucci | Global Research
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

01/02/2015

Gli Usa propongono un database del DNA supportato dal governo composto del materiale genetico di oltre un milione di volontari. RT avrebbe riferito nel suo articolo “Got genes: Obama proposes genetic biobank of 1mn Americans’ DNA to fight disease[“Abbiamo i geni: Obama propone una biobanca genetica di 1 milione di americani”] che:

Una nuova proposta del governo Usa da 215 milioni dollari cercherà oltre 1 milione di volontari americani per l’analisi delle loro informazioni genetiche nell’ambito di una iniziativa per combattere la malattia e al tempo stesso sviluppare assistenza sanitaria mirata basata sul proprio DNA.

I funzionari sperano che il progetto di biobanca, ha annunciato venerdì dal presidente Barack Obama, possa fondere studi genetici esistenti con una vasta gamma di nuovi volontari per raggiungere 1 milione di partecipanti.

Mentre questo database iniziale è composto da volontari, campioni di sangue non su base volontaria sono già raccolti dalle forze dell’ordine Usa in tutto il paese e accumulati in una rete esistente e in continua espansione. Inoltre, la nuova proposta intende istituire una “medicina di precisione” come standard nella cura medica, il che implica che alla fine, per fornire un’assistenza sanitaria sempre più statale, sarà richiesto dai medici il DNA di ciascuno.

Tale informazione prelude indubbiamente ad un’estesa iterazione a livello nazionale di questa nuova rete proposta.

Il nuovo giocattolo dei violentatori seriali

Mentre la medicina di precisione è invero un potente strumento nella lotta contro la malattia e la riparazione di lesioni – in realtà, davvero il futuro della medicina – coloro che si sono nominati arbitri negli Usa hanno già dimostrato che non ci si può fidare di una tale responsabilità.

RT nota inoltre nel suo reportage che:

Il modo in cui il governo degli Stati Uniti garantirà che le informazioni genetiche individuali saranno tenute riservate diventerà certamente causa di preoccupazione per molti. Un database gestito dal governo che accumula dati genetici probabilmente affronterà resistenza in questa epoca di regime di spionaggio globale gestito dalla National Security Agency (NSA) e un sistema di brevetti genetici utilizzato da soggetti come la Monsanto per consolidare la proprietà legale del mondo naturale.

In effetti, una banca dati del DNA potrebbe essere per i nostri corpi, quello che Internet è per i nostri computer – con un’entità come la NSA che invade, abusa, sfrutta e manipola non solo i nostri dati personali, ma addirittura il codice genetico che ci rende quello che siamo. I pericoli sono immensi, e l’abuso di informazioni genetiche è già stato avidamente esplorato dai particolarissimi interessi che spingono questa nuova iniziativa.

La prospettiva di utilizzare i geni di qualcuno contro di lui sotto forma di armi genospecifiche è stato menzionato nel rapporto 2000 del neoconservatore Project for a New American Century (PNAC) intitolato: “Rebuilding America’s Defenses” (.pdf), che affermava:

La proliferazione di missili balistici e da crociera e velivoli senza pilota a lungo raggio (UAV) renderà molto più facile proiettare potenza militare in tutto il mondo. Le stesse munizioni diventeranno sempre più precise, mentre nuovi metodi di attacco – elettronici, “non letali”, biologici – saranno più ampiamente disponibili. (pag.71 del pdf)

Anche se possono essere richiesti diversi decenni perché il processo di trasformazione si compia, col tempo l’arte della guerra in cielo, terra e mare sarà molto diverso da quello attuale e il “combattimento” probabilmente avrà luogo in nuove dimensioni: nello spazio, nel “cyberspazio” e forse nel mondo dei microbi. (pag.72 del pdf)

E forme avanzate di guerra biologica che possono “puntare” genotipi specifici possono trasformare la guerra biologica dal regno del terrore in uno strumento politicamente utile. (pag.72 del pdf)

L’attacco a tali obbiettivi richiederà un database di informazioni genetiche – che accoppiato con la già onnipresente sorveglianza della NSA – consentirà al crescente stato di polizia di individuare e puntare le persone con le armi genospecifiche con una precisione inimmaginabile – un vero e proprio “tocco della morte” simile a quello delle divinità mitologiche in grado di abbattere i loro nemici a volontà.

Come avere il meglio dei due mondi

La corsa ad istituire un sistema sanitario top-down basato sulla medicina di precisione guidata geneticamente è fatta con la consapevolezza che la democratizzazione della tecnologia, compresa quella connessa con la biologia e la genetica, sta accelerando verso laboratori locali in grado di riprodurre o anche sopraffare gli sviluppi fatti dai grandi colossi farmaceutici. In questo si segue lo stesso schema seguito dall’IT [Information Technology, ndt], in cui la tecnologia dirompente, le istituzioni, e paradigmi hanno consentito un rapido decentramento e un ridimensionamento [downsizing].

Piccoli gruppi di persone o singoli individui hanno ora online una piattaforma con cui competere contro studi multimilionari. Allo stesso modo, la stampa 3D è alla guida di un’analoga rivoluzione nella produzione.

La “Do-it-Yourself biology” (DIYbio) [“biologia fai da te”] è ora sul punto di distruggere i campi delle biotecnologie, della salute umana, e della medicina.

Con la DIYbio, gli individui e le comunità possono gestire le proprie informazioni genetiche, condividerle come e quando decidono, e lavorare direttamente su applicazioni per modificare, migliorare, o ripararle. Il decentramento di questa potente tecnologia definirà anche un equilibrio di poteri. Quelli con intenzioni malevole rimarranno sotto controllo per il fatto che così tante persone hanno interesse a prevenire l’abuso di questa tecnologia.

Come nel mondo dell’IT di oggi, i backup, i firewall e una conoscenza generale delle “buone pratiche” contribuirà a proteggere la grande maggioranza dall’abuso dell’emergente medicina di precisione guidata geneticamente.

Già c’è un’ampia gamma di informazioni online riguardanti la DIYbio – che come la sua controparte nell’IT – mantiene un ethos open source e collaborativo. Le persone, consapevoli che impedire l’uso di questa tecnologia è impossibile, possono iniziare ad impadronirsene al fine di garantire un equilibrio di poteri e per prevenire gli abusi su vasta scala.

Al tempo stesso, il proposto decentramento di Internet mediante reti a maglia locali servirebbe anche a costruire difese per le informazioni genetiche memorizzate dai singoli su tali reti. Stabilire e promuovere l’idea di allontanarsi da ogni forma di sistemi altamente centralizzati gestiti da violatori seriali della nostra privacy e dei diritti umani, democratizzando proprio la tecnologia che cercano di monopolizzare e utilizzare contro di noi, è il primo passo per vincere questa nuova battaglia prima che inizi.

 

ISIS e Stati Uniti: La propaganda delle decapitazioni da:www.resistenze.org – cultura e memoria resistenti – linguaggio e comunicazione – 30-09-14 – n. 513


James Petras | petras.lahaine.org
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

26/09/2014

Introduzione: Per superare la massiccia opposizione pubblica statunitense e mondiale a nuove guerre in Medio Oriente, Obama si è affidato ai raccapriccianti video su internet della macellazione di due ostaggi americani, i giornalisti James Foley e Steve Sotloff, mediante decapitazione. Questi brutali omicidi sono stati il principale strumento di propaganda di Obama per stabilire una nuova agenda di guerra in Medio Oriente: una manna per il suo casus belli!

Questo spiega le minacce del governo USA di procedimento penale contro le famiglie di Foley e Stoloff quando hanno cercato di riscattare i loro figli prigionieri dell’ISIS.

Con i mass media americani che mostravano ripetutamente le teste mozzate di questi due uomini indifesi, l’indignazione pubblica e il disgusto hanno suscitato appelli ad un coinvolgimento militare Usa per fermare il terrore. Leader politici Usa e dell’UE hanno presentato le decapitazioni di ostaggi occidentali da parte del cosiddetto Stato islamico (ISIS) come una minaccia diretta e mortale per la sicurezza dei civili negli Stati Uniti e in Europa. L’immaginario evocato è stato quello di terroristi senza volto vestiti di nero, armati fino ai denti, che invadevano l’Europa e gli Stati Uniti e che giustiziavano famiglie innocenti, imploranti salvezza e pietà.

Il problema con questo schema di propaganda non è la malvagità e i crimini brutali compiuti dall’ISIS, ma il fatto che il più stretto alleato di Obama nella sua settima guerra in sei anni è l’Arabia Saudita, un regno ripugnante che decapita abitualmente i suoi prigionieri in pubblico senza alcun processo giudiziario riconoscibile come equo secondo gli standard civili: a meno che “confessioni” ottenute sotto tortura non siano adesso una norma occidentale. Nel mese di agosto 2014, quando l’ISIS ha decapitato due prigionieri americani, Riyadh decapitava quattordici prigionieri. Dall’inizio dell’anno, la monarchia saudita ha staccato la testa dal collo a 46 prigionieri e ha mozzato braccia e membra a molti altri. Durante la recente visita di Obama e Kerry in Arabia Saudita, orrende decapitazioni sono state mostrate pubblicamente. Queste atrocità non hanno offuscato il luminoso sorriso sul volto di Barak Obama mentre passeggiava con i suoi gioviali carnefici reali sauditi, in netto contrasto col volto severo e arrabbiato del presidente degli Stati Uniti mentre presentava l’uccisione dei due americani da parte dell’ISIS come pretesto per bombardare la Siria.

I mass media occidentali tacciono di fronte alla pratica comune nel regno saudita della decapitazione pubblica. Non una tra le principali reti d’informazione, la BBC, il Financial Times, il New York Times, il Washington Post, NBC, CBS e NPR, ha messo in discussione l’autorità morale di un presidente degli Stati Uniti che si pronunzia nella condanna selettiva dell’ISIS mentre ignora le decapitazioni e le amputazioni ufficiali dello stato saudita.

Decapitazione e smembramento: con le spade e con i droni

I video su internet dell’ISIS che mostrano desolati prigionieri occidentali vestiti di arancione e le loro teste mozze hanno evocato un diffuso sgomento e paura. Viene ripetutamente detto: “L’ISIS ci sta venendo a prendere!” Ma le azioni criminali dell’ISIS contro ostaggi indifesi sono pubblicamente accessibili. Non possiamo dire lo stesso per le decapitazioni e gli smembramenti delle centinaia di vittime degli attacchi dei droni statunitensi. Quando un drone spara i suoi missili su una casa, una scuola, su un bacchetto di matrimonio o un veicolo, i corpi delle persone vengono smembrati, dissolti, decapitati e bruciati rendendoli irriconoscibili: tutto tramite telecomando. La carneficina non viene videoregistrata o diffusa per il consumo di massa da sua eccellenza Obama. In effetti, le morti di civili, anche se riconosciute, sono derubricate a “danno collaterale” mentre i resti vaporizzati di uomini, donne e bambini vengono descritti dalle truppe americane come “schiuma rosa”.

Se la brutale decapitazione e lo smembramento di civili innocenti è un crimine capitale che dovrebbe essere punito, come credo che sia, allora sia l’ISIS che il regime di Obama e i suoi leader alleati dovrebbero andare davanti ad un tribunale popolare per crimini di guerra nei paesi in cui si sono verificati i crimini.

Ci sono buone ragioni per considerare lo stretto rapporto di Washington con i reali sauditi tagliatori di teste, come parte di un’alleanza molto più ampia con spaventose brutalità. Per decenni, le agenzie anti-droga e le banche Usa hanno lavorato a stretto contatto con i criminali cartelli della droga in Messico sorvolando sulle loro famigerate pratiche di decapitare, smembrare ed esibire le loro vittime, fossero esse civili locali, giornalisti coraggiosi, poliziotti catturati o migranti in fuga dal terrore del Centro-America. I famigerati Zetas e i Cavalieri Templari si sono introdotti nei più alti livelli dei governi federali e locali messicani, trasformando i funzionari statali e delle istituzioni in clienti sottomessi e obbedienti. Oltre 100.000 messicani hanno perso la vita a causa di questo “Stato nello Stato”, un “ISIS” in Messico, solo “a sud del confine”. E proprio come l’ISIS in Medio Oriente, i cartelli ottengono le loro armi dagli Usa importandole proprio attraverso i confini del Texas e dell’Arizona. Nonostante questo raccapricciante terrore sul versante sud degli Usa, le principali banche del paese, tra cui Bank of America, Citibank, Wells Fargo e molte altre hanno riciclato miliardi di dollari di profitti della droga per i cartelli. Ad esempio, la scoperta di 49 corpi decapitati collettivamente nel maggio 2014 non ha spinto Washington a formare una coalizione mondiale per bombardare il Messico, né l’ha indotto ad arrestare i banchieri di Wall Street per aver riciclato il “sanguinoso bottino dei tagliatori di teste”.

Conclusione

L’isterica e quanto mai selettiva rappresentazione dei crimini dell’ISIS fatta da Obama costituisce il pretesto per lanciare un’altra guerra contro un paese a maggioranza musulmana, la Siria, tenendo al riparo il suo stretto alleato, il real tagliatore di teste saudita dallo sdegno dell’opinione pubblica Usa. I crimini dell’ISIS sono diventati un’altra scusa per lanciare una campagna di “decapitazione di massa con droni e bombardieri”. La propaganda contro un crimine ai danni dell’umanità diventa la base per perpetrare crimini contro l’umanità ancora più gravi. Molte centinaia di civili innocenti in Siria e in Iraq saranno smembrati dalle bombe “antiterrorismo” e dai droni sguinzagliati da un’altra delle “coalizioni” di Obama.

La ferocia localizzata dell’ISIS sarà moltiplicata, amplificata e diffusa dalla “coalizione dei volenterosi decapitatori” diretta dagli Usa. Al terrore dei tagliatori di teste incappucciati sul terreno si risponderà con il moltiplicato terrore aereo delle controparti senza volto, mentre si nascondono con cura le teste che rotolano sulle pubbliche piazze di Riyadh o i corpi senza testa esposti lungo le strade del Messico… e soprattutto ignorando le vittime nascoste dell’aggressione statunitense-saudita nelle città e nei villaggi della Siria.

 

Usa, il riarmo nucleare del Premio Nobel per la pace Fonte: il manifesto | Autore: Manlio Dinucci

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Cin­que anni fa, nell’ottobre 2009, il pre­si­dente Barack Obama fu insi­gnito del Pre­mio Nobel per la Pace in base alla «sua visione di un mondo libero dalle armi nucleari, e al lavoro da lui svolto in tal senso, che ha poten­te­mente sti­mo­lato il disarmo». Moti­va­zione che appare ancora più grot­te­sca alla luce di quanto docu­menta oggi un ampio ser­vi­zio del New York Times : «L’amministrazione Obama sta inve­stendo decine di miliardi di dol­lari nella moder­niz­za­zione e rico­stru­zione dell’arsenale nucleare e degli impianti nucleari statunitensi».

A tale scopo è stato appena rea­liz­zato a Kan­sas City un nuovo enorme impianto, più grande del Pen­ta­gono, dove migliaia di addetti, dotati di futu­ri­sti­che tec­no­lo­gie, «moder­niz­zano» le armi nucleari, testan­dole con avan­zati sistemi che non richie­dono esplo­sioni sot­ter­ra­nee. L’impianto di Kan­sas City fa parte di un «com­plesso nazio­nale in espan­sione per la fab­bri­ca­zione di testate nucleari», com­po­sto da otto mag­giori impianti e labo­ra­tori con un per­so­nale di oltre 40mila spe­cia­li­sti. A Los Ala­mos (New Mexico) è ini­ziata la costru­zione di un nuovo grande impianto per la pro­du­zione di plu­to­nio per le testate nucleari, a Oak Ridge (Ten­nes­see) se ne sta rea­liz­zando un altro per pro­durre ura­nio arric­chito ad uso mili­tare. I lavori sono stati però ral­len­tati dal fatto che il costo del pro­getto di Los Ala­mos è lie­vi­tato in dieci anni da 660 milioni a 5,8 miliardi di dol­lari, quello di Oak Ridge da 6,5 a 19 miliardi.
L’amministrazione Obama ha pre­sen­tato com­ples­si­va­mente 57 pro­getti di upgrade di impianti nucleari mili­tari, 21 dei quali sono stati appro­vati dall’Ufficio gover­na­tivo di con­ta­bi­lità, men­tre 36 sono in attesa di appro­va­zione. Il costo sti­mato è allo stato attuale di 355 miliardi di dol­lari in dieci anni. Ma è solo la punta dell’iceberg. Al costo degli impianti si aggiunge quello dei nuovi vet­tori nucleari.

Il piano pre­sen­tato dall’amministrazione Obama al Pen­ta­gono pre­vede la costru­zione di 12 nuovi sot­to­ma­rini da attacco nucleare (cia­scuno in grado di lan­ciare, con 24 mis­sili bali­stici, fino a 200 testate nucleari su altret­tanti obiet­tivi), altri 100 bom­bar­dieri stra­te­gici (cia­scuno armato di circa 20 mis­sili o bombe nucleari) e 400 mis­sili bali­stici inter­con­ti­nen­tali con base a terra (cia­scuno con una testata nucleare di grande potenza, ma sem­pre arma­bile di testate mul­ti­ple indipendenti).

Viene così avviato dall’amministrazione Obama un nuovo pro­gramma di arma­mento nucleare che, secondo un recente stu­dio del Mon­te­rey Insti­tute, verrà a costare (al valore attuale del dol­laro) circa 1000 miliardi di dol­lari, cul­mi­nando come spesa nel periodo 2024–2029. Essa si inse­ri­sce nella spesa mili­tare gene­rale degli Stati uniti, com­po­sta dal bilan­cio del Pen­ta­gono (640 miliardi di dol­lari nel 2013), cui si aggiun­gono altre voci di carat­tere mili­tare (la spesa per le armi nucleari, ad esem­pio, è iscritta nel bilan­cio del Dipar­ti­mento dell’Energia), por­tando il totale a quasi 1000 miliardi di dol­lari annui, cor­ri­spon­denti nel bilan­cio fede­rale a circa un dol­laro su quat­tro speso a scopo militare.

L’accelerazione della corsa agli arma­menti nucleari, impressa dall’amministrazione Obama, vani­fica di fatto i limi­tati passi sulla via del disarmo sta­bi­liti col nuovo trat­tato Start, fir­mato a Praga da Stati uniti e Rus­sia nel 2010 (v. il mani­fe­sto del 1° aprile 2010). Sia la Rus­sia che la Cina acce­le­re­ranno il poten­zia­mento delle loro forze nucleari, attuando con­tro­mi­sure per neu­tra­liz­zare lo «scudo anti-missili» che gli Usa stanno rea­liz­zando per acqui­sire la capa­cità di lan­ciare un first strike nucleare e non essere col­piti dalla rappresaglia.

Viene coin­volta diret­ta­mente nel pro­cesso di «ammo­der­na­mento» delle forze nucleari Usa anche l’Italia: le 70–90 bombe nucleari sta­tu­ni­tensi B-61, stoc­cate ad Aviano e Ghedi-Torre, ven­gono tra­sfor­mate da bombe a caduta libera in bombe «intel­li­genti» a guida di pre­ci­sione, cia­scuna con una potenza di 50 kilo­ton (circa il qua­dru­plo della bomba di Hiro­shima), par­ti­co­lar­mente adatte ai nuovi cac­cia Usa F-35 che l’Italia si è impe­gnata ad acqui­stare. Ma di tutto que­sto, nei talk show, non si parla.

Obama prepara la guerra prolungata. L’Italia schiera jet e basi militari | Fonte: Il Manifesto | Autore: Manlio Dinucci

Domani – alla vigi­lia del 13° anni­ver­sa­rio dell’11 set­tem­bre che segnò l’inizio della «guerra glo­bale al ter­ro­ri­smo» incen­trata su Al Qaeda e l’invasione dell’Afghanistan e dell’Iraq da parte di coa­li­zioni a guida Usa — il pre­si­dente Obama annun­cerà, in un solenne discorso alla nazione, il lan­cio di una nuova offen­siva a guida Usa mirante, secondo quanto ha dichia­rato dome­nica in una inter­vi­sta alla Nbc, ad «affron­tare la minac­cia pro­ve­niente dallo Stato isla­mico dell’Iraq e della Siria (Isis)». Pur non inviando uffi­cial­mente forze di terra in Iraq e Siria, il pre­si­dente pro­mette: «Degra­de­remo siste­ma­ti­ca­mente le capa­cità dei mili­tanti sun­niti dell’Isis, restrin­ge­remo il ter­ri­to­rio che con­trol­lano e, infine, li sconfiggeremo».

IL PUNTO 37 DEL VER­TICE DEL GALLES

La stra­te­gia è stata uffi­cia­liz­zata nella Dichia­ra­zione finale del recente Sum­mit della Nato a New­port, nel Gal­les, in cui si afferma (al punto 37) che «l’Isis, con la sua recente avan­zata in Iraq, è dive­nuto una minac­cia trans­na­zio­nale». Chi ne è respon­sa­bile? I 28 governi Nato (com­preso quello Renzi) non hanno dubbi: «Il regime di Assad che ha con­tri­buito all’emergere dell’Isis in Siria e alla sua espan­sione al di là di que­sto paese». Si capo­volge così la realtà: come già ampia­mente docu­men­tato, i primi nuclei del futuro Isis si for­mano quando, per rove­sciare Ghed­dafi in Libia nel 2011, la Nato finan­zia e arma gruppi isla­mici fino a poco prima defi­niti ter­ro­ri­sti (espri­mendo ora, nella Dichia­ra­zione del Sum­mit, «pro­fonda pre­oc­cu­pa­zione per le attuali vio­lenze in Libia»).

Dopo aver con­tri­buito a rove­sciare Ghed­dafi, essi pas­sano in Siria per rove­sciare Assad. Qui, nel 2013, nasce l’Isis che riceve finan­zia­menti, armi e vie di tran­sito dai più stretti alleati degli Stati uniti: Ara­bia Sau­dita, Qatar, Kuwait, Tur­chia, Gior­da­nia. In base a un piano sicu­ra­mente coor­di­nato dalla Cia.

L’Isis lan­cia poi l’offensiva in Iraq, non a caso nel momento in cui il governo pre­sie­duto da Nouri al-Maliki stava pren­dendo le distanze da Washing­ton, avvi­ci­nan­dosi sem­pre più alla Cina.
Che a sua volta com­pra circa la metà della pro­du­zione petro­li­fera dell’Iraq, for­te­mente aumen­tata, ed effet­tua grossi inve­sti­menti nella sua indu­stria estrat­tiva. Lo scorso feb­braio, i due governi fir­mano accordi che pre­ve­dono for­ni­ture mili­tari da parte della Cina.

Lo scorso mag­gio al-Maliki par­te­cipa, a Shan­ghai, alla Con­fe­renza sulle misure di inte­ra­zione e raf­for­za­mento della fidu­cia in Asia, insieme al pre­si­dente russo Vla­di­mir Putin e ad Has­san Rou­hani, pre­si­dente dell’Iran. Paese con cui il governo al-Maliki aveva fir­mato nel novem­bre 2013 un accordo che, sfi­dando l’embargo voluto da Washing­ton, pre­vede l’acquisto di armi ira­niane. Su que­sto sfondo si col­loca l’offensiva dell’Isis, che incen­dia l’Iraq tro­vando mate­ria infiam­ma­bile nella riva­lità sunniti-sciiti.
L’Isis svolge quindi di fatto un ruolo fun­zio­nale alla stra­te­gia Usa/Nato di demo­li­zione degli stati attra­verso la guerra coperta. Ciò non signi­fica che la massa dei suoi mili­tanti, pro­ve­niente da diversi paesi, ne sia consapevole.

A CHI SERVE LO STATO ISLAMICO

Essa è molto com­po­sita: ne fanno parte sia com­bat­tenti isla­mici, for­ma­tisi nel dramma della guerra, sia ex mili­tari dell’epoca di Sad­dam Hus­sein che hanno com­bat­tuto con­tro gli inva­sori, sia molti altri le cui sto­rie sono sem­pre legate alle tra­gi­che situa­zioni sociali pro­vo­cate dalla prima guerra del Golfo e dalle suc­ces­sive nell’arco di oltre vent’anni. Ne fanno parte anche diversi pro­ve­nienti da Stati uniti ed Europa, die­tro le cui maschere cer­ta­mente si nascon­dono agenti segreti appo­si­ta­mente for­mati per tali ope­ra­zioni.
Detto que­sto, vi sono fatti incon­tro­ver­ti­bili i quali dimo­strano che l’Isis è una pedina del nuovo grande gioco impe­riale in Medio Oriente. Nel mag­gio 2013, un mese dopo aver fon­dato l’Isis, Ibra­him al-Badri – il «califfo» oggi noto col nome di bat­ta­glia di Abu Bakr al-Baghdadi – incon­tra in Siria il sena­tore sta­tu­ni­tense John McCain, capo­fila dei repub­bli­cani inca­ri­cato dal pre­si­dente demo­cra­tico Obama di svol­gere ope­ra­zioni segrete per conto del governo.

QUELL’ACCESSO ILLI­MI­TATO ALLA RETE

L’incontro è docu­men­tato foto­gra­fi­ca­mente (foto Cnn, pub­bli­cata su «Mon­dia­li­za­tion», di Michel Chos­su­do­v­sky). Molto sospetto è anche l’illimitato accesso che l’Isis ha alle reti media­ti­che mon­diali, domi­nate dai colossi sta­tu­ni­tensi ed euro­pei, attra­verso cui dif­fonde i fil­mati delle deca­pi­ta­zioni che, susci­tando orrore, creano una vasta opi­nione pub­blica favo­re­vole all’intervento della coa­li­zione a guida Usa in Iraq e Siria. Il cui reale scopo stra­te­gico è la rioc­cu­pa­zione dell’Iraq e la demo­li­zione della Siria.

Si apre così, pre­pa­rata da 145 attac­chi aerei effet­tuati in Iraq in un mese dall’aviazione Usa, una «mis­sione pro­lun­gata» di guerra che – pre­cisa A. Blin­ken, vice-consigliere di Obama per la sicu­rezza nazio­nale – «durerà pro­ba­bil­mente oltre l’attuale ammi­ni­stra­zione». Guerra in cui il governo Renzi, sca­val­cando il Par­la­mento, si è già impe­gnato a far par­te­ci­pare l’Italia. I nostri cac­cia­bom­bar­dieri sono pronti, ha annun­ciato la mini­stra della «difesa» Pinotti, per «un’azione mili­tare, che biso­gne­rebbe avere il corag­gio di fare».

“Yes, we can … fight”. Le panzane di Renzi sugli F35. Obama lo rimette in riga | Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Tra le panzane di Matteo Renzi, che Obama chissà perché chiama “visione”, dopo quella sulla legge elettorale ora cade anche quella sugli F35. Il presidente degli Usa gli ha dato una tirannia d’orecchi. E l’ex sindaco di Firenze se l’è ben stampato in testa. Tanto che da Bruxelles, dove l’Italia ha partecipato alla conferenza annuale dell’Agenzia europea di difesa, il sottosegretario Domenico Rossi fa sapere che entro fine anno sara’ pronto il “libro bianco” della Difesa per “individuare le reali esigenze di tutti i sistemi d’arma” nel quadro delle alleanze, documento che – “insieme all’indagine conoscitiva del Parlamento” – “permettera’ di definire le esigenze quantitative dei vari sistemi, tra i quali gli F35”. Tradotto in “italiano” vuol dire che il taglio nell’acquisto degli F35 non c’è.

Obama va giù duro sulla difesa
Il niet di Obama è piuttosto preciso, e lo mette tra le priorità del colloquio con il presidente del Consiglio Renzi che con il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.”Non possiamo pagare solo noi”, dice riferendosi alle “esigenze” di difesa del mondo occidentale. Per la difesa comune, gli Stati Uniti spendono troppo e l’Europa sempre di meno, in un momento in cui le spese destinate alla sicurezza europea rischiano di lievitare di nuovo con la crisi in Ucraina e le crescenti tensioni con la Russia. Al termine dell’incontro bilaterale a Villa Madama, a Roma, Obama non cita direttamente gli F35 di cui l’Italia intende ridurre il numero, ma sottolinea con vigore che “non ci puo’ essere una situazione in cui gli Usa spendono piu’ del 3% del loro Pil nella difesa, gran parte concentrato in Europa”, mentre “l’Europa spende in media l’1%”. E ricorda che gli Stati Uniti sono appena usciti da due guerre, in Iraq e in Afghanistan, e stanno attraversando un momento di transizione piuttosto delicato. Secondo le ultime cifre della Nato, la spesa Usa e’ addirittura al 4,1% del Pil, rispetto ad una media dell’1,6%, e un obiettivo condiviso del 2%, con risparmi evitando doppioni di spesa. Insomma, invece che tagliare la spesa Obama impone all’Italia la strada di evitare gli sprechi, per ottenere “una maggiore efficienza”. Renzi ha risposto affermando di condividere “il pensiero del presidente Obama, quando dice che la liberta’ non puo’ essere considerata gratis”. E per questo l’Italia ha sempre fatto la sua parte, consapevole delle proprie forze. Ma, ha aggiunto il premier, “il tema dell’efficienza dei costi della pubblica amministrazione e della difesa sono sotto gli occhi di tutti e, nel rispetto della collaborazione, provvederemo a verificare i nostri budget”.

La denuncia di “Rete italiana per il disarmo”
A tastare il polso alla situazione reale è la Rete italiana per il disarmo impegnata nella campagna “Taglia le ali”. “Nonostante la discussione in corso in Parlamento e presso l’opinione pubblica, il Ministero della Difesa – si legge in un comunicato – prosegue nella sua marcia di acquisizione dei caccia F-35, addirittura confermando contratti sul lotto numero 9 (da definirsi solo nel 2015). Tutto questo mentre il Governo Renzi sembrava sul punto di ripensare il programma e il Documento presentato dal PD chiedeva una sospensione dei contratti”. Per “Taglia le ali alle armi” si tratta di un comportamento “inaccettabile e che dimostra come le pressioni di chi vuole mantenere alte le spese militari scavalchino qualsiasi sensata considerazione sui caccia F-35 La notizia proviene direttamente da fonte del Dipartimento della Difesa statunitense e, a meno di smentite mai fatte in passato per avvisi dello stesso tipo, si configura molto grave. L’Italia ha continuato la propria serie di acquisti, in questo caso per “parti, materiali e componenti di supporti”, relativa al cacciabombardiere F-35. Una decisione ed una firma avvenute in assoluto disprezzo sia del dibattito politico e pubblico in corso in questi giorni, (con i ripensamenti annunciati dal Governo Renzi e il recente documento del PD sulle spese militari) sia – e soprattutto – in piena inosservanza delle prescrizioni Parlamentari dello scorso anno”.”Ricordiamo infatti che le Mozioni votate sia alla Camera che al Senato a meta’ 2013 prevedevano l’interruzione di qualsiasi “ulteriore acquisto” relativo al programma dei caccia F-35. In realta’ il ministero della Difesa, in particolare il segretariato Generale della Difesa che ha la responsabilita’ della gestione della nostra partecipazione al programma JSF, non aveva rispettato tali prescrizioni anche nel corso del 2013″, conclude il comunicato.

Obama, Putin e la Storia dalla parte sbagliata Fonte: www.gennarocarotenuto.it | Autore: Gennaro Carotenuto

ObamaPutin

Gli speechwriter inventano belle frasi per i politici: «Mosca è dalla parte sbagliata della Storia» hanno fatto dire all’Obama cool che cerca anche in una crisi potenzialmente bellica come quella della Crimea di esercitare un po’ di soft power. Belle frasi, anche intelligenti, che hanno il difetto di far riflettere su di un mondo nel quale principi per secoli basilari come autodeterminazione e nazionalità sembrano avviarsi alla loro “fine della Storia” senza che sia chiaro come possano essere sostituiti.

Ispira timore e anche repulsione un espansionismo russo che sa per metà di cannoniere e d’impero zarista e per l’altra di paesi fratelli da salvare come nel ’68 a Praga. Ovunque siano le ragioni e i torti, e qualche ragione Mosca ce l’ha, è solo la forza l’argomento che mette in campo. Anche per il Cremlino, non da oggi, il principio nazionale è un verso che si modula secondo convenienza, carezzevole verso i crimei, inumano verso i caucasici sterminati nella sostanziale indifferenza del mondo, che li vede attraverso il prisma falsato della guerra al terrorismo come tutti barbuti.

Viene da dire che magari Obama avesse ragione e che sia solo la Russia ad andare nel verso sbagliato della Storia. Viene da dire che magari fosse tutto così semplice e che i confini dell’Ucraina, come stabiliti e riconosciuti appena nel 1991, siano davvero così sacri e inviolabili da valer la pena morire per Sinferopoli. Purtroppo il nostro passato recente si è incaricato di dire che mentre la dissoluzione dell’impero sovietico fu più pacifica di ogni previsione, proprio quelli che avevano predetto «la fine della Storia», e se ne mettevano al centro col loro dio protestante, alla Storia stavano torcendo il braccio. Hanno usato a loro beneficio vecchie cannoniere e nuovi droni, provocato guerre civili, riportato nazioni intere (cit.) «all’età della pietra», imposto satrapi colorati e buoni, magari dalle bionde trecce, al posto di satrapi cattivi o presunti tali. Non sono solo gli Stati Uniti, anche la Germania può intendersi con la Russia. Come un tempo fecero con la Polonia anche oggi possono aver reciproca convenienza a spartirsi l’Ucraina. Anche della Yugoslavia a Berlino interessava solo la metà settentrionale, disinteressandosi alle conseguenze che portarono anni di sangue. Hanno già frammentato paesi in piccole patrie insostenibili. È una nazione il Kosovo? Esiste ancora un Iraq? Sarebbe [stata] nazione quel pezzo di Bolivia che volevano separare dagli indigeni andini di Evo Morales che, per Donald Rumsfeld, erano anch’essi tutti terroristi?

Vent’anni fa potevamo illuderci che tutto fosse in ordine, magari un ordine che non ci piaceva, ma in ordine. E da italiani, occidentali sia pur periferici, potevamo illuderci di esserne al centro e che questo ci favorisse. L’Europa, non per una fatalità ma perché strangolata nel suo percorso verso un’unione politica dalle esigenze euro-atlantiche dell’epoca Bush-Blair, non è, non esiste. Intanto, il soft power degli USA poco può dove, come in Crimea, non può essere accompagnato dal bastone di Teddy Roosevelt. Non c’è nessun nuovo ordine mondiale, tanto meno con al centro l’Occidente. Vogliono espellere la Russia dal G8. Gli stessi proponenti sanno che è un’arma spuntata cacciare Mosca da un organismo che gli stessi grandi giornali dell’establishment mondiale considerano contare ormai poco, come tutto ciò che ancora rivendica una centralità occidentale. Meglio il G20, meglio i Brics, dei quali la Russia è nerbo, meglio perfino l’ONU. Ciò ammesso e non concesso che tutti questi autorevoli consessi, figli dell’idea di diplomazia invalsa dal 1648 ai giorni nostri, e che vedeva al centro stati sulla via di divenire nazioni, decidano oggi più del consiglio di amministrazione di alcune banche d’affari. Il destino manifesto del «nuovo secolo americano», si è rivelato incarnato -a qualunque cultura e latitudine- nel solo dominio della ricchezza, non già del dollaro, sempre più mera unità di conto, ma sì della finanza. Tutto ciò può non piacere ma è pur sempre una parvenza di ordine a-democratico. Si può perfino far finta di votare e si può perfino rinunciare al progresso e alla giustizia sociale (a patto di non esserne completamente esclusi) come destino lineare dell’umanità in cambio di un minimo di sicurezza.

La cosa che più spaventa è che quello che è in crisi fino a perdere di senso, in Europa e in Africa ma anche in Asia, è quel principio di nazionalità sul quale abbiamo creduto di costruire tutta la nostra modernità negli ultimi due secoli. A volte le separazioni appaiono indolori, come tra Praga e Bratislava, altre volte drammatiche, ma davvero pensate che dividere la Scozia da Londra o lasciare Sebastopoli con Kiev sia soluzione a qualcosa? Sia giusto o sbagliato?

La risacca della dissoluzione neoliberale dei tessuti sociali che tenevano insieme le nazioni lascia sul bagnasciuga i residui di un mondo che non c’è più, di legami disfatti e ricostruiti altrove, di identità sempre più liquide e artificiali. Non solo in Africa, non solo negli ex-imperi coloniali sono troppi i confini segnati sulla sabbia. E anche dove le frontiere appaiono ancora ben definite da fiumi, coste, catene montuose, lingue e religioni, le linee delle migrazioni e quelle energetiche, quelle delle autostrade dell’informazione e dell’influenza culturale ed economica, testimoniano quanto poco tempo resti a quelli che sembravano principi inviolabili.

Ieri si poteva ancora vivere e morire per la Patria sul Carso o sulla Somme. Oggi questa appare sempre più una convenzione. Il mondo post-napoleonico della nazionalizzazione delle masse è ancora vivo, ma continua a esplodere in mille crisi regionali e perfino mondiali dove la nazionalità è al più un pretesto per giustificare o aborrire. Lo Stato nazione stesso è un malato terminale. Paesi come gli Stati Uniti o il Brasile, che fanno di identità cangianti e in evoluzione la loro essenza, costruzioni dissolte dalla storia come l’Impero austro-ungarico o quello ottomano con i suoi mille contrappesi, progetti arditi come l’integrazione latinoamericana immaginata da Kirchner e Chávez, la nostra Europa politica sognata dagli Spinelli e tradita dai banchieri, sarebbero esperienze meglio attrezzate a governare il nostro presente degli attuali stati nazionali, prigioni di popoli che non sono più tali e non sono ancora altro. Lo sapessi davvero, caro Obama, qual è il lato giusto della Storia.

Ucraina-Crimea, Obama e Putin si parlano ma la tensione sale. Rischia di saltare il G8 a Sochi Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Secondo alcuni esperti la crisi ucraina fa regredire i rapporti tra Washington e Mosca allo stesso clima da guerra fredda del 1968 con l’invasione dell’allora Cecoslvacchia.
Da un lato Barack Obama condanna senza mezzi termini l’intervento armato in Crimea e parla di violazione del diritto internazionale. La minaccia è quella di far saltare i prossimi lavori del G8 a Sochi costringendo la Russia a una fase di “isolamento economico e politico”. Sul fronte opposto, Vladimir Putin sottolinea di avere il diritto di proteggere i propri interessi in Ucraina (video di Giulietto Chiesa sull’abolizione del bilinguismo da parte di Kiev in questi giorni). I due si sono anche parlati, per 90 lunghi minuti stanotte, ma la tensione resta alle stelle. E l’escalation registra episodi di ora in ora. Ieri sera miliziani armati hanno impedito l’accesso a diversi giornalisti stranieri al check-point nei pressi di Armiank, nel nord della Crimea. Tra le troupe respinte quelle di Bbc, della tv pubblica olandese Nos e di Mtv Finlandia. Ai reporter sono anche stati requisiti i giubbotti antiproiettile.
L’attività militare preparatoria va avanti senza soste. Oltre all’invio dei blindati russi, lungo la “linea di frontiera” tra Crimea ed Ucraina i miliziani scavano buche per posizionare armamenti difensivi e cecchini. Intanto vengono segnalati militari russi in una base radar e in un’accademia della Marina militare ucraina che hanno sequestrato tutte le armi leggere disponibili. Dalla base radar di Sudak sono stati portati via fucili, pistole e munizioni, caricati su un’auto. Armi sono state prelevate anche dalla struttura per l’addestramento della Marina a Sebastopoli, la citta’ sul Mar Nero che ospita una base della Flotta russa.Sul fronte internazionale vanno avanti le consultazioni. Obama nella serata di ieri serata ha sentito il presidente francese Francois Hollande e il premier canadese Stephen Harper, trovando il loro sostegno, come riferisce la Casa Bianca. In campo anche l’Unione Europea e l’Onu, che ha riunito d’urgenza il Consiglio di Sicurezza. Il segretario generale Ban ki-Moon ha chiamato lui stesso Putin, chiedendo un “dialogo” con Kiev. Il nodo, secondo Mosca, e’ quindi la tutela della minoranza di etnia russa nel Paese. Una preoccupazione a cui Obama replica spazientito: nessuno nega i legami culturali di Mosca con questa area dell’Ucraina. Tuttavia – incalza il presidente Usa – se Putin ha il timore per la sorte di questa minoranza ha il dovere di agire pacificamente e in modo appropriato chiedendo l’impegno diretto del governo ucraino e l’invio di osservatori internazionale sotto l’egida del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite o dell’Osce. Non manca però di sottolineare il suo appoggio al nuovo esecutivo ucraino: il popolo ucraino – ribadisce – ha il diritto di determinare il proprio futuro. La sua amministrazione, assicura, continuera’ a lavorare con urgenza, assieme ai suoi partner internazionali, per fornire supporto al governo ucraino, tra cui assistenza tecnica e finanziaria.