I buchi neri dell’omicidio Agostino da: antimafia duemila

agostino-foro-statodi Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari – 17 giugno 2015

Non riesce a trattenere l’emozione, Vincenzo Agostino, padre dell’agente Nino Agostino. Il suo fisico è profondamente segnato da 26 anni di battaglie per ottenere la verità sull’omicidio di suo figlio e di sua nuora Ida Castelluccio, ma la sete di giustizia che anima il suo spirito e quello di sua moglie Augusta è ancora più forte. “Era ora che questa richiesta di archiviazione venisse rigettata, adesso bisogna fare il confronto con quella persona con la faccia da mostro e spero anche con quell’uomo che ha pedinato mio figlio fino a Catania (Gaetano Scotto, ndr). Noi aspettiamo il giorno che si concluderà questo calvario, vogliamo solo la verità, così da avere finalmente una morte serena”. Di fronte al dolore di quest’uomo, di sua moglie e di tutta la sua famiglia si resta basiti: non può considerarsi civile un Paese che conserva nei propri armadi della vergogna i segreti sui tanti delitti di Stato. E quello di Nino Agostino e di sua moglie Ida rientra a pieno titolo in questa categoria.

I misteri
Tanti sono i buchi neri che restano da esplorare sull’omicidio Agostino-Castelluccio. Nella richiesta di archiviazione dei pm Di Matteo e Del Bene era stata posta l’attenzione sulla misteriosa figura dell’ex agente di polizia Guido Paolilli. I magistrati avevano riportato la nota intercettazione ambientale del 21 febbraio 2008 nella sua casa di Montesilvano (Pe). Mentre in televisione andava in onda un servizio della trasmissione “La Vita in diretta” durante la quale il padre di Nino, Vincenzo Agostino, parlava del biglietto trovato nel portafoglio del figlio – dove era scritto “se mi succede qualcosa guardate nell’armadio di casa” – contemporaneamente il figlio di Paolilli (intercettato) domandava al padre: “Cosa c’era in quell’armadio?”. “Una freca di carte che proprio io ho pigliato e poi ho stracciato”, gli aveva risposto senza mezzi termini. Ma quali “carte” ha stracciato Paolilli? Su mandato dell’allora capo della Squadra Mobile Arnaldo La Barbera? E soprattutto per quale motivo? Nella richiesta di archiviazione, in merito a questa specifica intercettazione, Di Matteo e Del Bene avevano scritto: “Durante l’interrogatorio negava, sebbene lo stato di evidente imbarazzo, di avere pronunciato quelle parole”. Dalle indagini condotte è emerso che Guido Paolilli frequentava Agostino prima del suo omicidio. Ufficialmente Paolilli era in servizio alla Questura de L’Aquila e spesso veniva aggregato alla sezione Antirapine della Squadra Mobile di Palermo diretta da La Barbera, anche se non se ne conosce il reale motivo. Il verbale di relazione redatto dallo stesso Paolilli ed inviato al capo della Squadra Mobile è stato quello che è andato ad infittire ulteriormente il mistero. Nel documento veniva evidenziato come nel corso delle indagini sul delitto Agostino erano state effettuate “tre perquisizioni presso quella abitazione (di Agostino ndr) e, solo nel corso della terza, durante la quale a differenza delle altre partecipava anche lo scrivente, in uno stanzino venivano rinvenuti 6 fogli su cui l’Agostino aveva scritto di proprio pugno, tra l’altro, di temere per la propria incolumità. I 6 fogli venivano opportunamente sequestrati e posti a disposizione della S.V. per i relativi accertamenti”. Nella richiesta di archiviazione i pm avevano rimarcato come questi sei fogli non fossero stati inseriti tra i documenti acquisiti fin qui dalla Procura e come i verbali agli atti evidenziavano solo due accessi di perquisizione all’interno dell’abitazione di Agostino. Dal canto suo Paolilli, risentito nel luglio del 2013, non aveva minimamente chiarito la questione, scegliendo per altro di non voler rinunciare alla prescrizione. Il pm Nino Di Matteo aveva evidenziato al Gip Maria Pino che le indagini sull’omicidio Agostino avevano comunque dimostrato come fin dall’inizio fosse stata accreditata la “pista passionale”, quale causa del duplice omicidio, a fronte di un vero e proprio “depistaggio”. Secondo il magistrato, però, gli elementi finora raccolti non sarebbero stati sufficienti ad affrontare un processo con la certezza di una condanna per gli imputati. Per Di Matteo era comunque assodato che le indagini “non hanno dimostrato l’estraneità di Madonia e Scotto”, il coinvolgimento diretto dei due boss mafiosi veniva di fatto accertato. Secondo la Procura era ugualmente evidente che lo stesso Paolilli fosse responsabile di “depistaggio” e di “favoreggiamento” in merito agli omicidi Agostino-Castelluccio, ma sussisteva il problema della prescrizione. Di fatto, secondo il pm, in caso di archiviazione si sarebbe potuti ripartire proprio dagli elementi di novità che, a latere di questa stessa indagine, stanno emergendo. Dal canto suo l’avv. Fabio Repici, legale della famiglia Agostino, aveva ritenuto erroneo il calcolo fatto dalla Procura per la prescrizione del reato di favoreggiamento. “L’attività di favoreggiamento – aveva sottolineato il legale – non può ritenersi cessata al momento in cui fece sparire documentazione rilevante reperita nella disponibilità di Agostino. Gli indizi di reità a carico di Paolilli, infatti, sono emersi solo con l’intercettazione, di cui si è già detto, del 21 febbraio 2008, cosicché fino a quella data sarebbe stato obbligo per Paolilli riferire all’autorità giudiziaria ogni circostanza a sua conoscenza. Tale inadempienza deve far ritenere consumato il reato di favoreggiamento almeno fino alla data del 21 febbraio 2008, cosicché l’ipotesi di reato ascritta a Paolilli non può in alcun modo ritenersi prescritta”.

Faccia da mostro
Nell’istanza di opposizione, sempre in merito ad apparati di polizia e indagini non completate, era stato affrontato l’argomento relativo al cosiddetto “faccia da mostro”. Di lui aveva parlato per la prima volta nel 1996 il mafioso Luigi Ilardo, un confidente del colonnello dei Carabinieri Michele Riccio ucciso il 10 maggio di quello stesso anno (le cui indicazioni avrebbero potuto far arrestare Provenzano proprio nel ’96 se non fossero state inascoltate dai vertici del Ros, ndr), assassinato poco prima di fare il salto e diventare collaboratore di giustizia. Secondo Ilardo “faccia da mostro” sarebbe stato presente in molti crimini misteriosi come il fallito attentato all’Addaura nell’estate dell’89, organizzato ai danni del giudice Giovanni Falcone, e nell’omicidio dello stesso Nino Agostino. “Di tale soggetto (“faccia da mostro”, ndr) parlò fin da subito il padre del poliziotto Agostino – aveva ricordato Repici –. (…) Ancora, pure Vito Lo Forte ha riferito di un personaggio siffatto”. Ma chi è “faccia da mostro”? Il 27 aprile 2014 sugli schermi della trasmissione televisiva Servizio Pubblico era comparso per la prima volta quello che a tutti gli effetti sarebbe il suo volto. Si tratterebbe di Giovanni Aiello, ex poliziotto in pensione che per anni ha lavorato con Bruno Contrada (ex numero 3 del Sisde ed ex capo della Squadra Mobile a Palermo), indagato da quattro procure e considerato un sorta di personaggio chiave di tanti misteri siciliani e non solo. La sua figura viene accostata a inquietanti episodi ancora oggi senza verità come il fallito attentato all’Addaura, la strage di via d’Amelio, fino ad arrivare all’omicidio di Nino Agostino e di sua moglie, Ida Castelluccio. Quel nome, “faccia da mostro”, gli era stato attribuito da più pentiti a causa del volto sfigurato da una fucilata. Nella richiesta di opposizione era stato rimarcato che il 5 dicembre 2013, sul quotidiano la Repubblica, era comparso un articolo a firma di Attilio Bolzoni e Salvo Palazzolo nel quale venivano riportate le affermazioni dello stesso Giovanni Aiello, e soprattutto le sue smentite di essere “faccia da mostro”. L’articolo era accompagnato da una fotografia che ritraeva una persona di spalle della persona intervistata dai due giornalisti. La visione di quell’immagine aveva portato il padre di Antonino Agostino a rendere un’intervista, attraverso la quale si era detto convinto che l’ex poliziotto Giovanni Aiello fosse proprio una delle due persone che una settimana prima dell’omicidio Agostino aveva cercato il poliziotto a casa dei suoi genitori, asserendo che si trattava di colleghi di Agostino. “In un vecchio verbale di riconoscimento fotografico – aveva ricostruito l’avv. Repici –, Vincenzo Agostino aveva individuato nella foto di Giovanni Aiello somiglianze con ‘faccia da mostro’ avvistato la settimana prima del duplice omicidio a Villagrazia di Carini. Sennonché non risulta essere stato espletato un verbale di ricognizione personale di Aiello da parte di Vincenzo Agostino”. Per il legale degli Agostino “tale adempimento istruttorio pare ineludibile”, in quanto “ove la ricognizione avesse esito positivo, attesterebbe l’intervento del poliziotto nei preparativi del delitto insieme a soggetto che è plausibile ritenere essere stato uno dei fratelli Madonia”. Dal canto suo Giovanna Galatolo, figlia del boss Vincenzo Galatolo (coinvolto nel fallito attentato all’Addaura e nell’omicidio del generale dalla Chiesa, per il quale è stato condannato all’ergastolo), dopo l’avvio della sua collaborazione con la giustizia, aveva fornito un importante riscontro. Nel 2014, durante un confronto all’americana, la donna era stata chiamata a riconoscere l’uomo col volto deturpato, disposto al fianco di alcuni attori camuffati. La Galatolo non aveva avuto dubbi e aveva puntato il dito proprio contro Giovanni Aiello: “È lui l’uomo che veniva utilizzato come sicario per affari che dovevano restare molto riservati, me lo hanno detto i miei zii Raffaele e Pino (Galatolo, ndr)”. La figlia del boss aveva quindi riferito che lo stesso Aiello “si incontrava sempre con mio padre, con mio cugino Angelo e con Francesco e Nino Madonia”.

La smentita di Giovanni Aiello
Nella puntata di Servizio Pubblico del 27 aprile 2014 erano andate in onda anche le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Giuseppe Di Giacomo su Giovanni Aiello. “C’era il nostro gruppo di fuoco. E poi un altro gruppetto non organico della famiglia. C’eravamo noi, ‘faccia da mostro’. Sapevamo che frequentava un campo di addestramento di Gladio, in Sardegna”. Di quel “gruppetto” avevano parlato anche altri collaboratori di giustizia come Francesco Elmo e Vito Lo Forte. Il primo aveva detto ai pm: “C’era un gruppo per le operazioni speciali, per il lavoro sporco. C’era l’agente dei servizi civili e militari a chiamata di De Francesco e per l’alto commissariato”. Ed il secondo, che avrebbe anche riconosciuto una foto, aveva aggiunto: “Li chiamavamo ‘il bruciato’ e ‘lo zoppo’”. Nelle immagini della trasmissione di Michele Santoro si vedeva l’inviato Walter Molino che incontrava Giovanni Aiello nel piccolo paesino di Montauro, in provincia di Catanzaro. “In questa storia non c’entro niente – aveva esordito Aiello – mi sono congedato nel 1977 a causa di una ferita da arma da fuoco che mi ha deturpato il volto. Da allora sono un semplice pensionato, faccio il pescatore e non ho mai più messo piede in Sicilia”. In maniera categorica Giovanni Aiello smentiva quindi di aver lavorato per i servizi segreti, anche quando il giornalista di Servizio Pubblico gli aveva rammentato di un’intercettazione della Dia in cui era lo stesso Aiello ad ammettere di aver avuto un ruolo commentando la presenza dell’ex dittatore della Libia Gheddafi in Italia.

La “verità” di Paolilli
Nell’inchiesta andata in onda su La7 era stata data la parola anche all’ex agente di polizia Guido Paolilli. Alle domande di Walter Molino che gli faceva notare la particolarità che agli atti risultavano soltanto due perquisizioni Paolilli aveva risposto in maniera confusionaria: “Sono tre, perché sono due, e risulta una, la mia… Mi accusano di questi sei fogli che non ho consegnato. C’era scritto se mi succede qualcosa potrebbero essere questi di fronte… Dove abitavano c’era una specie di impresa di costruzioni. Non me li sono letti tutti… Io presi quelle parole come se era un po’ esaurito”. E proprio in merito alla nota frase “una freca di carte che proprio io ho pigliato e poi ho stracciato” lo stesso Paolilli non aveva cambiato versione. Così come aveva fatto davanti ai pm di Palermo, Di Matteo e Del Bene, anche durante il servizio televisivo aveva negato di aver mai pronunciato quelle parole. Ma ci sono altri particolari inquietanti che Paolilli aveva affrontato davanti alle telecamere. “Dissero che Agostino insieme a un altro, Emanuele Piazza, aveva messo le bombe all’Addaura. E cosa c’entra Agostino con la bomba a Falcone? A me risultavano che neanche la mafia le ha messe le bombe…”. E alla domanda su chi avesse compiuto quell’azione aveva aggiunto: “Sorvoliamo. E’ meglio per tutti. Lo dicevamo in tanti e se volevi campare. Ognuno teneva la bocca chiusa… E poi all’Addaura non è una cosa di mafia. C’è la polizia. Il giudice Falcone è uno in gamba ma ambizioso, come una star. La polizia lo ha fatto per intimidirlo? Ma lui lo sapeva. C’era il comune accordo…”. Alla domanda del giornalista se avesse conosciuto Giovanni Aiello, Paolilli era stato alquanto diretto: “eh quello… qua lo dico… è un fango (un indegno, un farabutto, ndr). Si vendeva le informazioni alla mafia…”.
Di fronte ad evidenti menzogne e altrettante striscianti omissioni, resta immutata la pretesa di giustizia e verità di una famiglia che non accetta la possibilità che il proprio congiunto assieme a sua moglie siano vittime di una malcelata “ragione di Stato”. Sulla quale è d’obbligo fare luce al più presto.

Vincenzo Agostino: “il prezzo della ragione di Stato” da: antimafia duemila

agostino-vincenzo-ytdi Lorenzo Baldo – 21 marzo 2015
Alla giornata della Memoria di Libera il grido del padre dell’agente Nino Agostino
Dal palco di Bologna don Ciotti grida che il nostro è un Paese “di stragi in gran parte impunite” e che ci sono ancora “troppe ombre, troppe zone oscure, trattative inconfessabili”. Il fondatore di Libera ricorda con forza le parole pronunciate ieri sera da Vincenzo Agostino, padre dell’agente Nino Agostino, ucciso il 5 agosto 1989 assieme a sua moglie Ida Castelluccio, incinta di pochi mesi: “il prezzo della ragione di Stato non può essere il nostro bisogno di verità e di giustizia. Ci deve essere la verità!”. Vincenzo è molto provato nel fisico, sua moglie Augusta è sempre al suo fianco. Ma ci sono anche i suoi figli e i suoi nipoti a dargli forza. La sua è una corsa contro il tempo per avere verità e giustizia. “Tutti noi familiari delle vittime di mafia non vogliamo più pacche sulle spalle da chi ci governa – afferma con determinazione il padre di Nino Agostino –. Vogliamo risposte, vogliamo fatti concreti, non vogliamo più promesse non mantenute. Io esigo verità e giustizia! Non ne posso più di tutti questi politici corrotti, devono andarsene a casa! Il presente e il futuro della gioventù deve essere libero, non deve essere più condizionato da questi malviventi! A mio avviso dopo due legislature ogni parlamentare dovrebbe tornare a fare quello che faceva prima”. “So benissimo che ci sono persone in vita che sanno dell’omicidio di mio figlio e di mia nuora ma non vogliono parlare – afferma con profonda convinzione –. Ma perché questi individui non si fanno un esame di coscienza? Ma forse non ce l’hanno e continuano a dire di non sapere nulla. E comunque io gli chiedo ugualmente di dire la verità perché altrimenti saranno sempre incatenati l’uno con l’altro. Vorrei tanto che, una volta individuati questi personaggi, ci fosse una legge che togliesse loro ogni proprietà…”. Per Agostino la parola Stato “deve significare espressamente verità e giustizia”. “Per quale motivo quelle che don Ciotti ha definito ‘trattative inconfessabili’ devono durare tutti questi anni nel nome di una ‘ragione di Stato’? Io non l’accetto! Io voglio i nomi e i cognomi di chi ha fatto questa trattativa! Non accetto che Nicola Mancino dica di non ricordare di aver incontrato Paolo Borsellino il giorno del suo insediamento al Ministero dell’Interno! Ma a chi lo vuol far credere? Qui tutti fanno finta di non ricordare!”.

Vincenzo Agostino si ferma un attimo, prende fiato: “per rendere giustizia a Nino e a Ida bisogna che parlino coloro che sanno, che si ricordino di quello che aveva lasciato scritto mio figlio, devono venire fuori le ‘mele marce’ che c’erano in quegli anni. Ma la ricerca della verità non vale solo per me. Oggi qui siamo più di mille familiari di tutte le vittime, con tante storie, ognuna diversa dalle altre, il 90% di queste persone non sa la verità sulla morte dei propri cari. Questo non è uno Stato degno di questo nome! Siamo al livello dei desaparecidos sudamericani dove i colpevoli restano tutti impuniti”. “Sono d’accordo con don Ciotti che bisogna stare vicino al pm Nino Di Matteo, che è il più esposto di tutti, e a quei magistrati che continuano a cercare la verità – aggiunge con forza –. Non voglio più funerali! Non voglio altri cortei o fiaccolate! Non dobbiamo  permettere più che questo accada! Vogliamo uno Stato ‘giusto’ e non uno Stato ‘ad personam’. Vogliamo che la legge sia davvero uguale per tutti”. Proprio questa mattina Margherita Asta, figlia di Barbara Rizzo Asta e sorella di Salvatore e Giuseppe, unica sopravvissuta alla strage di Pizzolungo, ha chiesto che, i familiari delle vittime di mafia in primis, siano aiutati nella ricerca della verità facendo in modo che sia consentito loro l’accesso a tutte le fonti attraverso una vera propria desecretazione degli atti finora occultati. “Sono completamente d’accordo con Margherita – afferma Vincenzo Agostino –. Tutti noi dobbiamo poter aver accesso agli atti, anche a quelli più delicati, che possono contribuire al raggiungimento della verità. Mi domando, però, perché su tanti di quegli atti non è stato possibile accedere in questi anni: penso alla strage di Ustica, all’omicidio di Pietro Scaglione e a tanti altri omicidi e stragi. Ma chi è stato a uccidere Scaglione, la mafia?! E a Falcone e a Borsellino chi li ha uccisi, la mafia?! E potrei continuare chiedendo chi ha ucciso i giudici Costa e Chinnici… ma la domanda è un’altra: chi è la mafia? Cos’è la mafia? A partire da Portella della Ginestra si è sempre data la colpa alla mafia per determinati omicidi e stragi… ma chi sono questi mafiosi? E chi sono questi uomini che hanno trattato con questa mafia? Ormai questo è uno Stato-mafia e se non fosse stato per il figlio di Vito Ciancimino non saremmo nemmeno arrivati ad un processo sulla trattativa…”. Riflettendo sulla possibilità che dallo Stato possa finalmente giungere tutta la verità Vincenzo Agostino si dice “confuso”. “Non so quali nemici si nascondono dentro lo Stato e impediscono di far emergere la verità… 26 anni fa mi dissero che per avere le risposte sull’omicidio di mio figlio e di mia nuora dovevo guardare all’interno… all’interno delle istituzioni, intendo dire… ed oggi ne sono ancora più convinto”.

Verità sull’omicidio Agostino: una lotta contro il tempo da: antimafia duemila

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di Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari – 25 giugno 2014
Il Gip si riserva di decidere sulla richiesta di archiviazione
Palermo.
Il Gip Maria Pino si è riservata di decidere sulla richiesta di archiviazione avanzata lo scorso dicembre dalla Procura di Palermo in merito all’omicidio del poliziotto Nino Agostino e di sua moglie Ida Castelluccio uccisi il 5 agosto del 1989. Nell’udienza camerale che si è svolta ieri il pm Nino Di Matteo ha esposto le motivazioni dell’istanza della Procura, dal canto suo l’avv. Fabio Repici, legale della famiglia Agostino, ha rinnovato la sua opposizione alla richiesta di archiviazione.
Nel prossimo numero di Antimafia Duemila, in edicola nel mese di luglio, verrà trattato ampiamente il caso dell’omicidio Agostino-Castelluccio.
Riportiamo in anteprima uno stralcio dell’articolo.

Depistaggi e omertà di Stato
Il Gip si riserva di decidere sulla richiesta di archiviazione per l’omicidio Agostino
di Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari

Cosa può dire la giustizia italiana a un padre, a una madre e ad una famiglia intera, che da 25 anni chiede la verità sull’omicidio del proprio congiunto? Che la prescrizione sta letteralmente “salvando” uno dei protagonisti del depistaggio delle indagini su quell’assassinio?! E’ una risposta amara quella che giunge a Vincenzo e Augusta Agostino, genitori del poliziotto Nino Agostino, ucciso il 5 agosto del 1989 insieme a sua moglie Ida Castelluccio. La Procura di Palermo, nelle vesti dei pm Nino Di Matteo e Francesco Del Bene, ha chiesto nel dicembre del 2013 l’archiviazione per i boss Antonino Madonia e Gaetano Scotto, sospettati di essere i killer di Nino Agostino e di sua moglie Ida e per Guido Paolilli, l’ex poliziotto indagato per aver depistato le indagini sull’omicidio. Per quest’ultimo, a parere della Procura, è scattata la prescrizione in quanto il reato a lui contestato è stato consumato nell’agosto 1989. La richiesta di archiviazione giunge dopo che la stessa Procura di Palermo nel 2007 aveva avanzato una serie di motivazioni che indicavano la necessità di continuare ad indagare sul delitto Agostino-Castelluccio.

Il ruolo oscuro di Paolilli
Nella richiesta di archiviazione dei pm Di Matteo e Del Bene viene focalizzata l’attenzione sulla figura del tutto ambigua di Guido Paolilli. Sotto la lente di ingrandimento finisce nuovamente la nota intercettazione ambientale del 21 febbraio 2008 nella sua casa di Montesilvano (Pe). Mentre in televisione va in onda un servizio della trasmissione “La Vita in diretta” durante la quale il padre di Nino, Vincenzo Agostino, parla del biglietto trovato nel portafoglio del figlio – dove era scritto “se mi succede qualcosa guardate nell’armadio di casa” – contemporaneamente il figlio di Paolilli (intercettato) interroga il padre: “Cosa c’era in quell’armadio?”. E la risposta è del tutto eloquente: “Una freca di carte che proprio io ho pigliato e poi ho stracciato”. Quali “carte” ha stracciato Paolilli? Su ordine dell’allora capo della Squadra Mobile Arnaldo La Barbera? E soprattutto perché? Nella richiesta di archiviazione, in merito a questa specifica intercettazione, Di Matteo e Del Bene scrivono: “Durante l’interrogatorio negava, sebbene lo stato di evidente imbarazzo, di avere pronunciato quelle parole”. Dalle indagini condotte è emerso che Guido Paolilli frequentava Agostino prima del suo omicidio. Ufficialmente Paolilli era in servizio alla Questura de L’Aquila e sovente veniva aggregato alla sezione Antirapine della Squadra Mobile di Palermo diretta da La Barbera, anche se non se ne conosce il reale motivo. Ma è soprattutto il verbale di relazione redatto dallo stesso Paolilli ed inviato al capo della Squadra Mobile ad infittire il mistero. Nel documento viene evidenziato come nel corso delle indagini sul delitto Agostino erano state effettuate “tre perquisizioni presso quella abitazione (di Agostino ndr) e, solo nel corso della terza, durante la quale a differenza delle altre partecipava anche lo scrivente, in uno stanzino venivano rinvenuti 6 fogli su cui l’Agostino aveva scritto di proprio pugno, tra l’altro, di temere per la propria incolumità. I 6 fogli venivano opportunamente sequestrati e posti a disposizione della S.V. per i relativi accertamenti”. Nella richiesta di archiviazione i pm rimarcano come questi sei fogli non siano inseriti tra i documenti acquisiti fin qui dalla Procura e come i verbali agli atti evidenziano solo due accessi di perquisizione all’interno dell’abitazione di Agostino. Dal canto suo Paolilli, risentito nel luglio del 2013, non ha minimamente chiarito la questione, per altro scegliendo di non voler rinunciare alla prescrizione.

Quei gravi depistaggi
Il pm Nino Di Matteo evidenzia al Gip Maria Pino che le indagini sull’omicidio Agostino hanno comunque dimostrato come fin dall’inizio sia stata accreditata la “pista passionale”, quale causa del duplice omicidio, a fronte di un vero e proprio “depistaggio”. Secondo il magistrato, però, gli elementi finora raccolti non sarebbero sufficienti ad affrontare un processo con la certezza di una condanna per gli imputati. Per Di Matteo resta comunque assodato che le indagini “non hanno dimostrato l’estraneità di Madonia e Scotto”, il coinvolgimento diretto dei due boss mafiosi è di fatto accertato. Secondo la Procura è altresì evidente che lo stesso Paolilli è responsabile di “depistaggio” e di “favoreggiamento” in merito agli omicidi Agostino-Castelluccio, ma la prescrizione non perdona. E comunque, secondo il pm, in caso di archiviazione, si potrebbe ripartire proprio dagli elementi di novità che, a latere di questa stessa indagine, stanno emergendo.

Nessuna prescrizione
Di tutt’altro avviso l’avv. Fabio Repici, legale della famiglia Agostino, secondo il quale sarebbe invece erroneo il calcolo fatto dalla Procura per la prescrizione del reato di favoreggiamento. “L’attività di favoreggiamento – sottolinea il legale – non può ritenersi cessata al momento in cui fece sparire documentazione rilevante reperita nella disponibilità di Agostino. Gli indizi di reità a carico di Paolilli, infatti, sono emersi solo con l’intercettazione, di cui si è già detto, del 21 febbraio 2008, cosicché fino a quella data sarebbe stato obbligo per Paolilli riferire all’A.g. ogni circostanza a sua conoscenza. Tale inadempienza deve far ritenere consumato il reato di favoreggiamento almeno fino alla data del 21 febbraio 2008, cosicché l’ipotesi di reato ascritta a Paolilli non può in alcun modo ritenersi prescritta”.

Non archiviate!
E’ il 3 febbraio di quest’anno quando l’avv. Fabio Repici inoltra formale opposizione alla richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura di Palermo per i boss Antonino Madonia e Gaetano Scotto e per l’ex poliziotto Guido Paolilli. Per il legale della famiglia Agostino la posizione di Gaetano Scotto appare “sufficientemente raggiunta da elementi di responsabilità che rendono ben plausibile per lui l’esercizio dell’azione penale”. E proprio in merito a Scotto lo stesso Repici ribadisce la risultanza di “una piena convergenza del molteplice” e cioè quel valore probatorio delle dichiarazioni incrociate di più pentiti, riconosciuto dall’art. 192 del codice di procedura penale. Vengono quindi citate le “dichiarazioni di reità palesemente autonome” di alcuni collaboratori di giustizia: Vito Lo Forte (che riferisce quanto saputo da Pietro Scotto) e Oreste Pagano (la cui fonte è Alfonso Caruana), secondo i quali Agostino e la moglie erano stati assassinati “perché il poliziotto conosceva e stava per denunciare la contiguità di appartenenti alla Polizia di Stato all’organizzazione Cosa Nostra”. Nel documento difensivo vengono evidenziati determinati “elementi indiziari” ricavabili dalle dichiarazioni di altri collaboratori di giustizia. Si comincia con Giovanni Brusca, che “ha riferito della compartecipazione dei fratelli Nino e Salvino Madonia e di uomini d’onore della famiglia dell’Acquasanta, per l’appunto come Scotto, alla commissione di omicidi nel 1989”. E’ la volta poi di  Angelo Fontana, che ha parlato della “responsabilità” di Gaetano Scotto nell’attentato contro Giovanni Falcone all’Addaura. E poi ancora Baldassarre Ruvolo, che ha riferito della stretta frequentazione fra Gaetano Scotto e Nino Madonia proprio nell’estate 1989. Anche le dichiarazioni dei familiari dell’agente Agostino acquisiscono ulteriore importanza. Viene ricordato che la madre del poliziotto, Augusta Giacoma Schiera, ha riconosciuto in Gaetano Scotto “l’uomo dal quale il figlio si sentì seguito all’aeroporto catanese di Fontanarossa”. Così come la testimonianza di Ida Castelluccio durante l’agguato mortale, secondo la ricostruzione del legale le sue parole – “io so chi siete, vi conosco” – riferite da Vincenzo Agostino “evocano il suo rapporto di parentela con la moglie di Gaetano Scotto”. Nella richiesta di opposizione ci sono  altresì quegli “elementi logici” ricavabili dalle dichiarazioni rese da Saverio Montalbano (allora dirigente del commissariato San Lorenzo, dove formalmente Agostino prestava servizio) in merito alla confidenza rivoltagli da Giovanni Falcone in merito all’omicidio di Nino Agostino (“Io devo la vita a questo ragazzo”, ndr). Secondo il ragionamento dell’avv. Repici questa stessa circostanza “richiama con evidenza l’attentato subito dal dr. Falcone un mese e mezzo prima del delitto Agostino ad opera degli stessi affiliati delle famiglie mafiose di Resuttana e dell’Acquasanta”. Ad avvalorare la tesi difensiva viene citata la condanna definitiva all’ergastolo riportata da Gaetano Scotto insieme, tra gli altri, a Salvatore Madonia, per un omicidio commesso il 29 aprile 1989, solo tre mesi prima dell’omicidio Agostino. E proprio riguardo a Scotto vengono riportati ulteriori elementi di “prova logica” che a dire della difesa derivano dalle dichiarazioni di Vito Lo Forte sui rapporti (confidati a Lo Forte da Pietro Scotto, fratello di Gaetano) fra lo stesso Scotto ed esponenti della Polizia di Stato e dei servizi segreti e “perfino dalle risultanze relative all’indagato Paolilli e alle anomalie che hanno contraddistinto l’operato della Polizia di Stato (circostanze che corroborano e rendono compatibili perfino le divergenti dichiarazioni di Brusca e Giovanbattista Ferrante, con riferimento a una partecipazione al duplice omicidio oggetto del presente procedimento), in aggiunta al dato temporale sicuramente non trascurabile della immediata consecutio fra l’attentato all’Addaura e il duplice omicidio Agostino-Castelluccio”. (…)

(l’articolo integrale sul prossimo numero di ANTIMAFIADuemila)

“Faccia da mostro”, Paolilli e l’immagine di uno Stato infedele da: antimafia duemila

faccia-di-mostro-bigdi Aaron Pettinari – 27 aprile 2014

Dal “caso Agostino” all’Addaura, Servizio pubblico mette in mostra le contraddizioni degli ex agenti
Non solo Marcello Dell’Utri. La puntata di Servizio Pubblico, andata in onda giovedì scorso con il titolo “Bye bye Marcello” è stata particolarmente intensa non solo per il racconto della “fuga” dell’ex senatore di Forza Italia in Libano.
E’ stata infatti la “prima volta in tv” di Givanni Aiello, alias “Faccia da mostro”, ex poliziotto in pensione che per anni ha lavorato con Bruno Contrada (ex numero 3 del Sisde ed ex capo della Squadra mobile a Palermo), indagato da quattro procure e considerato come personaggio chiave di tanti misteri che hanno fatto la storia della Sicilia e non solo. La sua figura viene accostata a fatti rimasti ancora oggi senza verità come il fallito attentato all’Addaura, la strage di via d’Amelio fino all’omicidio del poliziotto Nino Agostino e di sua moglie, incinta, Ida Castelluccio.
Quel nome, “faccia da mostro”, gli era stato attribuito dai pentiti a causa di un volto sfigurato da una fucilata.

Lo chiama così il pentito Giuseppe Di Giacomo che ai pm, nella ricostruzione proposta da Servizio pubblico, raccontava: “C’era il nostro gruppo di fuoco. E poi un altro gruppetto non organico della famiglia. C’eravamo noi, faccia da mostro. Sapevamo che frequentava un campo di addestramento di Gladio, in Sardegna”. Di quel “gruppetto” parlano anche altri collaboratori di giustizia, Francesco Elmo e Vito Lo Forte. Il primo ha detto ai pm: “C’era un gruppo per le operazioni speciali, per il lavoro sporco. C’era la gente dei servizi civili e militari a chiamata di De Francesco e per l’alto commissariato”. Ed il secondo, che avrebbe anche riconosciuto una foto, aggiunge: “Li chiamavamo il bruciato e lo zoppo”.
Il collega Walter Molino è riuscito a raggiungere Aiello nel piccolo paesino di Montauro, in provincia di Catanzaro. Per la prima volta il suo volto viene mostrato durante una trasmissione televisiva. L’ex poliziotto, come era ovvio aspettarsi, dice di non avere nulla a che fare con queste storie. “In questa storia non c’entro niente – dice – mi sono congedato nel 1977 a causa di una ferita da arma da fuoco che mi ha deturpato il volto.contrada-sp-piu Da allora sono un semplice pensionato, faccio il pescatore e non ho mai più messo piede in Sicilia”.
In ogni modo smentisce di aver lavorato per i servizi segreti, anche quando il giornalista di Servizi pubblico gli ricorda di un’intercettazione della Dia in cui è lo stesso Aiello ad ammettere di aver avuto un ruolo commentando la presenza di Gheddafi in Italia.
Un passaggio che è importante ricordare

Aiello: Secondo te Gheddafi perché dorme sotto la tenda quando viene in Italia?
Amico: Così se ne può andare quando vuole!
Aiello: No! è tutta una questione di sicurezza! Se gli buttano una bomba chi ti dice che dentro c’è lui! Lui gioca con queste cose. Può darsi pure che dorma in albergo.
Amico: E chi lo sa che albergo è?
Aiello: Ah non lo sa nessuno. Pure io, quando ero nei servizi segreti, non è che sapevamo queste cose.

Molino insiste, ricordando una seconda intercettazione in cui, sempre Aiello, dice ad un amico di comprare L’Espresso, in quanto c’era un articolo in cui si parlava di cose che lo riguardavano. Ed anche in questo caso l’ex poliziotto nega la circostanza dicendo che “non era proprio così”. Ancora una volta però sono le sue stesse parole, intercettate dalla Dia, a smentirlo.

Un amico: Pronto?
Aiello: Ehi sono io. Hai letto L’Espresso di questa settimana?
Amico: No perché
Aiello: Allora se ti capita compralo e dagli un’occhiata. Parla di Palermo, di Borsellino e di cose varie.
Amico: Quello che è in edicola adesso?
Aiello: Leggi! Così leggi qualcosa anche di… personale, insomma! Parliamo delle stragi.

Aiello sostiene apertamente di essere stato a Palermo fino al ’75, ’76, di aver lavorato quando a capo della Mobile vi era Bruno Contrada. Dopodiché non sarebbe più stato in Sicilia.
Anche in questo caso viene però smentito da una recente perquisizione della Digos che in casa sua ha trovato un vero e proprio arsenale di armi, oltre a prove schiaccianti di un suo recente viaggio in Sicilia durato tre mesi, e ricevute di titoli di Stato risalenti ai primi anni ’90 e ammontanti a un valore di circa 600 milioni di lire.

Il “caso Agostino”
Il 5 agosto 1989 Antonino Agostino, agente di Polizia alla questura di Palermo, era a Villagrazia di Carini con la moglie Ida Castelluccio, sposata appena un mese prima. La sua consorte era incinta di cinque mesi di quello che sarebbe stato il loro primo figlio. Il giorno del delitto viene raccontato con tramite i commoventi ricordi del padre, Vincenzo Agostino. “Ad un certo punto sento una voce che dice ‘mi stanno agostino-sp-piuammazzando mio marito’ – racconta – Riconosco mia nuora ma quando arrivo mio figlio era già stato colpito e mi cade davanti agli occhi. Io lo adagio a terra. Nel frattempo la moglie, Ida, si rialza e dice ‘so chi siete, vi conoscono’ e le sparano un colpo al cuore’”. Il racconto di un padre che attende ancora giustizia a 25 anni dalla morte del figlio spazia ai giorni precedenti del delitto. Ben fisso nella sua memoria c’è l’incontro con “faccia da mostro”. “Mio figlio era in viaggio di nozze – ricorda – a casa si presenta una persona che spinge il cancello come fosse casa sua e mi chiede se mio figlio è in casa. Poiché io ho due figli maschi chiedo chi cerca. E questa persona dice ‘il poliziotto’”. Quando Agostino chiede a questo soggetto chi fosse a rispondere è un altro uomo, più distante. “Mi dice che sono colleghi – prosegue nel racconto – Per me era l’uomo più brutto che esiste al mondo e li per li lo definì un mostro”.
Una persona che rivide proprio la sera dell’omicidio. “Anche mio figlio l’ha riconosciuto, era un biondino, e scappavano. Ma noi non siamo creduti”.
Agostino racconta di aver visto solo fotografia e di non aver mai effettuato un riconoscimento di persona di “faccia da mostro”. E’ a quel punto che Molino gli mostra una nuova immagine. “Questa è la prima volta che la vedo – dice mentre tiene in mano l’immagine e gli si bagnano gli occhi – Dov’è? Perché non me lo portate qui? E’ biondastro vede. Ci sembra lui e vedi che faccia brutta da cavallo e naso brutto… in questa foto e con molta probabilità è lui”.

Le ambiguità di Paolilli
Ma l’inchiesta, andata in onda su La7 non ha messo in evidenza solo l’atteggiamento, a tratti arrogante e tipico di chi sembra non aver nulla da temere, di Aiello. A questi si affianca quello di un altro soggetto del mistero come l’ex agente di polizia Guido Paolilli. Per lui, indagato per favoreggiamento, i pm hanno chiesto l’archiviazione in quanto, qualsiasi tipo di reato possa aver commesso, è ormai prescritto.
Dalle indagini condotte è emerso che Paolilli frequentava Agostino prima della sua morte. Ufficialmente era in servizio alla questura de L’Aquila e non era raro che veniva aggregato alla sezione Antirapine della squadra mobile di Palermo, anche se non se ne conosce il reale motivo.
Ma le anomalie investigative sulle indagini sono soprattutto altre, come ad esempio il verbale di relazione scritto dallo stesso Paolilli ed inviato al dirigente della Squadra Mobile. Un documento dove si dà atto che nel corso delle indagini erano state “effettuate tre perquisizioni presso quella abitazione (di Agostino ndr) e, solo nel corso della terza, durante la quale a differenza delle altre partecipava anche lo scrivente, in uno stanzino venivano rinvenuti 6 fogli su cui l’Agostino aveva scritto di proprio pugno, tra l’altro, di temere per la propria incolumità”.
E la versione di Paolilli di fronte alle telecamere non cambia di una virgola.
paolilli-sp-piuRispondendo alle domande di Walter Molino che gli fa notare che agli atti risultano soltanto due perquisizioni risponde con confusione: “Sono tre, perché sono due, e risulta una, la mia. Mi accusano di questi sei fogli che non ho consegnato. C’era scritto ‘se mi succede qualcosa potrebbero essere questi di fronte. Dove abitavano c’era una specie di impresa di costruzioni. Non me li sono letti tutti. Io presi quelle parole come se era un pò esaurito”.
C’è poi un altro particolare che emerge in un’intercettazione ambientale effettuata il 21 febbraio 2008 nella sua casa di Montesilvano, in provincia di Pescara. Mentre in televisione va in onda un servizio durante la trasmissione “La Vita in diretta” in cui il padre di Nino, Vincenzo Agostino, parla del biglietto trovato nel suo portafogli – in cui era scritto “se mi succede qualcosa guardate nell’armadio di casa” – il figlio di Paolilli lo interroga: “Cosa c’era in quell’armadio?”. E la risposta è stata lapidaria: “Una freca di cose che proprio io ho pigliato e poi ne ho stracciato”. Così come ha fatto davanti ai pm di Palermo, Di Matteo e Del Bene, anche durante il servizio ha negato di aver mai pronunciato quelle parole, anzi di averle dette ma riferendosi a delle carte che il figlio, appena sposato, teneva in casa”. Ma ci sono altri particolari interessanti che Paolilli affronta. “Dissero che Agostino insieme a un altro, Emanuele Piazza, aveva messo le bombe all’Addaura. E cosa c’entra Agostino con la bomba a Falcone? A me risultavano che neanche la mafia le ha messe le bombe”. E alla domanda su chi avesse compiuto quell’azione ha aggiunto: “Sorvoliamo. E’ meglio per tutti. Lo dicevamo in tanto e se volevi campare. Ognuno teneva la bocca chiusa. E poi all’Addaura non è una cosa di mafia. C’è la polizia. Il giudice Falcone è uno in gamba ma ambizioso, come una star. La polizia lo ha fatto per intimidirlo? Ma lui lo sapeva. C’era il comune accordo”. Ma le frasi ad effetto non sono affatto finite e si concludono nel punto in cui era partita l’inchiesta, con Aiello. Alla domanda se lo conoscesse Paolilli è diretto: “Eh quello qua lo dico è un fango. Si vendeva le informazioni alla mafia”.
E’ un cerchio che si chiude e che ancora una volta mostra la faccia di uno Stato infedele. Cosa c’era scritto in quei fogli scritti da Agostino? Forse venivano forniti elementi per comprendere quanto avvenuto all’Addaura? Quando si recò alla camera ardente Giovanni Falcone disse: “Io a quel ragazzo gli devo la vita”. Come mai disse quelle parole?
Altri misteri si aggiungono con la scomparsa di Emanuele Piazza, che assieme ad Agostino sarebbe stato presente all’Addaura proprio per rendere innocua la bomba che avrebbe dovuto uccidere Falcone. Era entrato nel Sisde per dar la caccia ai latitanti? E quanti Sisde c’erano? Uno cattivo per i lavori sporchi e uno pulito per proteggere Falcone?
piazza-sp-piuL’unico punto di raccordo tra Emanuele Piazza ed Agostino è dato da Arnaldo La Barbera, capo della Squadra mobile di Palermo. Il processo Borsellino quater sta ponendo l’accento sul depistaggio avvenuto durante le indagini della strage di via d’Amelio. Un’azione che avrebbe avuto in La Barbera ed altri funzionari i protagonisti. E’ sempre La Barbera a chiamare Paolilli per indagare sul caso Agostino. La figura perfetta per depistare le indagini (la polizia si concentro su questioni di pelo” ndr) e tenere buona la famiglia. Venticinque anni dopo l’inganno viene sempre più svelato, reso evidente dagli stessi “attori” del tempo, come Paolilli ed Aiello. A prescindere dalle archiviazioni d’indagine avvenute nei loro confronti le loro contraddizioni mostrano comunque la faccia di uno Stato infedele. E nel frattempo resta il sacrosanto diritto dei familiari di vittime di mafia, non solo di conoscere la verità, ma anche di avere giustizia per un sacrificio che, forse, non potrà mai essere totalmente ripagato.