Mai dalla parte del torto da: antimafia duemila

violante-luciano-web1di Nicola Tranfaglia – 24 settembre 2014

I rapporti tra mafia e politica procedono regolarmente nel nostro amato Paese e, non più tardi di ieri, il procuratore aggiunto di Palermo, Leonardo Agueci, alla conferenza stampa per la cattura da parte dei carabinieri di cinque mafiosi corleonesi, ha ribadito che Cosa Nostra “ha dimostrato di produrre consenso elettorale producendo pacchetti di voti nella sua ricerca puntando su determinati esponenti politici” citato un deputato dell’Assemblea regionale siciliana, Nino Dina dell’UDC che – secondo il magistrato di Palermo – potrebbe aver avuto rapporto con quegli ambienti mafiosi.Il fenomeno mafioso – comunque la si pensi – ha avuto, dopo il 1943 e lo sbarco anglo-americano nella penisola (non a caso quest’anno chi fa il mio mestiere ha dovuto rispondere a molte richieste di ricordare l’anniversario della prima come della seconda guerra mondiale!), ha avuto una notevole centralità nella storia dell’Italia repubblicana.

Ma ora ritorna, per così dire, di particolare attualità di fronte alla difficile ma forse alla fine vittoriosa di un uomo politico italiano, ex magistrato ed ex presidente della Camera, come Luciano Violante (in foto) che ha tentato una seconda volta, in sfortunata coppia con un altro ex avvocato di Berlusconi, Gaetano Pecorella, di essere eletto senza fortuna alla Suprema Corte. Ma questa è una conseguenza delle caratteristiche dell’avversario arcoriano che ha portato con sé in parlamento personalità per così dire discutibili: ieri Pecorella ed oggi Bruno, felicemente respinti nelle loro inaccettabili pretese.
Il caso dell’ex magistrato – dobbiamo subito dirlo – è di tutto altro genere.
Il curriculum dell’uomo è di prima qualità, capace di presentare all’esterno una sicura caratura antifascista, al di là di un infelice discorso fatto nel 1996, appena eletto sullo scranno più alto di Montecitorio, quando guardò con particolare benevolenza ai ragazzi di  Salò o quando, sempre in quegli anni, criticò in maniera inaspettata (lui eletto più volte nella severa capitale del Piemonte!). O quando – sempre nei primi anni novanta – criticò apertamente sul quotidiano del suo partito i giudici di Palermo Falcone e Borsellino che indagavano senza timori le azioni politiche di personaggi importanti del partito di maggioranza come Giulio Andreotti e Salvo Lima. Ricordo che Violante aveva definito “precipitoso” il giudice palermitano. E quando Falcone propone, divenuto nel 1991 a Roma (ricordo di averlo incontrato per regalargli il mio libro Perchè la mafia ha vinto!) direttore degli Affari Penali con Claudio Martelli, ministro della Giustizia, e propone la creazione della Superprocura antimafia, immediatamente il deputato del PDS dichiara e fa mettere a verbale: “Non può fare una simile proposta perché è troppo legato al Ministro.” E qualche anno dopo sottolinea che Falcone era “direttore al Ministro della Giustizia” e “quindi passare alla Superprocura sembrava un’anomalia, mentre quella da un ufficio giudiziario all’altro, come per il concorrente (Agostino Cordova, procuratore capo a Cosenza) era più semplice.” Così nell’estate 1999 per ricordare un piccolo episodio del 1992 di fronte alle rivelazioni del Corriere della Sera sugli interrogatori di Massimo Ciancimino al processo di Palermo, gli torna improvvisamente in mente che, dopo le stragi di Capaci e di via d’Amelio, il colonnello Mario Mori gli propose più volte di incontrare privatamente l’ex sindaco mafioso Vito Ciancimino, probabile intermediario della trattativa tra i carabinieri del ROS e il binomio dei capi mafia Salvatore Riina e Bernardo Provenzano, detto Binnu. Violante, secondo il suo racconto autobiografico, si presenta dai magistrati di Palermo a spiegare di aver rifiutato il faccia a faccia, di aver proposto un’audizione in commissione Antimafia e di aver chiesto a Mori se avesse informato la procura di Palermo. L’ufficiale dei carabinieri nega di averlo fatto perché è cosa politica.
E lui non dice nulla e anzi si dimentica anche lui di avvertire la procura. E ancora, nel 1996, di fronte alle tangenti di La Spezia da parte di Lorenzo Necci, presidente delle Ferrovie dello Stato e di Pacini Battaglia. Possiamo continuare: durante la campagna elettorale per lo scontro del 2001, Violante si sbraccia a proclamare che il PDS “ha garantito sempre le proprietà e i canali televisivi dell’imprenditore di Arcore”, secondo le direttive pervenute dall’allora presidente del Partito on. Massimo D’Alema.
Insomma, possiamo dire a questo punto, senza esitazioni che l’ex parlamentare e magistrato di Torino non ha mai sbagliato posizione, ha curato nello stesso tempo quello che stava a cuore al suo partito e, nello stesso tempo, al suo sicuro percorso politico e personale. Non ce ne sono molti nella nostra classe politica tanto capaci di non sbagliare (quasi) mai.

Matteo Renzi e il Vaticano da: antimafiaduemila

vaticano-webdi Nicola Tranfaglia – 14 settembre 2014

Che il governo attuale guidato dall’ex sindaco di Firenze Matteo Renzi non abbia nessuna intenzione di modificare l’ambiguo meccanismo che regola da sempre i rapporti tra la Conferenza Episcopale Italiana e quello che gli italiani destinano a lei direttamente (la cosiddetta divisione proporzionale dell’inoptato) e, di fatto, la CEI incassa tre volte di più di quanto dovrebbe ma ora vuole, addirittura dedicare all’inoptato, anche un poco del denaro che i contribuenti danno allo Stato. La legge finanziaria del governo Letta stabiliva che tra gli enti beneficiari dell’otto per mille ci fosse anche l’edilizia destinata alla scuola; il primo settembre quando il decreto attuativo, scritto dalla presidenza del Consiglio, è arrivato alla Camera dei deputati, conteneva una piccola modifica: i soldi andranno alle scuole di “proprietà pubblica dello Stato, degli enti locali territoriali e del Fondo destinato agli edifici di culto.”

Questo ultimo, oltre a negozi, appartamenti e persino foreste, è il proprietario formale di 750 tra i più grandi complessi ecclesiastici, con scuole annesse, dati in gestione alle varie congregazioni che fanno parte della Chiesa cattolica. Si tratta, ben inteso, di scuole private ma saranno quelle che si spartiranno i 150 milioni all’anno di euro che fanno parte dell’8 per mille pagati dai contribuenti allo Stato italiano. Finora in parlamento hanno protestato soltanto i parlamentari del movimento Cinque Stelle ma i malumori, ad esempio, per il proposito di abrogare l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori ha generato in una parte del partito di maggioranza reazioni e malumori che forse non è il caso di sottovalutare. La verità è che gli edifici anche “commerciali” che appartengono ad enti religiosi continuano a non pagare le imposte sugli immobili che tutti gli altri pagano. Nel 2012, dopo anni di esenzione semitotale, il governo Monti-anche per evitare una multa ormai in arrivo da parte dell’Unione Europea decise di far pagare il settore “no profit” almeno per le parti degli edifici adibiti “ad uso commerciale”. Ma poi gli uffici burocratici elaborarono un regolamento incomprensibile sicché di fatto il pagamento non ebbe luogo. Ora ci sono finalmente le nuove istruzioni pubblicate il 26 giugnodall’Agenzia delle Entrate ma anche gli alberghi non pagano. Le cliniche convenzionate con il Servizio Sanitario Nazionale non pagano e neppure le scuole private giacché la legge salva quello che chiedono alle famiglie degli studenti “importi simbolici” cioè circa 700 euro al mese.

Alle scuole private, del resto, sarà confermato l’intero pacchetto dei finanziamenti diretti da mezzo miliardo l’anno ma sta per varare anche una defiscalizzazione netta delle donazioni.

Nella guida ufficiale della riforma che si intitola “la buona scuola”(ma io consiglierei al presidente Renzi e al titolare del MIUR Giannini di leggere l’articolo che Le Monde ha dedicato al successo ottenuto a Parigi da un progetto scolastico di aiutare ragazzi e ragazze in difficoltà a trovare lavoro e a riprendere gli studi che sta ottenendo un grande successo e influenza le scuole di tutto il Paese vicino).

Insomma, analizzando quello che sta succedendo in Lombardia sulla fecondazione eterologa con la giunta Maroni e i problemi ancora irrisolti da parte del governo e del parlamento sui diritti civili italiani non c’è da stare allegri e questo non autorizza pronostici facili per i prossimi mesi al governo delle larghe intese che è ancora al potere.

La trattativa non si può negare da: antimafia duemila

stretta-di-manodi Nicola Tranfaglia – 12 giugno 2014

Ci sono due autori e colleghi universitari con i quali ho da tempo un rapporto di stima e di conoscenza personale, Salvatore Fiandaca e Salvatore Lupo, entrambi dell’Università di Palermo. Il primo è un noto docente di Diritto Penale e curatore di libri di ottimo livello sul fenomeno mafioso, il secondo è autore di una storia complessiva della mafia siciliana che nessuno può ignorare.
Ma, nel febbraio di quest’anno, hanno pubblicato per un notissimo editore di saggistica storica un libretto intitolato “La mafia non ha vinto” che sostiene alcune cose essenziali: la prima è che lo Stato italiano non ha salvato Cosa Nostra e che al processo in corso ancora a Palermo (di cui è protagonista, anche secondo le cronache giornalistiche, il sostituto procuratore Nino Di Matteo, dopo che Ingroia ha lasciato la magistratura), si sostiene, invece, che la trattativa non si può negare.

Quanto alla reazione stragista dopo la sentenza della Suprema Corte di Cassazione che aveva confermato le condanne contro l’associazione siciliana, Fiandaca e Lupo affermano, nel loro libro, che “la leadership mafiosa è stata probabilmente incapace di calcolare gli effetti delle stragi in preda a una coazione a ripetere che prevedeva un’unica tattica: colpire e poi colpire ancora.”
La verità è, come sempre succede, che i due studiosi hanno elaborato una tesi a cui sembrano voler piegare gli avvenimenti. Nel loro libro, arrivano a sostenere che “l’inclinazione giudiziaria a rileggere gli anni tra il 1992 e il 1994 alla luce dell’influenza esercitata dai poteri criminali rifletta una tendenza semplificatrice, dovuta all’ottica professionale, in qualche misura deformante, della magistratura impegnata nel contrasto alla criminalità mafiosa.” E’ un’accusa molto pesante, esposta dall’alto della cattedra ma è priva della prova che la giustifichi. E’ questa la sensazione che si ricava dalla lettura del libretto di Fiandaca e Lupo.
Ma le cose cambiano e molto nel saggio, uscito nel maggio 2014, di cui è autore il giornalista de Il Fatto quotidiano Marco Travaglio. A pagina 17, l’autore scrive:” Cosa Nostra attende la sentenza della Corte di Cassazione sul maxi processo, quello istruito dal pool  di Falcone e Borsellino, il primo che ha condannato i capi della Commissione dopo molti decenni di impunità.” Riina dice ai suoi affiliati:” Dobbiamo fare la guerra per fare la pace.” E, per continuare nel riferimento ai Promessi Sposi: “Lo sventurato, cioè lo Stato rispose.”
La verità è che il racconto si basa su fatti e documenti, a differenza di quello di Fiandaca e di Lupo. Si riporta una nota riservata del capo della polizia Parisi (a p.22); l’incontro del capitano dei ROS Giuseppe  De Donno sull’aereo Roma-Palermo con Massimo Ciancimino “lo prega di perorare la causa presso il padre. Comincia di fatto la trattativa tra lo Stato e la mafia”(p.28).
E ancora si citano nelle pagine successive fatti, circostanze, dati: “21 giugno 1992: Riina è felice per i primi contatti con i ROS e inizia a preparare il papello con le richieste della mafia allo Stato. Nel libro di Travaglio alle pagine 98-153 si ricorda che la trattativa ha salvato la vita di qualche politico ma ne ha sacrificato molte altre, come quella di Borsellino considerato un ostacolo e quella di tutte le vittime delle stragi del 1993.
Ai colleghi Fiandaca e Lupo ricorderei una vecchia massima che è sempre valida, oggi come ieri: “Le interpretazioni sono necessarie ma non possono prescindere dai fatti”. O sono io a sbagliare ancora una volta?

I danni del populismo da: antimafia duemila

tranfaglia-nicola-web10di Nicola Tranfaglia – 15 dicembre 2013
Sono sicuro (e non sono il solo in questo pensiero leggendo, come mi capita da tempo, leggendo i quotidiani che ancora escono nell’Italia oppressa dalla crisi economica) che, secondo l’Istat, sono oltre un quarto degli under 35 cioè 3 milioni e 750 mila che non studia nè lavora, la maggior parte al Sud.
Una condizione quasi incredibile per gli standard occidentali ma ormai vicina realizzarsi in un paese semidistrutto dagli errori e dagli slogans dell’uomo che ha governato per quasi vent’anni la penisola, l’ineffabile imprenditore di Arcore.
Berlusconi è stato il maggior campione dell’antipolitica e Grillo non riuscirà a superarlo, pur con tutta la buona volontà dimostrata negli ultimi mesi.
E’ stato il Cavaliere a dimostrare che il miglior populismo è quello che si inserisce saldamente nella tradizione della destra e, con le sue numerose campagne contro le tasse e contro lo Stato – oltre che, contro i giudici, che hanno accompagnato la sua ascesa – e, grazie ai fedelissimi che non lo hanno ancora lasciato, è riuscito di fatto a demolire addirittura la mediazione politica necessaria nella democrazia, parlamentare o presidenziale che sia.

Chi ha a cuore il destino del paese sa che l’Italia è un paese da ricostruire dopo il ventennio populistico, un’impresa – ricordiamolo – di difficoltà non minore a quella che ebbero i nostri padri e nonni agli inizi del secondo dopoguerra. Ma perchè l’impresa possa riuscire e non si coaguli una protesta distruttiva (senza bisogno di pensare ai “forconi” di cui parliamo tanto in queste settimane) è necessario innanzitutto uno sforzo convergente di molti attori sul piano politico come su quello sociale ed economico. E senza un rinnovamento della classe dirigente a tutti i livelli – nella finanza e nell’impresa, nell’amministrazione dello Stato come nelle tecnostrutture di controllo – l’impresa diventa quasi impossibile.
Ma a sentire gli slogan che vengono dalle manifestazioni che hanno almeno in parte riempito piazze in alcune città italiane, da Genova a Torino, da Venezia a Roma, c’è da restare attoniti di fronte alla disperazione e al nichilismo che sprigionano dalle parole estreme di alcuni dei capi (o presunti tali) dei Forconi.
Certo le frasi antisemite, gli elogi al leader nazionalista umgherese Orban, l’escalation della violenza anche verbale, l’indulgenza per le mafie, l’auspicio di un governo di generali sono tutti elementi che sembrano andare nella direzione di una destra antieuropea e con radici nelle tradizioni antidemocratiche di una componente che ha le sue radici non nelle esperienze democratiche ma in quelle che affondano il proprio passato negli anni trenta e quaranta.
La verità è che non siamo usciti ancora dall’età populista che ha caratterizzato l’ascesa di Berlusconi a metà degli anni novanta e lo ha fatto restare al potere, sia pure con qualche intervallo – per più di dieci anni.
Con il nichilismo non si costruisce nulla e, a leggere il ritratto che di Henry David Thoreau, lo scrittore americano che ha fondato teoricamente il verbo populista, ha scritto il romanziere americano Robert Louis Stevenson, indimenticabile autore dell’Isola del tesoro, ci si fa un’idea più chiara di come i populisti contemporanei si siano allontanati dalla predicazione del grande scrittore che rimane consegnato alla memoria dei contemporanei come teorico della disobbedienza civile e del culto della natura, non certo dell’impasto di qualunquismo e di lotta alle leggi che contraddistingue gli attuali leader del populismo europeo.
Ma proprio per questo la lotta democratica per una nuova Italia più giusta e moderna appartiene a un dovere urgente dei democratici che devono respingere il ribellismo di una destra che non accetta nè la costituzione democratica nè i doveri di una politica adeguata ai bisogni dei giovani come delle generazioni più anziane.

Foto © Samuele Firrarello