Sel continua a dialogare con Renzi. Messaggio di Tsipras: “Lottare contro la barbarie dell’austerità” | Autore: fabrizio salvatori

All’assemblea nazinoale di Sel Vendola incassa il sì della stragrande maggioranza del partito. Migliore impone a dieci dei suoi l’astensione. La linea di forte mediazione lo convince a metà. Questa la formula usata da Vendola: “Dobbiamo proseguire nella strada che abbiamo gia’ incominciato a percorrere, dialogando con Matteo Renzi e sfidandolo nello stesso tempo, in primo luogo sui vincoli dell’Unione europea”. Niente di nuovo, quindi. Secondo il leader di Sel, in autunno i nodi verranno al pettine al di la’ degli spot televisivi e noi dovremo svolgere il nostro ruolo se non vogliamo essere destinati a ridurci la mummia di una speranza. Stiamo dando una cattiva notizia a chi si aspetta
oggi il de profundis di Sel”. All’assemblea ha mandato un suo messaggio Alexis Tsipras. Questo il testo della lettera. 

Carissime compagne e compagni dell’Assemblea Nazionale di SEL,
volevo ringraziarvi per la vostra determinazione e coerenza con cui avete condotto la battaglia delle elezioni europee. “L’Altra Europa” è riuscita di superare difficoltà e avversità e ha ottenuto un risultato elettorale significativo. Ha fatto cadere la legge elettorale antidemocratica, ha superato la censura e grazie allo spirito di sacrificio di migliaia di compagne e compagni e attiviste e attivisti è riuscita a eleggere tre eurodeputati in un scenario politico e sociale difficile in Italia e in Europa. L’aiuto dei militanti e amiche e amici di SEL in questo sforzo collettivo era determinante.

Il nostro successo nella battaglia delle elezioni europee ha dimostrato che in questa difficile lotta, per far fronte alle sfide, non deve mancare nessuno e che nonostante le difficoltà è importante continuare la strada dell’unità con pazienza, insistenza e dialogo. Conosco molto bene, dalla esperienza di Syriza in Grecia, che questa è una difficile strada. Ma è l’unica strada che può portare alla luce. Le notizie che mi sono arrivate dall’Italia negli ultimi giorni sono molto tristi. Il posto della speranza, dell’ottimismo, dell’altruismo e della lotta comune e disinteressata è stato preso da contrapposizioni e disaccordi per la ripartizione della rappresentanza e dei seggi al Parlamento europeo. Credo che la presenza di Barbara Spinelli al Parlamento europeo è positiva, come credo che potete ù importanti di quelle che ci dividono, specialmente in tempi di crisi. In ogni caso vale la pena di continuare la sfida del progetto de “L’Altra Europa”, come una figura collettiva e plurale, che potrà rappresentare per i prossimi cinque anni tutta la Sinistra Italiana al Parlamento europeo, ma contemporaneamente anche una piattaforma di democrazia diretta e di azione collettiva all’interno.

Pochi giorni fa a Bruxelles ho avuto l’occasione di incontrarmi con Nichi Vendola, Nicola Fratoianni, Arturo Scotta e Francesco Martone e riaffermare la nostra volontà per continuare il nostro comune cammino. Non ho alcun dubbio della sincerità di queste intenzioni. A Bruxelles, come ad Atene e Roma, da qualunque posto, siamo pronti a lottare contro la barbarie dell’austerità neoliberale e di difendere la dignità e i diritti dei nostri popoli, specialmente dei lavoratori del precariato, dei disoccupati e dei giovani. Ho piena fiducia che in questa battaglia la Sinistra Ecologia Libertà e “L’Altra Europa” saranno in prima linea. Vi auguro di cuore buon successo al lavori della vostra Assemblea Nazionale e a tutti voi di essere forti.

Ilva, richiesta processo per 53 C’è anche Nichi Vendola da:l’unità

Ilva, richiesta processo per 53
C’è anche Nichi Vendola

 

 

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La procura di Taranto ha chiesto il rinvio a giudizio per il presidente della Regione Puglia Nichi Vendola, imputato di concussione in concorso con Girolamo Archinà, ex dirigente dei rapporti istituzionali dell’ Ilva, Fabio Arturo Riva, ex vicepresidente del gruppo Riva, Luigi Capogrosso, ex direttore dello stabilimento siderurgico tarantino e Francesco Perli, legale del gruppo.

Secondo le indagini, nel 2010 il presidente Vendola avrebbe fatto pressioni su Giorgio Assennato, direttore generale dell’agenzia regionale per l’Ambiente (ora imputato di favoreggiamento), minacciandolo di non confermare il suo incarico alla direzione dell’Arpa al fine di «ammorbidire» la posizione dell’agenzia sulle emissioni nocive dell` Ilva di Taranto. Nonostante molti indagati si siano sottoposti ad interrogatorio ed abbiano depositato memorie difensive, la procura non ha archiviato alcuna accusa chiedendo il processo per tutti i cinquantatré indagati, cinquanta persone e tre società. Rinvio a giudizio per favoreggiamento personale è stato chiesto per il dg Arpa Assennato ed il suo direttore scientifico Massimo Blonda, il consigliere regionale Donato Pentassuglia, presidente della commissione Ambiente alla Regione, il deputato di Sel Nicola Fratoianni, ex assessore regionale alle politiche giovanili, l`assessore regionale all’ambiente Lorenzo Nicastro, i dirigenti regionali Antonello Antonicelli e Davide Filippo Pellegrino, il capo di Gabinetto alla Regione Francesco Manna.

Processo per concussione è stato chiesto anche per l`ex presidente della Provincia di Taranto Gianni Florido del Pd, arrestato a maggio 2013 insieme all`ex assessore provinciale all`ambiente Michele Conserva per aver fatto pressioni insieme ad Archinà su due suoi dirigenti per facilitare il rilascio dell`autorizzazione di una discarica per rifiuti speciali in Ilva. Richiesta di rinvio a giudizio anche per il sindaco di Taranto, Ezio Stefàno, accusato di abuso d`ufficio per non aver tutelato la salute dei suoi concittadini. Rinvio a giudizio è stato chiesto anche per un ispettore di polizia, un sottufficiale dei carabinieri, un avvocato, ed un parroco, coinvolti a vario titolo nelle indagini sui rapporti fra Ilva e società civile.

La parabola di Vendola e la giusta misura dello sfruttamento da: Euronomade | Autore: GISO AMENDOLA, GIROLAMO DE MICHELE, FRANCESCO FESTA

No, non avevamo bisogno di origliare le intercettazioni diffuse dal “Fatto Quotidiano”. Il gioco del cosa c’è dietro, della spiata indiscreta, del “guarda cosa si dicono in privato” non è per niente attraente, e non solo per una nostra convinta e radicata repulsione per i metodi inquisitori e per le posture da pubblici ministeri. Né per una questione di stile (per quanto le questioni di stile non siano questioni da poco). Ma perché l’attenzione al nascosto, all’intimo, al chiacchiericcio è essa stessa un dispositivo, piuttosto potente, per neutralizzare i conflitti, per produrre opinione pubblica tanto risentita quanto impotente, piuttosto che movimenti capaci realmente di far male. Non ci sembra casuale che, potendo pescare nella scatola delle notizie precotte e surgelate, nessuno abbia speso due parole di approfondimento sulla figura dello scattante felino, ancorché factotum di padron Riva: che, oltre a consegnare buste contenenti, secondo gli inquirenti, mazzette, commissionava paginate di pubblicità ILVA “legali” su tutte le testate locali (ad eccezione di due, una cartacea e una on line) per condizionarne la linea editoriale; che qualche volta è intervenuto col nickname di Angelo Battista, senza che alcuno ne avesse sentore. Giusto per chiarire come funzionava il sistema-ILVA, fino a che punto arrivasse a condizionare lo spazio pubblico della discussione, e di cosa si facesse finta di nulla a qualsivoglia livello politico e sindacale.

Perciò non meraviglia che l’operazione del “Fatto Quotidiano” produca ora una catena di discussioni torbide, che trattano la parabola di Nichi Vendola come una faccenda di immoralità personali, di mancanze caratteriali, di connaturati servilismi. Tutto questo interessa poco, se non come ulteriore specchio della corruzione generalizzata della nostra “sfera pubblica”: corruzione non “morale”, non patologica, ma sempre più evidentemente costitutiva di quella stessa sfera. A meno di non voler credere alla favola populista della corruzione come anomalia, come espressione di malanimo morale, e non come strumento di estrazione della ricchezza sociale. Ma, una volta proclamato l’assoluto disinteresse per le strategie delle truppe di Travaglio e di tutti quelli che hanno un qualche interesse a buttarla in caciara, non per questo possiamo dichiarare chiusa la questione. Perché non c’è garantismo che possa eludere l’infamia che emerge dalle vicende dell’Ilva: un’infamia tutta politica, e proprio per questo, e senza nessuna concessione al moralismo, un’infamia pienamente e duramente etica. E che non chiama in causa né solo la parabola di Vendola, né quella del suo partitino: ma è intessuta di scelte di campo, di blocchi culturali e politici, di incapacità radicate che coinvolgono il modo d’essere dell’intera sinistra. Che non a caso nel Sud conosce il suo più fragoroso e rovinoso fallimento; ed è ulteriore conferma dell’avvertimento gramsciano sulla funzione della “classe intellettuale meridionale”, quale “miglior agente del capitalismo industriale italiano”, ovvero amministratore del potere locale e formatore dell’“opinione pubblica” a tutto vantaggio del discorso della “classe industriale”.

E allora fuori dalle retoriche neutralizzanti dello scandalismo e delle simmetriche e altrettanto improvvise passioni “garantistiche”, sarà bene ribadire i tratti fondamentali di questo fallimento. Quelli evidenti, quelli per cui non avevamo bisogno di sbirciare dal buco della serratura, perché già dispiegati e fatti emergere dalle inchieste aperte nei territori, e nutriti dalle lotte reali che li hanno attraversati. Appare, s’è detto, l’immagine di un potere completamente “a disposizione” del padrone, che ha la necessità di ribadire la propria presenza, di dissipare anche il minimo dubbio che possa essersi, anche se per un solo attimo, “defilato”. Un potere che deve riaffermare continuamente il proprio essere impegnato nella sua opera di mediazione, anche quando mediare significa solo rimuovere gli ostacoli dalla ripresa del cammino del padrone, quando l’opera di mediazione del potere non può che significare “favorire gli investimenti” di quel padrone.

Sarà bene ricordare che il biennio 2009-2010, nel quale Vendola assurge a stella politica di prima grandezza e assume un altrimenti impensabile status di referente politico, o comunque di interlocutore bipartisan, è il biennio in cui viene scritta e varata negli uffici del ministro Prestigiacomo (era il 19 febbraio 2009), con l’assenso e la firma di padron Riva e dei dirigenti nazionali dei sindacati dei metalmeccanici, una “legge di interpretazione autentica” della legge regionale sulle emissioni inquinanti varata da appena tre mesi – la famigerata legge regionale 8/2009 – che consente, grazie al combinato delle medie aritmetiche, dei monitoraggi non più “di continuo” ma in tre soli fasi annuali, della “sottrazione dell’incertezza pari al 35 per cento per ciascuna unità di misura”, di millantare una inesistente riduzione delle emissioni; degli interventi sull’ARPA, che testardamente continuava a rilevare dati che avrebbero messo a rischio l’attività dell’ILVA; della rivendicata (e condotta a buon fine) opposizione di Vendola al referendum consultivo sulla chiusura dell’ILVA; dei rapporti preferenziali con il gruppo Marcegaglia, la cui presidente poteva dichiarare, alla presenza di Vendola e Riva: «Se le imprese perseguissero solo ed esclusivamente i criteri ambientali sparirebbero nel giro di poco tempo, ma soprattutto resterebbero aziende che non fanno il loro mestiere. Ecco perché all’Ilva va riconosciuto il merito di aver saputo coniugare ambiente e competitività. Il referendum è una follia». Era l’epoca in cui Vendola si rivolgeva così a padron Riva (era il 23 novembre 2010): «Chiesi ad Emilio Riva, nel mio primo incontro con lui, se fosse credente, perché al centro della nostra conversazione ci sarebbe stato il diritto alla vita. Credo che dalla durezza di quei primi incontri sia nata la stima reciproca che c’è oggi. La stessa che mi ha fatto scendere in campo contro il referendum per la chiusura del ‘polmone produttivo’ della Puglia» – e dietro questa comunanza di valori cristiani tra il padrone e il “governatore rosso” come non pensare all’inno cristiano per eccellenza, quella Pentecoste nel quale la Chiesa “spira de’ nostri bamboli / nell’ineffabil riso”? Ed era l’epoca nella quale il gruppo Riva aveva, con i suoi danari sporchi di sangue e diossina, fatto ingresso nel salotto buono dell’Alitalia assieme ai vari Ligresti, Passera, Benetton, Colaninno, Tronchetti Provera, Angelucci.

Ma questo singolare mix di impotenza e di arroganza, di “non temete, potete contare su di me” e di “non potete prescindere da me, solo attraverso me vi salverete”, non è altro che lo specchio della crisi di rappresentanza radicale di poteri “pubblici” che non sono più che nodi di connessione, anche piuttosto deboli e occasionali, tra flussi finanziari, territori, forme delle cooperazione sociale da captare, precarizzare, ricondurre ai ritmi e alle necessità dell’accumulazione. I movimenti sociali hanno in tutt’Europa registrato la crisi radicale degli spazi democratici e la necessità di reinvenzione radicale di spazi di decisione
comuni, contro la corruzione endemica e strutturale della governance. La vera arroganza è consistita nel credere ancora mediabile quello che non poteva essere più né mediato né attraversato: tentare di attraversare la governance più o meno da “sinistra”, magari tentando la fragile carta di qualche tentativo di cooptazione di pezzi dei movimenti sociali, porta esattamente all’arroganza impotente di chi non può che farsi parte della fisiologica corruzione. E quando l’azione del potere giudiziario, che può espandere e allargare crepe nelle rappresentanze, ma che è ovviamente impotente a trovar vie di uscita alla crisi, ti mette comunque davanti all’evidenza dell’incepparsi dei meccanismi consolidati di compromesso, non puoi che ridurre l’arte di governo all’arte del buon telefonare e del proporti come amico fidato tra conoscenti di vecchia data: per una sinistra che non sa nulla della radicalità della crisi della rappresentanza, la corruzione è un esito obbligato. Inutile quindi stracciarsi più di tanto le vesti per una telefonata in cui non si capisce Vendola da che parte stia: sta dalla parte di un potere che non ha scelta, che non può far altro che lubrificare più o meno amichevolmente tutti i canali possibili di un governo che è ormai separato da tutti i classici canali di legittimazione, e che sa di avere sempre meno presa, in una crisi generale degli equilibri costituzionali. Ma il luogo di questa arroganza impotente non è altro che l’unico luogo possibile di una sinistra che non vuol sapere nulla della crisi strutturale della rappresentanza, che non riesce neanche a nominarla teoricamente, tranne inveirvi contro di tanto in tanto con l’esorcismo della “lotta al populismo”.

ilva-cimiteroL’imperativo fondamentale che costringe qualsiasi sinistra, attualmente, in questo ruolo di sempre più netta subalternità e complicità, è emerso in modo assolutamente chiaro nella questione Ilva: è l’incapacità assoluta a ragionare fuori dall’assunzione di un’idea lineare e indiscutibile di sviluppo, e di pensare a un orizzonte meridiano non più legato alla storica subalternità del meridione allo sviluppo capitalistico nazionale. La dislocazione a Taranto delle attività a caldo con libertà di ecocidio; la creazione di una catena gerarchica di comando di fatto interamente costituita da capetti importati dal bresciano e dalla bergamasca, e graziosamente alloggiati post oppidum, che non gli si dovesse sporcare il bucato della cenere rossa che tinge persino le lapidi del cimitero; il monopolio delle attività di trasporto nautico alle compagnie liguri, con ulteriore estrazione e rapina del profitto prodotto sul territorio jonico: sono esempi concreti, ma al tempo stesso simbolici, di un modello che ha usato la dialettica sviluppo/sottosviluppo come strumento di rapina, ma anche di controllo e assoggettamento dei luoghi e delle genti – e la cui critica è nel nostro DNA politico almeno dai tempi in cui ce l’hanno narrato Serafini e Ferrari Bravo. Come simbolica, ma anche performativa, è la retorica del “buon meridionale” che si sta facendo spazio attraverso l’industria cinematografica italiana – è un caso che il Salento ne sia un luogo centrale anche dal punto di vista delle dinamiche produttive? – che presenta l’arretratezza e la stereotipia meridionale come una felice opportunità tanto per i felici indigeni scampati alle brutture del progresso, quanto per la buona società nordica che la crisi costringe a cercare alternative più economiche e geograficamente prossime a Sharm El Sheik e Ibiza. Una soggezione simbolica imbastita da un’immagine dominante del Mezzogiorno italiano, quale paradiso turistico e inferno sociale, ma anche e soprattutto da una sua definizione come forma incompiuta di modelli dominanti. Da un lato, il modello ILVA e i suoi sostenitori si percepiscono come compiutezza di modelli superiori, evoluti, moderni, insomma fratelli maggiori che fanno il bene dei minori; dall’altro, e soprattutto, le popolazioni meridionali si definiscono come copia imperfetta, come fratello minore che, immaturo, non segue i ritmi e i tempi della civiltà capitalistica. Il governatore Vendola quindi intercede presso il deus ex machina con questa condizione di subalternità in mente, operando il bene del Sud, affinché esso raggiunga quella compiutezza, quella maturità. Nondimeno la filigrana del discorso appare, oggi, assai nitida: a patto che il Sud permanga in una dimensione senza storia, senza progresso, senza la luce della ragione, senza futuro, insomma senza tutte quelle conquiste dell’industrializzazione italiana, altrimenti quell’intercessione in stile vendoliano perderebbe la propria ratio.

Davvero la parabola del governatore della Puglia qui è chiarissima: dopo aver tentato, invano, di tenere insieme una (non più che retorica) preoccupazione ecologista con l’imperativo di salvare la fabbrica, almeno dalla vicenda della legge sulle emissioni in poi, il suo agire è stato necessariamente improntato all’unica necessità di creare condizioni per la ripresa degli investimenti padronali. Il mantenimento non dei livelli di reddito, ma del lavoro dentro la fabbrica, è diventato l’unico possibile orizzonte: anche quando era evidente l’insostenibilità di quella produzione, quando era chiaro che lo sfruttamento in fabbrica coincideva completamente con l’attacco generalizzato e diretto alla vita nell’intera area, si è continuato a sostenere come scelta obbligata, come strada senza alternative, la conservazione di quella produzione. A quel punto, il consegnarsi mani e piedi alla speranza della buona volontà – e alle attese di profitto – di Riva & C. era solo l’esito obbligato – e, appunto, infame – dell’intera vicenda. Eppure, le lotte dei comitati avevano fatto emergere, sia pure tra evidenti tensioni e contraddizioni, in una situazione fortemente drammatica, direzioni del tutto diverse: in quelle lotte, si era affermato – nel conflitto con la rappresentanza sindacale ufficiale, letta e vissuta a buona ragione come subalterna al padrone – un nodo strettissimo tra lavoro, precarietà diffusa, disoccupazione, e salute. La giustamente memorabile incursione del treruote dell’estate del 2012 (qui e qui) aveva aperto un spazio per un discorso non assoggettato al ricatto lavorista: emergevano lotte che cominciavano ad articolare un discorso di resistenza e di alternativa sul crinale vita/lavoro, uscendo dalla fabbrica e coniugando vita e produzione sociale, reddito e ambiente, in chiara contrapposizione alle forze sindacali. Non dovevamo aspettare l’intercettazione per sapere che la scelta di Vendola – ma la questione interroga, ripetiamolo, l’intera sinistra, politica e sindacale – fu allora di ignorare completamente quanto si apriva di nuovo e di contraddittorio con la difesa fuori tempo di uno sviluppo già battuto in breccia dai processi di deindustrializzazione: e, al contrario, di ricordare ai Riva – con quale suicida e significativa coerenza! – che avrebbero trovato in “quelli della Fiom” i migliori alleati! Non capire nulla di quanto emergeva dalle lotte autonome dei comitati, non volerle vedere, per farsi mezzano dell’alleanza di fatto tra il sindacato e il padronato in nome dell’impensabilità di qualsiasi alternativa allo sviluppo siderurgico: è questo non poter e non voler evadere dalla logica della impossibile ricerca di una giusta misura dello sfruttamento, anche quando risulta chiaro che ogni misura è saltata, l’infamia di fondo di una sinistra che non è riuscita a impersonare altro che la conservazione degli antichi equilibri e la mediazione – via via divenuta impossibile, e trasformatasi in sudditanza – tra gli antichi soggetti.

Lo stesso – lo diciamo con chiarezza – vale per quell’ecologismo borghese che crede nell’esistenza di un capitalismo green o smart con cui sostituire pacificamente quello “brutto, sporco e cattivo”, così come crede di risolvere la devastazione etica e sociale sostituendo cozze e pecorini con tofu e semi di lino, e magari Vendola con Grillo: che crede di trovare soluzioni e alternative all’interno del modello capitalistico, non avendo compreso (o avendolo compreso fin troppo bene) che produzione e circolazione delle merci e dei profitti significa anche e soprattutto produzione di comando e circolazione degli strumenti di governo e assoggettamento della vita.

In questo momento, allora, la parabola di Vendola risulta davvero significativa: perché quelle potenzialità che nella vicenda Ilva emersero, quelle nuove lotte e quella nuova dignità dei corpi oltre il lavoro e lo sfruttamento, stanno animando ora, a Sud ma non solo, nuovi movimenti territoriali, che mostrano d’essere molto più che lotte “ambientali”. Sono comitati che si muovono per la restituzione delle ricchezze saccheggiate e devastate dalle logiche dello sviluppo industriale, che pongono con forza – vedi la questione delle bonifiche in Campania – la questione della riappropriazione democratica sul senso, sui ritmi e sulle finalità dello sviluppo. Lotte che si muovono proprio su quel crinale indisgiungibile vita/salute/lavoro/welfare che era già emerso a Taranto e che Vendola aveva scelto di ignorare per farsi triste mediatore, in nome dell’imperativo della produttività industriale, tra esigenze del padrone e richieste di un sindacato subalterno. Sul terreno tracciato da queste lotte, e dalla cooperazione sociale che in esse si esprime, è possibile riarticolare ora un discorso diffuso di dignità, di resistenza e di produzione di spazi alternativi di decisione: al contrario, la strada delle piccole sinistre “socialiste” – quale Sel è stata – del “realismo” della difesa della rappresentanza, degli imperativi dello sviluppo imposto, e della centralità assoluta della difesa del lavoro salariato a qualsiasi costo, è solo la storia triste di una subalternità caparbiamente perseguita.

Vendola, Cancellieri e il regime dei salotti | Fonte: Micro Mega | Autore: Angelo D’Orsi

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Scriveva su MicroMega nel 2 del 2010 il mio maestro Norberto Bobbio: “Pluralismo significa non soltanto che vi sono (debbono esservi) molte forze in gioco, ma anche che tra queste forze vi è (deve esserci) concorrenza e quindi conflitto, e pertanto ogni compromesso è sempre parziale e provvisorio, e l’unità non facilmente perseguibile e nemmeno benefica”. (La citazione si può trovare con innumerevoli altre di vari autori nello stimolante libro di Pierfranco Pellizzetti, Libertà come critica e conflitto , Mucchi Editore).

Fa bene rileggere le parole del filosofo, davanti all’ossessione “unitaria” del presidente della Repubblica, grande padre delle “Larghe Intese”, il quale in nome della legittima esigenza di salvare la situazione economica del paese, non ha spinto verso un nuovo CLN, bensì verso una triste alleanza delle forze politiche che fino alle elezioni di febbraio 2013 si erano scontrate per esattamente un ventennio. Questa non è la politica dell’unità nazionale (che ha un senso in situazione di emergenza, come fu la lotta al nazifascismo), ma di una forzosa unità degli opposti in nome di un obiettivo politico, che, se nella misura in cui viene perseguito si rivela non compatibile con la democrazia, la quale è fatta di conflitto, di contrasti, di contrapposizioni, sulla base, tuttavia, del riconoscimento delle regole comuni di base, come in qualsiasi competizione: dal gioco delle carte al pugilato. Ebbene, come ci si può alleare con chi le regole del gioco – quelle fissate dalla Costituzione e dall’insieme dell’apparato legislativo – non ha mai riconosciuto?

V’era una sola possibile ratio nell’alleanza impropria tra centrodestra e centrosinistra: fare una legge elettorale degna di questo nome. E poi sciogliere le Camere e andare al voto con la nuova legge. Non solo non lo si è fatto, ma tutto sembra dimostrare che questo governo assurdo, guidato (ma solo formalmente) da un giovane democristiano ambizioso e furbetto, miri a durare indefinitamente, perseverando nella politica degli annunci, mentre sotterraneamente lavora a smantellare quel che rimane da smantellare: Costituzione (vedi aggiramento delle norme dell’art. 138 relative ai cambiamenti della Carta in vista del suo stravolgimento), diritti sociali (l’elenco sarebbe troppo lungo), spazi di libertà (vedi occupazione militare della Val Susa), dignità nazionale (vedi atteggiamento verso gli Usa in relazione al Muos e agli F35).

Ma il PD, con i suoi mugugni interni, continua a resistere stoicamente: finché non avrà perseguito l’obiettivo del proprio annientamento, persevererà? L’esperienza del governo Letta-Alfano (il secondo intanto consuma l’uccisione del padre, alias Berlusconi; del resto anche Letta ha ucciso Bersani e gli altri padri e padrini più o meno nobili del suo partito) risulta di eccezionale interesse per gli studiosi di oggi e di domani: essa rivela, accanto a tutta una serie di altri fatti, come pressoché l’intera classe politica sia ormai sideralmente lontana non “dalla società”, ma da una parte precisa della società; quella preponderante numericamente ma ormai priva di rappresentanza politica costituita dai ceti più deboli: dagli “umiliati e offesi”, che stringono i denti e si arrabattano per  sopravvivere, e spesso maledicono il mondo e la vita.

Viene talora davvero il sospetto che, una volta messo piede in quelle istituzioni (non solo il Parlamento, ma anche gli organismi locali), una volta agguantato “il posto”, si entri nel giro, e si esca dal contatto sociale. Sospetto sbagliato, naturalmente, in quanto generico e generalizzante; ma quello che ci mette sotto gli occhi la cronaca è desolante. Quello che ci tocca vedere è una impressionante contiguità fra i poteri; potere politico, potere economico, potere dei media. Una sorta di superpotere è ormai di fatto signore del paese: e le distinzioni di ruolo come quelle di appartenenza politica o di affinità ideologica non hanno alcun peso. La signora Cancellieri, osannata dal centrosinistra e dal centrodestra ben prima di ascendere ai fasti governativi con Monti (uno dei più grandi bluff della storia contemporanea), nel suo “inciampo” dimostra proprio questa contiguità: al di là della gravità (estrema!) del fatto, ossia della signora ministro della Giustizia (davvero palesatasi nei panni di ministro dell’Ingiustizia) che interviene a favore di detenuti, extra e contra legem , quello che emerge è precisamente la contiguità familiare e amicale tra la famiglia della Cancellieri e la famiglia Ligresti. Intrecci e incroci impressionanti.

Ma è pure, ahimè, la contiguità che rivela Nichi Vendola con i potenti, nella sua già famigerata chiacchierata telefonica con il “galantuomo” Girolamo Archinà, a quanto risulta finora, eminenza grigia della fabbrica di morte che è l’Ilva di Taranto. Ora, possiamo pensare che “prima” Vendola fosse come appare in quella telefonata? Ossia un personaggio del più squallido sottobosco della politica? No. Vendola era uomo intelligente, raffinato, culturalmente preparato: una piccola eccezione nel panorama, anche della sinistra “radicale”. Poi, gli slittamenti a destra, poi la superfetazione delle “narrazioni”, ma ciononostante, l’ascesa al soglio della Regione Puglia (meritatamente, e malgrado l’ostilità del PD), poi il bla bla e la fuffa, e un inatteso risultato elettorale che ha dato al suo evanescente partito un bel manipolo di parlamentari, la presidenza della Commissione che deve scacciare Berlusconi dal Senato (ma non parliamo di chi riveste quella carica: un altro bel personaggio!), oltre addirittura alla presidenza della Camera ( no comment sulla titolare).

Ebbene, ecco Vendola come è ridotto: non so se effetto della mutazione genetica che accade nelle stanze del potere, o messo nudo nella sua essenza prima celata. Certo, non v’è ipotesi di reato, in quella conversazione, ma fa pena scoprirlo intricato in quel partito non istituzionale, assolutamente trasversale, che una volta avremmo chiamato della “classe dirigente”, ma che oggi, disvelato nella sua miseria, appare semplicemente come il protagonista di un “regime da salotto” (come ha scritto Juri Bossuto, in una lettera a un quotidiano torinese, non pubblicata, in relazione al caso Cancellieri).

Il familismo amorale è una delle nostre piaghe nazionali, si sa; ma il regime dei salotti che ci governa è, per chi dai salotti è condannato all’esclusione (ossia la quasi totalità della popolazione italiana) intollerabile. La difesa della Cancellieri, invece, da parte di una fetta cospicua del PD, è inaccettabile, ma perfettamente esplicabile. Non è solo per garantire la “tenuta del governo” (ma che vuol dire!?), ma anche e forse soprattutto perché la simpatica solidarietà fra coloro che si accomodano ogni sera sui sofà del salotto, e che sorbiscono il caffè coi pasticcini, o il Berlucchi con i pistacchi, fra “ho un amico che aspira al consiglio di amministrazione” e un “non ti preoccupare: ci penso io”, fra un “non bisogna parlare sul tuo giornale di questa cosa” e un “smetteremo subito, stai tranquillo”, non consente di fare altrimenti. Il salotto non si tradisce.

Ilva, Vendola ride al telefono con il braccio destro dei Riva da: controlacrisi.org

Davvero brutta questa telefonata tra il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, e Girolamo Archinà, il braccio destro dei Riva. Che Vendola chiama al telefono per complimentarsi del “scatto felino” dell’ingegnere. Che infastidito dalle domande di un giornalista a proposito del benzopirene (un potenete cancerogeno) e delle morti per cancro causate dall’Ilva, gli strappa di mano il microfono in malo modo. La telefonata è stata resa nota sul sito del Fatto Quotidiano. «Io e il mio capo di gabinetto abbiamo riso per un quarto d’ora», dice Vendola commentando la «scena fantastica». Ma non solo, nella telefonata Vendola, dopo le risate, fa sapere ad Archinà di essere a disposizione: «Dica a Riva che il presidente non si è defilato».
Il presidente Vendola replica parlando di «operazione lurida» e la telefonata si spiega semplicemente per i rapporti necessari ad affrontare i problemi aperti. «Sono l’unico sono l’unico che si è battuto per Taranto e «stiamo cercando di convincere l’Ilva a mettere le centraline per monitorare la situazione. La telefonata estratta dal suo contesto è un’operazione lurida, un tentativo di sciacallaggio e di linciaggio». E chiede di farsi interrogare presto dal giudice.
Ma ormai è bufera

Ilva di Taranto, 53 persone indagate: Vendola accusato di concussione da: il fatto quotidiano

Concluse le indagini preliminari dell’inchiesta “Ambiente svenduto”. Secondo la Procura, il governatore avrebbe fatto pressioni sul direttore generale dell’Arpa Puglia, Giorgio Assennato, su richiesta dei Riva, perché si ammorbidisse nei confronti del siderurgico tarantino. Coinvolto anche il sindaco Ippazio Stefano

Nichi Vendola

 

C’è anche il governatore di Puglia Nichi Vendola tra i 53 indagati nell’inchiesta sull’Ilva di Taranto. Concussione ai danni del direttore generale dell’Arpa Puglia, Giorgio Assennato. È questa l’ipotesi di reato contestata dal pool di inquirenti guidati dal procuratore Franco Sebastio che ha notificato gli avvisi di conclusione dell’indagine nella quale sono accusati del disastro ambientale e sanitario di Taranto Emilio, Nicola e Fabio Riva, i vertici della fabbrica e, con capi d’imputazione differenti, anche politici, funzionari ministeriali e locali, membri delle forze dell’ordine, un ex consulente della procura, un sacerdote e il sindaco di Taranto, Ippazio Stefano.

Negli atti dell’inchiesta “Ambiente svenduto” condotta dalla Guardia di finanza di Taranto, il governatore era stato indicato come protagonista di una “vicenda concussiva in danno del direttore regionale di Arpa Puglia Giorgio Assennato” e chiamato in causa per l’ipotesi di “mancato rinnovo nell’incarico, in scadenza nel febbraio 2011, per effetto delle sollecitazioni rivolte al governatore Vendola ed ai suoi più stretti collaboratori — tra gli altri l’allora capo-segreteria, Manna — proprio dai vertici Ilva”. In sostanza Vendola avrebbe fatto pressioni su Assennato, su richiesta dei Riva, perché si ammorbidisse nei confronti del siderurgico tarantino. Nelle diverse informative i finanzieri, guidati dal colonnello Salvatore Paiano e dal maggiore Giuseppe Dinoi, hanno infatti spiegato che “all’esito di quella vicenda concussiva e per effetto di essa, in realtà il prof. Assennato ridimensionerà (nei confronti dell’Ilva, ndr) il proprio approccio, fino a quel momento improntato al più assoluto rigore scientifico”.

Il suo intervento, secondo l’accusa, su richiesta dei Riva avrebbe permesso all’Ilva di neutralizzare le ostilità del direttore generale dell’Arpa che, secondo quanto riferito in un intercettazione captata dai militari, dopo l’intervento di Vendola “si è molto… responsabilizzato”. Una “responsabilizzazione” che spinge l’avvocato Franco Perli a suggerire a Fabio Riva di non intervenire oltre per la sua sostituzione perché “potremmo trovarcene anche uno molto peggio”. Il nome di Vendola, secondo le indiscrezioni, era già finito nel registro degli indagati da tempo, ma era rimasto segreto perché il presidente della regione Puglia non era mai stato destinatario di alcuna misura cautelare. Ma il lungo elenco di indagati è un vero e proprio terremoto per l’intera Regione Puglia.

Nel registro degli indagati sono finiti infatti anche l’assessore regionale all’ambiente ex ex magistrato Lorenzo Nicastro, l’ex assessore alle politiche giovanili Nicola Fratoianni, accusati di favoreggiamento nei confronti nei confronti di Vendola. Non solo. Dello stesso reato dovranno rispondere il direttore generale dell’Arpa Assennato e il direttore scientifico Massimo Blonda. Secondo il pool di inquirenti, anche dal procuratore aggiunto Pietro Argentino e dai sostitutiti Mariano Buccoliero, Giovanna Cannarile, Remo Epifani e Raffaele Graziano (che ha coordinato le inchieste di due operai morti nell’Ilva ora confluite nell’inchiesta per disatsro ambientale) i vertici della Regione Puglia e dell’Arpa nell’interrogatorio dinanzi ai finanzieri come persone informate sui fatti, avrebbero negato le pressioni del governatore tentando così di coprire l’operato di Vendola.

Ma non è tutto. Perché nell’ultimo atto delle indagini preliminari spuntano anche i nomi di Donato Pentassuglia, consigliere regionale Pd accusato di favoreggiamento nei confronti di Archinà, e quelli del capo di Gabinetto Francesco Manna, del dirigente del settore Ambiente Antonello Antonicelli, dell’ex direttore dell’area Sviluppo economico della regione Puglia, Davide Filippo Pellegrino. Per i pm, insomma, un intero apparato al servizio dell’Ilva che scende anche nelle amministrazioni provinciali e comunali. Tornano infatti i nomi dell’ex presidente della provincia di Taranto, Gianni Florido, e l’ex assessore provinciale all’ambiente Michele Conserva arrestati entrambi a maggio scorso con l’accusa di aver fatto pressione su alcuni dirigenti perché concedessero all’Ilva l’autorizzazione all’utilizzo delle discariche interne (poi autorizzate con decreto del governo) e del sindaco di Taranto, Ippazio Stefano, accusa di non aver messo in atto come primo cittadino le misure necessarie per bloccare i danni alla salute dei tarantini causati