Perché l’appartenenza di Mandela al Partito Comunista è importante | Fonte: newstatesman.com | Autore: Martin Plaut

Il giorno della morte di Mandela il Partito comunista sudafricano scelse di rivelare un fatto che era stato a lungo negato: che egli era un membro del partito.

Anzi, al momento del suo arresto egli faceva parte del Comitato Centrale. La dichiarazione recita: “All’epoca del suo arresto nell’agosto 1962, Nelson Mandela non solo era un membro dell’allora clandestino Partito comunista sudafricano, ma faceva parte del Comitato Centrale del partito. Dopo la sua liberazione dal carcere nel 1990, Madiba divenne un grande e fidato amico dei comunisti fino alla fine dei suoi giorni”.

Commentando questa rivelazione, il colonnista del New York Times, nonché precedentemente corrispondente da Mosca e Johannesburg, Bill Keller, è stato ottimista: “La breve appartenenza di Mandela al Partito comunista sudafricano, e la sua alleanza di lungo termine con comunisti più devoti, parla più del suo pragmatismo che della sua ideologia”. Non è chiaro da cosa Keller deduca che l’appartenenza di Mandela sia stata “breve”. La dichiarazione del Partito comunista non specifica se egli rimase un membro della loro organizzazione fino alla sua morte (nonostante l’accurata impostazione della frase suggerisca di no) e, nel caso egli abbandonò il partito, perché lo fece e quando tale abbandono ebbe luogo. Lo stesso Mandela ha ripetutamente negato di aver fatto parte del partito. Durante il suo discorso dal banco degli imputati all’apertura del processo di Rivonia nella Corte Suprema di Pretoria il 24 aprile 1964 Mandela fu categorico: “Giungo ora alla mia posizione. Ho negato di essere comunista, e credo che le circostanze mi obblighino a definire esattamente quale sia il mio credo politico. Mi sono sempre considerato, prima di tutto, un patriota africano”.

Si potrebbe ribattere che Mandela e gli altri imputati stessero combattendo per la loro vita, e avrebbero afferrato ogni singola pagliuzza in grado di alleggerire la loro sentenza. Dopotutto, erano accusati di aver commesso una serie di crimini molto gravi, inclusi atti di sabotaggio, violenze pubbliche e attentati con bombe. Alla fine il giudice condannò gli imputati all’ergastolo, piuttosto che alla pena di morte. Ciò che è più difficile da capire è perché, dopo che l’AfricanNational Congress e il Partito comunista furono legalizzati nel 1990 e Mandela fu liberato, la questione non fu chiarita. Ciò che sarebbe bastato sarebbe stata una semplice dichiarazione da parte di entrambe le organizzazioni. Invece fu necessario lo scrupoloso lavoro del giornalista e accademico Stephen Ellis per svelare i collegamenti di Mandela col Partito. Dopo una lunga e approfondita ricerca attraverso gli archivi, egli pubblicò le sue conclusioni nel 2011. Così, quali conclusioni si dovrebbero trarre dalla lealtà di Mandela al Partito comunista? È certamente molto di più di una curiosità storica. Basta considerare alcune delle presenti posizioni dell’ANC per riconoscere l’impronta del Partito comunista su queste. Leggendo il più importante documento programmatico dell’ANC, Strategia e Tattiche, adottato nel 2007, vi troviamo un’analisi della natura della società sudafricana. Essa si riferisce all’origine del paese come “un colonialismo di una tipologia particolare, in cui sia i colonizzati che i colonizzatori convivono in un territorio comune con una vasta popolazione europea stanziale”. Questa formulazione è tratta, quasi parola per parola, dal programma del Partito comunista sudafricano approvato nel 1962.

Ovviamente il Sud Africa è tutto tranne che uno stato comunista ortodosso. I suoi splendenti centri commerciali e l’organizzazione delle sue fabbriche e miniere devono molto di più agli Stati Uniti che all’Unione Sovietica. Piuttosto, uno dovrebbe rivolgersi ad un’altra prospettiva per valutare l’impatto reale dei compagni di Mandela a partire dagli anni Quaranta. La Costituzione del 1996 promulgata dall’ANC è basata sulla convinzione di un ideale non-razziale. Eppure essa avrebbe potuto essere differente. Ci sono state occasioni in cui l’ANC ha flirtato con un Nazionalismo Africano che non sarebbe sembrato fuori posto in Zimbabwe.  Lo stesso Mandela riconobbe il ruolo del Partito comunista nel distoglierlo da visioni non troppo diverse da quelle di Robert Mugabe. Inizialmente Mandela si oppose ostinatamente ad ogni legame tra l’ANC e i comunisti esattamente per questa ragione, come reso chiaro dal suo discorso sul banco degli imputati nel 1964.

“Entrai nelle file dell’ANC nel 1944, e nei giorni della mia gioventù assunsi la posizione che la politica di ammettere i comunisti nell’ANC, e la stretta co-operazione che esisteva a quel tempo su specifiche questioni fra l’ANC e il Partito comunista, avrebbe condotto a un annacquamento del concetto di Nazionalismo Africano. All’epoca ero membro della Lega Giovanile dell’African National Congress, e facevo parte di un gruppo che spinse per l’espulsione dei comunisti dall’ANC”. Questa trasformazione fu il frutto di un lungo processo iniziato poco dopo l’arrivo di Mandela a Johannesburg nel 1941. Mandela fu assunto da uno studio legale, Witkin, Sidelsky e Eidelmann. Un amico di Mandela, Walter Sisulu, lo aveva presentato al gruppo, e uno dei soci, Lazar Sidelsky, accettò di assumerlo come impiegato mentre compiva i suoi studi per divenire avvocato. Sidelsky non era comunista, ma altri nello staff lo erano. Nel 1943 Mandela si iscrisse all’Università di Witwatersrand, a Johannesburg. Era l’unico nero iscritto a Giurisprudenza, e avrebbe potuto condurre un’esistenza solitaria. Ma presto divenne amico di un gruppo multirazziale di giovani uomini e donne, fra cui Joe Slovo, Ruth First, George Bizos, Ismail Meer, J.N. Singh e Bram Fisher. Tutti erano attivisti di sinistra. Gradualmente l’attitudine di Mandela si addolcì. Come egli disse durante il processo:

“per molti decenni i comunisti furono l’unico gruppo politico del Sud Africa che trattasse gli Africani come esseri umani e loro uguali; essi erano gli unici che accettassero di mangiare con noi, parlare con noi, vivere con noi e lavorare con noi. Essi costituivano l’unico gruppo politico pronto a lottare al fianco degli Africani per l’ottenimento dei diritti politici e di un posto nella società.

Fu l’intervento dei comunisti e di altri gruppi dell’esigua sinistra sudafricana a trasformare non solo Mandela, ma anche il complesso delle istanze dell’ANC.

Senza il loro intervento chi potrebbe essere certo che l’ANC avrebbe comunque adottato nel 1955 la Carta delle Libertà, con la sua dichiarazione iniziale: “Il Sud Africa appartiene a tutti coloro che ci vivono, bianchi e neri”? Non possiamo saperlo, ma mentre piangiamo la morte di Mandela dovremmo ricordare e riconoscere il ruolo che i comunisti svolsero nel prendersi cura e nell’influenzare questo grande uomo.

Articolo pubblicato su New Statesman

traduzione di Federico vernarelli 

In marcia con Madiba | Fonte: il manifesto | Autore: Rita Plantera

 

Pretoria. Tra i sudafricani bianchi e neri, di ogni età ed estrazione sociale, che si mettono in fila per l’ultimo saluto a Nelson Mandela. «Siamo qui per dire ’grazie Tata’, ora siamo liberi di camminare insieme, di muoverci ovunque senza un lasciapassare»

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Un dop­pio arco­ba­leno incro­ciava il cielo di gio­vedì sera al pas­sag­gio del cor­teo fune­bre che dalla camera ardente dell’Union Buil­dings accom­pa­gnava la salma di Nel­son Man­dela verso il Mili­tary Hospi­tal, tra la gente accorsa per la seconda volta a salu­tarlo dal ciglio della strada.

Ieri mat­tina alle 4 erano già in 4–5000 in fila al cam­pus dell’University of Pre­to­ria in attesa di rag­giun­gere i con­trolli della poli­zia, mon­tare su uno degli auto­bus della City To City, della Trans­Lux o della City of Tsh­wane e final­mente ripren­dere la fila verso i can­celli dell’Union Buil­dings e una volta all’interno incam­mi­narsi per dare l’addio all’amato Tata. In molti, non hanno mai lasciato il cam­pus o si sono accam­pati lì già dalle 8 di sera dopo due giorni di ten­ta­tivi non riusciti.

Un per­corso obbli­gato, pre­di­spo­sto dai piani della sicu­rezza pub­blica per evi­tare che la fiu­mana umana si river­sasse come uno tsu­nami verso il cen­tro della città. In cen­ti­naia hanno pas­sato la notte sul prato per assi­cu­rarsi la cer­tezza di rag­giun­gere la camera ardente dopo che il giorno prima la chiu­sura anti­ci­pata li aveva fer­mati a un passo dall’entrata.

Una fila che non fini­sce più, a piedi, a bordo degli auto­bus, a cen­ti­naia, che una volta a ridosso di Govern­ment Street con­ver­gono dalle tra­verse paral­lele, come East Ave­nue e Bec­kett Street, e si arre­stano in un ingorgo ordi­nato in fila indiana di fronte alla poli­zia, per poi pas­sare uno a uno diretti verso i parcheggi.

Decine di migliaia di animé umane sotto gli ombrelli colo­rati per ripa­rarsi dal sole spie­tato, da Flo­rence Ribeiro Road in Sun­ny­side, lungo Pre­to­rius Street, verso Du Toit, Stanza Bopape Street e Hamil­ton Street. Arri­vano da Soweto, da ogni sob­borgo di Pre­to­ria, da Johan­ne­sburg, dalle pro­vince del Mpu­ma­langa, del Lim­popo, dalla Nige­ria e dalla Nami­bia. Gente di tutte le età, vec­chi uomini in giacca e cap­pello, donne di mezza età e oltre, figlie delle tante, diverse e sfac­cet­tate cul­ture afri­cane, fiere e regali nel por­ta­mento, la povera gente accanto alla classe media, vete­rani dell’African natio­nal con­gress, gio­vani bian­chi che hanno vis­suto con con­sa­pe­vo­lezza solo la coda del régime e i cosid­detti born free , i nati liberi nel post-apartheid, quando con Man­dela un’altra sto­ria cominciava.

«Siamo qui per dire gra­zia Tata, ci hai cam­biato la vita — dice Deb­bie M -. Prima di Madiba se mi aves­sero sor­preso a par­lare con un bianco come te mi avreb­bero arre­stato. Era con­tro la legge. Era­vamo divisi: bagni pub­blici sepa­rati, scuole sepa­rate, tutto a parte. Con Madiba que­sto è finito». «Era­vamo stra­nieri in casa, immi­grati nel nostro Paese — ci dice Tambo -. Io sono qui per dire gra­zie Madiba, ora siamo tutti liberi di cam­mi­nare insieme, di muo­verci ovun­que senza un lascia­pas­sare. Prima invece tre mesi a Pre­to­ria, la città dell’apartheid, e poi, se eri ancora senza un lavoro, di nuovo a casa per un altro tim­bro sul visto. Era­vamo que­sto prima del 1990. Terre e case separate».

Da sola, minuta, distinta in un tail­leur beige di cotone, una donna sulla ses­san­tina si lascia avvi­ci­nare. Grandi occhiali neri le coprono le lacrime: «Sono tor­nata a stu­diare da adulta gra­zie a Madiba». Si chiama Mapi­tso e viene da Rusten­berg: «All’età di 45 anni ho var­cato la soglia dell’università per stu­diare logo­pe­dia. È l’ultima occa­sione che ho per dir­gli gra­zie. Ha pas­sato 27 anni in car­cere, il minimo che pos­siamo fare sono que­ste ore di fila».

Tra la folla incon­triamo anche Sam Nzima: «Ero un repor­ter — rac­conta -, lavo­ravo per The World . C’erano due testate del lo stesso edi­tore, una era The World , per i neri, l’altro era The Star , per i bian­chi. Ai black The World , ai bian­chi The Star , e natu­ral­mente a cia­scuno la sua noti­zia. Fui arre­stato per aver pub­bli­cato su The World la foto del bam­bino nero ammaz­zato dalla poli­zia durante i disor­dini del 1976».

Verso metà mat­ti­nata lasciamo la fila del popolo di Man­dela e attra­verso l’entrata per i pri­vi­le­giati della stampa ci infi­liamo nei giar­dini dell’Union Buil­dings. Strada facendo incon­triamo Lerato M., uno dei tanti lavo­ra­tori occa­sio­nali, men­tre svuota i cas­so­netti dei rifiuti: «Il giorno in cui Madiba è stato rila­sciato ero a casa, a Johan­ne­sburg, insieme a mio fra­tello. Era­vamo felici e ter­ri­bil­mente eufo­rici. Ieri ho reso omag­gio alla salma. Ho pro­vato tanta tri­stezza e nella mia mente un bru­sio di emo­zioni, non ero in grado di car­pire alcun pen­siero… Solo tanta tri­stezza per­ché non c’è più».

Il lungo cam­mino verso Man­dela non è mai finito. Per tre lun­ghi giorni a par­tire da mer­co­ledì scorso un ser­pen­tone di gente che ricorda quello di Soweto delle ele­zioni del 1994, le prime demo­cra­ti­che in Suda­frica, si ingrassa e si allunga sulla via per Madiba verso l’Union Buil­dings di Pre­to­ria. È l’ultima occa­sione per incon­trare, per molti è anche la prima volta, il lea­der e il com­bat­tente della libertà. L’ultima oppor­tu­nità per l’incontro con la sto­ria pas­sata che se ne va, con un’era che si chiude con l’addio a Madiba. In migliaia, sotto un sole afri­cano cocente.

La morte di Nel­son Man­dela ha dato al Suda­frica delle diver­sità cul­tu­rali e raz­ziali non ancora del tutto all’unisono, un’altra oppor­tu­nità. Nel cam­mino di que­sta gente in fila, c’è tutta la sto­ria della sua lotta per la libe­ra­zione mano nella mano con Nel­son Man­dela, Oli­ver Tambo, Joe Slovo, Wal­ter Sisulu, Chris Hani e Ste­phen Biko, il gio­vane lea­der del Black Con­sciou­sness Move­ment ammaz­zato in car­cere dal régime. Loro che danno i nomi anche alle migliaia di morti ammaz­zati in nome dell’apartheid. Qui a Pre­to­ria oggi que­sta gente in cam­mino nell’ultimo giorno prima dei fune­rali di stato nel pae­sino di Qunu di dome­nica pros­sima, è la meta­fora del Suda­frica che cele­bra la sua rina­scita. È il trionfo dell’Africa libera, in cam­mino verso se stessa.

Nelson Mandela: la battaglia per la memoria Fonte: Liberazione | Autore: Gennaro Carotenuto

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Metti una sera a cena venisse il bel sorriso ieratico di un elegante vecchio nero dai capelli bianchi. Quasi nessuno lo temerebbe o sarebbe razzista. È successo con Nelson Mandela nella sua età matura, dopo che per tre quarti della sua vita i benpensanti di tutto il mondo si erano uniti nell’odio contro il terrorista e il militante rivoluzionario disconoscendone le ragioni.

 

I quotidiani che oggi lo celebrano hanno difeso per decenni l’apartheid. I politici che lo onorano avevano giustificato quel sistema concentrazionario, che aveva assassinato decine di migliaia di militanti, privato milioni di una vita degna e levato a Madiba molti dei suoi anni migliori, come una triste necessità causata da due fenomeni nei quali il Sud Africa razzista faceva da anello di congiunzione tra XX e XXI secolo: la guerra fredda e le migrazioni.

 

L’apartheid è stato a lungo giustificato come una triste necessità della guerra fredda, come difesa dai neri incapaci di autogoverno rispetto allo splendore degli schiavisti, l’unico argine possibile dai migranti dell’Africa immensa disposti a vivere nelle baraccopoli come Soweto e a rovinarsi la salute in miniere come Marikana. I bianchi erano costretti a difendersi o sarebbero stati spazzati via da quelle masse senza volto e non era possibile quell’utopia ingenua di «un uomo, un voto» che altrove era alla base della legittimazione dell’Occidente. Considerazioni simili furono spese e si spendono per Israele rispetto ad un intorno mediorientale numericamente soverchiante e irrimediabilmente ostile e per il Cile di Pinochet, con l’Henry Kissinger del “non possiamo permettere che [Salvador] Allende vada al governo per l’irresponsabilità del suo popolo”. Quegli africani bianchi, perfino i più ottusi e spietati, restavano “i nostri” e Mandela era il nemico, il sanguinario terrorista.

 

Ma oltre a questa elementare esegesi c’è molto di più di ciò ed è fondamentale ricordarlo e capirlo. La melassa di oggi, con quei coccodrilli già pronti da mesi, è la negazione stessa di Nelson Mandela e della lotta di una vita. La costruzione che ci sottopongono, quella di un “happy ending” per l’ignominia dell’apartheid, senza vincitori né vinti, è semplicemente una narrazione falsa, che ricalca quella della fine della storia alla Fukuyama, scopo della quale è mantenere sul trono l’uomo bianco nella sua infinita saggezza. Il bianco era stato costretto all’apartheid dall’irresponsabilità del nero ma, con il ravvedimento di questo, il bianco era pronto a tendere la mano.

 

Se l’apartheid era stata una triste necessità così, con la fine dell’incubo sovietico, si era potuto permettere di guardare avanti. Nella costruzione retorica c’è il ravvedimento operoso dell’uomo bianco che finalmente può essere generoso e concedere la pace all’uomo nero sconfitto che, dopo una vita di sbagli per i quali è stato giustamente punito, è finalmente diventato saggio, come testimoniano i suoi capelli. È l’uomo bianco che concede a Mandela di uscire dal carcere e che vince comunque. Vinceva da suprematista, vince oggi che concede generosamente un regime democratico disegnato dai Chicago boys e protetto dal FMI, nel quale può permettere di farsi governare dal nemico storico lasciato uscire dal carcere. È la ricostruzione dominante ma non sta in piedi.

 

L’apartheid non finisce perché finisce la guerra fredda o per un atto lungimirante dei razzisti. L’apartheid finisce perché è sconfitto militarmente in guerre che non s’insegnano in nessuna scuola occidentale. L’apartheid finisce perché nel suo delirio espansionista è sconfitto dalle lotte dei popoli dell’Africa australe e deve via via ritirarsi prima dalla Rhodesia, quindi dalla Namibia, infine dall’Angola meridionale. È lì, a Cuito Cuanavale, la più grande battaglia campale in territorio africano dalla fine della seconda guerra mondiale, che si combatte tra la fine dell’87 e l’inizio dell’88 lo scontro militare nel quale è sconfitta l’apartheid. È a Cuito Cuanavale che si aprono le porte del carcere dove è sepolto Mandela da oltre un quarto di secolo.

 

Quando Nelson Mandela afferma -e lo ha fatto inequivocabilmente in molteplici occasioni- che senza Rivoluzione cubana, senza la volontà politica di Fidel Castro, senza il sangue di migliaia di combattenti cubani, oltre che di angolani dell’MPLA di Agostinho Neto, delle milizie armate del suo African National Congress e dei namibiani della Swapo, l’apartheid non sarebbe finita non sta facendo una concessione protocollare ad un vecchio amico e ad un processo storico residuale. Quel giorno, sui campi di battaglia del Sud dell’Angola, i bianchi sudafricani non sono diventati buoni: “sono stati sconfitti”. Quel giorno non si combatteva l’ennesima battaglia per interposta persona al crepuscolo della guerra fredda ma fu, sotto gli occhi di chi poteva guardarlo, il più grande esempio di internazionalismo della Storia.

 

Solo poi venne tutto il resto, la straordinaria capacità di Nelson Mandela di smantellare l’apartheid, di costruire un processo di pace e un nuovo paese. Ma quel processo è comprensibile davvero solo ricordando quel che in mille coccodrilli viene oggi negato: che l’apartheid fu sconfitta e che la pace di oggi fu costruita col sangue di quei combattenti. Mandela è stato un combattente quando è stato necessario combattere per poter diventare un uomo di pace da una posizione di forza. Senza combattere, e senza il decisivo aiuto militare cubano, l’apartheid sarebbe sopravvissuta per molti anni ancora, avrebbe eretto altri muri e sarebbe stata giustificata e difesa ad oltranza ancora da tanti tra quelli che oggi celebrano Madiba.

 

Ieri, nel suo alto discorso, Barack Obama non infinge nel riconoscere che senza Nelson Mandela lui non sarebbe mai diventato presidente degli Stati Uniti. Che differenza di statura rispetto al pensiero unico per il quale ogni progresso sociale, scientifico, culturale positivo in questo pianeta sarebbe figlio dell’Occidente! Obama invece ammette che la legittimazione dell’inquilino della Casa Bianca sia venuta da una spoglia cella di un duro carcere sudafricano. Pretendo troppo nel chiederlo a Barack Obama e sarò io, da uomo libero che nulla ha da guadagnare dalle proprie idee, a completare il sillogismo. Se Barack Obama ammette di dovere la sua presidenza a Nelson Mandela e Mandela ha sempre riconosciuto a Fidel Castro e all’aiuto internazionalista cubano il passaggio fondamentale che ha permesso la sconfitta dell’apartheid (che gli USA difendevano), allora se oggi Obama è alla Casa Bianca lo deve anche alla Rivoluzione cubana.

Come sempre accade in questi casi, ma per un grandissimo come Mandela in particolare, oggi sui giornali come nelle bacheche Facebook di ognuno di noi, si combatte una battaglia per la memoria. Da una parte, il mainstream, che si esalta nel solare sorriso del vecchio saggio. Dall’altra si pubblica il pugno chiuso del militante rivoluzionario. Ma il vecchio saggio è rimasto fino alla fine dei suoi giorni un militante rivoluzionario. Perché essere rivoluzionari, oggi più che mai, è essere saggi

E’ morto Nelson Mandela, il combattente della libertà Fonte: Liberazione.it | Autore: Maria R. Calderoni

Eroe della lotta contro l’apartheid, è morto a 95 anni nella sua casa di Johannesburg. Il paese è in lutto, la gente sfila per le strade e gli uffici hanno le bandiere a mezz’asta. Dal carcere al Nobel, una vita dedicata alla liberazione di un intero popolo oppresso. E’ stato il primo leader nero dopo la fine della segregazione razziale.Si ribellò. Quella era la sua terra, il suo paese, il paese dove era nato e dove erano nati suo padre e sua madre; ma lì, in quel suo paese, una legge detta dell’apartheid rendeva ormai la vita insopportabile e indegna. L’avevano inventata e imposta, quella legge, i dominatori bianchi e, in base ad essa, lui e tutti gli altri africani come lui dovevano subire molte cose.Tanto per dire. Separazione netta tra bianchi e neri nelle zone abitate da entrambi; istituzione dei bantustan, cioè ghetti per soli neri; proibizione dei matrimoni interrazziali; proibizione di rapporti sessuali tra neri e bianchi (costituiva reato passibile di carcere); obbligo di registrazione civile in base alla razza; divieto di accesso a determinate aree urbane; divieto di uso delle stesse strutture pubbliche, tipo fontane, marciapiedi, sale d’attesa; discriminazione nelle scuole e nei posti di lavoro; obbligo di passaporto per accedere alle aree urbane dei bianchi; divieto di ogni forma di opposizione (in special modo se di stampo socialista, comunista e comunque in qualche modo riferibile all’AFC, African National Congress).
Prigionieri nella propria terra, esclusi e assoggettati, defraudati dei loro diritti e delle loro risorse. Quello era il Sudafrica, la sua terra. Una terra bellissima, con terreni fertili e clima mite, ricca di minerali preziosi (platino, diamanti, oro), diventata colonia e dominio di olandesi e inglesi fin dal secolo XVII. Quella sua terra strangolata dai crudeli padroni bianchi (è sotto il governo di Hendrich F. Verwoerd, passato alla storia come il perfezionatore, anzi “l’architetto dell’apartheid”, che la segregazione dal 1948 è diventata compiuta legge di Stato).
Si ribellò. Lui, Nelson Mandela, a tutto questo decide di ribellarsi. Per la verità il suo vero nome è un altro. È nato il 18 luglio 1918 in un piccolo villaggio del Transkei e, come tutti in Sud Africa, acquisisce il nome inglese di Nelson il I° giorno di scuola; ma il suo vero nome è Rolihlahla, che poi significa “quello che porta guai”.
Lui non è nemmeno tra i più sfortunati; lui è figlio di un capotribù Thembo, un nero che riesce ad andare scuola, grazie alla protezione del reggente Jongitaba, amico della sua famiglia, che diventa suo tutore dopo la morte del padre; ed è un nero che può persino studiare, conquistarsi un diploma e poi addirittura una laurea in giurisprudenza; lui che non è solo un miserabile “negro” in mano afrikaner.
La sua storia la racconta lui stesso nella autobiografia che ha per titolo “Lungo cammino verso la libertà” (Feltrinelli, 1997); un libro che è anch’esso una perigliosa conquista. Mandela lo scrive di nascosto nel 1974, mentre è detenuto nel carcere di Robben Island; ma il manoscritto viene scoperto, confiscato e distrutto. I suoi due compagni di cella ne hanno però trascritto e nascosto una copia; ed è così che quelle emozionanti 579 pagine sono giunte sino a noi. Uscito dalla prigione nel 1990, Mandela ne finisce la stesura e il libro viene pubblicato nel 1994, titolo inglese “Long walk to freedom”.
Solo questo. «Ho percorso questo lungo cammino verso la libertà sforzandomi di non esitare, e ho fatto alcuni passi falsi lungo la via. Ma ho scoperto che dopo aver scalato una montagna ce ne sono sempre altre da scalare».
Solo questo. Il lungo cammino. Nient’altro che la strenua lotta per riscattare il suo popolo da una vita «senza pietà, senza voce, senza radici, senza futuro».
A 18 anni, nel ’39, Nelson è ammesso all’Università di Fort Hare; fa pratica legale presso lo studio di un avvocato ebreo; e alla Facoltà di Giurisprudenza – racconta – «sono l’unico studente africano», era visto come un intruso, nessuno si sedeva vicino a lui e i professori gli «consigliarono» di continuare gli studi «per corrispondenza». Nessuno gli aveva insegnato come battersi contro l’odioso dominio bianco. Ma è in quegli anni che diventa amico di comunisti, ebrei e indiani, tutti ragazzi della sua età che quel dominio bianco lo vogliono combattere. Insieme a loro, con Walter Sisulu e Oliver Tambo, fonda la Lega giovanile dell’ANC (African National Congress), l’organizzazione che, insieme al Partito comunista, si batte contro l’apartheid.
È con loro, coi ragazzi della Lega, che nel 1942 partecipa alla marcia dei 10.000 nella città di Alexandria (dove si è trasferito) organizzata per il boicottaggio degli autobus; non si fermerà più; la «miriade delle indegnità e delle offese» lo porta alla scelta che sarà quella di tutta la sua vita, quella di combattere «il sistema che imprigionava il suo popolo». Quel sistema che spara sui minatori in sciopero, come nel ’46 avviene nella miniera d’oro di Reef, 12 morti, migliaia di arresti, centinaia di processi per sedizione ai tanti comunisti che a quella lotta hanno partecipato.
Nel febbraio 1952 l’ANC organizza una grande manifestazione di disobbedienza civile contro la segregazione, provocando la reazione del governo che, come sempre, è durissima. La sede dell’Anc è perquisita e Nelson arrestato per la prima volta. Quelli erano giorni, annota nel suo libro, nei quali era molto difficile per un nero vivere a Johannesburg. Infatti, «era un crimine passare per una porta riservata ai bianchi; un crimine viaggiare su un autobus riservato ai bianchi; un crimine bere ad una fontana riservata ai bianchi; un crimine passeggiare su una strada riservata ai bianchi, essere in strada dopo le 11 di sera, non avere il lasciapassare; era un crimine essere disoccupati e un crimine lavorare nel posto sbagliato, un crimine vivere in certi posti e un crimine non avere un posto dove vivere».
E sono, quelli, anche i giorni delle evacuazioni di massa a Sophiatown, Martindale, Newclarc, dove quasi 100.000 africani vengono brutalmente buttati fuori dalle loro case. A lui intanto, rilasciato dal carcere, viene consegnata un’ingiunzione che gli impone di dimettersi dall’ANC; di non uscire dal distretto di Johannesburg; e di non partecipare a riunioni o convegni di qualsiasi tipo per due anni. E contemporaneamente viene chiesta la sua radiazione dall’Albo degli avvocati.
Sono anche i giorni in cui Sophiatown, che ha cercato di ribellarsi all’evacuazione, deve cedere sotto i colpi della violenza afrikaner; e anche i giorni in cui, grazie al Bantu Educational Action, il governo si accaparrava direttamente il controllo di tutta l’istruzione, in pratica imponendo per gli africani una scuola di livello inferiore.
Sulle ali della lotta. La Carta delle Libertà nasce il 26 giugno 1955 in una straordinaria manifestazione promossa a Kiptown dal’ANC: «Noi, il popolo del Sudafrica». È un testo poetico e fortissimo, di denuncia e ribellione in nome dei diritti dell’uomo e della dignità, alla cui stesura collabora con slancio anche Mandela. Le inaudite parole sono state scritte. «Il Sudafrica appartiene a tutti coloro che ci vivono, bianchi e neri». «Il nostro popolo è stato defraudato dal diritto, acquisito alla nascita, alla terra, alla libertà e alla pace, da una forma di governo basata sulla ingiustizia e l’ineguaglianza». «Il popolo governerà». «Tutti saranno uguali davanti alla legge e tutti godranno degli stessi diritti dell’uomo».
Sulle ali della Carta. Arrivano le prime grandi manifestazioni di massa, e la repressione è durissima; cariche della polizia, denunce, arresti, sedi e movimenti dichiarati fuorilegge. E parte anche la caccia agli attivisti e agli animatori della Carta. Inevitabilmente tocca a Mandela.
All’alba del 5 dicembre ’56 la polizia irrompe nella sua casa e lo arresta davanti ai due figli; l’accusa è alto tradimento; con lui, altri 156 compagni subiscono la stessa sorte, e tutti sono trasferiti nella prigione di Johannesburg, “La Fortezza”, una tetra costruzione in cima a una collina nel cuore della città.
Per “alto tradimento”, la legge afrikaner prevede la pena di morte. Il 19 dicembre si apre il processo: ci vogliono due giorni per leggere le 18.000 parole dei capi d’accusa; ma, grazie a un grande collegio di difesa e ai fondi raccolti dall’ANC, quella volta – dopo un processo che si trascina per cinque anni – tutti vengono assolti e rilasciati su cauzione.
Non c’è pace né giustizia e nemmeno pietà. Il 10 marzo 1960 a Shaperville la polizia spara su un corteo di manifestanti disarmati; una strage. Il tragico episodio segna una svolta per l’ANC e anche per Mandela. Per cinquant’anni la non-violenza è stato uno dei principi basilari del movimento anti-apartheid. Ma ora, di fronte alla repressione sempre più brutale e sanguinosa, brandire la Carta e i suoi nobili principi, organizzare solo cortei di protesta sembra non bastare più; ora sembra giunto il momento di ricorrere anche a più drastici mezzi. Nasce il Mk – acronimo di “Umkhonto we Sizwe”, che vuol dire “Lancia della Nazione” – l’ala armata dell’ANC e Mandela ne diventa il comandante. Sabotaggio, scontri con la polizia, contro-assalti, propaganda, raccolta
di fondi anche all’estero, campi di addestramento para-militari. Dicesi lotta.
Mandela è costretto a darsi alla clandestinità, diventa la “Primula Nera”, l’africano più ricercato del continente. Dura diciassette mesi; ma una sera, sulla strada di Johannesburg – si sospetta su segnalazione della Cia – viene catturato. Processo, autodifesa, pesante condanna: cinque anni di durissimo carcere a Esiquitin, uno scoglio a 18 miglia da Città del Capo.
Passa solo qualche mese. Ma un’irruzione della polizia nella sede generale del Mk a Rivonia mette le mani su documenti che attesterebbero un piano di cospirazione, invasione armata, insurrezione; è un’ondata di arresti e per Mandela, già incarcerato, scattano nuove e più gravi accuse. Sono reati da pena di morte; e lui la morte se l’aspetta. Coi suoi compagni concorda una strategia di difesa: più che sulla legalità sarà basata sui «principi morali». Impiega quindici giorni a preparare il suo intervento davanti alla Corte. «Vostro Onore, io sono l’imputato numero uno Nelson Mandela. Non io, ma il governo dovrebbe trovarsi alla sbarra. Mi dichiaro non colpevole». Parlerà per oltre quattro ore. «Il mondo seguiva con grande attenzione il Processo Rivonia. Nella cattedrale di St.Paul a Londra si tennero veglie per noi; gli studenti dell’università di Londra mi elessero presidente in absentia della loro associazione». Venerdì 12 giugno 1964, «tornammo per l’ultima volta in tribunale. Il servizio di sicurezza era più imponente che mai», strade bloccate al traffico e polizia ovunque. Ma, «nonostante le intimidazioni, almeno duemila persone si erano radunate davanti al tribunale con striscioni e cartelli che dicevano: “Siamo al fianco dei nostri capi”».
Non furono condannati a morte (anche grazie alla grande pressione internazionale). La sentenza fu l’ergastolo per tutti gli imputati.
Agli anni del carcere, Mandela dedica un lungo capitolo intitolato: “Robben Island, gli anni bui”. Anni terribili in un carcere spaventoso; la cella lunga 3 passi e larga meno di 2 metri, i pochi oggetti disponibili, la sporcizia, la quasi mancanza di corrispondenza, il vitto orribile, il lavoro massacrante nella cava di pietra.
Ma lui non cessa di combattere. È rinchiuso da più di vent’anni, ma in quell’anno 1985 perviene all’ANC il suo “Manifesto”: «Unitevi! Mobilitatevi! Lottate! Tra l’incudine delle azioni di massa e il martello della lotta armata dobbiamo annientare l’apartheid!»
Mandela rimane in carcere fino all’11 febbraio 1990. Fu lo stesso nuovo presidente del Sudfrica a dargli la notizia della scarcerazione. Subito dopo essere stato eletto, de Klerk aveva cominciato a smantellare l’apartheid: apre le spiagge sudafricane ai cittadini di tutte le razze, annuncia l’abrogazione del “Reservation of Separation Amenities Part”; il 2 febbraio 1990 revoca la messa al bando dell’ANC, del Communist Part e di altre 317 organizzazioni che erano state dichiarate illegali; decreta la scarcerazione di tutti i prigionieri politici non colpevoli di atti di violenza, nonché l’abrogazione della pena capitale.
Il 27 aprile 1994 è la data delle prime elezioni non razziali e a suffragio universale del Paese. Mandela diventa presidente: è il primo presidente nero del Sudafrica. Resterà in carica fino al 1999. Le ferite sono profonde e laceranti. Ma il presidente nero non insegue la ritorsione e la vendetta. In nome di quel suo popolo che ha tanto sofferto, ha creato una “Commissione per la Verità e la Riconciliazione” per far luce sui crimini dell’Apartheid; i colpevoli che confessano sono perdonati, ed è concessa un’amnistia pacificatrice. Per questo, dopo il Premio Lenin ricevuto nel 1962, nel 1993 gli viene dato il Nobel per la pace.
Tanti anni sono passati. Il Combattente ora è un po’ stanco. «Mi sono fermato un istante per riposare, per svolgere lo sguardo allo splendido panorama che mi circonda, e per guardare la strada che ho percorso».
Nell’ultima riga della sua autobiografia ha lasciato scritto che il «lungo cammino» deve continuare. «Non vi è alcuna strada facile per la libertà».

L’eredità immensa di Nelson Mandela, l’uomo che seppe lasciare il potere Fonte: redattoresociale.it

 

di Zachary Ochieng. In esclusiva da News from Africa

NAIROBI – La morte di Nelson, icona dell’anti apartheid, ha lasciato il mondo nella tristezza. Sebbene se ne sia andato all’età di 95 anni, che già in sé è una rarità per qualcuno che ha passato 27 anni in carcere, la sua eredità rimarrà per anni. Poche persone nel pianeta potrebbero eguagliare la sua immagine straordinaria ed è per questo motivo che il mondo sta celebrando la sua vita invece di essere in lutto. Senza dubbio sarà ricordato come uno degli uomini più grandi della storia.

La ricca eredità che Mandela si lascia alle spalle è impareggiabile . Oltre ai suoi risultati politici, ha combattuto per una società giusta che è culminata nella demolizione del regime dell’apartheid. Ha abbandonato il palcoscenico della politica dopo aver servito solo un mandato, preparando la strada per le generazioni più giovani che prenderanno il comando. Molti leader africani sono noti per tenere il potere fino alla morte. Dittatori come Robert Mugabe in Zimbabwe vengono subito in mente. Al potere da quando lo Zimbabwe è diventato indipendente nel 1980, Mugabe ha continuato a rimanere attaccato alla sua posizione.

“Se c’è qualcosa per cui l’Africa dovrebbe ricordare Mandela, è la sua determinazione a liberare i sudafricani dall’oppressivo regime dell’apartheid e dalla credenza che non si deve essere per sempre al potere per diventare popolare . È questo il motivo per cui ha servito soltanto un mandato e poi ha lasciato. Questa è una cosa che altri leaders africani dovrebbero imitare”, afferma il Adams Oloo, presidente del Dipartimento delle politiche e delle relazioni Internazionali all’università di Nairobi.

L’ex procuratore generale del Kenya Charles Njonjo, un vecchio amico di Mandela che è stato suo compagno di classe all’università di Fort Hare in Sud Africa, parla di un uomo che era molto intelligente ma rimaneva sempre umile. “Era uno studente infaticabile ma sempre pronto ad assistere gli studenti meno veloci con i loro compiti. Ha mostrato questa umiltà e senso di comprensione quando ha accettato di lavorare con lo stesso regime che lo aveva imprigionato per il bene della ripresa nazionale e della riconciliazione ”, afferma Njonjo.

La straordinaria levatura di Mandela è esemplificata dai 250 premi che ha ricevuto nella sua vita, incluso il premio Nobel per la pace nel 1993. Con il tipo di affetto che il mondo mostra nei suoi confronti, Madiba, come era noto al suo clan, attrarrà molto probabilmente anche premi postumi.

Un grande uomo che era sempre a suo agio con i giornalisti durante le interviste, Mandela ha ispirato molti leaders mondiali, incluso il presidente degli Stati Uniti Barack Obama che ha visitato il Sud Africa quando Mandela era gravemente malato in ospedale. “Voglio rendere omaggio a questo grande uomo Nelson Mandela per la sua ispirazione. L’Africa dovrebbe accogliere la democrazia e scrollarsi di dosso la cultura della dipendenza dagli aiuti umanitari”, aveva affermato Obama durante la sua visita, ricordandolo poi ieri tra le lacrime dopo la notizia della morte.

Mandela credeva nell’approccio non violento di Mahatma Gandhi per risolvere i conflitti , al quale perciò rendeva omaggio: “Osava esortare la non violenza in un periodo in cui la volenza di Hiroshima e Nagasaki erano esplose su di noi; esortava alla moralità quando la scienza, la tecnologia e l’ordine capitalista l’avevano resa ridondante ; ha sostituito i propri interessi con quelli del gruppo senza minimizzare l’importanza del sé. L’India é il paese di nascita di Gandhi; il Sud Africa è il suo paese di adozione”. Di fatto, Mandela e Gandhi erano uomini con idee simili.

La pandemia di Hiv/Aids senza dubbio è rimasta la principale prioritá di Mandela durante la sua presidenza ed il suo pensionamento. Nel continente africano dimora la maggior parte delle persone malate di Hiv/Aids e Mandela decise che bisognava fare qualcosa per arginare la pandemia. In primo luogo, decise di lottare in prima linea ammettendo che uno dei suoi figli era monto di Aids. Qualcosa di inaudito in Africa fino ad allora. Nessuna famiglia, in particolare una famiglia illustre come i Mandela, avrebbe infatti ammesso di aver perso uno dei propri cari a causa dell’Hiv/Aids. Forse prendendo spunto da Mandela, anche l’ex Presidente dello Zambia Kenneth Kaunda ha ammesso in pubblico la morte di uno dei suoi figli per Hiv/Aids. È questo il tipo di leadership per cui l’Africa dovrebbe ricordare Mandela.

Attraverso la sua fondazione Nelson Mandela, che ha lo scopo di promuovere una societá giusta ed imparziale, libera da discriminazioni, egli ha visto l’Hiv/Aids come un’altra guerra che doveva essere combattuta e vinta. Dal 2003, ha sostenuto i concerti “46664” (nome che deriva dal suo numero di identificazione in prigione) che avevano lo scopo di raccogliere fondi e consapevolezza riguardo all’Hiv/Aids.

Pochissime leggende viventi hanno delle giornate internazionali dedicate a loro. Ma per Mandela, il 18 luglio è stato dichiarato Giornata internazionale per Nelson Mandela sin da quando era ancora vivo. La giornata, che coincide con la sua data di nascita, è caratterizzato da atti di carità e gentilezza per dimostrare i valori che lui rappresentava.

Oltre alla fondazione, c’è il Fondo per l’infanzia Nelson Mandela, che supporta i bambini del Sud Africa con la visione di cambiare il modo in cui la societá tratta i propri bambini e ragazzi. Il Progetto Hillbrow Theatre, ad esempio, è un luogo in cui bambini svantaggiati possono esprimersi attraverso l’arte. Attraverso le loro produzioni, gli studenti apprendono importanti capacitá di lavoro di squadra, rispetto reciproco e tolleranza.

Riposa in pace, Tata.

(Traduzione di Sara Marilungo)