Messico, duro rapporto Onu; Amnesty: tortura praticata in modo massiccio, necessario indagare Autore: redazione‏

 

Il nuovo rapporto delle Nazioni Unite, che descrive in modo dettagliato come la tortura sia ampiamente diffusa tra le forze di polizia e di sicurezza del Messico, secondo Amnesty international “deve indurre le autorità ad affrontare questa pratica ripugnante una volta per tutte”.

Il rapporto di Juan E. Méndez, relatore speciale delle Nazioni Unite sulla tortura e altri trattamenti o pene crudeli, inumani e degradanti, è stato presentato al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite. Descrive come in Messico i pubblici ufficiali vengano spesso meno al dovere di indagare sulle denunce delle vittime di tortura e come i medici legali che lavorano per il governo ignorino frequentemente i segni di tortura. Nel settembre 2014, Amnesty International ha pubblicato il rapporto “Fuori controllo: tortura e altri maltrattamenti in Messico” che mostra un grave aumento della tortura e di altri maltrattamenti e denuncia una cultura dominante di tolleranza e impunità. Questo rapporto fa parte dell’attuale campagna mondiale di Amnesty International “Stop alla tortura”.
“Questo fondamentale ed estremamente duro rapporto di un massimo esperto delle Nazioni Unite sulla tortura evidenzia una cultura dell’impunità e della brutalità sulla quale abbiamo condotto campagne per anni. Il presidente Enrique Peña Nieto non può invocare l’ignoranza su questo tema. Invece, deve accettare e attuare tutte le raccomandazioni disposte nella relazione del relatore speciale”, ha affermato Erika Guevara-Rosas, direttrice del Programma Americhe di Amnesty International.

“La polizia e i soldati si servono regolarmente della tortura per punire o estorcere false confessioni o informazioni dai detenuti nella cosiddetta ‘guerra alla droga’. Spesso, le vittime sono costrette a firmare dichiarazioni sotto tortura e in molti casi sono condannate unicamente sulla base di queste affermazioni. Gli esami di medicina legale, quando vengono eseguiti, di solito non sono all’altezza degli standard internazionali”.

Amnesty International chiede al governo messicano di garantire che i funzionari di medicina legale effettuino analisi immediate, imparziali e approfondite su ogni persona che denunci di essere stata torturata e che le autorità accettino le conclusioni degli esperti indipendenti di medicina legale come prove valide in tribunale.

“Le indagini sulle denunce di tortura in Messico sono piene di difetti. Le linee guida concordate a livello internazionale, come il Protocollo di Istanbul sulle indagini in materia di tortura, sono regolarmente ignorate e spesso le vittime devono aspettare mesi o anni per essere visitate. Documentare la tortura è il primo passo per rompere il muro di impunità” – ha aggiunto Erika Guevara-Rosas.

Negli ultimi mesi, Amnesty International ha condotto una campagna per la giustizia in favore di Ángel Colón e Claudia Medina, entrambi torturati per estorcere loro false confessioni. L’appello per porre fine alla tortura in Messico è qui.

Ángel Colón è stato sottoposto ad asfissia, sottoposto a trattamenti umilianti e picchiato dai soldati mentre era detenuto in una base militare. Dopo la sua denuncia di tortura, ci sono voluti cinque anni per ottenere che venisse sottoposto a un esame adeguato da parte di un esperto indipendente di medicina legale.

Claudia Medina è stata violentata da soldati della marina militare. Le autorità sono state riluttanti a indagare sulle accuse e il governo le ha reso praticamente impossibile accedere ai servizi ufficiali di medicina legale. L’unica prova legale delle torture subite dalla donna è scaturita da due esami medici indipendenti.

“Dopo il lungo percorso che ho dovuto attraversare, ho sentito il bisogno di diventare un’attivista per i diritti umani per dimostrare che non sono una criminale, come le autorità mi hanno dipinto. Non permetterò che una sola donna in più sia torturata in Messico” – ha dichiarato Claudia Medina ad Amnesty International.

Il 3 marzo, il Messico ha nominato Arely Gómez González nuova procuratrice generale federale.

“Arely Gómez González ha la possibilità di prendere una posizione forte sulla tortura. Deve assicurare che le vittime abbiano accesso a esami di medicina legale adeguati da parte di funzionari esperti e autonomi rispetto all’Ufficio della procura generale federale, come il relatore sulla tortura delle Nazioni Unite ha sottolineato oggi”, ha concluso Erika Guevara-Rosas

Rapporto sulla necessità di porre fine al blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Usa contro Cuba da: controlacrisi.org

L’Ambasciata di Cuba in Italia ci ha inviato  il rapporto sulla Risoluzione 68/8 dell’Assemblea delle Nazioni Unite, intitolata “Necessitá di porre fine al blocco economico, commerciale e finanziario” imposto dagli Stati Uniti d’America contro Cuba, che volentieri pubblichiamo e vi chiediamo di leggere e diffondere.

“Il suo contenuto – scrive l’Ambasciata di Cuba – riferisce numerosi esempi, e relativi dati, dei danni economici causati dal blocco al popolo cubano nel periodo compreso tra aprile 2013 e giugno 2014. Altresí, mette a nudo la portata extraterritoriale della crudele politica nordamericana, progettata per isolare il popolo di Cuba impegnato nella difesa della sua sovranitá e del suo diritto a scegliere liberamente il proprio futuro. A tale riguardo, Cuba deve esprimere il proprio ringraziamento alla solidarietá internazionale ricevuta e agli oltre 180 paesi che ogni anno condannano il blocco alle Nazioni Unite”.

QUI IL DOSSIER IN PDF: LUGLIO 2014 – RAPPORTO DI CUBA SU BLOCCO – Italiano

La Striscia di sangue delle stragi Fonte: Il Manifesto | Autore: Michele Giorgio

Il “margine protettivo” di Israele. La “tregua” è una trappola mortale. Il mercato di Shujayea, la scuola Unwra di Jabaliya, Zaytun, Khan Yunis: più di 100 morti in una sola giornata a Gaza. Tra questi il giornalista palestinese Rami RayanSi passa di strage in strage, non si rie­sce più a seguirle tutte. Impos­si­bile recarsi ovun­que. L’elenco di ieri è fitto: il mer­cato di Shu­jayea, la scuola Unwra di Jaba­liya, Zay­tun, Khan Yunis e tanti altri nomi che fanno più di 100 morti in una sola gior­nata e altre cen­ti­naia di feriti che stanno por­tando al col­lasso gli ospe­dali di Gaza. Da quando è comin­ciata «Mar­gine Pro­tet­tivo» sono stati uccisi circa 1.400 pale­sti­nesi (almeno il 70% sono civili tra i quali 243 bam­bini), oltre 7mila sono i feriti. Una stri­scia di san­gue infi­nita che con­tri­bui­scono ad allun­gare anche le «fine­stre uma­ni­ta­rie». Israele ieri ha pro­cla­mato uni­la­te­ral­mente quat­tro ore di tre­gua, dalle 15 alle 19, nelle «zone dove non si com­batte». Si è rive­lata una trap­pola mor­tale per tanti pale­sti­nesi di Shu­jayea, popo­loso quar­tiere di Gaza city raso al suolo in parte dai bom­bar­da­menti israe­liani nelle ultime due set­ti­mane. Per­sone che hanno appro­fit­tato della «pausa» nei can­no­neg­gia­menti per rifor­nirsi o per ven­dere generi di prima neces­sità nel mer­cato rio­nale. Una bomba sgan­ciata da un F-16 ha ucciso 17 per­sone, tra i quali un gior­na­li­sta, Rami Rayan, enne­simo ope­ra­tore dell’informazione pale­sti­nese che paga con la vita il dovere di infor­mare. 200 i feriti.

Nell’ospedale Shifa si sono vis­sute le stesse scene viste tante volte negli ultimi 22 giorni: corpi insa­gui­nati, cada­veri irri­co­no­sci­bili, padri che cor­rono verso il pronto soc­corso con i figli feriti in brac­cio. Urla, pianti, sguardi fissi, medici esau­sti che resi­stono con la sola spinta dell’adrenalina. Sono più di tre set­ti­mane che vediamo tutto que­sto e non biso­gna illu­dersi. L’accordo di tre­gua è solo un mirag­gio. Il gabi­netto di sicu­rezza israe­liano ieri sera si è chiuso dopo cin­que ore con la deci­sione di lasciare ancora carta bianca alle forze armate. Dall’altra parte Hamas, o meglio la sua ala mili­tare, crede di aver vinto la guerra per­chè ha ucciso 57 sol­dati israe­liani – gli ultimi tre ieri -, per­chè lan­cia razzi verso Israele e così alza la posta, ponendo come con­di­zione per accet­tare un ces­sate il fuoco per­ma­nente, l’attuazione di richie­ste che Israele e l’Egitto non accet­te­ranno mai. I nego­ziati al Cairo con tutte le fazioni pale­sti­nesi non sono mai real­mente comin­ciati e in ogni caso rischiano di pro­durre intese inap­pli­ca­bili per la rigi­dità delle parti in con­flitto. Il mondo resta alla fine­stra, si guarda bene dal fer­mare la mac­china bel­lica israe­liana e pro­nun­cia vec­chi slo­gan e frasi di cir­co­stanza che non cam­biano nulla. Ieri sera si è riu­nito d’emergenza il Con­si­glio di Sicu­rezza dell’Onu, un’altra seduta senza pro­spet­tive di soluzione.

Shu­jayea è par­zial­mente abi­tato, soprat­tutto nella parte più occi­den­tale, abba­stanza lon­tana dalla lunga fascia di mace­rie che segna la linea del «fronte». Molte fami­glie hanno pre­fe­rito ritor­narci pur di non vivere ammas­sati in scuole ed edi­fici abban­do­nati come gli oltre 200mila sfollati.

Pro­prio ieri John Ging, il diret­tore ope­ra­tivo dell’ufficio di coor­di­na­mento degli affari uma­ni­tari delle Nazioni Unite, ha comu­ni­cato che rispetto all’offensiva israe­liana del 2012, il numero degli sfol­lati nelle scuole dell’Onu è quat­tro volte supe­riore. Gaza è dav­vero unica tra le zone di con­flitto nel mondo, poi­ché altrove i civili hanno almeno la pos­si­bi­lità di attra­ver­sare la fron­tiera e met­tersi in salvo. Per i pale­sti­nesi di que­sto faz­zo­letto di terra invece non ci sono vie di fuga. I “fra­telli egi­ziani” ten­gono rigi­da­mente chiuso il valico di Rafah per impe­dire ai pale­sti­nesi di entrare nel Sinai.

Ogni punto di Gaza è ormai zona di guerra. Lo hanno capito i soprav­vis­suti all’attacco aereo di ieri pome­rig­gio nel mer­cato di Shu­jayea, gli sfol­lati che il 24 luglio erano nella scuola dell’Unrwa a Beit Hanun e quelli che ieri all’alba si tro­va­vano in un altro edi­fi­cio sco­la­stico delle Nazioni Unite a Jaba­liya.
Nulla può offrire pro­te­zione, nes­sun pale­sti­nese o stra­niero può pen­sare di sen­tirsi al sicuro quando ormai le bombe e le can­no­nate cadono ovun­que. Anche «per errore» e in ogni caso nelle zone col­pite, spiega ogni volta il por­ta­voce mili­tare israe­liano, c’erano sem­pre «ter­ro­ri­sti» che lan­cia­vano razzi o spa­ra­vano con­tro i soldati.

Nella scuola media per ragazze cen­trata da can­no­nate ieri all’alba, nes­suno degli sfol­lati ricorda di spari di mili­ziani di Hamas e di altre orga­niz­za­zioni armate con­tro le posta­zioni israe­liane. «Ad un certo punto abbiamo sen­tito che le esplo­sioni si face­vano più vicine», ci rac­con­tava ieri mat­tina Kamal Abu Odeh, di Beit Hanun, uno degli scam­pati all’attacco alla scuola, «quindi abbiamo deciso di spo­starci in un’altra aula costruita con il cemento armato, a dif­fe­renza di quella dove ci tro­va­vamo. Sono andato subito con tutta la mia famiglia.

Ad un certo punto un colpo di can­none è caduto sui gabi­netti della scuola e poco dopo un altro ha cen­trato in pieno l’aula che ave­vamo appena abban­do­nato. Den­tro c’erano ancora decine di per­sone. Ho visto gente fatta a pezzi». Almeno 20 sfol­lati sono rima­sti uccisi, altre decine feriti. Vit­time che si aggiun­gono alle cifre di una car­ne­fi­cina infi­nita. «A volte si rimane senza parole. Tutte le infor­ma­zioni mostrano che è stata l’artiglieria israe­liana. Abbiamo detto diverse volte a Israele che quella era una nostra scuola», com­menta un alto fun­zio­na­rio dell’Onu. E non manca l’inutile e ripe­ti­tiva con­danna degli Stati Uniti del bom­bar­da­mento che «ha ucciso e ferito dei pale­sti­nesi inno­centi, tra cui dei bam­bini, e col­pito alcuni dipen­denti delle Nazioni Unite». Washing­ton può dire basta a Israele e non lo fa.

All’ospedale «Kamal Adwan» di Jaba­liya, dove ci siamo recati per ten­tare di par­lare con alcune per­sone ferite nella scuola, abbiamo tro­vato un girone dell’inferno. In quella zona le stragi sono con­ti­nue, medici ed infer­mieri non hanno un attimo di sosta. Arri­vano in con­ti­nua­zione ambu­lanze, con a bordo per­sone squar­tate dalle esplo­sioni, corpi bru­ciati, car­bo­niz­zati, bam­bini che urlano per le ferite. Tutto nel caos cau­sato dalla stan­chezza e dall’elevato numero delle vit­time. Così è ovun­que nelle zone più vicine alle aree delle ope­ra­zioni israeliane.

Nes­suno, lo ripe­tiamo, può sen­tirsi sicuro. La sal­vezza? L’Esercito israe­liano offre ai pale­sti­nesi l’unica via d’uscita: diven­tare col­la­bo­ra­zio­ni­sti. Dopo il volan­tino numero 1 sgan­ciato dagli aerei, che qual­che giorno fa ripor­tava nomi e cognomi dei mili­ziani veri e pre­sunti di Hamas e Jihad che saranno eli­mi­nati molto pre­sto, il volan­tino numero 2 ieri ripor­tava un indi­rizzo elet­tro­nico, helpGaza(at)gmail.com, e un numero di tele­fono, 03 3769999, dove denun­ciare i mem­bri di Hamas e for­nire infor­ma­zioni sui gruppi armati.

Nep­pure il col­la­bo­ra­zio­ni­smo può sal­vare da bombe che ormai cadono ovun­que, sui mer­cati e sulle scuole.

Palestina. L’Onu a Israele: “Liberate i detenuti politici”www.resistenze.org – popoli resistenti – palestina – 10-06-14 – n. 502

Le Nazioni Unite preoccupate dallo sciopero della fame di 125 prigionieri palestinesi. Le loro condizioni peggiorano, almeno 70 quelli trasferiti in ospedale. Netanyahu preme per costringere i medici ad alimentarli con la forza.

Redazione Nena News | nena-news.it

07/06/2014

Da sei settimane in sciopero della fame, trasferiti come forma punitiva in altre carceri israeliane e minacciati di alimentazione forzata: la protesta dei circa 125 detenuti politici palestinesi assume tratti drammatici, tanto da scatenare la reazione delle Nazioni Unite. Ieri il segretario generale dell’ONU, Ban Ki-moon, ha espresso grande preoccupazione per il deterioramento delle condizioni di salute dei prigionieri palestinesi che rifiutano il cibo come protesta per la pratica della detenzione amministrativa applicata senza sosta da Israele. E chiede a Tel Aviv di rilasciarli o di garantire loro un processo equo.

A preoccupare l’ONU, aggiunge l’Alto Commissariato per i Diritti Umani, è anche il disegno di legge in discussione alla Knesset che intende permettere l’alimentazione forzata dei prigionieri in sciopero. Un trattamento medico che non solo viola i diritti umani del detenuto, ma che in passato si è dimostrato estremamente pericoloso: si sono registrati numerosi casi di prigionieri morti durante un simile trattamento. La minaccia arriva direttamente dall’ufficio del primo ministro Netanyahu che sta premendo per l’approvazione di una legge che permetterebbe ai medici di nutrire con la forza i prigionieri in sciopero. Una pratica che viola le regole base dell’Associazione Medica Mondiale e condannata anche dall’Associazione dei Medici Israeliani: “L’alimentazione forzata è una tortura e nessuno dei nostri dottori ne prenderà parte”.

Il consigliere legale di Netanyahu, Yoel Hadar, ha parlato alla stampa della proposta di legge. L’obiettivo è costringere i giudici ad autorizzare l’alimentazione forzata, non solo se la salute del detenuto è a rischio, ma anche se a rischio sono gli interessi dello Stato: la morte di un detenuto palestinese non sarebbe una buona pubblicità per le autorità di Tel Aviv a livello internazionale e potrebbe provocare reazioni da parte della popolazione palestinese. Netanyahu si è detto tranquillo, dopotutto si tratterebbe di una pratica utilizzata dall’amico Bush nel carcere di Guantanamo. Ma i medici israeliani dicono no e rispondono al governo: nessuno dei nostri dottori obbedirà a simili ordini.

Al nutrimento forzato si aggiunge una serie di altre punizioni inflitte ai detenuti in sciopero per far cessare la protesta: “L’Israeli Prison Service ha vietato le comunicazioni con il mondo esterno – spiega l’associazione palestinese per i diritti dei prigionieri, Addameer – Non permette le visite dei legali e continua a trasferire prigionieri da un carcere all’altro; li pone in isolamento e nega le visite familiari; li multa fino a 50 euro; li costringe in celle vuote senza vestiti, posso tenere con loro solo un bicchiere d’acqua”.

Lo sciopero della fame in corso dal 24 aprile scorso, in ogni caso, prosegue guadagnandosi il sostegno della società civile palestinese che, all’esterno, manifesta e scende in piazza in solidarietà con il movimento dei prigionieri, da sempre colonna portante della resistenza palestinese. Ieri si sono tenute manifestazioni in tutti i Territori Occupati, dalla Cisgiordania a Gaza. Il timore di un veloce peggioramento delle condizioni dei 125 prigionieri sta montando: almeno 70 sono stati trasferiti in ospedali civili dove, accusa Addameer, “sono ammanettati al letto 24 ore al giorno. Alcuni dei detenuti hanno perso tra i 13 e i 20 chili, molti di loro soffrono di emorragie intestinali e altri vomitano sangue”.

La protesta è stata lanciata in risposta alla sospensione da parte israeliana della liberazione del quarto e ultimo gruppo di detenuti politici, previsto a luglio del 2013, come parte integrante della ripresa del negoziato tra Autorità Palestinese e Stato di Israele. Tel Aviv ha bloccato il rilascio dell’ultima ventina di prigionieri, provocando la reazione di Ramallah che ha fatto ripartire il processo di adesione a 15 organizzazioni e trattati internazionali.

I prigionieri in sciopero della fame chiedono prima di tutto la fine della detenzione amministrativa, una misura cautelare prevista dal diritto internazionale ma utilizzabile solo in casi speciali. Israele, al contrario, ne ha fatto uno dei capisaldi della propria politica di repressione della resistenza palestinese: detenzioni fino a sei mesi, reiterabili senza limiti di tempo, che non prevedono né processo né accuse ufficiali. Si finisce in prigione per “motivi di sicurezza”, sulla base di file segreti che né avvocati né prigionieri possono visionare. A maggio, secondo i dati raccolti da Addameer erano 192 i prigionieri in detenzione amministrativa, tra cui otto membri del Consiglio Legislativo Palestinese.

Falchi italiani per la guerra in Congo di Antonio Mazzeo

Shopping ONU in Italia per le operazioni di guerra nel continente africano. Due aerei senza pilota “Falco”, prodotti dall’azienda Selex ES (Finmeccanica), sono stati acquistati dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per essere impiegati con la Missione militare nella Repubblica Democratica del Congo (MONUSCO). I droni-spia sorvolano dal 3 dicembre scorso la regione orientale del North Kivu, al confine con il Ruanda, per “monitorare” i movimenti dei gruppi armati antigovernativi e gli spostamenti delle popolazioni civili. I velivoli sono giunti nella base delle forze armate congolesi di Goma il 15 novembre 2013, a bordo di un C-130J “Hercules” dell’Aeronautica militare italiana. Il contratto di acquisto di cinque velivoli senza pilota “Falco” (valore complessivo 50 milioni di euro) era stato sottoscritto con Selex ES dal Dipartimento delle Operazioni di Peacekeeping dell’ONU a fine luglio. La consegna dei tre droni rimanenti è prevista entro il febbraio 2014.
Il “Falco” è un aereo a pilotaggio remoto in grado di volare a medie altitudini; ha un raggio di azione di 250 km, un’autonomia superiore alle 12 ore di volo e può trasportare carichi differenti tra cui sensori radar ad alta risoluzione che consentono di individuare, di giorno e di notte, obiettivi in tempo reale e a notevole distanza. Prodotto nello stabilimento di Selex ES di Ronchi dei Legionari (Gorizia), il drone è stato sperimentato la prima volta nel 2004 nel poligono sardo di Salto di Quirra.
 “Useremo queste macchine disarmate e senza equipaggio nella convinzione del loro forte effetto deterrente”, ha dichiarato Hervé Ladsous, responsabile ONU per le operazioni di peacekeeping. Quella in Repubblica Democratica del Congo è la prima missione militare in cui l’ONU utilizza dei droni. Un paio di anni fa il Consiglio di Sicurezza aveva richiesto l’autorizzazione a impiegare velivoli-spia senza pilota nella martoriata regione africana, ma Ruanda e Uganda,in particolare, si erano duramente opposti. “Abbiamo bisogno di avere un quadro più preciso di quanto sta succedendo nella Repubblica Democratica del Congo e se l’uso dei droni avrà successo, potrebbero essere utilizzati anche in altre missioni di pace dell’Onu”, ha aggiunto Hervé Ladsous. Secondo il sito d’informazione Analisi Difesa, il Mali e la Repubblica Centroafricana potrebbero essere i prossimi paesi destinati a ospitare i velivoli senza pilota ONU, “per sorvegliare ampi spazi con contingenti militari di dimensioni limitate”. In pole position per la fornitura di sistemi d’arma telecomandati c’è ancora Selex ES. Dopo aver venduto i “Falco” al Pakistan, nel settembre 2013 l’azienda del gruppo Finmeccanica ha annunciato di aver sottoscritto un contratto di 40 milioni di euro per la consegna di alcuni droni-spia a un paese mediorientale rimasto segreto. In passato, Selex ES aveva avviato trattative di vendita dei “Falco” con l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, oltre che con le forze armate di Algeria e Malesia.
La missione MONUSCO in Congo è la più grande operazione ONU in atto. Vi partecipano oltre 20.000 uomini provenienti da diversi paesi africani, compresi i 3.000 militari della Force Intervention Brigade (FIB) creata il 28 marzo 2013 con la risoluzione n. 2098 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che ha prorogato il mandato dei caschi blu fino al 31 marzo 2014. Come dichiarato dal portavoce delle Nazioni Unite, sia i droni made in Italy che la nuova brigata di pronto intervento “rappresentano i nuovi strumenti messi a disposizione dall’ONU per sostenere il rinnovato sforzo politico” nel paese africano. La Force Intervention Brigade è composta da tre battaglioni di fanteria, una batteria di mezzi d’artiglieria e una compagnia di “forze speciali” forniti da Sudafrica, Tanzania e Malawi. “Scopo della brigata è quello di contribuire a ridurre la minaccia posta in essere dai gruppi armati contro le autorità statali e la sicurezza dei civili e rafforzare le attività di stabilizzazione nella regione orientale della Repubblica Democratica del Congo”, spiegano alle Nazioni Unite. Nelle dichiarazioni ufficiali del Palazzo di Vetro si manifesta altresì la necessità che la nuova task force non limiti il suo intervento alla mera interposizione tra le parti in conflitto, ma operi pure attivamente nella “neutralizzazione dei gruppi armati”, autonomamente o congiuntamente con le forze armate congolesi. Una brigata combattente dunque, che per individuare i target da colpire e “neutralizzare” può contare da oggi sui droni di Selex ES.
In stretto contatto con i militari di MONUSCO e della Force Intervention Brigade opera pure la missione EUPOL RD Congo istituita dall’Unione europea per sovrintendere alla “formazione” e all’addestramento delle forze di polizia locali. Alla missione, che durerà perlomeno sino alla fine del settembre 2014, partecipano una quarantina di agenti di polizia specializzati provenienti da sette paesi europei Ue, con base a Kinshasa e Goma.
Il Congo è lacerato da uno dei conflitti più sanguinosi di tutto il continente africano. Fomentato dai governi occidentali e dalle maggiori transnazionali che puntano ad assicurarsi il controllo delle importanti risorse strategiche presenti, vede protagonisti una decina di gruppi ribelli, armati e sostenuti dai governi degli Stati confinanti con la Repubblica Democratica del Congo. Tra la maggiori organizzazioni anti-governative spiccano l’M23 (March 23 Movement), sostenuto apertamente dall’esercito del Ruanda; le Democratic Forces for the Liberation of Rwanda (FDLR), organizzate da estremisti Hutu che nel 1994 presero parte al genocidio in Ruanda e che poi si rifugiarono in Congo; le Allied Democratic Forces and the National Army for the Liberation of Uganda (ADF-NALU); il Mai Mai Kata Katanga. Tre mesi fa circa, le milizie dell’M23 riuscirono a sferrare un attacco contro un accampamento militare della missione MONUSCO a Kibati, località dove ha pure sede il comando della neo costituita Force Intervention Brigade a guida ONU. Le Nazioni Unite e le forze armate congolesi hanno risposto lanciando contro l’M23 una massiccia offensiva che a fine novembre ha prodotto la “disfatta” delle milizie ribelli. Il 12 dicembre, i leader del Movimento hanno firmato un “accordo di pace” con il governo della Repubblica Democratica del Congo a Nairobi (Kenya), impegnandosi a rinunciare alla lotta armata e a trasformarsi in forza politica.
Secondo fonti ufficiali ONU, il conflitto militare in Congo ha già prodotto 2,6 milioni di sfollati e più di mezzo milioni di rifugiati. Tra i 3,5 e i 5 milioni le persone che avrebbero perduto la vita a seguito dei combattimenti, mentre 6,4 milioni di congolesi necessitano urgentemente di cibo e assistenza sanitaria per non morire nei prossimi mesi. Degli aiuti umanitari promessi dal Palazzo di Vetro, sino ad oggi neanche l’ombra. In compenso arrivano ad alimentare la guerra i droni di Selex ES, a 10 milioni di euro cadauno.