La natura in vendita, ecco il nuovo asset della finanza Fonte: Il Manifesto | Autore: Antonio Tricarico

 

Da qualche giorno su ebay il mostro di Lochness e l’omonimo lago, famosi in tutto il mondo, sono in vendita. Questa la provocazione dei gruppi della società civile europea che accoglie oggi con le sue proteste a Edimburgo il primo Forum mondiale sul capitale naturale.
L’evento arriva a un anno dalla dichiarazione sul «capitale naturale», siglata da alcune tra le principali banche e istituzioni finanziarie del pianeta lo scorso anno a Rio de Janeiro, in occasione del vertice Onu sullo sviluppo sostenibile. Per l’Italia Unicredit e il disastrato Monte dei Paschi.
La finanza globale guarda alla natura come una via di uscita dalla crisi. Proprio quando le catastrofi naturali incalzano a causa dei cambiamenti climatici provocati dal capitalismo energivoro degli ultimi decenni, la risposta delle elite finanziarie è sempre la stessa: sarà il mercato a salvare la Terra dalla crisi ecologica e le sue tragedie.
I banchieri così rialzano la testa dopo la crisi finanziaria del 2007-2009. Come se nulla fosse accaduto, oggi vogliono aprire una nuova fase del capitalismo finanziario, in cui lo scambio di soldi, rischi e prodotti associati alla natura è molto più profittevole di quello di beni e servizi. Ciò ha enormi implicazioni – geografiche e tematiche – in merito agli investimenti dell’enorme mole di capitali finanziari accumulata in poche mani negli ultimi decenni e che non sa più dove poter fruttare nell’economia tradizionale. Dal principio dello scorso decennio, infatti, la finanziarizzazione ha iniziato una ricerca spasmodica di nuove frontiere, di nuovi limiti, identificati nelle risorse naturali, intesi come meccanismo per generare nuovi asset da cui estrarre più profitto. Non solo petrolio ed energia, ma prodotti minerari, cibo, ed ora si vuole ancor di più.
L’obiettivo del Forum di Edimburgo è dare un valore monetario a tutti i servizi che gli ecosistemi da sempre ci forniscono generosamente e gratis: dall’umidità delle foreste tropicali, all’impollinazione delle piante, ai vari habitat presenti sul pianeta. I banchieri dal pollice verde accorsi in Scozia volutamente confondono il valore – per altro inestimabile – della natura con il suo potenziale prezzo di mercato, con la scusa dell’urgenza di combattere l’inquinamento degli ecosistemi. La legge ambientale viene così trasformata da regole e sanzioni a «compensazioni», e il mercato saprebbe stabilire il prezzo in maniera efficiente.
La pillola della mercificazione dell’intero pianeta viene indorata ad arte dai proponenti del capitale naturale. La scarsità di biodiversità ed ecosistemi che l’inquinamento provoca viene usata dagli stessi finanziatori dei disastri ambientali e sociali come scusa per trasformare i servizi degli ecosistemi in beni economici, invece di cambiare il modello energetico, agricolo e di sviluppo che sta portando alla loro distruzione. Il nuovo mantra è il «commercio» e il «pagamento» per i servizi degli ecosistemi, purché non si cambi il modo in cui usiamo, abbiamo accesso e gestiamo i beni comuni naturali. E questo non è un gioco finanziario a somma zero, come sostengono i nuovi «capitalisti naturali»: il fine ultimo di tale processo è rinchiudere la gestione delle risorse naturali nella struttura futura dei mercati di capitale, riducendo la possibilità di rivendicare i beni comuni e la loro gestione diretta da parte dei cittadini e delle comunità interessate. Così come in Inghilterra le terre comuni furono rinchiuse dai ricchi latifondisti a partire dal sedicesimo secolo, oggi la finanza globale riunitasi in Scozia propone la enclosure finale di tutto il pianeta.
E quando le merci reali non bastano più per sostenere la crescita, una rinnovata accumulazione di capitale richiede un allargamento della definizione di questo e l’invenzione di nuove merci da produrre. Il primo laboratorio in tal senso è stato il mercato del carbonio, cioè i certificati che equivalgono alla promessa di una riduzione delle emissioni di CO2 in futuro, nuovo asset «virtuale» su cui investire ricchezza anche in maniera speculativa, con la scusa della lotta ai cambiamenti climatici.
Nell’ultimo decennio per legge è stato creato un mercato europeo del carbonio che oggi però non funziona perché il prezzo delle emissioni evitate è troppo basso e così l’anidride carbonica prodotta continua ad aumentare. Ed allora si guarda subito a creare nuovi mercati. Se si da un valore a ogni specie della natura, ed ogni habitat, allora si possono creare certificati legati all’aspettativa di protezione di alcune aree con cui compensare la distruzione di altre. Un paradiso in terra per i cementificatori che potranno così costruire treni veloci e autostrade ovunque ricreando aree protette «equivalenti» altrove, e poco conta per chi ci vive ed è legato socialmente ed economicamente a quei territori. E così per le nuove estrazioni di petrolio o le produzioni di agro-combustibili. Ci penseranno poi i banchieri a speculare sui nuovi titoli finanziari da costruire ad arte sui certificati naturali creando nuove bolle e crisi finanziarie. A quando i sub-prime sui pagamenti per la protezione delle zone umide? O i derivati che scommettono sull’estinzione di specie rare? La storia già la conosciamo.