Napoli, quel 21 giugno del 1975 quando i fascisti ammazzarono la compagna Iolanda Fonte: contropianoAutore: rete antifascista napoletana

“Il 17 giugno del 1975 faceva un gran caldo a Napoli. Faceva caldo anche se era sera ma l’aria non ne voleva sapere di rinfrescare. Era il giorno in cui si ultimava lo spoglio delle schede elettorali e per la prima volta a vinceva un sindaco del Partito Comunista. C’era grande euforia in città, la gente cominciava a scendere in strada per festeggiare. In poco tempo il centro storico si riempì di auto e il traffico si fece intenso. Tra quelle auto c’era anche una 500 guidata da una ragazza di vent’anni. Bellissima. Iolanda si chiamava, abitava a Porta Nolana, era la figlia del cuoco di Mimì alla ferrovia. Uscita per andare a telefonare al suo ragazzo, si ritrovò imbottigliata nel traffico a Via Foria. Non poteva sapere che, nascosto dietro le scalinate di Via Tenore, un gruppo di fascisti aveva deciso di dare una lezione a chi osasse festeggiare la vittoria del Pci. Al civico 169 c’era infatti (e purtroppo c’è ancora) la sezione “Berta” dei fascisti di Michele Florino, che in quelle elezioni venne eletto consigliere comunale e che in negli anni a venire siederà in senato per diverse legislature. Da quel portone uscirono i fascisti per lanciare una molotov nella 500 di Iolanda. La ragazza uscì dall’auto in fiamme gridando e implorando aiuto. Alcuni passanti la accompagnarono all’ospedale, agli incurabili. Di lì sarà trasferita al centro grandi ustioni a Roma. Urla. Urla di un dolore immenso perché ha ustioni di terzo grado su tutto il corpo. Eppure resta lucida e sveglia per tutti i quattro giorni di un’agonia straziante. Morirà il 21 giugno.
A preparare e a partecipare all’agguato furono in molti. Ma ad assumersi la responsabilità furono in tre: Umberto Fiore, Giuseppe Torsi e Bruno Torsi. Vennero condannati a delle pene irrisorie per un omicidio, al termine delle quali alcuni di loro diverranno terroristi dei Nar. Michele Florino, ovviamente, fu assolto. Lui, il capo della sezione, il primo fascista, era a casa a mangiare la pizza. D’altronde anche quando il pentito Giuliano lo accuserà, molti anni più tardi di essere il mandante di un triplice omicidio, verrà assolto. Non si condanna un senatore della repubblica per omicidio.
I funerali di Iolanda si svolsero il 24 giugno. Tremila persone le resero omaggio, sfilando silenziosi dietro la bara e poi dirigendosi in corteo verso Via Foria. Ad attenderli, uno spiegamento di forze dell’ordine enorme, disposto a difesa della sezione Berta. I fascisti, evidentemente per nulla pentiti di quanto fatto quattro giorni prima, esposero uno striscione recante la scritta “Solo dio può fermare la volontà fascista, gli uomini e le cose no”. E’ questa la provocazione di fronte al dolore della famiglia, dei compagni e di una città intera che si stringe attorno a Iolanda e alza la testa. Combatte il corteo contro la polizia, a lungo. La polizia carica brutalmente anche chi cerca solo di porre una corona di fiori nel luogo in cui Iolanda è stata uccisa.
Quest’anno dunque, non ricorrono soltanto i 70 anni della liberazione dal fascismo. Ricorrono anche i 40 anni dall’omicidio di Iolanda Palladino, uccisa a Via Foria dai fascisti della “Berta”, la sezione di Michele Florino. Quella sezione oggi è ancora lì, ed è sempre di Michele Florino. Oggi è la sede di Casapound un gruppuscolo di estrema destra, capeggiato da Emmanuela (neanche a dirlo) Florino…
Tale padre tale figlia, insomma. Oggi, casapound ha stretto un patto elettorale con la Lega Lombarda di Salvini. Per qualche poltrona i fascisiti della sezione Berta non ci hanno pensato due volte ad allearsi con chi da sempre ci chiama “terroni” e “colerosi”. Così come non ha avuto alcuna remora Emmanuela Florino ad attaccare pubblicamente la madre di Ciro Esposito, accusandola di lucrare sulla morte del figlio. Questa gente non ha nulla a che fare con Napoli e deve andarsene subito. Non li vogliamo più nelle nostre strade e nei nostri quartieri.
Hanno ucciso Iolanda e pensano di potersi ripresentare in giro offrendo qualche chilo di pasta qua e là. Quello che non sanno è che l’orgoglio non si lascia comprare dalla loro elemosina. L’orgoglio di una città che non può dimenticare una propria figlia così barbaramente uccisa. Sì perché mentre Florino si gode la sua pensione d’oro da senatore della repubblica, Iolanda è stata completamente dimenticata dalle istituzioni.
Spetta a noi ricordarla e fare in modo che la sua morte non sia stata vana.
Napoli, rialza la testa. Ricorda i tuoi figli, combatti il fascismo.”

Autore: fabrizio salvatori Napoli invasa dalla Fiom e dalla protesta contro Renzi. Landini: “Altro che fiducie. Noi andiamo avanti”da: controlacrisi.org

“Renzi non sta creando lavoro ma sta trasformando le condizioni di chi lavora in schiavitù”. Chissà per quale strano motivo, ma queste parole pronunciate dal leader Fiom, Maurizio Landini, dal palco della manifestazione organizzata in occasione dello sciopero dei metalmeccanici a Napoli, sono state del tutto ignorate oggi dal mainstream mediatico, a beneficio di un’altra frase,meno fortunata, sul fatto che il premier ormai “non ha il consenso delle persone oneste”. Misteri di una cosiddetta opinione pubblica a cui non fa schifo la condizione di schiavitù e invece si pecca quando l’ex sindaco di Firenze viene indicato come persona lontana dalle preferenze dei cittadini abituati a guadagnarsi il pane con il sudore della fronte.

Subito si solleva il can can mediatico. “Dire che governo non ha il consenso delle persone oneste offende milioni di lavoratori che nel Pd credono. Spiace che a farlo sia un sindacalista” ha detto il presidente del Pd Matteo Orfini, mentre Ernesto Carbone, della segreteria del partito ha chiesto a Landini di “chiedere scusa a 12 milioni di italiani”.Landini ha cercato di correggere il tiro, ma la “frittata” ormai era fatta.

E tuttavia, Napoli ha rappresentato, ancora una volta, una splendida giornata di lotta. La sostanza, al di là delle parole più o meno fraintese, è che la Fiom punta ancora dritta a testa bassa contro l’esecutivo. – “Al Governo diciamo con fermezza e con calma che può mettere tutte le fiducie che vuole e può fare tutti i decreti che gli pare, ma noi questa volta facciamo sul serio e non ci fermeremo finché non saranno cambiati i provvedimenti”.
Il corteo, con più di ventimila presenze, e accompagnato dalla musica dei 99 Posse e’ partito da piazza Mancini e aprodato a piazza Matteotti, dove Landini è salito sul palco insieme al segretario confederale Cgil Franco Martini e ai rappresentanti dei precari precari. Da Pomigliano d’Arco e’ arrivata una delegazione di cassaintegrati Fiat a bordo di una limousine bianca con le fiancate decorate di scritte contro la riforma del lavoro; il tutto completato dallo striscione “Renzi e Marchionne alle catene, operai in paradiso”.
“Stiamo assistendo – ha aggiunto il leader Fiom – ad un tentativo pericolosissimo di far passare l’idea che pur di lavorare uno deve essere pronto ad accettare qualunque condizione”. Dopo Milano il 14, Napoli, oggi, e Cagliari martedì prossimo, il prossimo 27 novembre anche a Palermo i metalmeccanici della Fiom Cgil scenderanno in piazza. Lo sciopero durerà 8 ore. Nel capoluogo siciliano è in programma un corteo che partirà alle 9.30 da piazza Croci. In piazza Verdi poi il comizio di Roberto Mastrosimone, segretario della Fiom Sicilia, Michele Pagliaro, segretario della Cgil regionale e del segretario nazionale Fiom Maurizio Landini.
Per dare il senso della crisi del settore metalmeccanico in Sicilia basta guardare l’indotto dei petrolchimici. A Siracusa fino a qualche anno fa i metalmeccanici erano quasi 7.000 ora sono 2.500 e almeno altrettanti in cassa integrazione. A Gela dei 650 metalmeccanici dell’indotto della raffineria sono oggi in attività 200, 140 sono in cassa integrazione in deroga ma per 90 di questi è iniziata da pochi giorni la procedura di mobilità , altri 120 sono in cassa integrazione ordinaria.

Sulla polemica tra Renzi e Landini è intervenuto anche il segretario del Prc Paolo Ferrero, che invita il premier a “rendersi conto che i lavoratori non sono con lui per un motivo semplice: perchè il suo programma è un programma di destra, che aiuta le banche e i padroni e massacra chi non arriva a fine mese”. “Per questo lavoratori, disoccupati, giovani e precari -aggiunge Ferrero – stanno manifestando nelle piazze e scioperando contro i provvedimenti del governo. Ci auguriamo che la mobilitazione diventi sempre più larga e partecipata: bisogna mandare a casa Renzi”

“Dal vertice di Napoli solo guai per l’Italia”. Parla Emiliano Brancaccio Fonte: www.ilmattino.it | Autore: sergio governale

Il Governing council della Bce si riunisce a Napoli tra le polemiche. I gruppi dell’antagonismo annunciano una mobilitazione in città per protestare contro le politiche di austerity volute da quella che definiscono una “dittatura dei banchieri centrali”. Emiliano Brancaccio è docente all’Università del Sannio ed è stato tra i promotori di un monito degli economisti pubblicato un anno fa sul Financial Times, molto scettico sui destini dell’eurozona. Per Brancaccio le proteste sono viziate da una contraddizione: i più accesi contestatori dell’Eurotower sembrano i più avversi all’ipotesi di un’uscita dalla moneta unica.C’è chi considera la riunione a Napoli un segnale di vicinanza di Draghi alle popolazioni del Sud Europa, maggiormente colpite dalla crisi; altri però giudicano l’iniziativa con scetticismo e le realtà dell’antagonismo promettono battaglia in piazza. Come dobbiamo interpretare quello che in ogni caso è un evento europeo?
Non credo che la riunione di Napoli sia il preludio di una svolta favorevole all’Italia e agli altri Paesi del Sud Europa. Nel direttorio Bce i membri tedeschi sono in minoranza, eppure la loro linea resta egemone. La realtà, purtroppo, è che la Bce proseguirà con la solita strategia, dichiarandosi disposta a proteggere i Paesi più deboli contro la speculazione finanziaria solo a patto che proseguano con le politiche di austerità e di flessibilità, del lavoro e dei salari. Il problema è che queste politiche non stanno affatto garantendo la ripresa, tutt’altro.

Il numero due della Bei Dario Scannapieco venerdì scorso a Napoli ha sostenuto che Paesi come la Grecia e la Spagna stanno iniziando a vedere qualche segnale positivo.
La Grecia dall’inizio della crisi ha attuato tagli alla spesa pubblica del 28 percento e ha fatto registrare un crollo dei salari monetari del 22. Nonostante questi sacrifici la disoccupazione e il debito hanno continuato a crescere vertiginosamente. E Portogallo, Spagna, Italia, la stessa Francia non stanno molto meglio. In questo scenario, non mi meraviglia che nella decisione della Bce di riunirsi a Napoli qualcuno ravvisi un po’ di ipocrisia. Né mi sorprende che si annuncino proteste. Piuttosto, trovo curioso che queste proteste restino sospese per aria, senza giungere a una logica conseguenza.

In che senso?
E’ un paradosso: i più accesi contestatori della Bce sembrano i più avversi all’ipotesi di un’uscita dall’euro. E’ il retaggio di una cultura europeista e globalista molto ingenua, che a sinistra ha fatto proseliti ma che non ha per nulla favorito la solidarietà internazionale tra i lavoratori. Intendiamoci, il problema non riguarda solo le frange dell’antagonismo. Anche il sindacato è in difficoltà di fronte alla crisi del progetto di unificazione europea. Nell’ultimo direttivo Cgil pare che la Camusso abbia definito l’abolizione dell’articolo 18 “uno scalpo da consegnare ai falchi dell’Ue”. Eppure nel principale sindacato italiano si tende a ragionare come se l’euro fosse un destino ineluttabile. Cosa che non è.

Draghi ha annunciato nuove iniezioni di liquidità: non è questa la chiave per garantire la ripresa dei Paesi in difficoltà?
Vale ancora l’insegnamento di Keynes: l’azione della Banca centrale non basta mai, da sola, a uscire dalla crisi. Le analisi empiriche più recenti confermano questa tesi. Per il futuro resta dunque valida la previsione del “monito degli economisti”: proseguendo con le politiche di austerity e di flessibilità dei salari, prima o poi ai decisori politici non resterà altro che una scelta cruciale tra modalità alternative di uscita dall’euro. Coloro i quali protestano contro la Bce e le altre istituzioni europee dovrebbero iniziare a misurarsi seriamente con questa prospettiva, anziché eluderla.

Napoli, carica della polizia contro il corteo alla Reggia di Capodimonte. Rilasciato il ragazzo dei centri sociali da: controlacrisi.org Autore: fabrizio salvatori

Forte tensione e scontri tra polizia e manifestanti a Napoli per il vertice della Bce, che si e’ tenuto nella citta’ partenopea. La carica, praticamente a freddo, da parte della polizia, c’è stata a poca distanza dalla Reggia di Capodimonte, dove si e’ riunito il direttivo dell’Eurotower, quando un militante dei centri sociali, che voleva attaccare uno striscione lungo il muro di cinta, è stato fermato dalle forze dell’ordine. A circa 15 metri dall’ingresso di porta Piccola, a Capodimonte, e’ iniziato un breve lancio di bottiglie, petardi, pietre e oggetti contro gli agenti che hanno a loro volta risposto l’uso di lacrimogeni e idranti. Il ragazzo è stato rilasciato nel primo pomeriggio. E dopo che il corteo aveva ripreso il suo percorso verso la stazione Marittima. “Sono salito sulla scala reggendo un cartello – racconta Mario – Si vedeva che c’era una sola persona ma non hanno avuto timori ad utilizzare idranti e lacrimogeni a fronte di niente”. “Abbiamo detto quello che tutta la citta’ pensa, che loro sono portatori di morti, autori della crisi – ha sottolineato – Vogliamo lanciare un segnale alla Napoli che soffre, e’ arrivato il momento di riprendere in mano nostre vite. Se lo rifarei? Certo che lo rifarei”.

Graziano del Rio, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, non presente a Napoli, ha rilasciato un commento che dimostra l’assoluta mancanza del polso della situazione. “Sono molto piu’ affezionato al dolore silenzioso delle famiglie e dei loro figli che alle piazze urlanti e a volte violente”, ha detto. E proprio famiglie e anziani erano in piazza a Napoli. Ma evidentemente a Del Rio questo è sfuggito.
“Il corteo è stato ricco e pieno di contenuti – dichiara il segretario del Prc Gabriele Gesso – e come al solito la propaganda terroristica dei media ha finito per creare un clima di tensione portando alcuni esercenti ad abbassare le serrande. Vorrei ricordare che davanti al Cto ci sono stati molti applausi da parte di degenti, infermieri e medici. Il tema dei sacrifici per l’Europa dei banchieri è molto sentito dalla popolazione. E a questo la polizia ha risposto con una inadeguatezza senza precedenti”.

Su quanto accaduto a Napoli c’è una dichiarazione di Paolo Ferrero, segretario del Prc. “A Napoli le forze dell’ordine hanno attuato una assurda repressione con cariche e idranti della sacrosanta protesta contro il vertice Bce: l’unica risposta che sa dare il governo Renzi è la repressione! Venga rilasciato il manifestante fermato: chi è da arrestare è dentro il palazzo, non fuori! La “tolleranza zero” andrebbe usata contro i vertici della Bce e i vari governanti europei, responsabili dell’aggravamento della crisi, dei regali alle banche e agli speculatori e della disoccupazione dilagante!”, si legge in una sua nota.

“Un Sud molto più simile alla Grecia che all’Europa”. Conferenza a Napoli per il Controsemestre popolare Autore: rosario marra*da: controlacrisi.org

A Napoli, il prossimo 4 ottobre, in una sala dell’ Hotel Caracciolo di Via San Giovanni a Carbonara, si svolgerà, all’ interno delle iniziative per il CONTROSEMESTRE POPOLARE, un Convegno sul nesso tra le politiche liberiste europee e i previsti tagli – già in atto – sulle Società Partecipate.
I contenuti dell’ iniziativa – di cui esistono anche materiali preparatori – operativamente sono stati stabiliti dopo la manifestazione nazionale del 28 giugno ma raccolgono l’ attività di quasi un anno di un Gruppo di lavoro “misto” fatto da delegati del sindacalismo conflittuale presenti nelle Società Partecipate comunali, provinciali, regionali di Napoli e della Campania e da militanti della sinistra d’ alternativa in base alla convinzione che essendo l’ attacco alle Partecipate essenzialmente politico non può avere una risposta soltanto sul piano sindacale.

Un altra considerazione da cui nasce l’ iniziativa in questione è che se vogliamo dare una caratteristica realmente “popolare” al CONTROSEMESTRE occorre sempre più preparare anche piattaforme settoriali e territoriali, l’ unico modo per aggredire le forme specifiche con cui si manifesta la crisi dell’ eurozona nei vari Paesi e all’ interno degli stessi.
Ad es., per quest’ ultimo aspetto, in Italia questa crisi sta portando anche ad un aumento della forbice tra il Sud e il Centro-Nord.
Dalle “Anticipazioni sui principali andamenti economici” del Rapporto SVIMEZ 2014, lo scorso anno il calo del P.I.L. al Centro-Nord è stato dell’ 1,4%, al Sud del 3,5, ossia un differenziale del 2,1% tra le due macro-aree che, per il Sud, trova un riscontro soltanto in Paesi come la Grecia che, nel medesimo anno, ha avuto un calo del 3,9.

Quindi, la situazione meridionale è molto più vicina a quella greca – differenziale soltanto dello 0,4 – che a quella delle Regioni centro-settentrionali. Sulla gravità delle recessione nelle Regioni meridionali hanno dato una spinta proprio le imprese pubbliche: quelle “nazionali” – sappiamo l’ ormai elevato livello d’ internazionalizzazione delle stesse – hanno dedicato al Mezzogiorno soltanto il 26,3% del totale delle spese in conto capitale; quelle locali appena il 14,8%. In termini assoluti, a livello d’ imprese “nazionali” si tratta di 4 miliardi di euro e 372 milioni nel Mezzogiorno contro 12 miliardi di euro e 273 milioni al Centro-Nord.

Insomma, siamo ben lontani dalla riserva del 40% degli investimenti al Sud della vecchia legislazione meridionalistica ai tempi delle Partecipazioni Statali – di cui, comunque, non sentiamo la nostalgia – che, seppur quasi mai raggiunta, era ben aldisopra del 26,3%.
Questa è un’ altra conseguenza di quella finanziarizzazione delle imprese pseudo-pubbliche che ha portato ad una privatizzazione sostanziale delle stesse destinata ad intensificarsi col passaggio dalla “golden share” al “golden power”, con la prevista possibilità di voto maggiorato nei Consigli d’ Amministrazione e la vendita di altri pacchetti azionari di ENI, ENEL, Poste, Ferrovie, Fincantieri, SNAM.

Per le imprese pubbliche locali, in termini assoluti, gli investimenti sono stati di 1 miliardo e 259 milioni nel Mezzogiorno contro 7 miliardi e 249 milioni al Centro-Nord, il forte divario si spiega anche con la situazione della finanza locale che al Sud vede una maggior diffusione di Enti in dissesto e pre-dissesto (tra cui, com’ è noto, anche Napoli). Pertanto, Piani come quello di Cottarelli basati su fusioni, aggregazioni, scioglimenti, messe in liquidazione, fallimenti, esuberi e mobilità coatta, ancora una volta, hanno una logica sostanzialmente recessiva che si preoccupa di tagliare la spesa corrente ma di non potenziare la spesa per investimenti destinata, invece, a cadere ulteriormente per le dismissioni di pacchetti azionari da parte degli Enti Locali che, tra l’ altro, cercano di fare cassa proprio con la vendita dei capitali azionari delle Società maggiormente in attivo e, quindi, più appetibili al “Dio-mercato”.
Inoltre, si cerca di ripetere il “giochino” demagogico sui costi della politica per giustificare tagli che, invece, si riflettono soprattutto su quantità e qualità dei servizi erogati.

In realtà, siamo alle solite: quelli che hanno creato i carrozzoni clientelari, oggi si ergono a paladini dell’ efficienza e della trasparenza. E’ la stessa impostazione che viene adoperata, a livello internazionale, dalle potenze imperialistiche: loro creano i vari Saddam Hussein, talebani, ISIS e, poi, quando i “servi sciocchi” non sono più funzionali agli interessi economici e geo-politici capitalistici diventano il “male assoluto”.

La campagna mediatica sul sostanziale smantellamento delle Partecipate per favorire la privatizzazione dei servizi è stata ed è molto intensa ed anche in questo caso ha un carattere regressivo, di ulteriore arretramento dell’ intervento pubblico in economia attraverso la riduzione delle aree d’ intervento delle Aziende comunali per portarci ad un’ epoca pre-giolittiana quando lo Stato interveniva soltanto nel campo dell’ ordine pubblico, della giustizia e della difesa.
Perciò, di fronte all’ imminente presentazione del disegno di legge di stabilità 2015 che renderà operativo il citato Piano del Commissario alla spending review, occorre costruire una piattaforma nazionale del sindacalismo conflittuale articolata a livello territoriale e regionale.

Con il Convegno del 4 ottobre cercheremo di dare il nostro contributo in proposito insieme a tutti i compagni che vi vorranno intervenire o che vorranno mandare contributi sulle varie esperienze che stanno portando avanti.

*Gruppo di lavoro sulle Società Partecipate di Napoli

Tra donne e uomini un’altra integrazione – di Andrea Morniroli da: NoiDonne

“Il tentativo di stupro di un ragazzo migrante …nei confronti di un’assistente sociale…non ha nulla a che vedere, almeno nelle sue motivazioni più profonde, con l’immigrazione, la camorra…”

inserito da Redazione

Riceviamo dall’UDI di Napoli il contributo di Andrea Morniroli e volentieri pubblichiamo.

Tra donne e uomini un’altra integrazione

Il tentativo di stupro di un ragazzo migrante ospite di una casa famiglia nei confronti di un’assistente sociale che lavora nella stessa struttura, avvenuto i primi giorni di agosto ai Quartieri Spagnoli a Napoli, a differenza di quanto hanno lasciato intendere gli articoli dei giornali non ha nulla a che vedere, almeno nelle sue motivazioni più profonde, con l’immigrazione, la camorra, i beni confiscati alle organizzazioni criminali e quant’altro. La vera questione è che ancora troppi maschi, italiani e stranieri, poveri e ricchi, camorristi e no, ignoranti o colti, religiosi o atei, non sanno gestire le loro relazioni con l’altro genere in un rapporto pari e di reciproco riconoscimento. E, ancora, con il fatto che troppi uomini, non sapendo gestire i loro desideri e la loro sessualità, finiscono per usare la forza, la violenza fisica o psicologica per imporre all’altro sesso le loro necessità e voglie.

Spostare il dibattito su altri temi, per quanto centrali e importanti, significa non solo introdurre elementi di confusione (per altro usati da altri in termini strumentali e demagogici) ma anche e ancora una volta rimuovere il problema di fondo che riguarda gli uomini e i loro comportamenti. In altre parole, usare strumentalmente nell’informazione e nel dibattito il razzismo, la mafiosità, il degrado socio-culturale per non fare i conti con le asimmetrie di potere che continuano a caratterizzare le reazioni tra uomini e donne.

E’ sempre la stessa storia. Sulla violenza di genere come sulla prostituzione. Su questo tema, ad esempio, è estremamente significativo come nel dibattito tutto si discute tranne che, come sarebbe ovvio, anche della domanda di sesso a pagamento. Delle migliaia di maschi che a Napoli come in Italia e nel mondo risolvono le esigenze della loro sessualità con l’acquisto di prestazioni sessuali – e dintorni – a pagamento.

E ancora, quando invece si parla anche di uomini, sia nella violenza di genere, sia sulla prostituzione, se ne parla solo in termini repressivi come se il vero problema non fosse in primis un problema culturale.

Una riflessione e un confronto che va ben oltre i “violentatori” e i “clienti” ma che riguarda l’universo maschile nel suo complesso. Troppo semplici sono gli approcci autoassolutori del “non sono mica un cliente” o “non ho mai fatto del male a una donna”.

Vanno obbligati i maschi a riflettere su come sono co-attori di fenomeni troppo ampi e trasversali all’universo maschile per poter essere risolti in tal modo. Occorre che gli uomini inizino ad interrogarsi per davvero su come nel proprio quotidiano, con i propri sguardi, atteggiamenti e approcci nella relazione con l’altro genere finiscono per alimentare il terreno sui cui poi, nei casi più estremi ma purtroppo sempre più frequenti, la violenza si alimenta.

Una riflessione e una messa in discussione che credo diventa ancora più urgente tra chi come me lavora nei servizi rivolti alle persone nel tentativo difficile e complesso di tutelarne e promuoverne i diritti. Perchè altrimenti si corre il rischio, anche in materia di diritti, di determinare differenze tra un genere e l’altro. Di guardare in modo non completo all’insieme di quelle relazioni che quasi sempre sono l’ambito che si deve prendere in carico se davvero si vuole supportare l’emancipazione e non determinare la cronica necessità di aiuto.

Insomma, il ragazzo bengalese che  ha tentato di violentare l’assistente sociale napoletana é prima di tutto un uomo e la sua potenziale vittima è prima di tutto una donna. Li, e non in altri ambiti, vanno ricercate le cause del grave episodio e attivate le dovute riflessioni per trovare modi e ipotesi per evitare che tali episodi continuino, in modo sempre più allarmante e diffuso, a ripetersi.

Andrea Morniroli

Napoli, ambulante senegalese fermato e picchiato in caserma | Fonte: redattoresociale.it | Autore: Elisa Tomasso

Picchiato in caserma, solo perché voleva rispondere al cellulare. È successo ieri a Napoli a Magnane Niane, classe ’67, senegalese, venditore ambulante, fermato mentre era in un bar, nel corso di un’operazione anticontraffazione e antiabusivismo della Guardia di finanza. Secondo la ricostruzione del presidente della comunità senegalese a Napoli, Omar Ndiaye, il migrante è stato preso a pugni da un agente, solo perché si dimenava con le manette, nel tentativo di rispondere al cellulare. “Lo ammanettano prima dietro, poi davanti”. Poi, altre percosse. Dolorante, implora aiuto. In cerchio, ridono. “È stato il momento più brutto” racconta Omar. Restano ferite, lividi sui gomiti, sulle ginocchia, sulla testa. In tutto il corpo.

Tutto si svolge  nella caserma della Guardia di Finanza di Gianturco. Il presidente della comunità senegalese di Napoli è stato il primo ad accorrere sul posto dopo essere stato avvisato che “qualcosa non andava”, che “qualcosa stava succedendo”. Il fatto segue a un’operazione antiabusivismo delle fiamme gialle al mercato della Maddalena, in piazza Garibaldi. Una “retata” che ha coinvolto 11 senegalesi e alcuni pachistani “venditori ambulanti”. Ma qualcosa non è andato per il verso giusto. Magnane sarebbe stato fermato mentre entrava in un bar, non mentre vendeva abusivamente. A chiamare l’ambulanza, dalla caserma, è stato Omar. Alla sua è poi seguita l’ulteriore chiamata dei finanzieri. “Chiedeva aiuto, steso a terra. Diceva: non ce la faccio più, sto morendo, aiutami”.

Omar racconta anche di un altro piccolo spaccato della triste vicenda e lo fa dal Pronto Soccorso del Loreto Mare dove è stato ricoverato l’amico, prima di finire dietro le sbarre, perché “sarà comunque arrestato, non ci sono fratture, ma solo escoriazioni e lividi e contusioni multiple”. La prognosi è di 10 giorni, la terapia e il riposo se li farà in carcere. “C’erano un finanziere in divisa, l’altro in borghese. Io ho preso il mio tesserino per identificarmi. Mi hanno permesso di parlare a Magnane. Ma un istante dopo, quello in divisa mi ha buttato a terra”. “La Costituzione su cui ho giurato io è la stessa su cui hanno giurato anche loro”.

Indignata Liana Nesta, avvocato dell’Arci Immigrati e cassazionista, che si occuperà del caso, anche lei fuori dal Pronto Soccorso. Ha già parlato con Magnane e fotografato le sue ferite. “Un cittadino straniero, se affidato alla giustizia, va trattato con giustizia ed equità. Denunceremo le persone presenti in caserma”. La dinamica del fatto per l’avvocato è chiara e su quella e sulle testimonianze si muoverà l’accusa. “È stato fermato al bar, portato in caserma e percosso. Gli agenti non hanno elementi identificativi, così è più difficile agire legalmente contro di loro, ma andremo avanti”.

Quattro cortei, una comunità. Il 16 novembre si scende in piazza! da: controlacrisi.org

 

Il 16 novembre quattro luoghi simbolo della lotta per la difesa dei beni comuni e per i diritti di cittadinanza scendono in piazza: Val di Susa, Pisa, Napoli e Gradisca d’Isonzo. La lotta NoTav in Val di Susa contro la devastazione ambientale e la cementificazione del territorio; Pisa, con il suo attacco frontale all’intoccabilità della proprietà privata e la tutela dei beni comuni; Gradisca d’Isonzo, per la chiusura del Cie simbolo di politiche securitarie e disumane, incapaci di accoglienza ma solo di repressione; Napoli, per denunciare ancora una volta l’avvelenamento del territorio, la distruzione di un’economia locale, il rischio sanitario a cui sono esposte milioni di persone, a causa di un’economia che si serve della mafia per diminuire i costi ed aumentare i profitti. Quattro esempi del cortocircuito del potere si mobilitano e creano tra loro connessioni, per mostrare il filo che unisce vertenze complementari, con la certezza che è solo dalla coalizione delle lotte sociali che possiamo, dal basso, disarticolare politiche insostenibili e decostruire modelli asfissianti. È nelle comunità locali – attive, aperte ed inclusive – che prendono vita i semi di un’altra idea di società, ecologica, solidale, cooperativa, legata a esigenze concrete e a pratiche culturali vive e per questo vaccinate contro i populismi e il localismo reazionario. Quelle che scenderanno nelle piazze il 16 novembre sono comunità resistenti che si ribellano. Ci ribelleremo per bloccare la privatizzazione dei beni comuni e la riduzione dei diritti, per realizzare trasformazioni radicali a partire dalla connessione tra persone e territorio, tra storie umane e relazioni ambientali. Invaderemo le strade forti della pluralità delle nostre storie e linguaggi, per valorizzare le esperienze di partecipazione e di attivismo sociale, per difendere l’autodeterminazione dei territori e rafforzare le reti dell’economia locale e solidale che si battono contro il sistema economico dominante e le élite che lo alimentano. Le mobilitazioni di Val di Susa, Pisa, Napoli e Gradisca di Isonzo evidenziano qualcosa che va oltre le criticità locali. Nella maglia che unisce queste lotte intravediamo i punti cardinali attraverso cui riprendere parola e riappropriarci dei diritti negati. Non è più tempo per opportunismi tattici, alchimie politiche e per strategie attendiste. La crisi – economica, sociale e culturale – che stiamo vivendo ci impone una reazione collettiva e uno scatto di dignità, per dare gambe ad un futuro nuovo, fatto di interessi comuni, proprietà collettive, giustizia sociale e ambientale. Il 16 novembre migliaia di donne e di uomini scenderanno in piazza, saranno un fiume in piena impossibile da fermare, saranno l’espressione di comunità resistenti che non si rassegnano e che propongono modelli di lotta territoriale partecipata per fermare l’economia del debito e delle grandi opere, il diktat delle multinazionali, il primato della proprietà privata e delle lobby finanziarie, per ripristinare la cittadinanza negata.

Comitato #fiumeinpiena Napoli

Movimento NoTav

Municipio dei Beni Comuni – Pisa

Coalizione dei centri sociali delle Marche, Nord Est, Emilia Romagna