Il presidente che sussurrava alla crisi | Fonte: Il Manifesto | Autore: Michele Prospero

Novennato. Quale eredità lascia il mandato di Giorgio Napolitano. Anni difficili, dal crollo delle coalizioni alla fine del bipolarismo, dalle leggi ad personam di Berlusconi allo statista di Rignano. Dopo di lui il parlamentarismo è più debole. E le larghe intese non hanno aiutato il paesePer un bilan­cio storico-critico dei nove anni di pre­si­denza Napo­li­tano occorre appu­rare quanto, nel suo modo di inter­pre­tare il ruolo, ci sia di occa­sio­nale e quanto invece segni un muta­mento per­ma­nente nella col­lo­ca­zione del Qui­ri­nale negli equi­li­bri dina­mici del sistema costi­tu­zio­nale. La cate­go­ria del pre­si­den­zia­li­smo di fatto, uti­liz­zata di solito per descri­vere una avve­nuta sovrae­spo­si­zione del Colle nelle vicende isti­tu­zio­nali più deli­cate, non è ade­guata per cogliere la reale por­tata, e dun­que le con­se­guenze di più lungo periodo, dell’interventismo qui­ri­na­li­zio, che è parso sicu­ra­mente accen­tuato in taluni momenti.

Mal­grado una cre­scita visi­bile dell’influenza, e talora anche della respon­sa­bi­lità pre­si­den­ziale diretta in opzioni di più stretta marca poli­tica, la repub­blica non si è tra­sfor­mata in una variante incom­pleta di regime pre­si­den­ziale. Cioè, dopo Napo­li­tano, il pro­blema sul tap­peto non è certo quello di por­tare final­mente a com­pi­mento for­male quel muta­mento qua­li­ta­tivo delle attri­bu­zioni del capo dello stato avve­nuto già sul piano della con­sue­tu­dine, con l’espropriazione defi­ni­tiva di com­pe­tenze un tempo parlamentari.

L’eccezionale cumulo di poteri di con­di­zio­na­mento avu­tosi nella per­sona di Napo­li­tano (di cui la rie­le­zione, sia pure a tempo e non sol­le­ci­tata, è una con­ferma) resta all’interno di un par­la­men­ta­ri­smo che, nelle giun­ture cri­ti­che del mec­ca­ni­smo poli­tico incep­pato, trova pro­prio nell’attivismo di altri poteri costi­tu­zio­nali (la Con­sulta o il Qui­ri­nale) una val­vola di sfogo, non priva di ele­menti di fri­zione e di ela­stica indeterminazione.

Il regime par­la­men­tare al bivio
La que­stione cru­ciale è quindi di accer­tare se, dopo il sur­ri­scal­da­mento ele­vato delle fun­zioni e delle pre­ro­ga­tive del Colle, que­sti poteri d’eccezione, riat­ti­vati in rispo­sta alla con­cla­mata situa­zione di emer­genza e gestiti secondo moda­lità suscet­ti­bili di discorde valu­ta­zione, tor­ne­ranno ad essere dor­mienti (come è già acca­duto con Scal­faro, dopo il varo della “tri­nità isti­tu­zio­nale” impe­gnata nel governo dell’eccezione e la gesta­zione di governi del pre­si­dente) o invece deter­mi­ne­ranno una sla­vina che con­durrà alla fuo­riu­scita dagli ingra­naggi pecu­liari della forma di un regime parlamentare.

Ogni pre­si­dente, get­tato in con­di­zioni cri­ti­che, come sono quelle della seconda lunga crisi dei vent’anni, che ha deter­mi­nato due crolli del sistema dei par­titi in tempi rav­vi­ci­nati e subìto l’irruzione di un potente vin­colo esterno euro­peo che ha limato l’autonomia poli­tica di una demo­cra­zia sovrana, con­duce una sua poli­tica isti­tu­zio­nale. Ed è pro­prio que­sta poli­tica delle isti­tu­zioni, cali­brata per gover­nare una fase di forte fol­lia siste­mica, che occorre ana­liz­zare, alla luce di un cri­te­rio prin­cipe che carat­te­rizza la poli­tica: l’efficacia. La domanda quindi è: Napo­li­tano, con la sua poli­tica delle isti­tu­zioni, ha arre­stato le dina­mi­che dege­ne­ra­tive che inve­sti­vano la repub­blica o ha con­tri­buito anch’egli con la sua con­dotta, che aveva delle pos­si­bili opzioni alter­na­tive, ad appro­fon­dire la crisi?

L’efficacia nella crisi
È den­tro i tempi storico-politici che ha dovuto gestire che va inqua­drato il com­por­ta­mento del capo dello stato. E quelli toc­cati a Napo­li­tano non sono stati anni banali. Come ogni pre­si­dente della seconda repub­blica, è stato eletto da una mag­gio­ranza di sini­stra. Per for­tuna, almeno per il Qui­ri­nale, l’alternanza non si è veri­fi­cata. E al Colle sono saliti per­so­na­lità nel com­plesso fedeli all’impianto par­la­men­tare della Repubblica.

Ad ognuno di loro è toc­cato di con­vi­vere con la sco­moda pre­senza di Ber­lu­sconi a Palazzo Chigi. Come è capi­tato per ogni inqui­lino del Qui­ri­nale, anche a Napo­li­tano sono pio­vute addosso le cri­ti­che per non aver rifiu­tato la firma a leggi discu­ti­bili varate dalla destra.

Ma qui, a parte Scal­faro che ha inter­pre­tato sino in fondo il ruolo di un espli­cito con­tro­po­tere, il Colle non può in maniera strut­tu­rale sur­ro­gare le fun­zioni dell’opposizione.

Per i decreti che pos­sono essere cor­retti o non con­ver­titi nel nor­male iter isti­tu­zio­nale o inva­li­dati in un’opera di con­trollo di lega­lità che si estende sino alle supreme magi­stra­ture dello Stato, la vigi­lanza pre­ven­tiva del Qui­ri­nale può essere a maglie più lar­ghe. Quando però un atto nor­ma­tivo ha effetti distor­sivi imme­diati, e la sua costi­tu­zio­na­lità è assai dub­bia (è il caso della legge elet­to­rale Cal­de­roli non cen­su­rata da Ciampi e poi irri­tual­mente demo­lita dalla Con­sulta), il capo dello Stato deve rifiu­tare la firma per­ché l’abuso di mag­gio­ranza non è facil­mente rime­dia­bile con nor­mali procedure.

Il crollo del bipolarismo
La prima fase della lunga espe­rienza di Napo­li­tano ha dovuto veder­sela con la fra­gi­lità del mag­gio­ri­ta­rio di coa­li­zione. Dap­prima il cen­tro sini­stra che, con la esplo­siva diar­chia Prodi-Veltroni creata a colpi di pri­ma­rie, non ha tenuto in aula e poi la disin­te­gra­zione della coa­li­zione di cen­tro destra hanno sve­lato l’inconsistenza degli assi por­tanti del nuovo sistema poli­tico. Il teo­rema della coa­li­zione mas­sima vin­cente con­sen­tiva di aggiu­di­carsi il pre­mio in seggi ma non di sor­reg­gere un coe­rente indi­rizzo poli­tico di mag­gio­ranza. La neces­sa­ria opera di media­zione, entro alleanze mul­ti­formi, urtava con­tro i sim­boli della per­so­na­liz­za­zione del comando (nome del pre­mier stam­pato sulla scheda elet­to­rale) e ogni blocco di potere sal­tava in aria dinanzi all’affiorare di ine­vi­ta­bili spinte centrifughe.

Al crollo del bipo­la­ri­smo mec­ca­nico ha forse con­tri­buito una certa sin­to­nia isti­tu­zio­nale sta­bi­li­tasi tra il Qui­ri­nale e Mon­te­ci­to­rio che ha indotto Fini ad assu­mere i tratti di una destra in cerca di un cor­redo libe­rale e quindi costretta alla rot­tura netta con il popu­li­smo ber­lu­sco­niano. Ma il ritardo con cui la mozione di sfi­du­cia è stata votata in aula nel 2010, ha favo­rito delle ope­ra­zioni di tra­sfor­mi­smo che hanno pro­lun­gato arti­fi­cial­mente la vita di un governo poli­ti­ca­mente morto. Quello che non ha pro­dotto per via poli­tica, la espli­cita cen­sura par­la­men­tare del governo Ber­lu­sconi, il sistema lo ha dovuto com­piere per il soprag­giun­gere di un com­plesso di inter­venti esterni e per adem­piere a degli inviti inter­na­zio­nali dive­nuti pres­santi a ridosso dell’emergenza della crisi finan­zia­ria. Abile nella depo­si­zione del Cava­liere che ha accet­tato la defe­ne­stra­zione senza andare in escan­de­scenza, la stra­te­gia del Qui­ri­nale ha mostrato una dub­bia effi­ca­cia nel governo della tran­si­zione aper­tasi nel novem­bre del 2011.

Sta­bi­lità, la regia delle lar­ghe intese
Due erano gli imperativi-cardine delle poli­ti­che isti­tu­zio­nali con­fe­zio­nate dal Colle: la sta­bi­lità di governo, come valore asso­luto in tempi di crisi, e l’emergenza eco­no­mica e isti­tu­zio­nale da affron­tare con lo spi­rito delle lar­ghe intese e secondo gli impe­ra­tivi del risa­na­mento e delle con­nesse riforme strut­tu­rali. È indub­bio che nelle fasi più gravi dell’emergenza finan­zia­ria, pro­prio Napo­li­tano sia diven­tato un inter­lo­cu­tore fon­da­men­tale che, con cre­di­bi­lità e pre­sti­gio, ha par­lato con le più influenti can­cel­le­rie (non solo) euro­pee. Però la solu­zione di una guida tec­nica dell’esecutivo pro­spet­tata dal Colle (e accet­tata dagli attori poli­tici, che quindi ne assu­mono la respon­sa­bi­lità piena) dopo la caduta del ber­lu­sco­ni­smo non si è rive­lata un fat­tore effi­cace nel con­te­ni­mento della cata­strofe in atto.

L’operazione Monti non era una rie­di­zione del governo Dini, per­ché men­tre quest’ultimo era pur sem­pre un pro­dotto dell’attivismo dei par­titi che ave­vano pro­get­tato “il ribal­tone”, e rima­ne­vano pronti a san­cire con il voto una alter­na­tiva di governo, il dica­stero Monti nasceva come un espli­cito allon­ta­na­mento della poli­tica dalle stanze del potere e come l’espropriazione di un ruolo del ricam­bio poli­tico nella fase dell’emergenza.

Per que­sto l’esperimento Monti, pro­trat­tosi così a lungo anche per la mio­pia del Pd che non per­ce­piva l’usura celere della for­mula e la rab­bia sociale che mon­tava, ha com­presso le spinte al rin­no­va­mento, sof­fo­cato domande di inno­va­zione e ope­rato come l’agente pato­geno che ha deter­mi­nato un ulte­riore aggra­va­mento del males­sere sfo­ciato nella ribel­lione dal basso con­tro il sistema al motto di “tutti a casa”. La paren­tesi tec­nica ha piaz­zato i bot e i titoli di stato ma ha spiaz­zato il sistema poli­tico indu­cen­dolo al col­lasso. Bloc­cate le vie di una alter­na­tiva den­tro il sistema, le ener­gie com­presse non pote­vano che assu­mere i con­torni della ribel­lione esterna con­tro il sistema.

Monti apre la strada a Grillo
Grillo non ci sarebbe mai stato senza Monti, con la sua strana mag­gio­ranza e la sua ino­pi­nata discesa in campo. Dalla crisi del ber­lu­sco­ni­smo, non si è usciti con lo stru­men­ta­rio dell’alternanza ma con la crisi di regime, la seconda nel giro di un ven­ten­nio. Non solo l’interprete (Monti e le sue meschine ambi­zioni di potere) ma pro­prio il rime­dio, quello tec­nico appunto, era sba­gliato come illu­so­rio neutralizzazione.

Non inco­sti­tu­zio­nale ma inef­fi­cace, alla luce del soprag­giunto crollo del sistema, è risul­tata la poli­tica isti­tu­zio­nale del Colle. Anche dopo il voto del 2013, e a caduta di sistema poli­tico ormai con­su­mata, la rilut­tanza a con­fe­rire un man­dato pieno al “non vin­ci­tore” Ber­sani ha accen­tuato i momenti di incer­tezza e di crisi. Ciò ha favo­rito l’ascesa dell’altro ele­mento di destrut­tu­ra­zione cieca, che è il ren­zi­smo (il Qui­ri­nale pro­tegge lo sta­ti­sta di Rignano, arri­vando per­sino a stig­ma­tiz­zare ogni ipo­tesi scis­sio­ni­stica nel Pd).

In fondo, quel governo di mino­ranza, che solo in aula avrebbe dovuto tro­vare i con­sensi, e che è stato negato a Ber­sani come una for­mula insulsa, costi­tui­sce il pila­stro su cui pog­gia il deci­sio­ni­smo simu­lato di Renzi. Il suo è pro­prio un mono­co­lore di fatto, che raci­mola spez­zoni par­la­men­tari ete­ro­ge­nei dopo che il gover­nis­simo era durato solo per le poche set­ti­mane che divi­de­vano il Cava­liere dalla con­danna defi­ni­tiva in cas­sa­zione. Il pro­blema è che una mag­gio­ranza Bersani-Vendola era per­ce­pita come la resur­re­zione di una sini­stra tra­di­zio­nale, ten­den­zial­mente ostile agli impe­ra­tivi domi­nanti nella vec­chia Europa, men­tre Renzi, mal­grado le prove di popu­li­smo e anti­po­li­tica, è pur sem­pre una fedele sen­ti­nella del rigore, dei con­doni fiscali e della pre­ca­rietà del lavoro. Pro­prio sui temi del lavoro, dopo una ini­ziale insi­stenza sui nuovi diritti civili e sul fine vita, sul regime car­ce­ra­rio e sugli infor­tuni nelle fab­bri­che, il capo dello Stato ha con­di­viso la reto­rica con­tro il con­ser­va­to­ri­smo della Cgil, con l’invito rivolto al movi­mento sin­da­cale a non distur­bare le pre­ro­ga­tive della mag­gio­ranza intenta nel varo delle cosid­dette riforme strutturali.

Se la repub­blica avrà, a breve o a medio rag­gio, una svolta in senso pre­si­den­zia­li­sta, non sarà però per­ché Napo­li­tano si è tra­mu­tato in “re Gior­gio”, e quindi dopo di lui occorre sol­tanto rati­fi­care gli spo­sta­menti avve­nuti nella prassi. La car­rozza del com­mis­sa­rio avan­zerà per­ché le grandi cul­ture costi­tu­zio­nali della repub­blica sono state tra­volte dal virus della sem­pli­fi­ca­zione che sug­ge­ri­sce l’illusoria solu­zione della ele­zione diretta della carica mono­cra­tica impo­sta attra­verso una ano­mala legge elettorale.

Le riforme isti­tu­zio­nali ad ogni costo, e l’Italicum impo­sto con i suoi ritoc­chi solo cosme­tici alla vec­chia legge Cal­de­roli, sono dei fasulli rimedi dati in pasto (con le norme sul o meglio con­tro il lavoro) ai cen­sori europei.

Su que­sto rifor­mi­smo improv­vi­sato dell’asse Boschi-Verdini, con­tro cui si sono accesi momenti di ostru­zio­ni­smo in aula, un minore coin­vol­gi­mento del Qui­ri­nale, a difesa della velo­cità delle mosse del governo, forse sarebbe stato più oppor­tuno, quale che sia il livello di pre­oc­cu­pa­zione sulla tenuta del sistema e sulla pre­senza o meno di valide alter­na­tive al con­dot­tiero di Rignano.

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Le forzature pericolose di Napolitano Fonte: Il Manifesto | Autore: Alberto Burgio

Accet­tando a malin­cuore il sacri­fi­cio del secondo man­dato che aveva sin lì sde­gno­sa­mente escluso ma che con­si­de­rava un far­dello impo­sto dall’amor di patria, Gior­gio Napo­li­tano disse: resto al Colle per le riforme, me ne andrò non appena si saranno varate. Il suo con le «riforme» è un legame indi­strut­ti­bile, tanto che si potrebbe par­lare di una pre­si­denza a pro­getto. Ma que­sta endiadi sta pro­du­cendo mostri, e spin­gendo il pre­si­dente sem­pre più lon­tano dal ruolo super par­tes, di organo di garan­zia, asse­gnato dalla Costi­tu­zione al capo dello Stato.

L’esca­la­tion di que­sti giorni è impres­sio­nante e non può non destare allarme. Solo una ven­tina di giorni fa, pur sol­le­ci­tando il Senato a comin­ciare final­mente l’esame di una «riforma» defi­nita «sem­pre più urgente» e «matura» e chissà per­ché «vitale», Napo­li­tano aveva assi­cu­rato di non volere «entrare nel merito» del con­fronto sul supe­ra­mento del bica­me­ra­li­smo per­fetto. Le ultime prese di posi­zione sono di tutt’altro segno. Riscon­trata la deter­mi­na­zione a resi­stere dei cri­tici del dise­gno «rifor­ma­tore» e delle fronde interne agli stessi par­titi che dovreb­bero garan­tirne la rapida appro­va­zione, il pre­si­dente non si è più tenuto. Prima ha bol­lato come «spet­tri» quelli agi­tati da quanti scor­gono il rischio di derive auto­ri­ta­rie (non siamo alle «allu­ci­na­zioni» della cor­tese mini­stra, ma poco ci manca). Poi si è rifiu­tato di rice­vere i sena­tori che bus­sa­vano alle porte del Qui­ri­nale per denun­ciare lo scon­cio di un con­tin­gen­ta­mento impo­sto a dispetto di quella Costi­tu­zione che, pure, egli ha il com­pito di custodire.Il fatto è che, pro­prio come il governo, il pre­si­dente giura sulla bontà del pro­getto ren­ziano e ber­lu­sco­niano di un Senato non elet­tivo ma con fun­zioni costi­tu­zio­nali, iper-maggioritario (i 95 sena­tori saranno scelti a mag­gio­ranza da assem­blee regio­nali a loro volta elette col mag­gio­ri­ta­rio) e nel quale il suo suc­ces­sore disporrà di un suo per­so­nale gruppo par­la­men­tare (potendo nomi­nare cin­que sena­tori per la durata del pro­prio settennato).

C’è di che tra­se­co­lare, anche solo con­si­de­rando il con­te­nuto di que­sta «riforma» costi­tu­zio­nale det­tata dal governo, e il suo più per­verso effetto indiretto.

Anche gra­zie al gene­roso pre­mio pre­vi­sto dall’Italicum, l’abbassamento della soglia richie­sta per l’elezione del capo dello Stato per­met­terà al par­tito di mag­gio­ranza rela­tiva – quindi al governo – di eleg­gersi il suo pre­si­dente, quindi di con­trol­lare Con­sulta e Csm. Con uno scopo evi­dente, che è poi lo stesso che ispira la legge elet­to­rale ideata da Renzi e Berl<CW-26>usconi e la nuova disci­plina del refe­ren­dum popo­lare: porre il sistema costi­tu­zio­nale alla mercé del governo, taci­tando le mino­ranze (anzi esclu­den­dole del tutto dalla rap­pre­sen­tanza) e impe­dendo alla cit­ta­di­nanza di inter­ve­nire (di inter­fe­rire) nella for­ma­zione delle deci­sioni. Ovvia­mente que­sta scelta di campo scon­certa e pre­oc­cupa. Non di «spet­tri» si tratta, ma della con­creta minac­cia di una muta­zione gene­tica della forma par­la­men­tare di governo, che viene assu­mendo mar­cati tratti auto­ri­tari e popu­li­stici. Ma il pro­blema non è sol­tanto né prin­ci­pal­mente que­sto. Le cose non sareb­bero meno gravi se le «riforme» in discus­sione fos­sero accet­ta­bili e per­sino ottime.

La que­stione cru­ciale è di ordine costi­tu­zio­nale. Può un pre­si­dente far pesare le pro­prie per­so­nali valu­ta­zioni di merito? Può egli entrare nell’ambito dell’attività e fun­zione sta­tuale che attiene all’indi­rizzo poli­tico, quindi alle pre­ro­ga­tive pro­prie di par­la­mento e governo? La domanda è reto­rica: natu­ral­mente non può. E sic­come non è la prima volta che Napo­li­tano com­pie que­sta scelta ecce­dendo i limiti della pro­pria fun­zione, è venuto il momento di riflet­tere e di chie­dersi – fuori da ogni tabù – per­ché lo fa, e anche che cosa rischia di discenderne.

Forse i pre­ce­denti ci aiu­tano a capire. Fummo in molti, in occa­sione delle dimis­sioni del governo Ber­lu­sconi nell’autunno 2011, a scor­gere una for­za­tura nell’insediamento di Monti alla guida di quello che inso­spet­ta­bili espo­nenti di parte «demo­cra­tica» vol­lero chia­mare «governo del pre­si­dente». Si poteva discu­tere. Ma di certo una for­za­tura grave ebbe luogo pochi mesi dopo (marzo 2012), quando Napo­li­tano entrò a gamba tesa nel dibat­tito sulla «riforma» dell’art. 18 dello Sta­tuto dei lavo­ra­tori per­pe­trata dalla mini­stra For­nero. Per soste­nerla ener­gi­ca­mente con­tro il fronte sin­da­cale, e in sostanza can­cel­lare la garan­zia del rein­te­gro del licen­ziato senza giu­sta causa, sim­bolo dei diritti e delle tutele della sicu­rezza e della dignità dei lavoratori.

Un altro epi­so­dio per dir così incre­scioso, che ha rischiato di inne­scare un duro scon­tro isti­tu­zio­nale, si è veri­fi­cato lo scorso marzo, quando, in qua­lità di pre­si­dente del Con­si­glio supremo di difesa, Napo­li­tano ha cer­cato di estro­met­tere il par­la­mento dalle deci­sioni rela­tive alla maxi-commessa degli F-35, nono­stante una legge del 2012 (da lui con­tro­fir­mata) affidi alle Camere il con­trollo sulla spesa mili­tare. In que­sti due casi emble­ma­tici (ma gli esempi potreb­bero mol­ti­pli­carsi) non si tratta di «riforme» costi­tu­zio­nali o elet­to­rali come quelle ora pro­pu­gnate dal governo Renzi e soste­nute a spada tratta dal pre­si­dente. Ma alla base degli inter­venti esor­bi­tanti di quest’ultimo vige una coe­renza essen­ziale, e squi­si­ta­mente politica.

È dif­fi­cile non rile­vare che Napo­li­tano inter­viene quando sente minac­ciata la tra­sfor­ma­zione del paese in chiave «euro­pea», il che oggi signi­fica ame­ri­cana o, più pre­ci­sa­mente, ame­ri­ca­ni­sta, poi­ché gli Stati Uniti sono in que­sto discorso un modello defi­nito ad hoc. Un modello che si incen­tra su pochi assi car­di­nali: il pri­mato dell’impresa e del «libero mer­cato»; la gover­na­bi­lità (cioè l’adozione di un sistema bipo­lare o bipar­ti­tico basato sulla con­nes­sione diretta elezione-governo); il «rigore» nella gestione della finanza pub­blica (che si tra­duce nella secca e cre­scente ridu­zione della spesa pub­blica e nella com­pres­sione dei diritti sociali); e, natu­ral­mente, la lealtà asso­luta, «senza se e senza ma», alla Nato e ai suoi piani mili­tari. È dif­fi­cile non vedere tutto que­sto, come è impos­si­bile non cogliere una con­ti­nuità di lungo periodo che salda le azioni del Napo­li­tano pre­si­dente alle sue bat­ta­glie di lungo periodo, com­bat­tute già nel Pci, con­tro l’anomalia ita­liana – la pre­senza di una radi­cata forza e cul­tura comu­ni­sta, di un forte movi­mento sin­da­cale di classe, di una con­so­li­data pra­tica della par­te­ci­pa­zione demo­cra­tica di massa – nel con­sesso delle potenze atlantiche.

Ma quelle bat­ta­glie, legit­time dalle file di un par­tito, il pre­si­dente non può e non dovrebbe più per­met­ter­sele. Che lo fac­cia è gra­vis­simo, non sol­tanto per le con­se­guenze imme­diate dei suoi atti, ma anche per la dege­ne­ra­zione del ruolo che rico­pre. Sul punto la Costi­tu­zione è stata for­te­mente sol­le­ci­tata negli ultimi decenni. Ha influito per­sino una figura cari­sma­tica come quella di Per­tini. A stra­vol­gere le regole provò Cos­siga, che venne tut­ta­via fer­mato. Anche il pro­ta­go­ni­smo di Scal­faro fu una novità, solo in parte giu­sti­fi­cata dai grandi muta­menti seguiti alla cesura sto­rica del 1989–91. Oggi la mag­giore respon­sa­bi­lità di Napo­li­tano sta nell’avere esa­spe­rato la ten­denza alla poli­ti­ciz­za­zione del pro­prio ruolo, oltre che nell’assecondare la cor­ru­zione della forma par­la­men­tare di governo verso la fin­zione dell’elezione diretta dell’esecutivo. Nel qua­dro di un ordi­na­mento che ciò non pre­vede e che ne risulta quindi scom­pen­sato e gra­ve­mente squilibrato.

C’è, a que­sto punto, da spe­rare che gli eccessi degli ultimi giorni aprano final­mente gli occhi a molti, un po’ come sta acca­dendo con le «riforme» ren­ziane che Napo­li­tano cal­deg­gia ma di cui viene emer­gendo sem­pre più chia­ra­mente la ratio anti­de­mo­cra­tica. Per­ché que­sto avvenga biso­gna che un sus­sulto scuota anche il corpo largo dei par­titi mag­giori, non sol­tanto le mino­ranze dis­si­denti, alle quali va comun­que il plauso per la bat­ta­glia che stanno con­du­cendo. Che ciò accada oggi è dif­fi­cile, a ragion veduta quasi impos­si­bile; ma non si sa mai. Le strade della virtù civile non sono infi­nite come quelle della prov­vi­denza, ma nem­meno si può esclu­dere che alla fine respon­sa­bi­lità e dignità prevalgano.