Israele, la deportazione dei migranti nel deserto del Neghev. Non si fermano le proteste | Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Sono riprese le agitazioni dei migranti africani a Tel Aviv. Ormai durano da settimane e non sembra che la protesta rientri facilmente. In piazza Lewinsky, in un rione povero di Tel Aviv, con picchetti di protesta i migranti si ribellano al progetto di deportazione nel deserto del Neghev. Quel centro, affermano, ”rappresenta di fatto una prigione”, anche se i suoi cancelli restano aperti. Un portavoce dei dimostranti, Mutassim Ali, ha anticipato alla stampa che le manifestazioni dureranno almeno tre giorni. All’inizio dell’anno ci sono stati nelle carceri israeliane decine di scioperi della fame.
In queste settimane Israele sta infatti portando molti di loro a Holot (Neghev), un Centro di accoglienza da 1700 posti che alcune Ong vedono come una sorta di prigione. Chi viene convocato, non puo’ rifiutarsi: pena il carcere. ”Ci raccattano dalle strade. Siamo trattati come bestie selvagge”, esclama con indignazione Aron Z., 28 anni, un immigrato dall’Eritrea laureato in geografia.

Nei giorni scorsi c’è stato un appello di sostegno sottoscritto da 400 esponenti del mondo della cultura fra cui gli scrittori A.B. Yehoshua e David Grossman, lo storico della Shoah Yehuda Bauer e il filosofo Avishay Margalit. L’accusa al governo è di non aver ancora provveduto ad esaminare in forma approfondita le richieste di asilo e di aver proceduto a reclusioni “che di fatto puniscono persone innocenti”. A Tel Aviv la vita dei migranti e’ sempre piu precaria. Chi lavora, e’ pagato in nero. Nel Neghev li aspetta una installazione dove saranno condannati ad almeno un anno di ozio. A meno che non preferiscano tornare ”spontaneamente” in Africa. Questo mese in 700 lo hanno fatto, ricevendo da Israele 3.500 dollari per adulto. Il governo dice che e’ proprio quella e’ la strada da intraprendere: ”di loro volonta’, sia ben chiaro ”.
”Siamo profughi, non criminali”, hanno scandito a squarciagola il mese scorso quando a decine di migliaia si sono presentati a Piazza Rabin a Tel Aviv e di fronte alla Knesset di Gerusalemme. Nella prigione di Saharonim c’e’ stato uno sciopero della fame. A Holot, primi incidenti fra ‘ospiti’ e guardiani. Aron giura che lui, in Eritrea, non tornera’. Ha alle spalle una fuga; un arresto; una colluttazione con un secondino; una seconda fuga; una marcia di 150 chilometri fino al Sudan. In Egitto e’ stato vittima di attacchi razzisti. A piedi ha attraversato il Sinai egiziano e alla vista di una pattuglia militare israeliana ha provato sollievo. La prima parola che imparata in ebraico e’ stata Lewinsky: ossia il capolinea della sua odissea.