Roma. Artiste, ebree e rivoluzionarie da: noidonne

Sensibilità, emancipazione e anticonformismo in quindici artiste ebree del Novecento, in mostra a Roma fino al 5 ottobre

Marta Mariani

Il percorso espositivo della Galleria d’Arte Moderna di Roma Capitale con la mostra “Artiste del Novecento tra visione e identità ebraica” offre al visitatore l’opportunità di riflettere sull’identità femminile ebraica del Novecento, anche grazie a degli inediti facenti parte di collezioni private. La mostra temporanea, a cura di Marina Bakos, Olga Melasecchi e Federica Pirani – promossa dall’Assessorato alla Cultura, Creatività e Promozione Artistica, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, dalla Fondazione per i Beni Culturali Ebraici in Italia Onlus e dal Museo Ebraico di Roma – sarà visitabile in via Crispi fino al prossimo 5 ottobre. Antonietta Raphaël (pittrice e scultrice della Scuola romana di “Via Cavour”), Paola Consolo, Eva Fischer, Paola Levi Montalcini, Gabriella Oreffice, Adriana Pincherle, Silvana Weiller, così come Corinna e Olga Modigliani, Annie e Lilly Nathan, Wanda Coen Biagini, Amalia Goldmann Besso, Pierina Levi e Amelia Almagià Ambron sono proprio quelle donne ebree rivoluzionarie, dotate di eccentricità, disobbedienza e tragica grazia che l’expo vuole mettere in luce.

Veri “universi dispersi”, queste femminilità sono tutt’altro che “una serie di immagini di fanciulle o signore sobriamente abbigliate, ritratte in salotti eleganti o comunque in contesti tradizionali, che rimandano a visioni di una serena vita borghese; donne ben inserite in una società agiata che si dilettavano all’occasione con pennelli e tele” – commenta la curatrice della mostra, Marina Bakos. “Mai l’apparenza fu maggiormente foriera di equivoci come in questo caso: basterebbe una lettura più accorta delle biografie di alcune fra queste signore del secolo scorso per farci ricredere. Di dilettantismo ce ne fu molto poco o forse riguardò solamente alcune fra loro che non seppero (o non vollero) affermare una partecipazione qualificante nel mondo della creatività, preferendo un’esistenza più conforme a consuetudini tradizionali. Molte invece si dedicarono all’arte e alla cultura per vera passione e difesero con grinta una professionalità coraggiosamente conquistata per far valere la loro voce, partendo da una condizione di svantaggio, esposte a sottovalutazione, a misconoscimento e anche all’espropriazione del loro apporto intellettuale”.
Basta gettare uno sguardo scevro da pregiudizi su alcune tele esibite in questa mostra per comprendere che queste donne affrontarono l’arte e la vita da vere protagoniste, confrontandosi audacemente e perspicacemente con i miti e le favole collettive di una religione antica come l’ebraica, che scavano nell’interiorità per millenni e millenni.

In un calligramma come quello della Levi Montalcini, Monologo, si legge il solipsismo esplosivo di una sensibilità vulcanica protesa al segno-gesto, proprio mentre si scorge la complessità dell’animo femminile in tele della Raphaël come Io e i miei fantasmi, o Il Quarto Giorno della Creazione.
In Adriana Pincherle si ritrova, invece, una matassa di simbolismo francese… miracolo di una personalità tutta istinto: rapida negli atti e nei pensieri fino ad essere precipitosa.
Nelle vetrate di Eva Fischer (donna, ebrea e partigiana dopo la segregazione a Curzola) si squaderna una luce divina e un misticismo folgorante – sintomo che la Fischer non ebbe nulla di meno di uno Chagall quando si ispirò alle città di Gerusalemme, Hebron, Safe e Tiberiad
Di Pierina Levi colpisce soprattutto quel Paesaggio collinare, ventoso, intenso ma disciplinato, elettrizzante e riposante insieme come certi guazzi di Dürer, o certe impressioni di Cézanne.
L’orientalismo della Goldmann Besso, il nudo di Corinna Modigliani, le ceramiche di Olga Modigliani sono solo alcune delle più valide motivazioni che sollecitano e solleticano ad una visione attenta e appassionata della mostra.

Un Tramonto della Weiller è, già di suo, più che persuasivo; quel crepuscolo che è un trionfo di cremisi, di sanguigni e di magenta… dimostra quanta spiritualità bisogna ancora aggiungere al binomio più icastico della mostra, ovvero: emancipazione e anticonformismo femminile.

| 01 Settembre 2014