“No all’Imu agricola”.Gli agricoltori di mezza Italia oggi sotto Montecitorio. (Audio Autore: fabio sebastiani) da: controlacrisi.org

I tartassati dell’Imu sui terreni agricoli si ribellano. E sono pronti a calare a Roma per far sentire le loro ragioni. Il 21 saranno sotto Montecitorio per una iniziativa pubblica di grande risonanza. Sono in tanti, contrariamente a quello che si potrebbe pensare, ed hanno anche l’appoggio di tanti sindaci, i tartassati dal “patto di stabilità”.
Insomma, il movimento c’è. Ed hanno una bandiera che a fianco dell’immancabile spiga di grano riporta l’effige della lettera “R”, che sta per “Rispetto”. Rispetto per il loro lavoro, rispetto di quel minimo di legalità che se da una parte viene richiesto sempre ai cittadini, quando entra in ballo l’amministrazione pubblica diventa carta straccia.
La questione non è muova. La norma sull’Imu sui terreni agricoli con l’ultimo “aggiornamento” è diventata un mostro giuridico vero e proprio. Sia perché, come al solito, produce figli e figliastri, introducendo sperequazioni inimmaginabili tra terreni confinanti che per il catasto appartengono a due comuni diversi, dove in uno c’è l’Imu e nell’altro no. Sia perché per come sono messi gli agricoltori oggi la tassa diventa una insopportabile gabella che in molti casi è il viatico per il fallimento. E poi l’immancabile ciliegina sulla torta, la legge è stata ritagliata su numeri, quelli che riguardano i rendimenti, vecchi di almeno trent’anni. Per farvi un esempio pratico, se chi aveva una coltivazione di mandarini trent’anni fa poteva considerarsi un privilegiato oggi è quasi alla fame. Insomma, per sapere di terra bisogna aver visto da vicino almeno un campo di grano. Per uno come Renzi formato negli studi televisivi di Canale 5 è una impresa anche distinguere una pianta di lattuga da un cespo di indivia. L’ex sindaco di Firenze però sembra averlo capito al volo che il testo dell’Imu sui terreni agricoli era, parole sue, “una cazzata”; solo che finora non ha fatto nulla per porvi rimedio. Risultato, a breve ci saranno le scadenze dei pagamenti, gli agricoltori si rifiutano in massa di pagare e quindi, da qui l’appoggio dei sindaci, i comuni non possono chiudere i bilanci. Questa storia è talmente caotica che non sembra, a dire la verità, il frutto di una semplice distrazione.
Gli agricoltori sono a dir poco “biliosi”. Hanno già fatto diverse iniziative soprattutto al Sud. Ma ora puntano dritti a Roma, visto che sono riusciti a concludere un solido accordo con i colleghi del centro-Italia. Tanto che oggi per fare la conferenza stampa corredata dalla proiezione di un video sono stati ospitati nella sala del Carroccio al Campidoglio.
Per adesso i trattori li tengono fermi nel garage, sottolinea Gianni Fabbris (intervista audio) (Altragricoltura), uno dei leader di questo movimento che per il momento ha deciso di chiamarsi “Su la testa”, ma sono pronti ad accenderli, come hanno già fatto altre volte.
Allora si trattava della lotta contro le requisizioni delle aziende agricole da parte degli ufficiali giudiziari e dello stato comatoso in cui si trovava, e si trova, l’agricoltura; oggi, l’Imu rischia di essere la goccia che fa traboccare il vaso. Anche perché la crisi morde ancora e il mercato è letteralmente in mano alla speculazione.”Le terre svuotate saranno sempre più preda di sciacalli e avventurieri della trivella facile o del business dei rifiuti”, scrivono nel loro volantino. La loro piattaforma ha due semplici punti: il ritiro dell’Imu agricola e misure, questa volta da parte delle Regioni, per le aziende in crisi.
All’interno della manifestazione del 21 maggio si terranno a Montecitorio i Consigli Comunali Congiunti di diversi comuni italiani con la partecipazione di molti sindaci e di delegazioni di agricoltori, cittadini e associazioni che, dopo aver ratificato un documento comune sottoposto al governo, “avvieranno una campagna nazionale con gesti anche clamorosi di disobbedienza istituzionale e civile”.

Italicum, l’appello per una prima mobilitazione martedì sotto Montecitorio. Testo e firme da: controlacrisi.org

“Noi che ci siamo ritrovati davanti a Montecitorio per protestare contro l’imposizione della fiducia sulla legge elettorale, ci rivolgiamo a quanti e quante hanno a cuore le sorti della democrazia italiana perché facciano sentire forte la loro voce per dire No all’Italicum. Martedì manifesteremo di fronte a Montecitorio per denunciare al Paese che un Governo espressione di una legge elettorale incostituzionale pretende di imporre, a colpi di fiducia e di maggioranza una riforma elettorale che mantiene tutti i vizi di stravolgimento della Costituzione del Porcellum. Una legge che, insieme alle modifiche della Costituzione, prepara una inaudita concentrazione di potere nelle mani del Governo e del suo capo, esponendo il Paese a gravi rischi di avventure autoritarie. Sarà usata per colpire ancora i diritti sociali e proseguire con più durezza le politiche di austerità a partire dalla scuola che proprio il 5 maggio sarà protagonista di un grande sciopero generale. Salvaguardare la democrazia oggi, è garantire la propria libera voce domani. Mobilitiamoci per fermare questo progetto politico che vuole riportare indietro la storia, azzerando il lascito della Resistenza”. Martedì tutti a Montecitorio !!

Bia Sarasini, Roberto Musacchio, Nicola Fratoianni, Rosa Rinaldi, Paolo Cento, Giulia Rodano, Elettra Deiana, Assunta Signorelli, Antonello Falomi, Sandro Medici, Franco Campanella, Sabrina Battista, Anna Maria Rivera, Alfonso Gianni, Daniela Caramel, Danilo Borrelli, Maurizio Zammataro, Claudia Moriggi, Luciano Colletta, Claudio Ursella, Anna Maria Costanzo, Rita Carchella, , Raffaella De Vito, Massimo Fundarò, Elio Romano, Angelo di Naro, Alfonso Perotta, Sergio Caloni, Maria Grazia Greco, Maurizio Fabbri, Lucilla De Vito Franceschi, Bruno Leonarduzzi.

Riforme, la minoranza Pd e Pier Luigi Bersani voteranno sì alla Camera. Il massimo del dissenso: interventi critici e qualche defezione autore andrea carugati da: l’huffington post

 

PIER LUIGI BERSANI

ANSA

C’eravamo tanto arrabbiati. Dopo lo schiaffo sul Jobs act e la dura intervista di Pierluigi Bersani ad Avvenire a fine febbraio, il voto finale sulle riforme costituzionali – martedì mattina a Montecitorio – aveva preso la fisionomia di un vero e proprio redde rationem tra le due anime del Pd. E invece, dopo tanto rumore, nell’Aula della Camera non succederà praticamente nulla. O meglio, il testo che riforma Senato e Titolo V della Costituzione passerà senza problemi, con una grandissima massa di voti dem, compreso quello di Bersani e del grosso della sua corrente. Solo il duro Civati, e forse Fassina e qualche altro pasdaran segnaleranno il loro dissenso restando fuori dall’Aula. Ma in una maniera super controllata, per evitare qualsiasi sorpresa al governo. Non solo Area riformista ma anche l’area che fa riferimento a Gianni Cuperlo voterà secondo le indicazioni del partito.

Le minoranze si sono riunite alla Camera per tentare di andare in Aula con una linea comune: l’ipotesi di lavoro è un voto in massa a favore del ddl Boschi (in parte modificato a Montecitorio dopo il sì di agosto scorso al Senato), con alcuni interventi critici da parte di deputati come Alfredo D’Attorre, Gianni Cuperlo, Davide Zoggia e forse lo stesso Fassina. Proprio Zoggia rivela che ci sarà un dissenso contenuto: “Al punto in cui siamo arrivati è difficile non votare la riforma Boschi – dice – Non la voteremo in cinque o sei: io, D’Attorre, Fassina, ma è ancora da decidere. La battaglia si sposta ora sulla legge elettorale”. Interventi per dire che il ”combinato disposto” tra Italicum e nuovo Senato non convince le minoranze, e che dunque nelle prossime settimane “qualcosa deve cambiare”. O la modalità di elezione dei deputati, con meno nominati, o la composizione del nuovo Senato. Non ora e non subito, però. Se ne riparlerà a maggio, probabilmente dopo le regionali, quando la Camera esaminerà l’Italicum e le riforme istituzionali torneranno a palazzo Madama. Cuperlo ha già anticipato i contenuti del suo intervento con una lettera aperta a Renzi in cui chiede al premier il “coraggio” di fare alcune modifiche. “Il Parlamento dovrebbe ‘obbedire’ in ossequio a un patto che non c’è più. Che senso ha?”, aggiunge il leader di SinistraDem riferendosi all’accordo tra Renzi e Berlusconi. “Il danno che deriverebbe da una incomprensibile chiusura – conclude Cuperlo – non colpirebbe una minoranza del tuo partito ma la qualità stessa della nostra democrazia parlamentare. Pensaci, se puoi”.

Nella minoranza dunque prevale la linea della prudenza, del supplemento di istruttoria. Sul dopo le opinioni non collimano, ma intanto si vota a favore. Certo, gli autori degli interventi critici, come Cuperlo e Fassina, potrebbero seguire Civati fuori dall’Aula, o restare e astenersi per “dare un segnale” al governo. Ma si tratta di piccoli segnali che non impensieriscono in nessun modo i renziani. E ancor meno il premier segretario. Sul futuro, la truppa della minoranza resta divisa tra chi come il capogruppo Roberto Speranza (che sabato riunisce la sua area a Bologna) rimane convinto che “fuori da questo Pd e da questo governo non esiste spazio politico” e chi come D’Attorre prevede che “nei prossimi mesi se il pacchetto delle riforme non cambierà la frattura nel Pd è destinata ad approfondirsi.” Bersani sta in una linea mediana. Resta convinto, e lo dice ad Huffpost, che nuovo Senato e Italicum “producono una forma di democrazia che non dovrebbe preoccupare solo me”, ma conferma che la battaglia si sposta in avanti almeno di due mesi, quando cioè la legge elettorale arriverà a Montecitorio per un esame che potrebbe essere quello definitivo. Per l’ex leader l’ultima spiaggia è quella, e in questi mesi il lavoro sarà quello di ottenere nuove modifiche “perché non si può avere di nuovo una Camera in maggioranza di nominati”, e per di più “senza una legge che regoli la vita interna dei partiti”.

Il clima tra le minoranze resta però abbastanza complicato. Civati, ad esempio, alla riunione serale non è andato. “Non mi hanno neppure invitato, quelli sono tutti al governo con Renzi, meglio la smettano di fingere…”. I dialoganti di Area riformista, come Cesare Damiano e l’esperto Andrea Giorgis, mettono in fila le modifiche strappate a Renzi, a partire dal quorum più alto per eleggere il Capo dello Stato e il controllo preventivo di legittimità sulla legge elettorale da parte della Consulta. Su quest’ultimo punto, una pattuglia di deputati guidati da Cuperlo, D’Attorre e Pollastrini, chiese e ottenne a metà dicembre la sostituzione in commissione, pur di non votare il testo del governo. “Le modifiche principali le abbiamo ottenute, non potevamo non tenerne conto”, spiega Giorgis. Il dissenso resterà dunque affidato a tre-quattro interventi martedì mattina in Aula. Ma sui numeri, il premier può dormire sonni più che tranquilli.

Il 17 ottobre gridiamo “STOP POVERTA’!” davanti Montecitorio Fonte: Libera.it

In occasione della Giornata Mondiale della lotta contro la Povertà che si celebra venerdì 17 ottobre il Gruppo Abele, Libera, BIN, Cilap Italia, Comitato 16 novembre, Forum Nazionale Agricoltura Sociale, Cipsi, ATD Quarto Mondo promuovono un sit-in davanti Montecitorio a partire dalle ore 10:00.Il nostro paese vive una condizione di impoverimento materiale e culturale insostenibile ed inaccettabile. I dati ISTAT ci dicono che sono ormai 8 milioni e 173 mila i cittadini e le cittadine che vivono una condizione di povertà relativa e 3 milioni e 415 mila quelli in povertà assoluta. Parliamo di quasi un italiano su cinque costretto a vivere in una condizione in cui la dignità umana viene calpestata. L’Italia è in Europa il paese meno sicuro per un minore. Il 32,3% di chi ha meno di 18 anni è a rischio povertà. 723 mila minorenni italiani vivono già in condizione di povertà assoluta. È questo un dato intollerabile che dovrebbe farci indignare tutti e tutte. La diseguaglianza continua a crescere, con differenze territoriali che ripropongono la questione meridionale come uno dei temi sui quali intervenire urgentemente. Il sud infatti risulta drammaticamente più colpito ed impoverito dalla crisi. La disoccupazione nazionale oltre il 12%, al sud è nettamente superiore. Tra i 15/24 anni che cercano lavoro nel mezzogiorno, la disoccupazione è superiore al 41%. Le famiglie italiane si sono enormemente impoverite. Oltre il 60% delle famiglie ha ridotto la quantità e la qualità della propria spesa alimentare, mentre aumentano i casi di disoccupati e anziani costretti a rubare per mangiare. Oltre due milioni sono i cosiddetti Neet, giovani così scoraggiati dalla situazione che non studiano, non cercano più lavoro e non sono nemmeno coinvolti in attività formative. Aumentano enormemente la precarietà e lo sfruttamento sul lavoro, sino a raggiungere pratiche di neoschiavismo nei confronti dei lavoratori migranti e non, sia al sud che al nord del paese. Si rafforza il controllo dei clan malavitosi su molte attività economiche in crisi, costrette a “rivolgersi” ai prestiti dei mafiosi. Così come sono in drammatica crescita i crimini contro l’ambiente. Sono oltre 93 al giorno quelli denunciati che certificano l’aumento dell’impatto e dell’influenza delle ecomafie e che distruggono la nostra vera ricchezza: territori, beni comuni e biodiversità.

La ricchezza si è spostata dal lavoro alla rendita finanziaria. La situazione risulta aggravata dalle attuali politiche in campo. Delocalizzazioni, dismissioni, privatizzazioni, austerità e vincoli di bilancio, riforme di welfare e pensioni, azzeramento dei fondi per il sociale e tagli nei settori dove maggiore è la domanda di servizi pubblici e sociali, hanno aggravato ulteriormente la crisi. Disuguaglianza e ingiustizia sociale ed ambientale stanno mettendo in crisi la nostra democrazia. Una società diseguale, che coniuga svantaggio economico con la mancanza di opportunità, che precarizza i diritti degli esclusi, che difende i privilegi e la concentrazioni della ricchezza nelle mani di pochi, attenta alla coesione sociale e incrementa la sfiducia istituzionale, affossa il principio di rappresentatività e scoraggia la partecipazione. I dati e la situazione di crisi politica fotografano una “guerra” dove la povertà materiale e culturale è la peggiore delle malattie, in senso sociale, economico, ambientale e sanitario.

“La costruzione dell’uguaglianza e della giustizia sociale è compito della politica nel senso più vasto del termine: quella formale di chi amministra e quella informale chi ci chiama in causa tutti come cittadini responsabili. La povertà dovrebbe essere illegale nel nostro paese. La crisi per molti è una condanna, per altri è un’occasione. Le mafie hanno trovato inedite sponde nella società dell’io, nel suo diffuso analfabetismo etico. Oggi sempre più evidenti i favori indiretti alle mafie che sono forti in una società diseguale e culturalmente depressa e con una politica debole.” sostiene don Luigi Ciotti, presidente del Gruppo Abele e di Libera.
La Costituzione ci impegna in tal senso a fare ognuno la sua parte. La lotta alla povertà va ripensata in termini di interdipendenza tra le persone, le specie e all’interno degli equilibri naturali dei nostri ecosistemi. Possiamo da subito portare avanti azioni di contrasto dal basso alla povertà. Il Gruppo Abele e Libera promuovono la campagna “Miseria Ladra” con tutte quelle realtà sociali, sindacali, studentesche, comitati, associazioni, movimenti, giornali e singoli cittadini/e, intenzionati a portare avanti le proposte contenute nel documento. Proposte concrete che da subito possono rispondere alla crisi materiale e culturale, rafforzare la partecipazione e rivitalizzare la nostra democrazia.