Paolo Ciofi: La crisi e il senso dell’alternativa Fonte: www.paolociofi.itAutore: Paolo Ciofi

I. Ha ragione Valentino Parlato, il quale su Sbilanciamoci del 15 maggio sosteneva che da questa crisi, persistente e distruttiva che investe l’Italia, l’Europa e il mondo, non si esce se non si ricostruisce la politica. Ma – aggiungeva – la politica, e per quel che ci riguarda una politica di sinistra, non si ricostruisce se non si dà una giusta analisi della crisi. Sono convinto che il punto da cui muovere sia esattamente questo, se vogliamo rovesciare la tendenza al declino e aprire la strada a una prospettiva nuova.
Da anni ormai conviviamo con una crisi difficile da afferrare, che nel suo svolgimento ha assunto in continuazione forme nuove. Emersa negli Usa sul finire del 2007 con i mutui subprime, esplosa successivamente come crisi bancaria e finanziaria, è venuto poi il turno degli Stati nazionali e dell’intera Europa. In un contesto dominato dalla recessione e dalla stagnazione, che alimentano disoccupazione, lavori sottopagati e precarietà, e dunque una condizione di malessere umano e di rischio ambientale crescenti.
Nonostante gli sforzi per occultarne e mistificarne la natura più profonda, se andiamo alla sostanza dobbiamo oggettivamente prendere atto che siamo in presenza di una crisi strutturale del modo di produzione capitalistico, le cui espressioni si manifestano in varia forma. Ormai, sebbene anche le interpretazioni della crisi siano le più diverse, è sempre più difficile negare che viviamo in una società spaccata in due, non solo in Italia e in Europa. Nella quale la stragrande maggioranza delle donne e degli uomini è costretta a vendere in condizioni di subalternità e di permanente incertezza le proprie abilità fisiche e intellettuali in cambio dei mezzi per vivere a una classe dominante di proprietari universali, peraltro sempre più ristretta e parassitaria, che le usa allo scopo di ricavarne il massimo profitto.
Se non si prende atto di questo elementare dato di realtà, non per caso ideologicamente mascherato con destrezza, è difficile compiere qualche significativo passo avanti sul terreno politico. Come insegnava quel tale di Treviri, la lotta di classe è sempre lotta politica. Soprattutto in questa fase storica, giacché il capitale, prima ancora di una cosa o di un semplice algoritmo, di un accumulo di merci e di mezzi finanziari, è una relazione tra esseri umani, un rapporto sociale storicamente determinato. Non statico e sempre uguale a se stesso, bensì in incessante movimento per effetto del rivoluzionamento continuo degli strumenti della produzione e delle conquiste delle scienza e della tecnica, ma segnato da una contraddizione insuperabile, oggi diventata dirompente.
Aldo Tortorella direbbe che il capitale è vittima delle sue stesse macchinazioni. Per accrescere i profitti deve contenere i salari. Ma i bassi salari comprimono il potere d’acquisto impedendo la realizzazione dei profitti. E poiché la capacità di consumo dei produttori diretti è strutturalmente legata alla capacità di generare un plusvalore che è alla base del profitto, se questo plusvalore non viene generato, o non si realizza perché le merci restano invendute, la produzione si ferma e il lavoratore viene licenziato. Cioè, cancellato come produttore e come consumatore. Il suo destino è quello di andare ad accrescere l’esercito dei disoccupati e degli esclusi, con la conseguenza di rendere ancora più acuta la contraddizione tra capitale e lavoro.
Le crisi ricorrenti, come ben sappiamo, sono state finora il mezzo che ha consentito di riportare in temporaneo equilibrio il sistema attraverso la massiccia distruzione di capitali e di forze produttive umane e naturali, fino all’esplosione di guerre catastrofiche per l’accaparramento delle risorse del pianeta. In teoria, dalla crisi di un sistema il cui fine è l’estrazione del massimo profitto privato dagli esseri umani e dalla natura, su cui si conforma l’intero assetto della società e delle istituzioni, e quindi della politica, si esce in due modi. O attraverso un’ulteriore stretta del dominio del capitale sul lavoro e sull’intera comunità, con la conseguenza di acutizzare tutte le contraddizioni e con esiti imprevedibili. O attraverso l’avvio di un processo di superamento del sistema diventato insostenibile, ponendo dei limiti al dominio del capitale e aprendo la strada a una gestione comunitaria della produzione di ricchezza.
Un’altra soluzione non è data. Non dimentichiamo che dalla Grande Depressione del 1929-33, si è usciti temporaneamente in Europa con il nazismo e la seconda guerra mondiale. Oggi, mentre alle porte dell’Europa premono masse di diseredati e si moltiplicano le guerre guerreggiate, il ricatto cui viene sottoposta la Grecia è il paradigma di una regressione senza precedenti imposta dai poteri capitalistici dominanti: prima la remunerazione del capitale finanziario, poi la vita delle persone. La finanziarizzazione universale, tipica di questa fase di globalizzazione, non ha attenuato il processo di subordinazione del lavoro. Al contrario, lo ha generalizzato e modernizzato nelle modalità di sfruttamento, con l’intento di contrastare la tendenza alla caduta del saggio di profitto e alla perdita di efficienza del sistema.

II. La spinta a fare denaro con il denaro bypassando la produzione ha generato, come osservava Hilferding, uno «schema mistico» del capitale, rivestendolo di sacralità e impenetrabilità. Nei fatti, garantendo alti rendimenti, ha moltiplicato i valori finanziari rispetto all’economia reale, diffuso la speculazione e la corruzione, accresciuto a dismisura le disuguaglianze. Grazie all’indebitamento di massa inventato dalle economie anglosassoni, si è ottenuto per un certo tempo il miracolo di tenere alti i consumi in regime di bassi salari. Ma il debito come fattore propulsivo dell’economia, in sostituzione della valorizzazione del lavoro, è il segnale vistoso del decadimento di un sistema.
D’altra parte, la rivoluzione scientifica e tecnologica, con l’uso dell’informatica e della microelettronica, non ha posto fine al lavoro, ma rivoluzionando il modo di lavorare e di vivere richiederebbe la formazione di una classe lavoratrice di livello superiore per cultura generale e conoscenze specifiche, e quindi un’attenzione particolare all’istruzione e alla ricerca. Mentre il superamento della tradizionale nozione del tempo e dello spazio consentirebbe di accorciare globalmente i tempi di lavoro allungando i tempi di vita, e di pianificare un’occupazione dignitosa per tutte e per tutti.
Ma alla socializzazione crescente dei processi produttivi, di comunicazione e di ricerca, cui concorre una molteplicità di soggetti diversi, non corrisponde la socializzazione della proprietà e la comune gestione degli strumenti indispensabili per il governo di tali processi. Il risultato è la formazione di un enorme esercito di manodopera di riserva nel mondo, disponibile per qualsiasi tipo di lavoro precario. Di qui la concorrenza e la guerra tra poveri. Il rapporto di proprietà capitalistico è diventato una gabbia che imprigiona il libero sviluppo di tutti e di ciascuno. La contraddizione tra sviluppo delle forze produttive e rapporti di proprietà, tra il lavoro e il capitale, è arrivata a un punto limite che è necessario riconoscere e mettere a nudo. Se non si vuole che al conflitto di classe si sostituisca una guerriglia permanente e senza sbocchi tra i subalterni.
Nella controrivoluzione liberista di Ronald Reagan e di Margaret Thatcher si è incarnato al massimo livello il dominio totalitario del capitale sul lavoro. Una vera e propria dittatura, non solo in ambito economico-sociale, ma anche nel linguaggio e nella comunicazione, fino al formarsi di un diffuso senso comune. In una fase di massima espansione della lotta di classe del capitale contro il lavoro è stata teorizzata la fine della lotta di classe, addirittura la fine delle classi. Lo slogan di lady Thatcher detta TINA (There Is No Alternative), secondo cui la società non esiste, esistono solo individui, ha fatto molta strada ed è assurto al rango di principio universalmente riconosciuto anche a sinistra con conseguenze politiche devastanti.
E’ evidente infatti che se si sostiene, come sostenne a suo tempo Giorgio Ruffolo scambiando lucciole per lanterne, che ormai «abbiamo una società di individui» e con ciò la sinistra ha raggiunto il suo scopo, vale a dire «la società senza classi», non ha alcun senso la presenza di una forza politica delle classi subalterne, essendo state le classi sociali cancellate. Peraltro, non da una rivoluzione socialista ma dalla forza egemonica del pensiero unico liberista. Nel deserto popolato da individui egoisti privi di legami sociali anche la visione del capitale come rapporto sociale viene azzerata, e si erge dominante l’homo oeconomicus, l’individuo che dispone dei mezzi necessari per mettere al lavoro a suo piacimento altri individui, ridotti al rango di capitale umano, spossessati anche della loro storia, oltre che della loro comunità sindacale e politica.
L’impianto egemonico neoliberista, nella sostanza acquisito e perfezionato dalla socialdemocrazia di Blair e di Schröder, ha espulso dall’agenda e dalla pratica politica europea e italiana un clamoroso dato di realtà: il conflitto capitale-lavoro, che pure segna il destino di milioni di donne e di uomini. Da una parte, i sindacati sono additati come un ostacolo da abbattere sulla via della piena libertà del capitale. Dall’altra, è stata semplicemente cancellata l’autonoma e libera presenza politica delle lavoratrici e dei lavoratori del XXI secolo. La politica come protesi dell’economia, cioè del capitale, è stato il punto di approdo. E con ciò è stato definitivamente archiviato il vecchio compromesso socialdemocratico tra capitale e lavoro. In un sistema politico-rappresentativo monoclasse, in cui i diritti diventano una variabile dipendente dal rendimento dei capitali, la democrazia traligna inevitabilmente in autoritarismo e oligarchia.

III. Su questa linea, corresponsabile dell’innesco e del dilagare della crisi ma presentata come una novità strabiliante, si è attestato Matteo Renzi. Ormai, dopo le più recenti vicende, il suo obiettivo dovrebbe risultare chiaro anche ai ciechi. Né più né meno, è la definitiva soppressione del fondamento politico della Repubblica democratica. Ma il corrispettivo potenziamento del capitalismo italiano cui mira Renzi attraverso radicali misure di internazionalizzazione e di privatizzazione che lo liberino da storiche inefficienze e incrostazioni, e insieme da ogni residua responsabilità sociale secondo il modello anglosassone, non ci farà uscire stabilmente dalla crisi perché non ne mette in discussione i fattori strutturali.
Un conto è il miglioramento dei parametri europei, definiti stupidi da Romano Prodi, o di quelli imposti dai colossi multinazionali del rating, che li fissano per assicurarsi laute rendite di posizione. Altro conto è affrontare i nodi della piena occupazione; di una remunerazione del lavoro che garantisca a tutte e tutti una vita dignitosa e degna di essere vissuta; di un nuovo welfare universale; della salvaguardia dell’ambiente e della pace; del trasferimento all’intera comunità dei benefici che la rivoluzione scientifica e tecnologica mette a disposizione. Di che parliamo, se non di un altro modello di società? Di un avanzamento di civiltà oltre i limiti imposti dal dominio del capitale? Un nuovo socialismo? Sì, se la parola non fosse stata deturpata e stravolta dai molti che se ne sono abusivamente appropriati.
Muovere nella direzione opposta a quella indicata da Renzi e dai governanti europei vuol dire costruire un’alternativa politica al dominio del capitale. È questa la questione di fondo che non si può eludere. E che innanzitutto richiede, per essere affrontata con qualche probabilità di successo, una visione del lavoro che abbandoni senza rimpianti lo schema novecentesco. In altre parole, c’è bisogno di una visione non limitata alla classe operaia tradizionalmente intesa come unico soggetto trainante dell’antagonismo al capitale, bensì allargata ai nuovi soggetti indotti dalla rivoluzione elettronica e digitale in tutti i campi delle attività lavorative. Perciò aperta al lavoro cognitivo e creativo, seppure erogato in forma individuale e a distanza. E nel contempo in grado di coinvolgere tutti coloro, giovani e donne innanzitutto, ma anche le teste grigie, che da qualunque forma di lavoro vengono esclusi.
In secondo luogo, occorre prendere atto una volta per sempre che l’esperienza del movimento operaio novecentesco, in tutte le sue forme, è davvero definitivamente conclusa. E non è ripetibile. Sia nella forma del cosiddetto socialismo realizzato nella Russia sovietica, sia nella forma socialdemocratica nell’Occidente europeo, che ha sposato i dogmi della controrivoluzione liberista. Come aveva intuito Enrico Berlinguer, esaurite le due fasi novecentesche del movimento operaio, adesso «si tratta di aprirne un’altra e di aprirla, prima di tutto, nell’Occidente capitalistico», e dunque di «porre le basi del superamento di un sistema che è entrato in una crisi strutturale e di fondo».
Una sinistra nuova ha senso, e avrà un avvenire, se assume questa prospettiva, peraltro delineata con sufficiente chiarezza dalla Costituzione della Repubblica democratica fondata sul lavoro. Un progetto di portata europea per il quale vale la pena di impegnarsi e di lottare, attraverso l’espansione massima di una democrazia progressiva e partecipata. Uscire da questo capitalismo non è una «bubbola», come pensa Scalfari. E neanche un insostenibile fardello da mettere sulle spalle dei nipoti. È invece un problema drammaticamente aperto, riproposto dagli effetti devastanti della crisi.

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Elementi di critica comunista alle narrazioni tossiche ricorrenti a proposito dell’inchiesta su Mafia/Capitale da: www.resistenze.org – osservatorio – italia – politica e società – 12-12-14 – n. 524


Michele Franco * | retedeicomunisti.org09/12/2014


Nel pasticciaccio dell’inchiesta romana su Mafia/Tangenti/Politica il livello di complessità che si va squadernando è, di gran lunga, superiore a quello che, ordinariamente, si è palesato in tante altre inchieste similari in giro per l’Italia.

Questa volta non si tratta, unicamente, dell’enorme mole di denaro circolante, del coinvolgimento di tutti i partiti e delle loro relative lobby affaristico/clientelari, dell’intreccio con poliziotti e membri dei servizi segreti, della presenza attiva della Lega delle Cooperative, di un accertato sottobosco fascista, della logica bipartisan imperante o della disarmante inanità di chi è preposto al controllo di questi passaggi amministrativi.

Stavolta siamo di fonte a qualcosa di molto grande e di profondamente pervasivo oltre i formali involucri amministrativi dei vari livelli istituzionali della più grande metropoli italiana e con diramazioni oltre la cintura capitolina.

Nel contempo, però, tale vicenda è una esemplificazione concreta del funzionamento di questa società e della marcescenza di alcuni rapporti politici, giuridici e dell’insieme delle relazioni sociali giunte alla loro maturità.

Una lezione politica attuale, una vera e propria cartina tornasole per tutti se osserviamo questa inchiesta dal punto di vista dei vigenti assetti di comando, di governance e di dispiegamento vero ed immanente dei diversificati effetti della crisi capitalistica nei vari gangli della società.
In questo puzzle giudiziario/politico/criminale – al di là degli abituali aspetti sensazionalistici o delle strumentali lacrime di coccodrillo del Renzi di turno o delle altre vestali della sacralità delle istituzioni borghesi – emerge, con nettezza, il profilo criminale e criminogeno del capitalismo contemporaneo.

Il vampirismo del capitale

Siamo difronte ad una rappresentazione plastica che mostra l’aspetto moderno ed attuale di questo pestifero modello di dominio reale con buona pace di quanti sparlano, o si illudono, circa la possibile esistenza di un capitalismo pulito e scevro dal malaffare e dalle accertate pratiche di grassazione generalizzata riscontrabili a Roma come altrove.

L’attuale corso del capitale attraverso le sue profonde modificazioni, trasformazioni e ristrutturazioni – soprattutto quelle avvenute negli ultimi trenta anni – ha assunto un aspetto sinistramente criminale.

A partire dagli anni ’80, infatti, il capitalismo classico, costretto a convivere con molteplici convulsioni a scala globale – prodotte dal delinearsi dei fattori di crisi economica strutturale – ha profondamente mutato la sua forma diventando di fatto deregolamentato, mondializzato e soprattutto finanziarizzato all’eccesso.

L’assenza di regole o la riscrittura di queste ad uso e consumo della spietata logica del profitto, la piena ed avvenuta mondializzazione del capitale e l’eccessivo ricorso alla finanza hanno incentivato e promosso la diffusione di enormi possibilità criminali fraudolente le quali, in passato, erano del tutto assenti o erano marginali rispetto alla complessità ed all’interezza del corso capitalistico.

Siamo quindi di fronte ad una forma del capitalismo che presenta un aspetto fortemente criminogeno. Una connotazione precisa, però, che nelle ricorrenti analisi degli economisti borghesi viene ignorata o quasi mai menzionata.

Anzi – come è spesso accaduto in vicende similari – nell’eventualità di evidenti scandali finanziari e speculativi la colpa viene, in forma penosamente mistificante, scaricata sulle mele marce che guasterebbero, con la loro disonestà, la bontà dell’essenza dell’azione generale del capitale. Per questi apologeti del massimo profitto il capitalismo, sempre e comunque, nella sua dinamica di articolazione racchiuderebbe, addirittura, un fattore progressivo e civilizzatore nei confronti dell’umanità.

All’oggi tale aspetto criminale del capitalismo sembra essere del tutto incompreso, ignorato o persino accettato dagli esperti e dagli studiosi, come se si trattasse di un aspetto intrinseco e strutturale – quasinaturale – al fenomeno stesso.

Tutti i commentatori che si stanno cimentando nella discussione del pasticciaccio romano scansano questo aspetto e concorrono, anche indirettamente, ad accreditare l’idea di un capitalismo sano da preservare e sacralizzare anche in casi di incidenti di percorso come quello accaduto nella capitale.

Infatti per gli apologeti dell’attuale modello sociale la sacralità del profitto, la logica d’impresa e la difesa del mercato sono dogmi indiscutibili.  L’importante, per gli apprendisti stregoni dei poteri forti, è che tutto fili liscio a costo di nascondere la cosiddetta polvere sotto il tappeto o di scaricare, impietosamente, lo sfortunato personaggio di turno che incappa nelle difficoltà giudiziarie del caso.

La stessa storia della Prima Repubblica italiana, particolarmente la questione afferente Tangentopoli, ha avuto, tra l’altro, un connotato di questo tipo ed ha imposto una narrazione tossica che ha eluso gli snodi veri di quel passaggio della storia d’Italia addossando, come in un romanzetto di quart’ordine, tutte le responsabilità ai mariuoli o ai disonesti dell’epoca.

Da questa assunzione di principi, da parte dei vari commentatori,  deriva, ovviamente, l’impunibilità penale e l’assoluta assenza di critica verso l’onnipotenza dei mercati finanziari dediti ad attività speculative i cui effetti nefasti antisociali ricadono inequivocabilmente sulla società e sui settori popolari più esposti alla crisi.

A tal proposito non importa se una decisione di un consiglio di amministrazione o di un organo sovranazionale provoca un disastro umanitario o una stagione di macelleria sociale in questo o quel posto del mondo. Per Lor Signori tutto deve risultare pulito e tutto è reso accettabile alla legalità borghese a condizione di non impattare, in maniera scoperta e rumorosa, con le norme dei codici penali e con la cattiva coscienza delle opinioni pubbliche.

Del resto già Marx, nel descrivere l’esordio sul proscenio del modo di produzione capitalistico, presentava questa tendenza storica come una lunga fase propriamente predatrice e, schiettamente, criminale definendola accumulazione originaria.

Oggi a centocinquanta anni da questa geniale interpretazione il capitalismo – giunto alla fase della finanza criminale – disvela la sua vera natura stravolgendo e negando anche quei principi etici e morali con i quali ha nobilitato la sua ascesa e il suo portato rivoluzionario a scapito dei precedenti modi di produzione.

L’inchiesta romana in tutti i suoi addentellati è il riflesso concreto di questa dimensione attuale e risente dell’ obsolescenza e del marciume di questi rapporti sociali oltre ogni spiegazione politicista o schiacciata sul chiacchiericcio del teatrino della squallida rappresentazione da talk/show.

La creazione di soldi sulla pelle degli immigrati e dei rom da parte degli stessi che alimentano il razzismo non è solo un aspetto paradossale e schifoso ma mostra, inequivocabilmente, il parossismo di un sistema sociale, di relazioni e di modalità di gestione che ha raggiunto – almeno potenzialmente – il suo capolinea storico imponendo, di fatto, il tema oggettivo del superamento di questi rapporti di produzione e della possibile allusione ad una alternativa di società.

Scandali e ruberie occasioni per rinsaldare la blindatura delle istituzioni

C’è – inoltre – un ulteriore aspetto dell’inchiesta romana su cui vale la pena soffermare la riflessione che sottoponiamo all’attenzione dei compagni e degli attivisti politici e sociali.
Tutti i commentatori, sia i colpevolisti e sia gli innocentisti, sono concordi su un punto preciso su cui scatenare le loro campagne stampa e di orientamento. Per l’intero schieramento borghese si tratta di aggiungere un nuovo tassello all’attacco da sferrare – con la giustificazione della dilagante corruzione – al sistema delle autonomie locali, all’istituto delle Regioni, dei Comuni ed a qualsiasi livello che attiene al decentramento amministrativo delle istituzioni e ad ogni minima parvenza di partecipazione democratica anche solo limitata al terreno elettorale/istituzionale.
L’emergere degli scandali e dell’affarismo ha sempre dato fiato – anche attraverso una sapiente campagna che fa leva sull’indignazione e i mugugni popolari – ad un populismo reazionario che sottende ad una forte ri-centralizzazione autoritaria dei poteri e degli strumenti della governance.

A  tale proposito si rivelano completamente errate le dissertazioni di chi immaginava, come conseguenza dell’avvenuta mondializzazione del capitale, istituzioni liquide e la dissoluzione della forma stato centralizzata a scapito di una presunta microfisica del potere.

Nella realtà, invece, si va imponendo – anche attraverso una gestione accurata di parte di capitalistica di episodi come quello di Mafia/Capitale – un modello statuale ancora più concentrato, più deregolamentato e sempre meglio sintonizzato alle attuali ambizioni del capitalismo tricolore nel gorgo dell’accresciuta competizione globale interimperialistica e degli incessanti diktat da parte del nucleo duro della borghesia continentale europea.

Così è accaduto in particolare con la stagione di Mani Pulite e con l’assunzione da parte della Magistratura di quel ruolo di supplenza politica autoritaria e dispotica a scapito degli altri corpi intermedi della società ridotti di funzione e resi marginali nei processi decisionali (i partiti, le grandi organizzazioni di massa, i sistemi elettorali a base proporzionale, l’involuzione del diritto civile e penale).

Una critica al complesso delle forme del comando del capitale

Anche da questi dati teorici, culturali e politici occorrerebbe rilanciare la discussione, oltre la cronaca immediata ed oltre l’asfissiante esecrazione scandalistica a cui vorrebbero riconduci gli opinion maker della disinformazione dominante e deviante.

Su questo versante dovrebbe attestarsi una critica sociale attiva ed il protagonismo a tutto campo dei movimenti di lotta per scompaginare e bonificare questo ignobile verminaio e l’intera impalcatura che sottende a questo putrido sistema.

La linea di condotta e l’attitudine politico/pratica di una soggettività comunista organizzata – dopo la pur necessaria fase della denuncia e della controinformazione nei ed oltre i movimenti sociali e sindacali – è anche quella di definire vicende, come quella dell’inchiesta romana, con il loro autentico nome e di inquadrarle in una prospettiva di rottura e di rivoluzione contro i modelli sociali esistenti e dominanti.

Certo, al momento, considerando gli attuali rapporti di forza tra le classi, questo indirizzo programmatico non è – immediatamente – traducibile in iniziativa di massa e dispiegata ma, se davvero vogliamo organizzare la nostra alterità a tale degenerazione della società, dobbiamo incominciare a segnalare con nettezza i nostri avversari indicando l’indispensabile percorso di mobilitazione, di lotta e di organizzazione coerente.

Del resto questo lavorio è parte della ragione sociale di una Organizzazione Comunista che vuole cimentarsi con il conflitto, con la complessità sociale e con i complicati processi di organizzazione politica e sociale rifuggendo da ogni tentazione sclerotica e dogmatica.

*) Rete dei Comunisti