Trattativa, Vincenzo Scotti: ritratto di un Stato-mafia da: antimafia duemila

giano-bifronteLa deposizione dell’ex ministro dell’Interno riaccende i riflettori sul “tentativo di destabilizzazione delle istituzioni” 

di Lorenzo Baldo – 29 maggio 2014 Audio
Palermo. E’ l’immagine di uno Stato-mafia quella che si materializza nelle dichiarazioni dell’ex ministro dell’Interno Vincenzo Scotti. All’udienza odierna del processo sulla trattativa l’ex esponente democristiano ricostruisce il contesto politico-istituzionale prima e dopo la strage di Capaci, fino a quella che a tutti gli effetti è la sua destituzione dall’incarico di ministro avvenuta il 28 giugno ‘92. Lo stesso Scotti lo ha già raccontato più volte nelle aule giudiziarie: le ultime sue audizioni risalgono, una, al 2012 durante il processo Mori, e l’altra appena quattro mesi fa, al Borsellino quater.

L’allarme inascoltato
Uno stralcio dell’audizione di Vincenzo Scotti del 20 marzo del ’92 alla Commissione Affari Costituzionali e Interni della Camera dei Deputati, viene citato in aula dal pm Nino Di Matteo. E’ un vero e proprio allarme che non viene – volutamente – ascoltato dai vertici istituzionali. Che si assumono così la responsabilità delle successive stragi del ’92 e del ’93. “Nascondere ai cittadini che siamo di fronte a un tentativo di destabilizzazione delle istituzioni da parte della criminalità organizzata – diceva Scotti prima delle bombe di Capaci, Via D’Amelio e del Continente – è un errore gravissimo. Io ritengo che ai cittadini vada detta la verità e non edulcorata. Io me ne assumo tutta la responsabilità. Se qualcuno ritiene che questo non sia vero sono pronto alle dimissioni, ma per questa ragione, ma non cedo il passo su questo terreno, ho detto che l’allarme sociale è altissimo e la gente deve sapere queste cose. Siamo un Paese di misteri e io non intendo gestire il ministero degli Interni con una condizione di silenzio o di misteri e senza mettere su carta le cose che si fanno”. C’è anche un altro grido dell’ex ministro dell’Interno, riportato dal giornalista Giuseppe D’Avanzo (scomparso prematuramente nel 2011) pubblicato sul quotidiano la Repubblica il 21 giugno 1992, che viene ribadito durante l’udienza. “Sono convinto, e lo vado ripetendo da mesi, che il calvario non è finito – dichiarava Scotti a D’Avanzo –, che la mafia colpirà ancora e colpirà ancora più in alto, tanto più in alto quanto più efficace diventerà l’ azione dello Stato. Non tutti vogliono capirlo. C’è chi fa orecchie da mercante, chi ha la tentazione di sottovalutare il mio allarme, chi colpevolmente sussurra che la mia apprensione è soltanto allarmismo che nasconde voglia di potere. Bene, a questi signori ho già detto che io non andrò più a Palermo a raccogliere insulti e monetine per loro e al loro posto. Nessuno può pensare, dinnanzi alla guerra che bisogna scatenare contro la mafia, di lavarsi pilatescamente le mani. Sia ben chiaro, soltanto con un esecutivo forte, legittimato nel tempo e nei consensi, può proseguire il lavoro già iniziato da me e da Martelli. E’ una politica che va confermata e una legittimazione di quella politica passa attraverso la riconferma di entrambi”. Ma quella riconferma non ci sarà: agli Interni, al posto di Scotti, si insedierà Nicola Mancino, mentre alla Giustizia, al posto di Martelli, verrà scelto Giovanni Conso. Due figure indubbiamente nevralgiche nel crocevia di uno Stato che tratta con Cosa Nostra. Mancino e Conso sono “colpevoli di una grave e consapevole reticenza”: Mancino è imputato per falsa testimonianza, mentre Conso, l’ex Direttore del Dap Adalberto Capriotti e l’on. Giuseppe Gargani sono indagati per false dichiarazioni al pm (per loro la legge prevede che l’inchiesta, in questo caso, sia bloccata fino alla definizione in primo grado del processo principale, quello sulla trattativa).

Il 41 bis come merce di scambio
Al di là degli imputati ufficiali di questo processo ci sono anche altri personaggi, nell’ambito della trattativa, che “contribuirono al deprecabile cedimento sul tema del 41 bis”: l’allora Capo della Polizia Vincenzo Parisi e il vice direttore del Dap Francesco Di Maggio, che hanno agito entrambi in stretta collaborazione con l’ex Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro (tutti e tre deceduti). Ma ai morti non si può più chiedere nulla e quindi non resta che appellarsi alla memoria di chi è stato protagonista dell’epopea della nascita del 41 bis. Senza alcun tentennamento Vincenzo Scotti ricostruisce le tappe della conversione in legge di quel famoso decreto – di fatto osteggiato trasversalmente a livello politico – che contemplava il regime di carcere duro per i mafiosi. Sotto i riflettori torna nuovamente il “consiglio” dell’on. Gargani di attendere il nuovo governo per la conversione in legge di quel decreto. Un suggerimento che non nasceva da un’opinione personale, ma che inevitabilmente coinvolgeva pezzi importanti del Parlamento dell’epoca. Nemmeno la strage di Capaci aveva sortito l’effetto di velocizzare l’attuazione di quel provvedimento. Solamente dopo la strage di Via D’Amelio il Parlamento si era visto costretto a rifare i conti con il Decreto che consacrava il 41 bis (per poi approvarlo definitivamente il 7 agosto ’92). Nella notte del 19 luglio ’92 decine di boss mafiosi vengono prelevati dalle celle dell’Ucciardone e di altre carceri siciliane per essere portati nelle supercarceri di Pianosa e l’Asinara. Successivamente proprio quel regime carcerario sarebbe risultato tra le “merci di scambio” di Cosa Nostra per far smettere le bombe. Di fatto la mancata proroga di 334 provvedimenti di 41 bis per altrettanti boss mafiosi, firmata dall’ex Guardasigilli Giovanni Conso nell’autunno del ’93, rientra a pieno titolo in quello che a tutti gli effetti appare come un do-ut-des Stato-mafia.

Destituzione di Stato
Nei ricordi di Vincenzo Scotti c’è tutta l’amarezza di chi ha vissuto la propria destituzione da ministro dell’Interno come l’attuazione di un progetto che non ammetteva corpi estranei al suo interno. Ecco allora che riaffiorano il suo isolamento politico e i suoi allarmi bollati come “patacche” da Giulio Andreotti. Dal canto suo l’ex ministro sottolinea che quelle forti preoccupazioni, per altro condivise da alcuni apparati preposti alla sicurezza, si concretizzano prima delle “previsioni” di Elio Ciolini del 4 marzo ’92 (il depistatore noto per i suoi legami con l’estrema destra e servizi segreti, nonché per aver tentato di inquinare le indagini sulla strage alla stazione di Bologna del 1980) sulle “nuova strategia della tensione” che si sarebbe realizzata da lì a poco. Vengono ricordati inoltre i “malumori” dell’Arma per la creazione della DIA. Per Scotti basta “mettere insieme fatti concreti” e “analisi dell’intelligence” per comprendere i “tentativi di destabilizzazione” a livello istituzionale di quegli anni.  E proprio in merito a quei tentativi lo stesso Scotti specifica che alcune segnalazioni dei servizi segreti “facevano riferimento a questo” (al tentativo di destabilizzare l’ordine pubblico, ndr). “Tre giorni prima del 20 marzo (del ’92, ndr) avevo parlato alla Commissione antimafia e avevo chiesto alla stessa Commissione e alle forze politiche presenti di rispondere a un interrogativo: qual era la scelta che si voleva fare, cioè di scontro a 360 gradi con la criminalità organizzata, o volevano avere un atteggiamento di connivenza che avrebbe consentito un clima diverso, meno violento, ma ci portavamo sulle spalle la responsabilità di una situazione di corrodimento della vita sociale, economica e politica”. Emerge quindi il dato che in quel momento storico tutti – nel senso di apparati preposti alla sicurezza (e conseguentemente alti vertici istituzionali) – sapevano del rischio di possibili stragi, che si sarebbero puntualmente avverate, ma, come è noto, nessuno si preoccupa di ascoltare il richiamo di Vincenzo Scotti che cade letteralmente nel vuoto. Il 29 giugno del ’92 lo stesso Scotti, da ministro dell’Interno, viene inspiegabilmente nominato ministro degli Esteri. Un mese dopo si dimette. La spiegazione ufficiale (proveniente da ambienti politico-istituzionali) dell’avvicendamento Mancino-Scotti, che rimanda a questioni legate alla obbligatorietà di un ministro di dimettersi da parlamentare, è completamente falsa. E’ del tutto evidente che non lo si voleva più come Capo del Viminale, in quanto di ostacolo ad accordi e trattative, e quindi doveva essere sostituito.

Strane “intromissioni” e mancate denunce
Nella sua lunga testimonianza Vincenzo Scotti racconta anche delle particolari “intromissioni” a casa sua e nel suo ufficio romano avvenute tra il mese di gennaio e il mese di marzo del ‘92. Strani ladri avevano rovistato tra le sue carte senza toccare alcun oggetto di valore. L’ex capo della polizia Parisi gli aveva inspiegabilmente consigliato di non sporgere regolare denuncia. Lo stesso Scotti si era quindi attenuto a quei suggerimenti.

Le parole di Borsellino
“Supposte riflessioni, cui si accompagnano affettuose insistenze di molti dei componenti del mio ufficio, mi inducono a continuare a Palermo la mia opera appena iniziata in una Procura della Repubblica che sicuramente è quella più direttamente ed aspramente impegnata nelle indagini sulla criminalità organizzata”. E’ uno stralcio della lettera che Paolo Borsellino aveva indirizzato all’ex ministro Scotti . L’appunto viene letto in aula dall’ex ministro per illustrare la risposta del magistrato in merito alla proposta dello stesso Scotti di candidare Borsellino alla Superprocura. La proposta era stata fatta a Roma il 28 maggio ’92, alla presentazione del libro “Gli uomini del disonore”. Quell’esortazione pubblica di Scotti aveva turbato lo stesso Borsellino ed alcuni suoi colleghi che temevano una sua sovraesposizione. Ma la sua lettera di risposta al Ministro si sarebbe conosciuta solamente molto tempo dopo la strage di via D’Amelio.
Il controesame di Vincenzo Scotti è stato quindi rimandato al 13 giugno. Prossima udienza giovedì 5 giugno.

Alfano visita l’indagato Ciancio e il caso finisce in Commissione Antimafia da : corriere della sera

Alfano visita l’indagato Ciancio e il caso finisce in Commissione Antimafia

Il ministro dell’Interno incontra il potente editore di Catania Mario Ciancio, indagato per concorso esterno con il clan Santapaola, riciclaggio e turbativa d’asta aggravata dal favoreggiamento alla mafia

di Antonio Condorelli

 

CATANIA- Due auto blindate e la scorta armata del ministro dell’Interno sabato scorso hanno atteso quasi due ore Angelino Alfano mentre incontrava il potente editore etneo Mario Ciancio, indagato per concorso esterno con il clan Santapaola, riciclaggio e turbativa d’asta aggravata dal favoreggiamento alla mafia. Una visita di cortesia, coronata anche da un’intervista televisiva durata quasi un’ora, che è stata celebrata con tanto di fotografia a tutta pagina dal quotidiano “La Sicilia” di Ciancio.

L'incontro tra Ciancio e Alfano pubblicato sul quotidiano di Ciancio 'La Sicilia'
L’incontro tra Ciancio e Alfano pubblicato sul quotidiano di Ciancio ‘La Sicilia’

Adesso quest’incontro è finito in commissione Antimafia e Claudio Fava ha assicurato battaglia definendo “grave” quanto accaduto e aggiungendo: “Alfano scelga: o fa il leader di partito e incontra chi vuole, oppure fa il ministro dell’Interno e in tal caso evita di porgere visita a indagati per reati di mafia. Non mancheranno occasioni, durante la missione odierna della commissione antimafia a Catania, per chiarire e approfondire”.

 

 

TURBATIVA D’ASTA. Il legale di Mario Ciancio, Enzo Musco, ha sempre sottolineato la totale estraneità ad ogni accusa del proprio assistito, evidenziando che l’editore catanese è stato più volte vittima di attentati intimidatori. Mario Ciancio ha precisato con una nota di non essere indagato per “turbativa d’asta”. In realtà la sua iscrizione è stata disposta con il deposito, avvenuto il 7 febbraio 2013, delle motivazioni della sentenza d’appello del processo sulle tangenti per la costruzione dell’ospedale Garibaldi di Catania, un affare milionario in odor di mafia.
“L’imputazione -scrive la magistratura- è di turbata libertà degli incanti aggravata ai sensi dell’art 7 L 203/91”, cioè con l’aggravante del favoreggiamento alla mafia. Alla luce di quest’indagine, l’incontro tra Alfano, Castiglione e Ciancio non è stato un incontro qualunque, ma un ritorno al passato. Agli atti del processo per le tangenti nella costruzione dell’ospedale Garibaldi, che hanno visto assolto Castiglione, c’è l’incontro con il potente senatore Pino Firrarello (suocero di Castiglione), “al quale parteciparono anche -si legge nella sentenza d’Appello- Giuseppe Castiglione, Stefano Cusumano e Vincenzo Randazzo avente ad oggetto la spartizione dei due appalti in questione”. Nello stesso processo sono entrati i tabulati del super consulente Gioacchino Genchi dai quali, scrive la magistratura, “risulta chiaramente sulla base degli agganci con la cella di telefonia mobile…che nella giornata del 1 ottobre 1997 vi furono numerose telefonate tra Mario Ciancio Sanfilippo, Ursino (braccio dx di Ciancio ndr), e Firrarello”. E ancora, sulla scorta delle dichiarazioni dell’avvocato Giuseppe Cicero, componente della commissione di valutazione della gara, unico condannato perché ha rinunciato alla prescrizione, la magistratura ritiene che “alla riunione de qua prese parte tra gli altri anche Mario Ciancio Sanfilippo, direttore del quotidiano La Sicilia, che tenuto anche conto di altro incontro, tenutosi presso il proprio ufficio, presso cui Ursino conduceva Sciortino e Cicero al fine di “indurli” anche con l’espressa minaccia che altrimenti sarebbero finiti in carcere e sarebbe stato lui a scegliere la pagina su cui pubblicare le loro foto”.

CONCORSO ESTERNO. La Procura di Catania aveva chiesto l’archiviazione del procedimento a carico di Mario Ciancio, ma il Gip Luigi Barone ha ordinato la prosecuzione delle indagini. Agli atti ci sono numerosi episodi contestati dalla Procura tra i quali spicca la realizzazione di un imponente centro commerciale. Nel marzo del 2001 il Tribunale di Reggio Calabria intercetta l’imprenditore Antonello Giostra, in quel momento indagato per mafia, poi prosciolto e oggi indagato con l’accusa di riciclaggio insieme all’editore etneo. Secondo le dichiarazioni del pentito Antonino Giuliano, che la Procura non ha riscontrato in fase d’indagine, Antonello Giostra “stava riciclando -si legge nella richiesta di archiviazione non accolta dal Gip- delle somme di denaro provenienti da Cosa nostra, ossia provenienti, tra gli altri, da Alfano Michelangelo e Sparacio Luigi, in un affare relativo alla costruzione di un importante centro commerciale a Catania, in società con l’editore Mario Ciancio Sanfilippo”. Giostra, si legge nel brogliaccio delle intercettazioni, “riferiva che Ciancio gli aveva fatto vedere due terreni, uno vicino all’aeroporto di 300mila metri quadrati e l’altro, sempre della stessa dimensione, dove c’è l’autogrill”. L’imprenditore, discutendo con un intermediario del gruppo Auchan, “precisava che Ciancio avrebbe garantito tutte le autorizzazioni possibili e immaginabili, senza pretendere una lira fino all’inizio dei lavori”. Nel 2005 l’amministrazione comunale guidata da Umberto Scapagnini, ex medico di Berlusconi aveva consentito l’approvazione di due varianti sui terreni di Ciancio, uno dei quali era lo stesso di cui parlava Giostra. Reso edificabile e con tutte le concessioni edilizie, l’ex terreno agricolo di Ciancio ha portato in dote al potente editore ben 28 milioni di euro, pagati -come aveva anticipato Giostra- dal Gruppo Auchan-Rinascente.

IL FAVORE. Agli atti del procedimento a carico di Ciancio c’è un’intercettazione -svelata dal mensile siciliano “S”- che è stata determinante per la condanna in primo grado di Raffaele Lombardo a 6 anni e 8 mesi di reclusione con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. È il 28 luglio del 2008, Mario Ciancio ospita nel suo studio alcuni tra gli uomini più potenti del Meridione: Raffaele Lombardo, appena eletto alla presidenza della Regione, Vincenzo Viola, onorevole e socio di Ciancio nella vendita dei terreni e delle quote societarie del centro commerciale in questione, Sergio Zuncheddu, editore dell’Unione Sarda e titolare dell’Immobiliare Europea, società che aveva acquistato nel 2007 le quote di Ciancio e soci per la realizzazione della struttura, e Carlo Ignazio Fantola, consigliere d’amministrazione dell’Ansa e vicepresidente della Immobiliare Europea.
La riunione era stata organizzata da Ciancio, unico indagato insieme a Lombardo, per risolvere un problema burocratico sorto dopo l’inizio dei lavori di costruzione del centro commerciale. La direzione Urbanistica del Comune riteneva necessaria una variante e questo provvedimento avrebbe comportato -come lamentano gli interlocutori intercettati- il blocco dei lavori e il licenziamento di numerosi dipendenti. In quel momento ad eseguire il movimento terra e a fornire il cemento era Vincenzo Basilotta, arrestato nel 2005 e condannato per concorso in associazione mafiosa. Viola, socio di Ciancio, chiede a Lombardo il favore di “ammorbidire ma non in denaro” i dirigenti comunali per evitare la variante. Lombardo assicura il proprio intervento e le problematiche saranno superate. La Procura, dopo la condanna di Lombardo, sta valutando le eventuali responsabilità a carico di Ciancio che si è detto sempre estraneo ad ogni contestazione. Il legale di Ciancio Musco, ha sottolineato che l’editore “ha fiuto per gli affari e non ha mai favorito la mafia”.

NOTA DEL PORTAVOCE DEL MINISTRO DELL’INTERNO
“Surreale e infondata la polemica di Claudio Fava contro il ministro dell’Interno, Angelino Alfano. Il ministro era ospite di Michela Giuffrida, responsabile del Tg di Antenna Sicilia, la più importante tv regionale siciliana, per un’intervista, durata oltre quarantacinque minuti, all’interno della trasmissione “Contrappunto”, nel corso della quale aveva rilanciato la battaglia antimafia e aveva parlato di sicurezza e immigrazione. Al termine dell’intervista, il ministro è passato dalla redazione del quotidiano La Sicilia per salutare i giornalisti, il direttore e l’inviato del giornale, Tony Zermo, che il giorno prima lo aveva intervistato telefonicamente

Migranti, 14 anni fa la strage al Vulpitta: quelle chiavi che ancora non si sono trovate | Autore: stefano galieni da: controlacrisi.org

Accadde la notte del 28 dicembre 1999, a Trapani, nell’allora Centro di Permanenza Temporanea “Serraino Vulpitta” (oggi chiuso). Accadde quando non c’era la Bossi Fini e questi centri erano stati introdotti in Italia nel 1998 mediante una legge che porta il nome dell’allora ministro dell’Interno e ora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Rabah, Nashreddine, Jamel, Ramsi, Lofti e Nasim in quel centro erano stati rinchiusi e avevano provato a fuggire. Si erano calati con una corda fabbricata con le lenzuola, si era immediatamente scatenata la caccia all’uomo, li avevano ripresi e condotti in cella. Uno dei reclusi aveva probabilmente dato fuoco ad un materasso scatenando l’incendio. Le chiavi non si trovavano, gli estintori erano rotti, nessuno volle prendersi la responsabilità di farli uscire. Ma uscirono, in 3 già morti e gli altri destinati alla stessa fine, dopo una tremenda agonia. Altri due ragazzi rinchiusi nella stanza si salvarono, ma portano i segni del rogo ancora addosso.

Accoglienza, le chiavi ancora non si sono trovate
Anni e anni di indagini, mai nessuno pagò per queste morti oscene, neanche l’allora prefetto. Solo un misero risarcimento, mentre l’allora ministro dell’Interno (succeduto a Napolitano), l’onorevole Enzo Bianco, ora sindaco di Catania, dichiarava che il “Vulpitta era un albergo a 5 stelle”. Una strage di centro-sinistra che dà inizio ad una stagione senza ritorno, di cui le vicende di questi giorni costituiscono un continuum mai interrotto, indipendentemente dai governi. Chi ha seguito non ha fatto altro che inasprire le condizioni di vita dei trattenuti perché privi di permesso di soggiorno (quindi non per un reato commesso ma per ciò che si è), aumentando il numero di centri, cambiando loro nome, accrescendo i tempi massimi di trattenimento, inibendo l’accesso ai giornalisti. E poi, di fronte all’incapacità strutturale di gestire i movimenti di persone dall’Africa Sub-sahariana prima e dal Magreb poi, dopo le rivoluzioni e le dinamiche innestate dalla crisi, ancora tentativi miseri di proibizionismo: esternalizzazione delle frontiere con i campi in Libia, missioni militari congiunte, respingimenti al di fuori di ogni norma internazionale, processi a chi tentava di salvare naufraghi e infine, centri di accoglienza di dubbia natura. Da Lampedusa spesso trasformata in carcere a cielo aperto fino agli ultimi spazi requisiti e utilizzati per strutture ubicate in un vero e proprio limbo giuridico, a volte di detenzione, poi di ospitalità per richiedenti asilo, poi di prima accoglienza, tutto affidato all’improvvisazione e alla discrezionalità delle prefetture.

Nell’epoca di mezzo
Per ora tanto il sistema dei Cie che quello dell’accoglienza stanno franando miseramente. Non sono più un affare per gli enti gestori che vincono le gare di appalto, un tempo si riusciva ad avere – è il caso di Modena – 72 euro al giorno, pro capite per trattenuto, oggi si vincono le gare al ribasso, a meno di 30 euro. Quindi diminuisce il numero dei dipendenti, delle persone che è possibile detenere, e peggiorano le condizioni di vita. Aver portato inutilmente a 18 mesi i tempi massimi di trattenimento ha acuito la trasformazione in penitenziari dei centri, sbarre e gabbie sono una condizione umana ed esistenziale in cui non si regge. E allora continue e mai cessate rivolte, atti di autolesionismo, suicidi riusciti o meno. Oggi dei 13 centri previsti ne sono in funzione 6. Crotone è stato chiuso questa estate dopo la morte per cause non ancora chiarite di un 32enne. Gradisca d’Isonzo ha avuto lo stesso destino a novembre, dopo che in estate, durante una rivolta, un altro recluso era caduto dal tetto e da allora è in coma irreversibile all’ospedale di Trieste. Prima erano stati chiusi i centri di Lamezia Terme, il “Vulpitta” di Trapani, il “Restinco” di Brindisi, poi quelli di Bologna e Modena. E proprio da Modena è giunta in questi giorni la nota ufficiale con decreto del Ministro dell’Interno, di concerto con il Ministro dell’Economia e delle Finanze, in data 23 dicembre. In attesa di futura(?) ristrutturazione la Prefettura ha avviato le procedure per la disdetta del contratto di locazione dell’immobile e dei contratti di manutenzione per la gestione degli impianti del Centro. Insomma in maniera ambigua ma soppresso. In questi giorni la potente protesta delle “bocche cucite” nel Cie di Ponte Galeria a Roma ha fatto irruzione negli schermi e nell’agenda politica. Si è parlato meno, perché più periferici di quanto accadeva a Bari e a Torino, scioperi della fame e sommosse e in molti hanno cominciato a parlare di revisione del sistema ma la confusione regna sovrana. In parlamento, prima delle rivolte, era stata approvata con i voti di Pd, Sc e Ncd, una mozione che dichiarava di voler cambiare tutto ma non interviene nell’immediato su nulla. Al Viminale, il Ministro dichiara che la Bossi Fini non si tocca, il suo vice parla di rapida e drastica riduzione dei tempi di trattenimento, nello stesso Pd si fronteggiano posizioni diverse e disparate. Durante il precedente governo, una task force del Viminale aveva poi redatto un rapporto, curato dal sottosegretario Ruperto, che per certi versi inaspriva le condizioni di vita nei centri con la boria di volerli rendere più efficienti. La Campagna LasciateCIEntrare (www.lasciatecientrare.it) ha prodotto un documento che è stato inviato a tutti i parlamentari dal titolo diretto, “Mai più Cie”.

“Torneremo a farci sentire”
Ma sono tante le forze esterne o interne ad essa che chiedono di chiudere l’ignobile capitolo della detenzione amministrativa. Competenze collettive organizzate, da associazioni umanitarie a quelle direttamente antirazziste, hanno comprovato come sia impossibile riformare tali istituzioni, la sola via è quella che non si vuole intraprendere. Un coraggioso stop. Del resto, per stessa ammissione del Ministero, ad oggi, causa l’inagibilità di parte delle stesse strutture aperte, nei Cie italiani ci sono 440 persone. Una questione quindi politica e non numerica. Si è in un momento di transizione, se prevarrà l’inerzia, i reclusi che hanno scritto tanto al Papa che a Napolitano, torneranno rapidamente a farsi sentire. Non torneranno indietro, sono determinati, non hanno nulla da perdere. A Ponte Galeria c’è chi ha tranquillamente garantito che si impiccherà e chi intende cucirsi anche le palpebre oltre che la bocca. I dipendenti degli enti gestori si sentono sulla bocca di un vulcano.

La fine dell’accoglienza
Accolti da chi? Il crollo dei Cie è nulla rispetto a quanto si è verificato e si sta verificando anche in queste ore in Sicilia sul fronte dell’accoglienza. C’è voluta la clamorosa e giusta iniziativa di protesta di Khalid Chaouki, parlamentare Pd, per far uscire dall’inferno del Cpsa di Lampedusa, buona parte dei profughi da mesi in attesa di conoscere il proprio destino. Sono rimasti, in condizioni pessime i 17, fra cui una donna in stato di grave prostrazione, sopravvissuti al naufragio del 3 ottobre. Sono testimoni e si attendono le decisioni della magistratura per deciderne nuova allocazione. Alcuni legali, Alessandra Ballerini, Michele Passione, Fulvio Vassallo Paleologo, hanno realizzato un esposto per denunciare un trattenimento collettivo illegale. Il testo, da inviare al Comitato per la Prevenzione della Tortura del Consiglio d’Europa, alla Commissione Europea e ad altre autorità comunitarie, costituisce un duro atto di accusa nei confronti del governo italiano. Saranno in molti, fra associazioni e individui, ad inviarlo a proprio nome, ovviamente anche il Prc procede in tal senso. Accanto a questo un appello, firmato da LasciateCientrare e Asgi, rivolto a tutto il tessuto politico e sociale. Le immagini fortunosamente giunte e trasmesse al Tg2 non possono essere cancellate.

L’inferno contiene altri inferni
Ma l’inferno contiene altri inferni. Quello del Cara (Centro Accoglienza Richiedenti Asilo) di Mineo, in provincia di Catania, 4000 persone rinchiuse in un luogo che ne può contenere 2000, minorenni costrette alla prostituzione per pochi euro con la compiacenza dei gestori. Lì si può restare anche oltre 18 mesi prima di conoscere il proprio destino di richiedente asilo, li si può finire come è accaduto ad un ragazzo eritreo di 21 anni, di aspettare da maggio una risposta, non poterne più e poi decidere di impiccarsi. Un’altra morte assurda ed evitabile, punta di iceberg di condizioni di disumanizzazioni collettive, con centri improvvisati messi in piedi dalle prefetture, senza medici o mediatori, da cui la gente può solo fuggire. A Messina, circa 200 profughi si son ritrovati sommersi dall’acqua. Erano in una tendopoli realizzata a forza, contro il parere del Comune, guai ad utilizzare le strutture turistiche. Son dovuti intervenire i vigili del fuoco per drenare l’acqua e mettere delle passerelle in legno fra le tende. Alcuni hanno accettato di farsi ospitare in un convento, gran parte sono rimasti nel fango. Hanno chiesto al Comune e l’assessore era con loro, volevano anche intraprendere uno sciopero della fame che per ora sembra interrotto. Non è colpa del maltempo, di certo prevedibile in questa stagione se il campo da baseball dove è posta la tendopoli, in Viale dell’Annunziata, si è allagato. È perché l’idea stessa di accoglienza non esiste, nonostante fra fondi europei e nazionali, fiumi di denaro si impieghino in nome di questa. Anche sapere che fine fa quel denaro, come quello dei Cie, potrebbe essere una risposta necessaria. L’anno finisce insomma con storie di sofferenza e di morte. E non è un buon augurio, ripensando a quel rogo di 14 anni fa.