Di Matteo: “Recidere i rapporti ‘alti’ della mafia” da: antimafia duemila

di-matteo-musumecidi Lorenzo Baldo – 21 gennaio 2015

La tempistica del rinvio a giudizio di Saverio Masi &c.? “Un fatto del tutto inusuale”
Palermo. L’incontro con il pm condannato a morte dal capo di Cosa Nostra era stato richiesto da alcuni mesi dai componenti della Commissione Antimafia Regionale, Giorgio Ciaccio e Stefano Zito (M5S) “per capire se è possibile fare qualcosa per migliorare la sicurezza del magistrato, alla luce delle ripetute minacce arrivate nei suoi confronti e per esprimergli di persona la piena solidarietà della commissione”. Anche la stessa capogruppo del M5S, Valentina Zafarana, si era fatta promotrice di una simile richiesta attraverso una lettera indirizzata al presidente della Commissione Nello Musumeci e al Presidente dell’Assemblea Regionale Giovanni Ardizzone. Più che della sua sicurezza il pm Nino Di Matteo ha affrontato invece il tema spinoso di mafia e politica, nonché della corruzione quale grimaldello della criminalità organizzata per infiltrarsi nei gangli vitali della pubblica amministrazione.

Sulla questione della cosiddetta guerra tra magistratura e politica il sostituto procuratore ha spiegato l’assurdità di voler accusare la magistratura di avere invaso il campo. Il tema della responsabilità morale è stato successivamente affrontato da Di Matteo che ha evidenziato la volontà di Cosa Nostra di continuare a condizionare l’attività politica in quanto fondamentale per la sua stessa esistenza. Le parole profetiche dell’ex boss di Porta Nuova (deceduto nel 2011), Salvatore Cancemi, sono state ricordate dal magistrato palermitano nel salone austero del Palazzo dei Normanni. Diversi anni fa Cancemi aveva raccontato a Di Matteo una confidenza di Totò Riina: Cosa Nostra era diventata così potente grazie alle collusioni, ai favori e alle amicizia con la politica e con pezzi rilevanti delle istituzioni. Dichiarazioni del tutto esplicite. Che rispecchiano fedelmente la vibrazione di un palazzo governato fino a pochi anni fa da un politico di nome Salvatore Cuffaro attualmente in galera per favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra. Di fronte ai componenti della Commissione il pm ha evidenziato che lo Stato non sempre ha dimostrato di aver capito che recidere questo rapporto tra mafia politica e istituzioni sia indispensabile per sconfiggere la criminalità organizzata. Per Di Matteo il salto di qualità avverrà solamente se verranno recisi i rapporti “alti” dell’organizzazione mafiosa. Parlando del cambio di strategia mafiosa per inquinare la politica sono state citate le intercettazioni ambientali capate nel 2001 nel salotto del medico mafioso Giuseppe Guttadauro. Ma anche la sentenza di assoluzione per il senatore Andreotti, gravida di implicita colpevolezza, è stata richiamata all’attenzione dal magistrato palermitano. Addentrandosi nei meandri del voto di scambio politico mafioso Di Matteo ha evidenziato l’occasione mancata della riforma dell’articolo 416ter. Secondo il pm c’è un problema iniziale tuttora da risolvere: la lotta alla mafia e la lotta alla corruzione vengono separate come se fossero due strade parallele che non si incontrano. Per Di Matteo è del tutto evidente che sempre di più ci si imbatte invece in un intreccio di questo tipo. Di fatto attraverso la corruzione le famiglie mafiose entrano nella pubblica amministrazione e la inquinano. Il sostituto procuratore di Palermo ha quindi sottolineato che il fenomeno della corruzione non è adeguatamente punito. Ad avallo delle sue affermazione ha citato alcune statistiche del Ministero della giustizia: fino all’anno scorso i detenuti per corruzione erano 8 o 9, come se l’Italia fosse un Paese immune dalla corruzione. Tutto ciò, a detta del pm palermitano, è possibile perché le pene sono talmente basse che, anche se individuato il reato, scatta poi la prescrizione. Ed è per questo motivo che lo stesso Di Matteo ha auspicato una legislazione più efficace che preveda, come in altri stati, la possibilità di utilizzare i cosiddetti “agenti provocatori”: professionisti che, operando sotto il controllo della magistratura, si fingono pubblici ufficiali disponibili ad accettare mazzette capaci di provocare un momento in cui si verifica la corruzione per poi intervenire così da arrestare il corruttore o il corrotto. Il passaggio dalla magistratura alla politica è stato uno degli ultimi interventi di Di Matteo che ha sottolineato l’importanza che questo transito sia regolamentato con paletti ben più alti rispetto a quelli che sono oggi previsti.

Il rinvio a giudizio di Masi &c. “giustificato” da “evenienze processuali?”
“La politica non stia più nelle retrovie nel contrasto alla criminalità organizzata e non deleghi questo compito solo alla magistratura”, ha dichiarato Nino Di Matteo, durante la conferenza stampa tenutasi al termine dell’audizione. In merito alle difficoltà che incontra nel proprio lavoro il pm ha evidenziato che “sono sotto gli occhi di tutti, senza entrare nel merito delle questioni”. “Chi ha seguito le nostre indagini e i nostri processi – ha specificato – sa che sono state oggetto di critiche, anche violente, da parte di varie fazioni politiche. Nel corso delle indagini sono emerse anche alcune reticenze ed omertà istituzionali che hanno portato all’incriminazione di esponenti delle istituzioni. Sapete che la Procura di Palermo è stata destinataria di un conflitto di attribuzione sollevato dalla Presidenza della Repubblica, un’iniziativa molto forte e il presupposto era identico a quello che si era verificato in altre circostanze di indagini, eppure rispetto a situazioni identiche, mai era stato sollevato un conflitto di attribuzione.di-matteo-comm-antimafia-reg Non entro nel merito, sono dati di fatto che credo fanno capire a quali difficoltà facessimo riferimento”. In merito alla domanda sul rinvio a giudizio del caposcorta di Di Matteo, Saverio Masi (destinatario del provvedimento insieme al suo collega Salvatore Fiducia, al suo avvocato Giorgio Carta e ad 8 giornalisti, ndr), lo stesso Di Matteo ha ribadito di non conoscere gli atti, ma di ritenere del tutto “inusuale” il fatto che “si concludono le indagini sulla diffamazione prima delle indagini che sono in corso invece a Palermo sul contenuto delle denunce” (fatte da Masi e Fiducia, ndr). “E’ altrettanto inusuale – ha proseguito il pm – che siano incriminati per concorso in diffamazione anche i giornalisti che avevano diffuso la notizia della conferenza stampa (in cui venivano illustrate le denunce di Masi e Fiducia, ndr) e perfino l’avvocato che assisteva uno dei soggetti indicati”. “Ripeto: questi sono fatti inusuali, non so se sono giustificati da qualche evenienza processuale che non conosco. E comunque queste vicende dovrebbero anche essere di interesse per la tutela della libertà del lavoro dei giornalisti”. Alla domanda sulle “intimidazioni” subite in questi mesi Di Matteo ha ribadito l’erroneità di quel termine. Di fatto più che di “intimidazioni” qui si tratta di una vera e propria condanna a morte nei suoi confronti decretata dal capo della mafia Totò Riina con tanto di progetto di attentato svelato dal neo collaboratore di giustizia Vito Galatolo. Ma forse nei palazzi dorati della Regione siciliana è preferibile usare il “politically correct”.

Lavoro minorile: in Italia coinvolti 260mila bambini Fonte: rassegna

Sono almeno 260mila i bambini tra 7 e 15 anni coinvolti nel lavoro minorile in Italia, pari al 7% della popolazione in questa fascia di età, ovvero uno su 20. E’ uno dei dati che emergono dal dossier “Lavori Ingiusti”, indagine sul lavoro minorile e il circuito della giustizia penale realizzata da Save the Children in collaborazione e con il finanziamento del Ministero della Giustizia, e diffusa oggi a Roma in occasione della Giornata Mondiale contro il lavoro minorile.

Tra i settori che presentano le maggiori criticità su questo fronte il dossier segnala ristorazione, vendita, edilizia, agricoltura, allevamento e meccanica. E si mette in evidenza anche lo stretto collegamento tra lavoro minorile, abbandono della scuola e ingresso nella rete della giustizia minorile.

Si attesta al 66% infatti la quota dei minori del circuito della giustizia minorile che ha svolto attività lavorative prima dei 16 anni. Nel 73% dei casi sono giovani italiani mentre il 27% è costituito da ragazzi di origine straniera. Più del 60% degli intervistati ha svolto attività di lavoro tra i 14 e i 15 anni; tuttavia, oltre il 40% ha avuto esperienze lavorative al di sotto dei 13 anni e circa l’11% ha svolto delle attività persino prima degli 11 anni.

Il 71% dei ragazzi dichiara di aver lavorato quasi tutti i giorni e il 43% per più di 7 ore di seguito al giorno; il 52% ha lavorato di sera o di notte. Inoltre, la maggior parte afferma di avere iniziato a compiere azioni illecite tra i 12 e i 15 anni, parallelamente all’acutizzarsi di problemi a scuola, culminati spesso in bocciature e abbandoni.

Tra le raccomandazioni di Save the Children per far fronte al problema, l’adozione tempestiva di un Piano Nazionale sul Lavoro Minorile che preveda da un lato la creazione di un sistema di monitoraggio regolare del fenomeno e dall’altro le azioni da svolgere per intervenire efficacemente sulla prevenzione e sul contrasto del lavoro illegale, e in particolare delle peggiori forme di lavoro minorile.

Afghanistan, una legge per mettere a tacere le donne vittime di violenza domestica Fonte: redattoresociale.it

Una nuova legge afghana permetterà agli uomini di aggredire le loro mogli, figlie e sorelle, senza timore di punizione giudiziaria. La modifica al codice di procedura penale in Afghanistan vieta ai familiari della persona accusata di testimoniare contro di lei. La maggior parte delle violenze contro le donne in questo paese è all’interno della famiglia, così la legge, approvata dal parlamento – ma in attesa della firma del presidente Hamid Karzai – mette sotto silenzio le vittime, scrive il quotidiano The Guardian .

“E’ una parodia quello che sta accadendo”, ha detto Manizha Naderi, direttore dell’associazione  “Donne per le donne afghane”. “Le persone più vulnerabili non otterranno mai giustizia”.

Con la nuova legge, gli omicidi da parte dei padri e dei fratelli che disapprovano il comportamento di una donna sarebbero quasi impossibili da punire. L’associazione Human rights watch dice che la legge “lascia i picchiatori di donne e ragazze fuori dai guai”. Il disegno di legge è stato inviato a Karzai, che deve scegliere se firmare. Gli attivisti chiederanno al presidente di non firmare fino a quando l’articolo non sia modificato. Selay Ghaffar,direttore del Gruppo di rifugio e di difesa e assistenza umanitaria per le donne e i bambini dell’Afghanistan, ha detto che gli attivisti sperano di ripetere il successo di una campagna del 2009 che ha costretto Karzai ad ammorbidire un diritto di famiglia che decretava lo stupro coniugale come un diritto del marito.

Lo scorso anno il parlamento ha bloccato una legge per frenare la violenza contro le donne e tagliare la quota delle donne nei consigli provinciali, mentre il ministero della Giustizia caldeggiava una proposta per riportare la lapidazione come punizione per l’adulterio.

“Il governo non è molto democratico o fortemente a favore dei diritti delle donne”, dichiara Ghaffar. Paesi che hanno speso miliardi cercando di migliorare la giustizia e i diritti umani sono ora concentrati in gran parte sulla sicurezza, e si stanno ritirando dalla politica afgana. Una legge assurda in un paese che insieme alle organizzazioni di diritti umani, da anni sta combattendo la lentezza dei progressi nella lotta contro la violenza e dai cosiddetti delitti d’onore, matrimoni forzati e abusi domestici.