L’INPS promette futuro, ma ruba il presente di migranti e precari. Contribuiamo a cosa? da. coordinamento migranti bologna

Lunedì 16 dicembre alle ore 10.30 il Coordinamento Migranti sarà davanti all’INPS di Bologna (via Gramsci 6) per chiedere ragione del perverso funzionamento di un sistema previdenziale che toglie sempre più salario dalle buste paga. A cosa contribuiamo se la precarietà significa per tutti – migranti e italiani – che le pensioni sono una promessa senza futuro? Per che cosa versiamo i contributi se la legge Bossi-Fini impedisce di ritirarli quando si perde il permesso di soggiorno o si decide di lasciare l’Italia? I migranti devono combattere contro il ricatto del permesso di soggiorno, la discrezionalità amministrativa degli Uffici Stranieri e gli accordi bilaterali tra governi per ottenere la pensione. Migranti e precari devono lottare insieme per un futuro che viene promesso mentre si ruba il presente. A cosa devono contribuire?

Oltre al danno, c’è la beffa: anche se i contributi sono sottratti direttamente dalla busta paga, molto spesso i padroni non li versano, oppure lo fanno in ritardo. Come se non bastasse, quando anche i contributi siano stati versati, l’INPS li registra spesso con notevole ritardo. Se i contributi sono versati e registrati in modo irregolare, le indennità per congedi e malattia, e anche il versamento della Cassa integrazione, diventano irregolari, incerti: una promessa senza futuro.

Ne sanno qualcosa i lavoratori migranti della Granarolo che saranno con noi davanti all’INPS: mentre l’accordo firmato con la Prefettura per il reintegro al lavoro è ancora carta straccia, la maggior parte di loro sta ancora aspettando il pagamento della Cassa integrazione. Ne sanno qualcosa tutti i lavoratori, migranti e precari: quelli che lavorano nelle cooperative di facchinaggio, di servizi sociali, educativi e sanitari; quelli del commercio, persino quelli che lavorano in vari modi nel pubblico impiego.

Per i migranti, però, c’è un problema in più: invece di controllare i datori di lavoro, Questura e Ufficio Stranieri (non solo di Bologna) verificano tramite l’INPS se i contributi siano stati versati e registrati regolarmente e, quando non lo sono, bloccano il rinnovo del permesso e la concessione della carta di soggiorno. Il Coordinamento Migranti ha denunciato questa situazione un anno fa e ora una sentenza del TAR Lombardia stabilisce che, se i contributi sono irregolari, la responsabilità non può ricadere sui lavoratori migranti.

Anche per questo, lunedì 16 dicembre alle ore 10.30 Il Coordinamento Migranti sarà davanti all’INPS. Manderemo un messaggio forte e chiaro alla Questura e all’INPS: non accetteremo che la situazione contributiva sia usata per rifiutare i permessi di soggiorno e “liberarsi” così di quei migranti che, in tempo di crisi, non servono più!

18 dicembre 2013 Terza Giornata d’Azione Globale per i Diritti delle e dei Migranti, Rifugiati e Sfollati -Venerdì 13 dicembre alle ore 11 Conferenza Stampa di fronte al Cara di Mineo

 Il 18 dicembre del 1990 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite adottava la Convenzione Internazionale sulla Protezione dei Diritti dei Lavoratori Migranti e dei Membri delle loro Famiglie. Sono passati 23 anni dall’approvazione e nessun paese del cosiddetto “Nord” del mondo l’ha ancora sottoscritta. Le violazioni dei diritti umani che quotidianamente vivono nel mondo i/le migranti, rifugiati ed sfollati evidenziano l’urgenza della costruzione di percorsi di lotta e di rivendicazione che possano affermare il rispetto dei loro diritti. Queste violazioni avvengono sempre di più lungo le rotte migratorie, nei luoghi di transito diventati a volte soste permanenti. Luoghi in cui la violenza è brutale e mortale come lo dimostrano il trattenimento e le deportazioni dei migranti subsahariani ad opera dei governi nordafricani con l’aiuto dell’Europa Fortezza. In quelle rotte, i migranti e le migranti sono dimenticati, vengono trattenuti, scompaiono o muoiono senza che nessun governo faccia niente! Si violano i diritti dei migranti, rifugiati e sfollati quotidianamente nei paesi di “accoglienza” dove non li si considera essere umani o lavoratori e quindi soggetti di diritto, ma manodopera da sfruttare o da schiavizzare e che può essere rinchiusa e privata della propria libertà , espulsa e deportata verso luoghi in cui rischia la vita. In quasi tutti gli Stati si criminalizza la figura dei migranti, rifugiati e sfollati. Vengono presentati alla popolazione autoctona come delinquenti, come quelli che rubano il lavoro, responsabili della crisi e dell’insicurezza cittadina, dei capri espiatori usati dai governi per distogliere l’attenzione delle società dai veri responsabili della crisi mondiale. Noi, associazioni e organizzazioni di migranti, rifugiati ed sfollati e di solidarietà con essi, vogliamo lanciare un forte segnale questo 18 dicembre 2013, affinché si fermino questo massacro continuo e la violazione permanente dei loro diritti. Le migrazioni ci stanno offrendo la possibilità di ridisegnare un mondo nuovo, un mondo in cui la libertà di circolazione non sia concepita solo per le merci, ma dove le persone possano anche circolare liberamente. Un mondo in cui ogni essere umano abbia un lavoro degno e si rispetti il principio che essi sono portatori di diritti non solo nei luoghi in cui sono nati ma oltre e al di là delle frontiere. Un mondo nel quale nessun essere umano sia illegale!http://www.globalmigrantsaction.org

Dopo le stragi di migranti, verso la Carta di Lampedusa

costruiamo una grande mobilitazione antirazzista il 18 dicembre

Dopo la strage di migranti dello scorso 3 ottobre e dopo le lacrime di coccodrillo di chi ci governa nella fortezza Europa, si sono spenti i riflettori e continuano, nell’indifferenza generale, le politiche segregazioniste per i migranti, che riescono a sopravvivere ai sempre più frequenti naufragi nel Mediterraneo. La Sicilia, trasformata in avamposto di guerra per la crescente presenza di basi militari ( Sigonella, Niscemi, Trapani, Augusta…) è anche diventata una grande prigione ghetto per tutti coloro che fuggono dai loro paesi a causa dei criminali interventi “umanitari” per esportare la “democrazia” in Irak, Afghanistan, Libia, Siria, Corno d’Africa…

Da Pozzallo a Siracusa, da Messina a Caltanissetta, da Campobello di Mazzara a Cassibile, da Trapani a Mineo proliferano i centri di segregazione dei migranti e dei richiedenti asilo ed i luoghi di disumano sfruttamento nelle campagne e nell’edilizia. Sin dalla nascita del villaggio della “solidarietà” a Mineo abbiamo denunciato la squallida operazione dell’ex ministro Maroni di sperimentare nuove politiche segregazioniste anche per i richiedenti asilo in uno sperduto villaggio lontano oltre 10 Km dal primo centro abitato e di dilapidare con l’emergenza Nordafrica decine milioni di euro (6 milioni di euro l’anno solo per spese di locazione alla spa Pizzarotti di Parma, che adesso è anche all’interno del consorzio che gestisce il Cara). Con la metà del denaro pubblico dilapidato si sarebbero potute accogliere, moltiplicando i progetti SPRAR (Servizio di Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati), altrettante persone in piccoli e medi paesi, favorendo il loro progressivo inserimento sociale e lavorativo, invece dal marzo 2011 si è sempre più militarizzata l’intera zona . Molti richiedenti asilo (attualmente ve ne sono oltre 4000) attendono l’esame della richiesta da oltre 1 annoe le condizioni sono sempre più invivibili.Il prossimo 18 dicembre nella terza giornata di azione globale contro il razzismoorganizzeremo anche quest’anno un incontro di fronte al megaCara della vergogna, per la sua chiusurae facciamo appello ai migranti ed a tutte le realtà solidali a costruire insieme un percorso di solidarietà e di lotta per i diritti di cittadinanza e di asilo, per un movimento euromediterraneo per esternalizzare i diritti e le resistenze non le frontiere ed i profitti, per smilitarizzare la Sicilia ed il Mediterraneo

Venerdì 13 dicembre alle ore 11 Conferenza Stampa di fronte al Cara di Mineo

Mercoledì 18 dicembre dalle 15 Incontro Interetnico di fronte al Cara di Mineo

Rete Antirazzista Catanese, Comitato di base NoMuos/NoSigonella, Migralab A.Sayad(Me), Teatro PinelliOccupato(Me), Borderline Sicilia Onlus

(adesioni:alfteresa@libero.it)

http://www.nomuos.info/18-dicembre-2013-terza-giornata-dazione-globale-per-i-diritti-delle-e-dei-migranti-rifugiati-e-sfollati/

http://www.nomuos.info/accogliamo-i-migranti-espelliamo-le-basi/

“Mare Nostrum”, guerra ai migranti nel Mediterraneo Autore: Antonio Mazzeo da: controlacrisi.org

Nel Mediterraneo l’Italia fa la guerra ai migranti. Non dichiarata, certo, ma di guerra indubbiamente si tratta. Perchè le strategie, gli attori, gli strumenti, le alleanze e le modalità d’intervento sono quelli di tutte le guerre. E causano morte. Morti, tanti morti. Qualcuno ha storto il muso per il nome, Operazione Mare Nostrum. Una caduta di stile, un voler scimmiottare i fasti dell’impero romano? In verità esso risponde perfettamente al senso e agli obiettivi della messinscena ipermuscolare delle forze armate italiane.

Il Mediterraneo, per la Fortezza Europa, non è nè deve essere un mare di mezzo. Non è il luogo dei contatti, delle contaminazioni, delle solidarietà, delle trasformazioni. Nè un ponte di intercultura e pace. è invece il lago-frontiera, noi qua, loro là, un muro d’acqua invalicabile, dove vige la regola del più forte e del più armato. Un’area marittima di conflitti, stragi, naufragi causati, respingimenti, riconsegne e deportazioni manu militari. A chi scampa ai marosi e ai mitragliamenti delle unità navali nordafricane (pagate con i soldi italiani) spetta l’umiliazione delle schedature, delle foto segnalazioni e degli interrogatori a bordo di fregate lanciamissili e navi anfibie e da sbarco. Poi un trasbordo, un altro trasbordo ancora, le soste interminabili su una banchina di un porto siciliano, il tragitto su bus e pulmini super scortati da poliziotti e carabinieri sino alla detenzione illimitata in un centrodiprimaccoglienza-CIE-CARA, un non luogo per non persone, dove annientare identità, memoria, speranze. L’Operazione Mare Nostrum fu annunciata dal ministro Mario Mauro dopo la strage del 3 ottobre, quando a poche miglia da Lampedusa annegarono 364 tra donne, uomini e bambini provenienti dal continente africano e dal Medio oriente. Anche stavolta però l’incidente fu un mero casus belli. La nuova crociata contro chi fugge dalle ingiustizie, lo sfruttamento, gli ecocidi, era stata preparata infatti da mesi in tutti i suoi dettagli. Governo e Stato maggiore hanno rispolverato ad hoc l’armamentario linguistico delle ultime decadi: operazione militare e umanitaria, l’hanno ipocritamente definita, perché le guerre non devono mai essere chiamate con il loro nome per non turbare l’opinione pubblica e la Costituzione. «Si prevede il rafforzamento del dispositivo italiano di sorveglianza e soccorso in alto mare già presente, finalizzato ad incrementare il livello di sicurezza della vita umana ed il controllo dei flussi migratori», recita il comunicato ufficiale di Letta & ministri bipartisan. Un contorto giro di parole per mescolare intenti solidaristici a logiche sicuritarie e repressive, dove volutamente restano vaghi i compiti e le istruzioni date ai militari. Niente regole d’ingaggio, perché si possa di volta in volta sperimentare in mare se e come intervenire, se e come soccorrere, se e come allontanare, respingere o scortare a quei «porti sicuri» che il ministro Alfano ritiene esistano pure nella Libia dilaniata dalla nuova guerra civile.
In compenso però, in nome del Sistema Italia, non si contano le veline per descrivere in tutti i loro dettagli i dispositivi e le capacità tecniche dei mezzi impiegati per pattugliare il Mediterraneo. Anche perché, Mare Nostrum, è la migliore vetrina del complesso militare-industriale-finanziario di casa nostra: aerei, elicotteri, missili, unità navali, sommergibili, cannoni che aspiriamo a vendere ai paesi Nato e ai regimi partner della sponda sud mediterranea. Sistemi d’arma che nulla hanno a che fare con quello che in linguaggio militare si chiama «SAR Search and Rescue», ricerca e soccorso in mare, ma che invece delineano un modello di proiezione avanzata, aggressiva, di vera e propria penetrazione sino a dentro i confini degli stati nordafricani. Se si vogliono «arrestare i flussi migratori», come spiegano generali, ammiragli, politici di governo e opinion maker embedded, bisogna impedire a profughi e migranti di raggiungere le coste e le città portuali. Bloccarli nel deserto, detenerli nei lager del deserto e far fare il gioco sporco alle nuove polizie di frontiera che i Carabinieri armano e addestrano in Libia e nelle caserme in Veneto, Lazio, Toscana. Per intercettare e inseguire i rifugiati e i migranti in transito nel Sahara abbiamo attivato i famigerati «Predator», aerei senza pilota in grado di volare per decine di ore in qualsiasi condizione meteorologica. L’emblema della spersonalizzazione e della disumanizzazione delle guerre del XXI secolo, automi che spiano e sterminano persone senza il controllo umano. Vittime invisibili che devono restare invisibili. Non persone contro non persone.
Come tutte le guerre, quella ai migranti dilapida ingenti risorse finanziarie. Fonti di stampa filogovernative hanno previsto per l’Operazione Mare Nostrum-Mostrum un onere finanziario di circa 4 milioni di euro al mese ma, conti alla mano, la spesa potrebbe essere più che doppia. Il Sole 24 Ore ha preso a riferimento le «tabelle di onerosità» sul costo orario delle missioni delle unità navali, degli aerei e degli elicotteri impegnati nel Canale di Sicilia. Aggiungendo le indennità d’imbarco dei circa 800 marinai delle unità navali coinvolte (il personale militare destinato al «contenimento» delle migrazioni è però di non meno di 1.500 uomini), il quotidiano di Confindustria ha calcolato una spesa media giornaliera di 300 mila euro, cioè 9 milioni al mese a cui vanno aggiunti 1,5 milioni di euro per le unità costiere già in azione da tempo: totale 10,5 milioni. La rivista specializzata Analisi Difesa ritiene invece che la spesa complessiva sfiorerà i 12 milioni al mese. Dato che il governo non ha previsto stanziamenti aggiuntivi sul capitolo «difesa», è presumibile che il denaro per alimentare la macchina militare anti-migranti sarà prelevato dal fondo straordinario di 190 milioni di euro messo a disposizione per far fronte alla nuova emergenza immigrazione. Cioè: da qui a fine anno bruceremo in gasolio e pattugliamenti aeronavali il 20% di quanto destinato per «sostenere», «soccorrere» ed «accogliere». In perfetto stile shock economy, dopo le armi e le guerre arriva la ricostruzione: lager e tendopoli dove stipare corpi a cui abbiamo rubato l’anima, la cui malagestione è affidata alla misericordia di cooperative, Onlus e associazioni del privato sociale. A loro va l’altra metà del business migranti: un affaire di milioni e milioni di euro dove la dignità dell’uomo vale meno di nulla.

Mare Monstrum, guerra ai migranti nel Mediterraneo di Antonio Mazzeo

Mare Monstrum, guerra ai migranti nel Mediterraneo

di Antonio Mazzeo

Nel Mediterraneo l’Italia fa la guerra ai migranti. Non dichiarata, certo, ma di guerra indubbiamente si tratta. Perché le strategie, gli attori, gli strumenti, le alleanze e le modalità d’intervento sono quelli di tutte le guerre. E causano morte. Morti, tanti morti.

Qualcuno ha storto il muso per il nome,Il nome, Operazione Mare Nostrum. Si è detto che c’era una caduta di stile, un voler scimmiottare i fausti dell’impero romano. In verità esso risponde perfettamente al senso e agli obiettivi della messinscena ipermuscolare delle forze armate italiane. Il Mediterraneo, per la Fortezza Europa, non è né deve essere un mare di mezzo. Non è il luogo dei contatti, delle contaminazioni, delle solidarietà, delle trasformazioni. Né un ponte di intercultura e pace. È invece il lago-frontiera, noi qua, loro là, un muro d’acqua invalicabile, dove vige la regola del più forte e del più armato. Un’area marittima di conflitti, stragi, naufragi causati, respingimenti, riconsegne e deportazioni manu militari. A chi scampa ai marosi e ai mitragliamenti delle unità navali nordafricane (pagate con i soldi italiani) spetta l’umiliazione delle schedature, delle foto segnalazioni e degli interrogatori a bordo di fregate lanciamissili e navi anfibie e da sbarco. Poi un trasbordo, un altro trasbordo ancora, le soste interminabili su una banchina di un porto siciliano, il tragitto su bus e pulmini super scortati da poliziotti e carabinieri sino alla detenzione illimitata in un centrodiprimaccoglienza-CIE-CARA, un non luogo per non persone, dove annientare identità, memoria, speranze.

L’Operazione Mare Mostrum fu annunciata dal ministro Mario Mauro dopo la strage del 3 ottobre, quando a poche miglia da Lampedusa annegarono 364 tra donne, uomini e bambini provenienti dal continente africano e dal Medio oriente. Anche stavolta però l’incidente fu un mero casus belli. La nuova crociata contro chi fugge dalle ingiustizie, lo sfruttamento, gli ecocidi, era stata preparata infatti da mesi in tutti i suoi dettagli. Governo e Stato maggiore hanno rispolverato ad hoc l’armamentario linguistico delle ultime decadi: operazione militare e umanitaria, l’hanno ipocritamente definita, perché le guerre non devono mai essere chiamate con il loro nome per non turbare l’opinione pubblica e la Costituzione. “Si prevede il rafforzamento del dispositivo italiano di sorveglianza e soccorso in alto mare già presente, finalizzato ad incrementare il livello di sicurezza della vita umana ed il controllo dei flussi migratori”, recita il comunicato ufficiale di Letta & ministri bipartisan. Un contorto giro di parole per mescolare intenti solidaristici a logiche sicuritarie e repressive, dove volutamente restano vaghi i compiti e le istruzioni date ai militari. Niente regole d’ingaggio, perché si possa di volta in volta sperimentare in mare se e come intervenire, se e come soccorrere, se e come allontanare, respingere o scortare a quei “porti sicuri” che il ministro Alfano ritiene esistano pure nella Libia dilaniata dalla guerra civile.

In compenso però, in nome del Sistema Italia, non si contano le veline per descrivere in tutti i loro dettagli i dispositivi e le capacità tecniche dei mezzi impiegati per pattugliare il Mediterraneo. Anche perché, Mare Mostrum, è la migliore vetrina del complesso militare-industriale-finanziario di casa nostra: aerei, elicotteri, missili, unità navali, sommergibili, cannoni che aspiriamo a vendere ai paesi NATO e ai regimi partner della sponda sud mediterranea. Sistemi d’arma che nulla hanno a che fare con quello che in linguaggio militare si chiama “SAR – Search and Rescue”, ricerca e soccorso in mare, ma che invece delineano un modello di proiezione avanzata, aggressiva, di vera e propria penetrazione sino a dentro i confini degli stati nordafricani. Se si vogliono “arrestare i flussi migratori”, come spiegano generali, ammiragli, politici di governo e opinion maker embedded, bisogna impedire infatti a profughi e migranti di raggiungere le coste e le città portuali. Bloccarli nel deserto, detenerli nei lager del deserto e far fare il gioco sporco alle nuove polizie di frontiera che i Carabinieri armano e addestrano in Libia e nelle caserme in Veneto, Lazio, Toscana. Per intercettare e inseguire i rifugiati e  i migranti in transito nel Sahara abbiamo attivato i famigerati “Predator”, aerei senza pilota in grado di volare per decine di ore in qualsiasi condizione meteorologica. L’emblema della spersonalizzazione e della disumanizzazione delle guerre del XXI secolo, automi che spiano e sterminano persone senza il controllo umano. Vittime invisibili che devono restare invisibili. Non persone contro non persone.

Come tutte le guerre, quella ai migranti dilapida ingenti risorse finanziarie. Fonti di stampa filogovernative hanno previsto per l’Operazione Mare Nostrum-Mostrum un onere finanziario di circa 4 milioni di euro al mese ma, conti alla mano, la spesa potrebbe essere più che doppia. Il Sole 24 Ore ha preso a riferimento le “tabelle di onerosità” sul costo orario delle missioni delle unità navali, degli aerei e degli elicotteri impegnati nel Canale di Sicilia. Aggiungendo le indennità d’imbarco dei circa 800 marinai delle unità navali coinvolte (il personale militare destinato al “contenimento” delle migrazioni è però di non meno di 1.500 uomini), il quotidiano di Confindustria ha calcolato una spesa media giornaliera di 300 mila euro, cioè 9 milioni al mese a cui vanno aggiunti 1,5 milioni di euro per le unità costiere già in azione da tempo: totale 10,5 milioni. La rivista specializzata Analisi Difesa ritiene invece che la spesa complessiva sfiorerà i 12 milioni al mese. Dato che il governo non ha previsto stanziamenti aggiuntivi sul capitolo “difesa”, è presumibile che il denaro per alimentare la macchina militare anti-migranti sarà prelevato dal fondo straordinario di 190 milioni di euro messo a disposizione per far fronte alla nuova emergenza immigrazione. Come dire che da qui alla fine dell’anno bruceremo in gasolio e pattugliamenti aeronavali il 20% di quanto è stato destinato per “sostenere”, “soccorrere” ed “accogliere”. In perfetto stile shock economy, dopo le armi e le guerre arriva la ricostruzione: lager e tendopoli dove stipare corpi a cui abbiamo rubato l’anima, la cui malagestione è affidata alla misericordia di cooperative, Onlus e associazioni del privato sociale. A loro va l’altra metà del business migranti: un affaire di milioni e milioni di euro dove la dignità dell’uomo vale meno di nulla

Granarolo: parlano i migranti di coordinamentomigranti 6 novembre 2013

Questa mattina si è svolto in Prefettura l’ennesimo incontro sulla vertenza dei licenziamenti arbitrari alla Granarolo della scorsa primavera, incontro al quale hanno partecipato gli stessi lavoratori migranti della Granarolo e il loro sindacato SiCobas. Dopo il mancato rispetto dell’accordo di fine luglio, firmato dallo stesso Prefetto, la situazione è ancora colpevolmente irrisolta: nove migranti sono stati riassunti fino a questo momento, c’è l’impegno ad assumerne altrettanti entro metà mese, mentre per gli oltre trenta rimasti ancora in sospeso, il Prefetto e i signori della Granarolo e della Lega Coop non hanno saputo far meglio che dire che se ne riparlerà a metà dicembre. Conosciamo bene la Lega Coop e non siamo stupiti. Non ci stupisce il Prefetto, e neanche un Questore che con le sue minacce e denunce annunciate a mezzo stampa qualche giorno prima dell’incontro odierno sa bene da che parte stare.

Granarolo bastaNon solo. In attesa del reintegro, l’accordo di luglio prevedeva una cassa integrazione che non è mai arrivata, come se quella norma della Bossi-Fini che vieta ai migranti di ritirare i loro contributi una volta perso il permesso o dopo aver deciso di lasciare il paese venisse applicata fin dentro il rapporto di lavoro. Come dicono Hicham, Youssef, Khalifi Midani, Abe nell’intervista che pubblichiamo, è del tutto evidente l’assoluta mancanza di volontà dei padroni delle cooperative di risolvere una situazione che loro stessi hanno prodotto licenziando in modo arbitrario i migranti che avevano scioperato per conquistare salario e diritti. Ma, è altrettanto evidente che i lavoratori migranti della Granarolo non abbasseranno la testa: non si sono lasciati intimidire dalle forze dell’ordine che agli scioperi e ai picchietti chiedono i documenti ricordandogli che sono migranti, non si faranno intimidire dalle minacciose e infondate parole del Questore. Sanno che la loro lotta sul posto di lavoro è immediatamente una lotta politica contro il ricatto del permesso di soggiorno.

179 denunce e la minaccia della Questura di usarle per impedire il rinnovo dei permessi di soggiorno per i migranti che lottano nella logistica. Sappiamo che si tratta di una minaccia infondata secondo la legge, ma cosa pensate delle parole del questore?

Noi non abbiamo paura: il questore non ha detto niente di nuovo. È da quando abbiamo messo piede in Italia che conviviamo con il pericolo di perdere il permesso di soggiorno. Prima delle parole del questore, ci aveva già pensato la Granarolo a mettere a rischio il nostro permesso con i licenziamenti. Non è poi la prima volta che usano il permesso per intimidirci. Più di una volta durante i blocchi e durante i picchetti ci hanno chiesto i documenti, ricordandoci che siamo migranti. Lo sappiamo che secondo la legge non possono usare le denunce contro i nostri permessi. Sappiamo anche, però, che secondo la legge non possono licenziare una cinquantina di persone perché hanno scioperato per i loro diritti. Eppure hanno fatto anche questo. Ma questa è l’Italia dove la legge è uguale per tutti, ma la legge la gestiscono “loro” contro noi migranti. Ma anche questo lo sapevamo prima dell’intervento del Questore e, come prima, vogliamo continuare a lottare.

A luglio in Prefettura vi era stata promessa la cassa integrazione, ma non avete visto ancora un soldo. Da quando siete in Italia avete pagato contributi, le vostre buste paga ogni mese sono “alleggerite” da soldi che vanno allo Stato, ma dove vanno a finire i soldi dei migranti?

Viviamo e lavoriamo qui da 5-6 anni. Abbiamo dato soldi allo Stato ma anche alla Granarolo, perché da quando ha dichiarato lo stato di crisi si è intascata una parte del nostro stipendio. Né lo Stato né il padrone però hanno pensato di anticipare una parte della cassa integrazione. Dicono che non ci sono soldi, che se non arrivano fondi in Regione non possono darci la cassa integrazione. E a chi sono andati allora i soldi che abbiamo versato in questi anni lavorando? Di sicuro non a noi, che siamo ormai a secco. È assurdo che la cassa integrazione a dicembre finisca e noi non abbiamo ancora preso niente.

Le cooperative oggi al tavolo in Prefettura hanno promesso di assumere altre 9 persone entro la metà del mese, mentre per il resto delle persone rimaste senza lavoro se ne parlerà a metà dicembre. Che ne pensate?

Pensiamo che vogliono prendere tempo e bloccare la lotta. Vogliono far credere che daranno un lavoro a quelli che in questi mesi non hanno alzato la voce, che sono più facili da controllare. Non siamo così ingenui da credere che un gigante come la Lega delle Cooperative non abbia la capacità di assumere una cinquantina di persone. Non vogliono mollare perché darebbero l’impressione di aver ceduto di fronte a noi. Anche dopo l’incontro di oggi non abbiamo niente in mano. Abbiamo solo la nostra forza e la nostra capacità di lottare.