Mons. Raspanti: i mafiosi vogliono manipolare anche Dio da: antimafia duemila

raspanti-antoninodi Francesco Peloso* – 17 marzo 2015
Parla il vescovo di Acireale: la Chiesa nel Mezzogiorno deve rivolgersi ai poveri, alle famiglie, al mondo del lavoro, a chi non ha più fiducia. Per chi crede nel Vangelo dire che il Sud è irredimibile non è possibile. La mafia? Colpisce in primo luogo i poveri impedendo la crescita solidale della società

La risposta cristiana alla criminalità organizzata è l’annuncio del Vangelo anche a livello personale a chi è affiliato alla mafia. Dobbiamo dire la verità; la scomunica del papa ai mafiosi ha un valore terapeutico, curativo, e allo stesso tempo segna un confine netto: altrimenti tutta la comunità cristiana rischia di restare infettata. È quanto dichiara a Vatican Insider monsignor Antonino Raspanti, vescovo di Acireale, in provincia di Catania, che nel recente passato ha pronunciato parole severe contro i mafiosi. Abbiamo intervistato il vescovo in occasione di uno degli incontro organizzati dalla diocesi di Roma nell’ambito dei «Dialoghi in cattedrale». Monsignor Raspanti è infatti anche vicepresidente del comitato preparatorio del V convegno ecclesiale che si terrà a Firenze il prossimo anno.

Visitando la periferia romana di Tor Bella Monaca il Papa ha detto che la mafia usa e sfrutta i poveri. Nella realtà siciliana questo cosa significa?
«La mafia impedisce alle persone di elevarsi dal punto di vista sociale e civile e quindi non consente che la società instauri quei rapporti di fiducia solidi che fanno sì che i vari corpi sociali, avendo fiducia l’uno nell’altro, si coalizzino e crescano. Invece, così, la società rimane frammentata, sempre un po’ schiava di chi è più violento. Significa che uno stato di diritto non è possibile. E chi ne fa le spese? Le fasce più deboli, chi non sa difendersi, chi non è prepotente, insomma».

Qual è la risposta cristiana possibile di fronte al fenomeno della criminalità organizzata?
«Annunciare il Vangelo anche personalmente a chi è mafioso, a chi aderisce costitutivamente alla mafia, a chi si affilia. Per tutti Gesù è sempre la porta aperta della salvezza, è chiaro che ci vuole davvero una risposta di apertura di fronte a questo, e non certe risposte date da alcuni mafiosi, comprese quelle che abbiamo letto nei pizzini religiosi, che vogliono addirittura manipolare Dio, così il Dio della Chiesa non ha importanza, conta il mio dio, il dio come in fondo me lo costruisco a mia immagine e somiglianza, il che alla fine è un po’ un delirio di onnipotenza. Da parte nostra la risposta è veramente annunciare il Vangelo avendo fiducia che nel cuore di ognuno c’è una coscienza».

Che significato bisogna attribuire alla scomunica pronunciata dal papa contro i mafiosi?
«Tutte le scomuniche, fin dalla prima di San Paolo, hanno un valore fondamentalmente curativo. Innanzitutto dichiaro una cosa in modo netto, dico cosa è aderire al Vangelo e cosa non lo è, altrimenti tutta la comunità cristiana rischia di rimanere infettata, quindi una presa di distanza. Ma anche contemporaneamente la voglia di dire: io ti avverto perché tu ti possa ravvedere e convertire. Quindi secondo me ha sempre un intento terapeutico perché l’altro si ravveda: tu gli annunci la verità, ma lui non è nella verità e glielo devi dire in modo netto, chiaro».

Quali sono le priorità della presenza della Chiesa nel Mezzogiorno?
«Secondo me la capacità di ridare fiducia ai giovani e al mondo della strada, parlo del lavoro, delle famiglie, di tutti quelli che secondo me, a un certo punto, sono così sfiduciati che si abbattono e dicono questo Mezzogiorno è irredimibile. Noi, se crediamo nel Vangelo, non possiamo mettere la firma su questa frase».

Come vi state preparando al prossimo sinodo sulla famiglia?
«Cerchiamo di far passare questo questionario, in verità è un lavoro che in parte abbiamo già fatto, a tutte le componenti come le parrocchie, ma anche fuori ai laici, facciamo il massimo sforzo per diffonderlo».

E c’è una risposta?
«Sì, non male, una risposta c’è».

*(vatican insider)

lastampa.it

Mezzogiorno, la crisi nella crisi documentata da Bankitalia Autore: redazione da: controlacrisi.org

La Banca d’Italia ha pubblicato oggi i due documenti ‘L’economia delle regioni italiane nel 2013’ e ‘La domanda e l’offerta di credito a livello territoriale’. Il primo documento analizza le dinamiche dell’economia reale (componenti della domanda, attivita’ produttive e mercato del lavoro) e del credito nelle diverse aree del Paese; il secondo contiene i risultati di un’analisi sulle condizioni di domanda e offerta di credito condotta su un campione di oltre 360 intermediari. In entrambi esce un quadro drammatico soprattutto per il Mezzogiorno, martoriato da disoccupazione e più alto costo del denaro (8% contro poco più del 6% delle altre aree).Nel 2013, il PIL e’ risultato in flessione in tutte le aree del Paese, ma i dati sono eterogenei. La flessione e’ stata maggiore (-4 per cento) e piu’ accentuata rispetto al 2012 (-2,9) nel Meridione, mentre si e’ attenuato il calo nel Centro (-1,8 dal -2,5 dell’anno prima), nel Nord Est (-1,5 dal -2,5 del 2012) e soprattutto nel Nord Ovest (-0,6 dal -2,3 dell’anno precedente).
Per il 2014 emergono segnali di ripresa, sebbene ancora moderati e differenziati tra le diverse aree. Il riavvio dell’attivita’ delle regioni centro-settentrionali non si e’ ancora esteso a quelle meridionali, meno aperte agli scambi internazionali.
Nel 2013 le esportazioni sono aumentate al Nord, rimaste pressoche’ stabili al Centro, calate nel Mezzogiorno. La flessione dei consumi e degli investimenti e’ stata piu’ accentuata nel Meridione.

Nell’industria in senso stretto, il valore aggiunto ha evidenziato nel 2013 una flessione in tutte le aree, piu’ intensa nel Mezzogiorno e al Centro. L’indicatore del livello degli ordini ha fatto, pero’, registrare sempre nel corso del 2013 una tendenza positiva: gli ordini sono, infatti, tornati a crescere nelle regioni centro settentrionali, trainati dalla componente estera e accompagnati da un decumulo delle scorte; e anche nel Mezzogiorno si e’ registrata una ripresa degli ordinativi, sebbene piu’ lenta che nelle altre aree.
Nelle costruzioni la diminuzione del valore aggiunto e’ stata piu’ accentuata nelle regioni meridionali rispetto al resto del Paese; nei servizi il valore aggiunto si e’ contratto in tutte le ripartizioni, con un calo significativo nel Meridione, ma con l’eccezione del Nord Ovest, dove e’ cresciuto dell’1,1 per cento.

Ancora, il dramma del lavoro che non c’e’ sta assumendo al Sud connotati sempre piu’ drammatici, soprattutto per i giovani e cioe’ gli under 29: il tasso di disoccupazione ha raggiunto nel 2013 il 19,7% nel Meridione, il 9,1 al Centro Nord; per i giovani fino a 29 anni, e’ rispettivamente pari al 43 e al 23%. Il tasso di attivita’, pari alla quota di individui occupati o in cerca di lavoro nella popolazione fra 15 e 64 anni, e’ diminuito di 0,5 punti percentuali nel Nord Est e nel Mezzogiorno, mentre e’ rimasto pressoche’ stabile al Centro (-0,1) ed e’ cresciuto nel Nord Ovest. Il tasso di attivita’ femminile e’ cresciuto nel Nord Ovest e al Centro ed e’ calato nelle altre due ripartizioni.
Il divario fra il Centro Nord e il Mezzogiorno e’ rimasto ampio. Nel Nord Est e nel Mezzogiorno si e’ osservata una contrazione nel numero di persone attive, rispettivamente di circa 34.000 e 113.000 unita’, a cui ha corrisposto un aumento di coloro che, pur disponibili a lavorare, hanno dichiarato di aver smesso di cercare un’occupazione in quanto scoraggiati dalle condizioni del mercato del lavoro (rispettivamente 25.000 e 77.000). Nel Nord Ovest e al Centro, dove le forze di lavoro sono rispettivamente aumentate e rimaste stabili, il numero di scoraggiati e’ comunque aumentato, di circa 32.000 e 21.000 unita’. Nel 2013 la quota di scoraggiati sulla popolazione fra 15 e 64 anni era significativamente piu’ elevata del Mezzogiorno, dove era pari al 7,2 per cento contro l’1,7 per cento del Centro Nord. Il tasso di disoccupazione e’ cresciuto di 2,5 punti nel Mezzogiorno e di 1,1 nel Centro Nord, riflettendo le differenze nell’andamento del numero di occupati.
Tra i piu’ giovani (15 e 29 anni), il tasso di disoccupazione e’ cresciuto in modo piu’ marcato nel Mezzogiorno, arrivando al 42,9 per cento, contro il 23,0 nel Centro Nord. Per la stessa classe d’eta’, anche il totale dei disoccupati in rapporto alla popolazione e’ stato superiore nel Mezzogiorno (14,9 per cento, contro 10,6 nel Centro Nord), con un divario in crescita di 0,3 punti percentuali nell’ultimo anno.

Disoccupazione ai massimi dal 1977, il tasso tra i giovani vola al 46% e al Sud al 61%. Prc: “Disastro del Paese” da: controlacrisi.org

Nel primo trimestre 2014, con minore intensità, prosegue il calo tendenziale del numero di occupati (-0,9%, pari a -211.000 unità), soprattutto nel Mezzogiorno (-2,8%, pari a -170.000 unità). La riduzione degli uomini (-1,3%, 164.000 unità in meno) si associa a quella più contenuta delle donne (-0,5%, pari a -47.000 unità). Al persistente calo degli occupati di 15-34 anni e dei 35-49enni (rispettivamente -2,3 e -0,8 punti percentuali del tasso di occupazione) continua a contrapporsi la crescita degli occupati con almeno 50 anni (+1,0 punti).La riduzione tendenziale dell’occupazione italiana (-199.000 unità) si accompagna alla contenuta flessione di quella straniera (-12.000 unità). In confronto al primo trimestre 2013, il tasso di occupazione degli stranieri segnala una riduzione di 1,6 punti percentuali a fronte di un calo di 0,3 punti di quello degli italiani.

Nell’industria in senso stretto rallenta il calo tendenziale dell’occupazione (-0,3%, pari a -16.000 unità), cui si associa la nuova marcata contrazione di occupati nelle costruzioni (-4,8%, pari a -76.000 unità). L’occupazione si riduce anche nel terziario (-0,5%, pari a -83.000 unità), ma il calo riguarda solo il Mezzogiorno.

Non si arresta il calo degli occupati a tempo pieno (-1,4%, pari a -255.000 unità rispetto al primo trimestre 2013), che in più di sei casi su dieci riguarda i dipendenti a tempo indeterminato (-1,4%, pari a -169.000 unità). Gli occupati a tempo parziale continuano ad aumentare (1,1%, pari a +44.000 unità), ma la crescita riguarda esclusivamente il part time involontario (il 62,8% dei lavoratori a tempo parziale).

Per il quinto trimestre consecutivo scende il lavoro a termine (-3,1%, pari a -66.000 unità), cui si accompagna per il sesto trimestre la diminuzione dei collaboratori (-5,5%, pari a -21.000 unità).

Il numero dei disoccupati è in ulteriore aumento su base tendenziale (+6,5%, pari a +212.000 unità) e riguarda sia coloro che hanno perso il lavoro sia le persone in cerca del primo impiego. L’incremento, diffuso su tutto il territorio nazionale, interessa in quasi sei casi su dieci i giovani con meno di 35 anni. Il 58,6% dei disoccupati cerca lavoro da un anno o più (54,8% nel I trimestre 2013).

Il tasso di disoccupazione trimestrale è pari al 13,6%, in crescita di 0,8 punti percentuali su base annua; per gli uomini l’indicatore passa dall’11,9% all’attuale 12,9%; per le donne dal 13,9% al 14,5%. Aumentano i divari territoriali, con l’indicatore nel Nord al 9,5% (+0,3 punti percentuali), nel Centro al 12,3% (+1,0 punti) e nel Mezzogiorno al 21,7% (+1,6 punti).

Nel primo trimestre 2014, dopo tre trimestri di crescita, diminuisce il numero di inattivi 15-64 anni (-0,6%, pari a -92.000 unità). Il calo si concentra nel Centro, alimentato per oltre due terzi dalle donne.

Per il segretario del Prc Paolo Ferrero, si tratta di “dati disastrosi”, “il primo effetto della Riforma Fornero che ha aumentato a dismisura l’età per andare in pensione”. “Ci dicono che il governo Renzi – prosegue Ferrero – ha centrato l’obiettivo che ha scritto nero su bianco nel Documento Economico e Finanziario. Gli italiani che non lo sanno ma il governo Renzi nel suo documento programmatico ha previsto l’aumento della disoccupazione anche per il prossimo anno. E’ quindi inutile che Poletti faccia il volto preoccupato: il governo sta realizzando i suoi obiettivi, peccato che questi siano un disastro per il paese. Per battere la disoccupazione è necessario rovesciare la politica economica del governo: abolire la riforma Fornero e fare un piano pubblico per il lavoro, usando i soldi che oggi vengono regalati alla speculazione finanziaria.”