Cosa mangia Messina Denaro, l’incarnazione dello Stato-mafia? da: antimafia duemila

messina-denaro-lodatodi Saverio Lodato – 7 agosto 2015

Sarebbe interessante sapere cosa mangia Matteo Messina Denaro, il superlatitante mafioso che da oltre vent’anni è diventato l’ennesimo rompicapo per quell’esercito di investigatori che lo cercano giorno e notte. Anche se – purtroppo – non sappiamo da quanti eserciti sia composta l’armata che lo protegge e lo difende. Parafrasando infatti ciò di cui si diceva convinto il filosofo tedesco Ludwig Feuerbach, il latitante è ciò che mangia.
Ricordate Bernardo Provenzano?
Lo prelevarono, quarantadue anni dopo che si era dato alla macchia, in una masseria alle porte di Corleone.
Corleonese di nome e di fatto, Provenzano era nato a Corleone, concluse le sue gesta a Corleone, e prima di diventare gran capo di Cosa Nostra, aveva svolto un pluridecennale tirocinio nel clan dei corleonesi. La sua alimentazione non si discostava di una virgola da quella che potremmo definire la “dieta campestre corleonese”. Si nutriva con cucchiaiate di miele purissimo, zu Binnu. Adorava la cicoria e le erbe selvatiche. Beveva latte di capra appena munto. Non rinunciava mai alla sua ricotta preferita. Degustava formaggi freschi dei caseifici dove era sempre stato di casa, in quel di Corleone. Espressione dell’ultima mafia proto arcaica, Provenzano – si disse – fu l’inventore dei “pizzini”, forma rivoluzionaria di comunicazione criminale, quanto lo era stata, per il mondo moderno, l’invenzione della radio del Marconi. Ecco: in questo senso, si può dire, che Provenzano fu, sino in fondo, ciò che mangiava. E forse fu proprio quell’alimentazione sana che gli permise di mantenere buoni rapporti con lo Stato, accettandone la richiesta, da lui prontamente accolta, di far coincidere la sua direzione, all’indomani della cattura di Riina, con una lunga “pax mafiosa” che mise al bando stragi, delitti eccellenti e guerre di mafia. Ottenendo in cambio dallo Stato un altro decennio di aria pura e vita all’aperto. Poi anche lui, come tutti i frutti maturi, cadde dall’albero e oggi lo ritrovate nelle patrie galere.
Se trasferiamo però questi schemi esistenziali all’odierno Messina Denaro, i conti non tornano più.

Quindi torna la domanda iniziale: che mangia Matteo Messina Denaro? Sull’argomento i collaboratori di giustizia non hanno fornito – a quel che se ne sa – informazioni o particolari illuminanti. I blitz di polizia e carabinieri, che questa volta – dicono gli addetti ai lavori – indosserebbero finalmente la maglia della stessa squadra, si susseguono ormai da anni.
Sono così caduti nella rete repressiva la sorella e i parenti più stretti del Latitante Denaro, inteso Diabolik, i parenti più larghi, i conoscenti più stretti, i conoscenti più alla lontana, i prestanome più impensabili, in una Castelvetrano dove vien statisticamente da chiedersi se vi abiti anche qualche persona per bene. Le cifre dei patrimoni sequestrati e in via di confisca sono da capogiro: si parla di capitali miliardari.
Nonostante tutto, Teresa Principato, il pubblico ministero che guida la task force che dà la caccia al Padrino Cibernetico, mentre evidenzia con legittimo orgoglio i successi conseguiti sin qui, non può fare a meno di osservare che Denaro “gode di protezioni molto in alto”, che vive lunghi periodi a Castelvetrano, ma spesso e volentieri “si allontana dalla Sicilia e anche dall’Italia”. Il tutto, manifestandosi conservatore rispetto alla tradizione dei “pizzini”.
Secondo le cronache, che avranno pure qualche fondamento, l’attuale capo di Cosa Nostra negli ultimi anni non avrebbe rinunciato a puntate intercontinentali in Centro America per andare a risolvere “di persona” qualche problemino insorto nel traffico mondiale della cocaina, sarebbe di casa in Tunisia e Spagna, Svizzera e Francia. Che abbia documenti falsi, è facile intuirlo. E per renderli più credibili, ancora una volta sono le cronache a venirci in soccorso, sarebbe ricorso a ritocchi di plastica facciale e dei polpastrelli. E’ possibile. Non sarebbe né il primo né l’ultimo caso di una infinita galleria criminale dove rifarsi i connotati è sempre stata considerata la via più sicura se non per bloccare la giustizia quantomeno per rallentarne il corso. Eppure tutto ciò non ci basta, non può bastare.
Sembrano trascorrere i secoli di questa storia infinita e, se non trascorrono i decenni di rito, di acchiappare il latitante di turno non se ne parla.
Questo è strano.
Nel mondo filmato in tempo reale da milioni di telecamere, come si fa, anche se con le sopracciglia e i polpastrelli modificati a farla franca così a lungo? Come si fa a diventare un alito di vento, avendo al proprio seguito la legione di fiancheggiatori i quali, fra l’altro, continuano a cadere nella rete come i pesci?
E qui bisogna abbandonare la facile tentazione del folklore, basandosi su alcuni elementi “pesanti” messi in luce dalle cronache recenti. Matteo Messina Denaro terrebbe in pugno l’archivio dei segreti di Cosa Nostra durante la Prima repubblica e agli albori della cosiddetta “Seconda Repubblica”. Archivio, detto per inciso, che avrebbe ereditato da Totò Riina quando i carabinieri del Ros guidato dal generale Mori, vuoi per distrazione, vuoi per errori nella catena di comando, vuoi per un colpo di sonno, si distrassero dal covo di via Bernini, dove appunto era stato catturato il Riina, e che qualche giorno dopo fu scrupolosamente perquisito dai boss dell’epoca.
Se fosse davvero così, si capirebbe perché Denaro impiega tanto tempo a cadere dall’albero.
L’altro elemento “pesante” che lo riguarda ha a che vedere con la condanna a morte emessa da Cosa Nostra nei confronti di Nino Di Matteo il pubblico ministero che indaga, insieme a una sparuto drappello di colleghi, contro tutto e contro tutti, sulla Trattativa Stato-Mafia. Sarebbe stato proprio Denaro a ordinare ai palermitani il reperimento del tritolo (si parla di 200 chili) necessari a far saltare per aria il magistrato e la sua scorta.
Se anche questo fosse vero, e pare che gli investigatori abbiano pochi dubbi in proposito, si capirebbe ancora meglio perché il Denaro va e viene dalla Sicilia, va e viene dall’Italia, indisturbato come un’allodola in volo.
Ci inquieta, infine, che il Denaro abbia appena 53 anni. Michele Greco, Totò Riina, Bernardo Provenzano, avevano abbondantemente raggiunto l’età pensionabile prima di incontrare il giuda mafioso di turno che li avrebbe consegnati agli uomini dello Stato.
Viaggia e vola, il Denaro. Va di fretta. Sembra godere di complicità persino nella dogane più ostiche. Un alito di vento, dicevamo. Che non lascia impronte, non lascia tracce. Quali santuari si aprono e si chiudono al suo passaggio? Quali porte carraie? Quali città sotterranee? E che divise indossano gli Uomini degli Stati in cui si muove?
Matteo Messina Denaro è la prima incarnazione vivente dello Stato-Mafia. Lasciateci questa nostra convinzione. Ne è la rappresentazione plastica, totalmente inedita nella storia di Cosa Nostra. Una vita come la sua non è spiegabile con la “ricetta” del miele, della cicoria, della ricotta e dei formaggi caprini. E’ abituato a sedere in tavole imbandite a rigor di etichetta, il Diabolik di Castelvetrano. E siede a quei tavoli perché molto sa e molto potrebbe raccontare, mentre i suoi interlocutori sanno benissimo chi sta lautamente pranzando con loro.
In conclusione: se lui non si convince a imboccare il viale del tramonto, darà ancora molto filo da torcere ai suoi inseguitori.
E se non sappiamo cosa mangia il Denaro, forse ciò dipende dal fatto che molti di quelli che parlano di lui non gli sono arrivati così a tiro. E’ solo un’ipotesi.
Vedremo, prossimamente.

saverio.lodato@virgilio.it

Principato: “Messina Denaro gode di protezioni ad alto livello” da: antimafia duemila

principato-teresa2“Si muove dalla Sicilia ed anche dall’Italia”

di AMDuemila – 3 agosto 2015
“Matteo Messina Denaro è una sorta di parassita che non tiene conto dei legami familiari, ma usufruisce dei soldi che i componenti della sua famiglia e del clan possono fargli avere”. A dirlo intervenendo alla conferenza stampa in cui sono stati illustrati i particolari dell’operazione “Ermes” che oggi ha portato all’arresto di undici fiancheggiatori del padrino latitante è il procuratore aggiunto di Palermo, Teresa Principato. Il magistrato, che ha coordinato l’inchiesta insieme ai pm Paolo Guido e Carlo Marzella, ha aggiunto: “Nonostante il territorio sia più che sorvegliato e da anni si susseguono operazioni, ancora non siamo riusciti a prendere il latitante. Questo può significare solo che gode di protezioni ad alto livello”.
La Principato ha anche detto che “Matteo Messina Denaro non sta sempre nel Trapanese, ma si sposta dalla Sicilia e anche dall’Italia. Quando sente stringersi attorno a lui il cerchio – ha spiegato – taglia i contatti con i fedelissimi finiti sotto indagine”.

Intervistata da La Repubblica, ha aggiunto anche gli arrestati “Avevano un ruolo importantissimo nel sistema di comunicazione del latitante. Gente fidatissima, alcuni con un pedigree mafioso di tutto rispetto. Segno che il carcere non li aveva affatto fiaccati. Segno che l’organizzazione mafiosa resta temibile, proprio per la sua capacità di resistere a indagini e processi”. Il Procuratore aggiunto ha anche confermato che con l’obiettivo di catturare il latitante è stato creato un unico gruppo di lavoro tra polizia e carabinieri. “Non è più tempo di divisioni fra le forze dell’ordine – ha detto – Bisogna mettere in comune tutte le informazioni possibili per arrivare alla metà, al più presto”.

Attentato contro Di Matteo, il pentito D’Amico: “In carcere i boss ne parlavano” da: antimafia duemila

di-matteo-toga-processo-2L’allerta sale anche per un altro episodio, dei bambini dicono di aver visto uomini con un fucile nei pressi del circolo tennis “Tc2”.
di Aaron Pettinari – 26 febbraio 2015
Non è solo l’ex boss dell’Acquasanta Vito Galatolo a parlare del piano di morte nei confronti del pm Nino Di Matteo. A darne notizia in un verbale è anche il collaboratore di giustizia Carmelo D’Amico, pentito di mafia di Barcellona Pozzo di Gotto ritenuto abbastanza attendibile per le sue dichiarazioni su mafia e massoneria nel messinese. Ai pm di Messina Vito Di Giorgio e Angelo Cavallo ha raccontato che nell’aprile dello scorso anno alcuni boss siciliani rinchiusi nel carcere milanese di Opera si aspettavano “da un momento all’altro” la notizia del nuovo attentato.
“Me lo disse il capomafia Nino Rotolo – ha detto ai pm – Era con lui che facevo socialità”. Non solo. D’Amico ha anche aggiunto un altro particolare: “Avevo sentito Rotolo che parlava di qualcosa di grave con Vincenzo Galatolo facevano riferimento a una persona che citavano con un nomignolo. Un giorno gli chiesi di saperne di più. E mi disse che Di Matteo doveva morire a tutti i costi”. Rotolo e Galatolo non sono certo gli ultimi arrivati all’interno dell’organizzazione criminale, ntrambi ai vertici dei mandamenti di Pagliarelli e Resuttana. Il verbale dell’ex boss messinese è stato immediatamente trasmesso alla Procura di Caltanissetta che da tempo indaga sul progetto di attentato. Anche se non è chiaro quando D’Amico abbia reso le dichiarazioni è ovvio che queste siano una conferma su quanto dichiarato da Vito Galatolo, il figlio di Vincenzo, lo scorso novembre. “Quando fui arrestato, nel giugno 2014 l’ordine arrivato due anni fa da Matteo Messina Denaro tramite Girolamo Biondino era del tutto operativo. Nella lettera Messina Denaro disse che bisognava fare un attentato al dottor Di Matteo perché, stava andando oltre e ciò non era possibile anche per rispetto ai vecchi capi che erano detenuti. L’esplosivo lo conservava Vincenzo Graziano”. Galatolo parlò di oltre centocinquanta chili di tritolo fatti arrivare dalla Calabria. Lo aveva persino visto, conservato “dentro un contenitore di metallo”. Tuttavia, nonostante le indicazioni sui possibili luoghi in cui poteva essere nascosto, ad oggi non è stato ancora trovato e le ricerche condotte dai finanzieri del nucleo speciale di polizia valutaria e dagli investigatori del centro operativo Dia di Palermo, proseguono senza sosta.

Ad aumentare il clima di tensione al palazzo di giustizia ci sono però anche altri episodi, a cominciare dall’anonimo arrivato nei giorni scorsi in cui si parla chiaramente di armi conservate nei pressi di alcuni luoghi frequentati dai magistrati. E se in questo caso non si fa menzione specifica al pm Di Matteo resta comunque l’allarme attorno al magistrato per un episodio che lo ha riguardato da vicino. Lo ha riportato oggi La Repubblica. Alcuni bambini che frequentano il “Tc2” hanno raccontato di aver visto due uomini con un fucile appostati di fronte all’ingresso secondario del circolo del tennis di via San Lorenzo. “Erano dentro una villetta in ristrutturazione”, hanno spiegato ai genitori. E’ così che è partito l’allarme anche perché, proprio in quel momento, al circolo c’era Nino Di Matteo. Sembra che qualcuno dei bambini abbia anche segnato il numero di targa di un’auto. Immediatamente sono intervenuti i carabinieri ed è stata aperta un’inchiesta, coordinata dal procuratore capo Francesco Lo Voi e dal sostituto Enrico Bologna, su cui vige il massimo silenzio. Anche di questo si è parlato al comitato provinciale per l’ordine a la sicurezza pubblica dei giorni scorsi e ieri si è tenuto un vertice fra i magistrati a cui ha partecipato anche Di Matteo. Una serie di fatti che spiega forse anche il motivo per cui il procuratore nazionale Franco Roberti ha inserito nella relazione della Dna un riferimento all’inchiesta sul cosiddetto “Protocollo fantasma”, “Esposto anonimo nel quale oltre a varie vicende, in gran parte di competenza della Direzione distrettuale antimafia di Palermo, riguardanti processi anche risalenti nel tempo ed appartenenti alla storia del contrasto giudiziario a Cosa Nostra, emergono notizie di reato a carico di ignoti, asseritamente appartenenti alle forze dell’ordine, che avrebbero per conto di una non meglio specificata entità, spiato alcuni magistrati, impegnati in delicate attività di indagine”. Anche in quel caso al centro dell’anonimo c’erano Di Matteo ed i magistrati del pool trattativa.

Requiem per Messina Denaro sr, necrologio firmato: ”I tuoi cari” da: l’ora quotidiano

Anche quest’anno, il Giornale di Sicilia pubblica il ricordo di don Ciccio Messina Denaro, morto latitante il 30 novembre 1998. Suo figlio, Matteo, superlatitante, sarebbe il mandante del piano di morte ordinato per il pm Nino Di Matteo

di Redazione

30 novembre 2014

Il nome di Francesco Messina Denaro scritto al centro in grassetto, la data di morte a sinistra e quella di oggi a destra. Anche quest’anno, in occasione dell’anniversario della morte del boss (scomparso il 30 novembre 1998 a Castelvetrano, in provincia di Trapani), il  Giornale di Sicilia pubblica il necrologio per Francesco Messina Denaro, padre del latitante Matteo Messina Denaro. Il ricordo della scomparsa del boss, quest’anno, è firmato semplicemente: “I tuoi cari”.  Negli anni passati, invece, i familiari avevano pubblicato messaggi più articolati: “Ti vogliamo bene, sei sempre nei nostri cuori”, oppure citazioni del Vangelo.

Il cadavere di don Ciccio Messina Denaro, che morì mentre era latitante, fu ritrovato nelle campagne di Castelvetrano, vestito di tutto punto e pronto per le esequie. Il figlio, Matteo Messina Denaro, latitante dal 1993, è considerato l’erede di Riina e Provenzano. Secondo il pentito Vito Galatolo, sarebbe stato lui nel dicembre 2012 a disporre con una lettera la ripresa dello stragismo in Sicilia, ordinando l’eliminazione del  pm Nino Di Matteo, titolare dell’indagine sulla trattativa Stato-mafia, con un attentato al tritolo.

Intervista al pentito Calcara: “Così svelai a Borsellino le 5 entità che distruggono l’Italia” da. articolo tre

Era l’uomo che aveva ricevuto l’incarico di uccidere Paolo Borsellino: quando lo conobbe, però, decise di pentirsi e collaborare con la giustizia. Da allora è una persona nuova, che si batte affinché trionfi la cultura della legalità, contro le “cinque entità che divorano l’Italia”.

vincenzo-calcara-Gea Ceccarelli- Era l’uomo scelto. Un soldato “riservato” di Cosa Nostra, un killer affidabile e preparato, pronto a tutto. Il suo incarico era eliminare un procuratore scomodo, quello di Marsala, negli anni novanta. 

E’ Vincenzo Calcara. L’uomo che avrebbe dovuto uccidere Paolo Borsellino.

A dargli l’ordine era stato Messina Denaro. Non Matteo, il padre: Francesco. D’altra parte, Calcara lo conosceva: era di Castelvetrano. Una volta, da piccolo, aveva difeso Matteo da un gruppo di bulli.
“Di questo ‘Borsalino’ non devono restare neanche le idee”, gli aveva detto il boss.

Nel ’91, però, Calcara venne arrestato. L’attentato sfumò. Trasferito in carcere, decise che era giunta l’ora di dire addio alla mafia e raccontare tutto, proprio a quella che sarebbe dovuta essere la sua vittima. Riconobbe in lui un fattore comune, che li unì più di qualsiasi altra cosa: la morte.

Fu così che Calcara si aprì. Cominiciò un percorso di intima conversione e pentimento. A Borsellino spiegò come Cosa Nostra avesse elaborato due piani diversi per eliminarlo: uno prevedeva l’omicidio tramite un fucile di precisione, l’altro l’utilizzo di un’autobomba. Ma non solo: raccontò quanto sapeva degli intrecci di potere, di quelle che vengono chiamate le “cinque entità”. Protagoniste dei più inquietanti misteri di Italia: dall’attentato a Wojtyla all’omicidio di Calvi: fu proprio lui, Calcara, a consegnare i dieci miliardi della mafia al “Banchiere di Dio”.

Raccontò tutto. Ricorda ancora come Borsellino appuntasse tutte le sue rivelazioni sull’agenda rossa. Era il ’92. Pochi mesi dopo, in via D’Amelio, il magistrato trovò la morte. Il suo taccuino sparì nel nulla, i misteri al riguardo sono tanti, troppi.

Da allora la missione di Vincenzo Calcara è la verità: la racconta, tenta di spiegarla a tutti, gira l’Italia per promuoverla. Presenta libri, come l’ultimo, scritto da Simona Mazza: “Dai Memoriali di Vincenzo Calcara: le 5 Entità rivelate a Paolo Borsellino”.

Nel libro si parla delle cinque entità: può spiegarci cosa siano e come mai anche da parte dei collaboratori di giustizia se ne sente parlare così poco?

Innanzitutto preciso una cosa importante: tra collaboratori di giustizia e pentiti c’è un’enorme differenza, perché il pentimento è una cosa nobile.
Per quanto riguarda le cinque entità, posso assicurare che c’è anche un’intervista della seconda carica dello Stato, Pietro Grasso, in cui si fa riferimento ad esse. Successivamente è toccato parlarne a Walter Veltroni e, ancora dopo, al magistrato Ferrero. Addirittura, recentemente, ne sta parlando Massimo Ciancimino. Questi è il figlio di Don Vito, il fiore all’occhiello di Cosa Nostra, collegato a tutte le entità.
Per cui, finalmente, dopo 22 anni, se ne inizia a parlare e si spiega alla società civile come abbiano distrutto l’Italia  e come continuino a farlo.

Ma quali sono queste cinque entità, e quanto influiscono in Italia oggi?

Le cinque entità sono Cosa Nostra, Massoneria deviata, Vaticano deviato, Servizi segreti deviati e ‘ndrangheta. Queste, come ho spiegato anche nel libro, sono strutturate in maniera tale che ciascuna entità abbia al proprio vertice tre diversi individui, un triumvirato che ne guida le azioni. Sono dunque in tutto 15 persone, in rapporto tra loro, e formano la Grande Mamma Idea, una Supercommissione, che è molto più potente della “cupola” di Cosa Nostra. Bisogna infatti ricordarselo sempre: Cosa Nostra è un’entità, ma le altre quattro lo sono altrettanto.

Quindi sono autonome tra di loro?

Sono autonome tra loro, ma riunite nella Supercommissione. In questa poi vi è un vertice massimo, formato anche in questo caso da un triumvirato i cui membri vengono eletti, e vi restano a vita, come se fosse una sorta di Parlamento.
Inoltre bisogna tener presente che sì, in tutto sono 15 soggetti, ma ognuno di essi ha a sua volta un’ombra, ovvero una persona pronta a sostituirlo in qualsiasi momento.
Questa è la struttura della forza del male che ha distrutto l’Italia e se la sta mangiando, una forza che ha ingannato la società civile e continua a farlo.
Le cinque entità, inoltre, sono ancora più forti rispetto il passato, di quelle degli anni Ottanta-Novanta, perché gli uomini che le gestivano hanno lasciato degli eredi che sono ancora più potenti, in grado di portare avanti tutto quanto hanno ereditato, un bagaglio enorme di cultura criminale.

Nei suoi memoriali parla anche dell’attentato a Wojtyla e del caso Calvi, che sono entrambe vicende emblematiche rispetto a questo intreccio di poteri…

Esatto: le cinque entità si sono riunite e hanno deciso la condanna a morte di Calvi. Non c’era solo Cosa Nostra: se questa fosse da sola, infatti, sarebbe vulnerabile. La mafia appare invulnerabile perché, accanto a sé ha questi altri poteri, che la rendono potentissima, esattamente come la massoneria: ormai, se non si viene a patti con questa non si fa niente a livello politico, le logge hanno in mano il mondo.
E poi le altre entità…la Chiesa… è una cosa pericolosissima, la Chiesa deviata.
E’ tutto comprovato: ci sono sentenze che dimostrano la verità, anche quella su Francesco Messina Denaro. Matteo ne è l’erede, è lui che possiede tutti i segreti delle cinque entità: è per questo che non verrà mai arrestato. E, anche se fosse, ha comunque la sua ombra.

E’ plausibile dunque supporre che la trattativa Stato-mafia prosegua per coprire la latitanza di Messina Denaro?

“Stato deviato”-mafia. Perché nello Stato italiano, per fortuna, non ci sono solo soggetti criminali, ci sono anche persone pulite e oneste.
Quando si parla di Stato-mafia si fa riferimento a collegamenti e rapporti di cui si parla da centinaia di anni.
E’ come un corpo umano, collegato in ogni sua parte per la propria sopravvivenza: in questo caso economica. Questa è la trattativa Stato-mafia.
Nello stesso modo si rapportano le cinque entità, esattamente come in un organismo vivente.

Lei parlò delle cinque entità anche a Paolo Borsellino…  

Certo, è stato il primo con cui ne parlai. Trovò le prove e le sottopose all’Alto Commissariato Antimafia e, per quanto ho visto io, è stato tradito dal commissario Angelo Finocchiaro. Tanto più che, dopo la morte di Borsellino, lui divenne capo del Sisde.
Paolo Borsellino era riuscito persino a trovare una mia fotografia, in Piazza San Pietro, con Antonov, l’uomo che custodiva Ali Agca -colui che è stato addestrato e consegnato agli uomini di Cosa Nostra- e un altro turco.
Quando si parla di entità, si parla di cose pericolosissime e la società civile ha il dovere di saperle.

E’ questo il motivo per cui la mafia l’ha ritenuto così pericoloso da doverlo uccidere?

Paolo Borsellino, con i suoi canali, ha fatto una breccia ancora più potente di quella di Porta Pia.
Era il periodo in cui i criminali erano liberi, facevano quello che volevano, trattavano con lo Stato deviato. Matteo Messina Denaro era libero di far quello che volesse perché era l’ombra di Riina e Provenzano. Borsellino era un ostacolo immenso per loro.

S’è fatto un’idea di dove si possa trovare l’Agenda Rossa?

L’Agenda Rossa è nelle mani di Matteo Messina Denaro, a parer mio. E con quella in suo possesso, non sarà mai arrestato né ucciso. Con quella, è in possesso di segreti enormi: non c’erano dentro solo le mie dichiarazioni, vi erano sue intuizioni, informazioni di altri collaboratori, Leonardo Messina e Gaspare Mutolo.
Borsellino però s’è fidato dell’Alto Commissario Antimafia Finocchiaro, quello che l’ha tradito.
Io l’ho sempre detto: perché non mi ha mai denunciato?
Borsellino aveva trovato delle prove schiaccianti: era il ’91, Riina e Provenzano erano liberi, fiancheggiati dalle altre entità.
Tutte e cinque nutrono gli stessi interessi di sopravvivenza e Borsellino stava facendo un danno enorme nei loro confronti: per questo avevano una paura immensa. Io ho visto e toccato con le mie mani il terrore che aveva Cosa Nostra di Paolo Borsellino, l’uomo che combatteva queste forze del male senza armi, ma con la legalità.

In tanti sostengono che Cosa Nostra stia rialzando la testa e che sia imminente un ritorno allo stragismo. Lei lo ritiene plausibile?

No. Perché hanno avuto la prova che la società civile, in questi anni, è stata in sonno, ma qualora venisse toccato un magistrato, si risveglierebbe. Verrebbero distrutti: le stragi del ’92-’93 sono state un boomerang per le forze del male.
I nuovi capi sono molto più raffinati, sono più potenti, hanno lo Stato in mano, fanno quello che vogliono. Non rischierebbero.
In questo Stato ci sono persone pulite, ma sono bloccate: non possono fare più di quello che fanno, comandano le entità.

Tornando proprio al discorso delle entità, massoneria e Vaticano hanno conosciuto un altro enorme mistero, quello della sparizione di Emanuela Orlandi. Potrebbe aver giocato un ruolo anche Cosa Nostra?

Emanuela Orlandi è sepolta dentro le mura del Vaticano. C’erano personaggi che facevano riti satanici, orge: hanno preso questa ragazza anche a livello di vendetta verso la famiglia e l’hanno sacrificata. Lo dico io perché ho delle fonti sicure.
Inoltre io conosco suo fratello, Pietro: ho presentato il mio libro assieme a lui e Salvatore e Manfredi Borsellino.
La famiglia Borsellino, nei miei confronti, si è sempre esposta, c’hanno messo la faccia: hanno le prove che io dico la verità. Paolo Borsellino parlava di me in famiglia. Insomma, il mio libro è presentato dal suo sangue.  

Prende fiato, Vincenzo Calcara. Chiede scusa per aver alzato la voce. L’ha fatto più volte, durante l’intervista: “Sono sanguigno”, spiega. Poi non usa giri di parole e lo dice chiaramente: “E’ che certe cose mi fanno incazzare”.
“La società civile deve conoscere questa forza del male che continua a distruggere l’Italia e ha il diritto di incazzarsi, come faccio io”, prosegue.
Lui oggi gira per le scuole, trasmette l’importanza della legalità. Anche lì si lascia prendere dall’entusiamo, dall’emotività, dai ricordi: “mentre parlo rivivo tutto e non posso fare a meno di arrabbiarmi”.
“Io non sono il Vincenzo Calcara di 25 anni fa”, aggiunge ancora. “io sono il Vincenzo Calcara di oggi, quello che ha promesso e ha dato la sua parola a Paolo Borsellino di portare avanti con lealtà le sue idee. Io ho creduto a lui, un uomo che non era secondo a nessuno come magistrato.”

“Bisogna cacciare i cazzari dell’antimafia”, incalza. “Quelli che si presentano il 23 maggio o il 19 luglio alle commemorazioni, con la scorta. Fanno schifo, ribrezzo: vanno cacciati.” Lui, la scorta, non ce l’ha.

“Si devono svegliare le coscienze, soprattutto dei giovani”, osserva infine. “E’ questa la cosa essenziale. La vera antimafia si fa a scuola. Con l’istruzione. Con la cultura, quella della legalità. Trasmettendo gli insegnamenti degli eroi del passato, come Falcone e Borsellino.”
“Quest’ultimo era un santo”, conclude poi, senza riuscire a nascondere la commozione. L’affetto e la stima.
“Era un santo: il suo primo miracolo l’ha fatto proprio con me”.