No Muos, il 22 febbraio e il primo marzo ancora in piazza Autore: antonio mazzeo da: controlacrisi.org

 

Svettano spettrali su una collina della riserva naturale di Niscemi le tre mega-antenne del MUOS, il nuovo sistema di telecomunicazioni satellitari che guiderà le guerre globali delle forze armate Usa. Anni di mobilitazioni popolari, decine di cortei, sit-in, azioni dirette nonviolente, blocchi stradali, uno sciopero generale autogestito, invasioni di massa di una delle più grandi installazioni della Marina militare degli Stati Uniti nel Mediterraneo, non sono stati sufficienti a impedire la conclusione dei lavori del quarto terminale terrestre di uno dei programmi strategicamente più rilevanti del Pentagono. Politici e ministri di centrodestra e centrosinistra, generali, manager e azionisti del complesso militare, industriale e finanziario nazionale hanno fatto fronte comune con la borghesia mafiosa contro la popolazione siciliana e i numerosi comitati di base locali sorti in opposizione alle logiche di guerra e in difesa della salute, dell’ambiente e del territorio. Le azioni dei militanti No MUOS sono stato brutalmente represse dalle forze dell’ordine, centinaia di giovani e donne sono stati oggetto di vergognosi provvedimenti penali e sono fioccate multe e sanzioni per migliaia di euro. Nell’Isola sempre più fortezza armata, sono stati pesantemente ridotti gli spazi di agibilità politica e democratica e limitati le libertà e i diritti d’espressione.

I governi succedutisi alla guida del paese nell’ultima decade hanno fatto a gara per accontentare qualsivoglia richiesta strategica del partner d’oltreoceano. L’Italia ha contributo alle guerre permanenti in Iraq, Afghanistan e Corno d’Africa; ha autorizzato il trasferimento della brigata aviotrasportata Usa dalla Germania a Vicenza e la creazione della grande base al “Dal Molin”; ha legittimato la trasformazione di Sigonella in capitale mondiale dei droni; ha trasformato il Nord-Est e la Sicilia in piattaforme avanzate per gli interventi armati di USAFRICOM nel continente africano; ha acquistato i famigerati cacciabombardieri a capacità nucleare F-35; ha spianto la strada al MUOS di Niscemi. Né impavido filo-atlantismo né supina subordinazione allo strapotere economico di Washington quello delle classi dirigenti italiane. Ma solo e semplicemente una logica di scambio ineguale sulla pelle, la salute e le tasche degli italiani, in nome del perseguimento di facili profitti da parte dei produttori bellici di casa nostra – a capitale pubblico e/o privato – come Finmeccanica, Fincantieri, Beretta, Iveco, ecc.. Un do ut des che ha consentito l’apertura del mercato statunitense ai mercanti di morte del Bel Paese, favorendo intrepide e dispendiose alleanze con i giganti del complesso militare industriale Usa. Prima fra tutte Lockheed Martin, poco meno di 50 miliardi di dollari di fatturato l’anno, artefice di fittissime reti d’interessi corruttivi in più di un continente, produttrice del MUOS e degli F-35, nonché partner di Finmeccanica nell’affaire dei cacciabombardieri, del sistema missilistico “anti-missili” MEADS e, da qualche giorno, di un sofisticato sistema di controllo e comunicazioni per il nuovo comando Nato di Bruxelles.

Un’incomparabile differenza di forze in campo: il Golia a stelle e strisce con i suoi mercenari a Roma e nel governo regionale della Sicilia (fra tutti, gli ultimi due presidenti-governatori, l’“autonomista” Raffaele Lombardo e l’“antimafioso” Rosario Crocetta, più l’intero stato maggiore del Pd isolano); i cento-mille David che non si sono piegati neanche di fronte le intimidazioni e le minacce delle cosche più efferate di Cosa Nostra, le cui imprese sono state chiamate a realizzare le piattaforme di cemento armato per i tralicci e antenne satellitari nella “Sughereta”, in palese violazione delle normative ambientali, urbanistiche e antimafia. Intorno, l’indifferenza delle forze politiche, sociali e sindacali e i silenzi interessati o le omissioni dei grandi network editoriali e radiotelevisivi. L’esito del primo round del conflitto contro il MUOStro di Niscemi, in fondo, era scontato. Ma le mega-antenne montate (ma non ancora funzionanti) non rappresentano la fine dell’Utopia di una Sicilia ponte di pace e dialogo tra i popoli del Mediterraneo. Quello in atto è uno scontro epocale, per la stessa sopravvivenza della specie umana, mai come adesso minacciata dai folli piani di totale automatizzazione, dronizzazione e robotizzazione dei conflitti armati. Comitati e attivisti sanno bene che la mobilitazione non può che essere a medio e lungo termine e che sarà necessario affiancare il No al MUOS al No ai Droni e il NO alle guerre alle migrazioni scatenate dall’Italia e dall’Unione europea con l’Operazione Mare Nostrum e il trasferimento in Sicilia e a Lampedusa e Pantelleria di un enorme dispositivo militare aeronavale e di velivoli senza pilota anti-migranti. Un impegno a 360 gradi contro militarizzazioni, militarismi e guerre, in rete con tutte le soggettività in lotta contro il neoliberismo, le brutali politiche di austerità e annientamento della spesa sociale e i tagli all’occupazione, all’istruzione e alla sanità.

Il Movimento ha fissato le prossime tappe per la controffensiva No MUOS. Depositato in Parlamento il testo di una mozione per la sospensione immediata del progetto, nei prossimi giorni si rafforzerà il pressing perché finalmente le Camere, in ottemperanza agli articoli 11, 80 e 87 della Costituzione, deliberino contro l’installazione di un sistema di distruzione di massa, di proprietà ed uso esclusivo delle forze armate Usa. Sabato 22 febbraio, a Caltanissetta, un corteo e un presidio No MUOS ribadiranno il sacrosanto diritto ad opporsi ai piani di morte Usa, Nato e Ue, denunciando altresì il ciclone repressivo scatenato dalle forze di polizia e dall’autorità giudiziaria – dalla Val di Susa a Niscemi – ai danni dei singoli e delle realtà auto-organizzate che si oppongono alle Grandi Opere e ai processi di militarizzazione dei territori. L’appuntamento per tutti, infine, è per sabato 1 marzo ancora una volta a Niscemi, per una manifestazione di fronte la megastazione di radiocomunicazione NRTF e satellitare MUOS. “L’installazione all’interno della riserva naturale di Niscemi è da oltre vent’anni attiva con le sue 46 antenne apportando gravi danni all’ambiente e alla salute delle persone” denunciano i Comitati No MUOS. “Il primo di marzo ci muoveremo ancora una volta tutte e tutti verso la base attraverso cui governi e militari credono di poter raggiungere i propri fini di guerra e controllo passando sulle nostre vite. Determinati come abbiamo imparato ad essere, torneremo a riprenderci ciò che è nostro, sempre più convinti che l’occupazione militare non sia più tollerabile e che le scelte sui territori debbano essere determinate dalle esigenze delle popolazioni che li abitano e non dai disegni geopolitici delle potenze economiche”.

Fortress Europe: oltre 19 mila migranti morti alle frontiere dal 1988 Fonte: redattoresociale.it

Dal 1988 sono almeno 19.507 i migranti morti tentando di arrivare in Europa. E’ la stima aggiornata ad oggi del sito Fortress Europe . “Giorno per giorno, da anni, il mare di mezzo è divenuto una grande fossa comune, nell’indifferenza delle due sponde del mare di mezzo. Dal 1988 almeno 19.507 giovani sono morti tentando di espugnare la fortezza Europa, dei quali 2.352 soltanto nel corso del 2011, almeno 590 nel 2012 e 801 nel 2013”.

Nel Mar Mediterraneo e nell’Oceano Atlantico verso le Canarie sono annegate 14.580 persone. Metà delle salme (8.960) non sono mai state recuperate. Nel Canale di Sicilia tra la Libia, l’Egitto, la Tunisia, Malta e l’Italia le vittime sono 7.065, di cui 5.218 dispersi. Altre 229 persone sono morte navigando dall’Algeria verso la Sardegna. Lungo le rotte che vanno dal Marocco, dall’Algeria, dal Sahara occidentale, dalla Mauritania e dal Senegal alla Spagna, puntando verso le isole Canarie o attraversando lo stretto di Gibilterra, sono morte almeno 4.904 persone di cui 2.463 risultano disperse. Nell’Egeo invece, tra la Turchia e la Grecia, ma anche dall’Egitto alla Grecia e dalla Siria a Cipro hanno perso la vita 1.529 persone, tra i quali si contano 842 dispersi. Infine, nel Mare Adriatico, tra l’Albania, il Montenegro, la Grecia e la Puglia, e nello Ionio tra la Grecia e la Calabria, sono morte almeno 705 persone, delle quali 314 sono disperse.

Ma il mare non si attraversa soltanto su imbarcazioni di fortuna, ma anche su traghetti e mercantili, dove spesso viaggiano molte persone, nascoste nella stiva o in qualche container, ad esempio tra la Grecia e l’Italia. Ma anche qui le condizioni di sicurezza restano bassissime: 160 le morti accertate per soffocamento o annegamento.

Per chi viaggia da sud il Sahara è un pericoloso passaggio obbligato per arrivare al mare. Il grande deserto separa l’Africa occidentale e il Corno d’Africa dal Mediterraneo. Si attraversa sui camion e sui fuoristrada che battono le piste tra Sudan, Chad, Niger e Mali da un lato e Libia e Algeria dall’altro. Qui dal 1996 sono morte almeno 1.790 persone. Ma stando alle testimonianze dei sopravvissuti, quasi ogni viaggio conta i suoi morti. Pertanto le vittime censite sulla stampa potrebbero essere solo una sottostima. Tra i morti si contano anche le vittime delle deportazioni collettive praticate dai governi di Tripoli, Algeri e Rabat, abituati da anni ad abbandonare a se stessi gruppi di centinaia di persone in zone frontaliere in pieno deserto

In Libia si registrano gravi episodi di violenze contro gli stranieri. Non esistono dati sulla cronaca nera. Nel 2006 Human rights watch e Afvic hanno accusato Tripoli di arresti arbitrari e torture nei centri di detenzione per stranieri, tre dei quali sarebbero stati finanziati dall’Italia. Nel settembre 2000 a Zawiyah, nel nord-ovest del Paese, vennero uccisi almeno 560 uomini nel corso di sommosse razziste.

Viaggiando nascosti nei tir hanno perso la vita in seguito ad incidenti stradali, per soffocamento o schiacciati dal peso delle merci 372 persone. E almeno 416 persone sono annegate attraversando i fiumi frontalieri: la maggior parte oggi nell’Evros tra Turchia e Grecia, come in passato nell’Oder-Neisse tra Polonia e Germania, nel Sava tra Bosnia e Croazia e nel Morava, tra Slovacchia e Repubblica Ceka e nel Tisza tra Serbia e Ungheria. Altre 114 persone sono invece morte di freddo percorrendo a piedi i valichi della frontiera, soprattutto in Turchia e Grecia. In Grecia, al confine nord-orientale con la Turchia, nella provincia di Evros, esistono ancora i campi minati. Qui, tentando di attraversare a piedi il confine, sono rimaste uccise 92 persone.

Sotto gli spari della polizia di frontiera, sono morte ammazzate 309 persone, di cui 53 soltanto a Ceuta e Melilla, le due enclaves spagnole in Marocco, 50 in Gambia, 132 in Egitto – di cui 94 alla frontiera con Israele – e altri 32 lungo il confine turco con l’Iran e l’Iraq. Almeno altre 25 persone sono state uccise dai contrabbandieri beduini del Sinai, in Egitto, tenuti ostaggio sulla rotta per Israele. Ma ad uccidere sono anche le procedure di espulsione in Francia, Belgio, Regno Unito, Germania, Spagna, Svizzera e l’esternalizzazione dei controlli delle frontiere in Marocco e Libia. Infine 41 persone sono morte assiderate, viaggiando nascoste nel vano carrello di aerei diretti negli scali europei. E altre 33 hanno perso la vita tentando di raggiungere l’Inghilterra da Calais, nascosti nei camion che da lì si imbarcano per Dover o sotto i treni che attraversano il tunnel della Manica, oltre a 12 morti investiti dai treni in altre frontiere e 3 annegati nel Canale della Manica.

“Mare Nostrum”, guerra ai migranti nel Mediterraneo Autore: Antonio Mazzeo da: controlacrisi.org

Nel Mediterraneo l’Italia fa la guerra ai migranti. Non dichiarata, certo, ma di guerra indubbiamente si tratta. Perchè le strategie, gli attori, gli strumenti, le alleanze e le modalità d’intervento sono quelli di tutte le guerre. E causano morte. Morti, tanti morti. Qualcuno ha storto il muso per il nome, Operazione Mare Nostrum. Una caduta di stile, un voler scimmiottare i fasti dell’impero romano? In verità esso risponde perfettamente al senso e agli obiettivi della messinscena ipermuscolare delle forze armate italiane.

Il Mediterraneo, per la Fortezza Europa, non è nè deve essere un mare di mezzo. Non è il luogo dei contatti, delle contaminazioni, delle solidarietà, delle trasformazioni. Nè un ponte di intercultura e pace. è invece il lago-frontiera, noi qua, loro là, un muro d’acqua invalicabile, dove vige la regola del più forte e del più armato. Un’area marittima di conflitti, stragi, naufragi causati, respingimenti, riconsegne e deportazioni manu militari. A chi scampa ai marosi e ai mitragliamenti delle unità navali nordafricane (pagate con i soldi italiani) spetta l’umiliazione delle schedature, delle foto segnalazioni e degli interrogatori a bordo di fregate lanciamissili e navi anfibie e da sbarco. Poi un trasbordo, un altro trasbordo ancora, le soste interminabili su una banchina di un porto siciliano, il tragitto su bus e pulmini super scortati da poliziotti e carabinieri sino alla detenzione illimitata in un centrodiprimaccoglienza-CIE-CARA, un non luogo per non persone, dove annientare identità, memoria, speranze. L’Operazione Mare Nostrum fu annunciata dal ministro Mario Mauro dopo la strage del 3 ottobre, quando a poche miglia da Lampedusa annegarono 364 tra donne, uomini e bambini provenienti dal continente africano e dal Medio oriente. Anche stavolta però l’incidente fu un mero casus belli. La nuova crociata contro chi fugge dalle ingiustizie, lo sfruttamento, gli ecocidi, era stata preparata infatti da mesi in tutti i suoi dettagli. Governo e Stato maggiore hanno rispolverato ad hoc l’armamentario linguistico delle ultime decadi: operazione militare e umanitaria, l’hanno ipocritamente definita, perché le guerre non devono mai essere chiamate con il loro nome per non turbare l’opinione pubblica e la Costituzione. «Si prevede il rafforzamento del dispositivo italiano di sorveglianza e soccorso in alto mare già presente, finalizzato ad incrementare il livello di sicurezza della vita umana ed il controllo dei flussi migratori», recita il comunicato ufficiale di Letta & ministri bipartisan. Un contorto giro di parole per mescolare intenti solidaristici a logiche sicuritarie e repressive, dove volutamente restano vaghi i compiti e le istruzioni date ai militari. Niente regole d’ingaggio, perché si possa di volta in volta sperimentare in mare se e come intervenire, se e come soccorrere, se e come allontanare, respingere o scortare a quei «porti sicuri» che il ministro Alfano ritiene esistano pure nella Libia dilaniata dalla nuova guerra civile.
In compenso però, in nome del Sistema Italia, non si contano le veline per descrivere in tutti i loro dettagli i dispositivi e le capacità tecniche dei mezzi impiegati per pattugliare il Mediterraneo. Anche perché, Mare Nostrum, è la migliore vetrina del complesso militare-industriale-finanziario di casa nostra: aerei, elicotteri, missili, unità navali, sommergibili, cannoni che aspiriamo a vendere ai paesi Nato e ai regimi partner della sponda sud mediterranea. Sistemi d’arma che nulla hanno a che fare con quello che in linguaggio militare si chiama «SAR Search and Rescue», ricerca e soccorso in mare, ma che invece delineano un modello di proiezione avanzata, aggressiva, di vera e propria penetrazione sino a dentro i confini degli stati nordafricani. Se si vogliono «arrestare i flussi migratori», come spiegano generali, ammiragli, politici di governo e opinion maker embedded, bisogna impedire a profughi e migranti di raggiungere le coste e le città portuali. Bloccarli nel deserto, detenerli nei lager del deserto e far fare il gioco sporco alle nuove polizie di frontiera che i Carabinieri armano e addestrano in Libia e nelle caserme in Veneto, Lazio, Toscana. Per intercettare e inseguire i rifugiati e i migranti in transito nel Sahara abbiamo attivato i famigerati «Predator», aerei senza pilota in grado di volare per decine di ore in qualsiasi condizione meteorologica. L’emblema della spersonalizzazione e della disumanizzazione delle guerre del XXI secolo, automi che spiano e sterminano persone senza il controllo umano. Vittime invisibili che devono restare invisibili. Non persone contro non persone.
Come tutte le guerre, quella ai migranti dilapida ingenti risorse finanziarie. Fonti di stampa filogovernative hanno previsto per l’Operazione Mare Nostrum-Mostrum un onere finanziario di circa 4 milioni di euro al mese ma, conti alla mano, la spesa potrebbe essere più che doppia. Il Sole 24 Ore ha preso a riferimento le «tabelle di onerosità» sul costo orario delle missioni delle unità navali, degli aerei e degli elicotteri impegnati nel Canale di Sicilia. Aggiungendo le indennità d’imbarco dei circa 800 marinai delle unità navali coinvolte (il personale militare destinato al «contenimento» delle migrazioni è però di non meno di 1.500 uomini), il quotidiano di Confindustria ha calcolato una spesa media giornaliera di 300 mila euro, cioè 9 milioni al mese a cui vanno aggiunti 1,5 milioni di euro per le unità costiere già in azione da tempo: totale 10,5 milioni. La rivista specializzata Analisi Difesa ritiene invece che la spesa complessiva sfiorerà i 12 milioni al mese. Dato che il governo non ha previsto stanziamenti aggiuntivi sul capitolo «difesa», è presumibile che il denaro per alimentare la macchina militare anti-migranti sarà prelevato dal fondo straordinario di 190 milioni di euro messo a disposizione per far fronte alla nuova emergenza immigrazione. Cioè: da qui a fine anno bruceremo in gasolio e pattugliamenti aeronavali il 20% di quanto destinato per «sostenere», «soccorrere» ed «accogliere». In perfetto stile shock economy, dopo le armi e le guerre arriva la ricostruzione: lager e tendopoli dove stipare corpi a cui abbiamo rubato l’anima, la cui malagestione è affidata alla misericordia di cooperative, Onlus e associazioni del privato sociale. A loro va l’altra metà del business migranti: un affaire di milioni e milioni di euro dove la dignità dell’uomo vale meno di nulla.

Mare Monstrum, guerra ai migranti nel Mediterraneo di Antonio Mazzeo

Mare Monstrum, guerra ai migranti nel Mediterraneo

di Antonio Mazzeo

Nel Mediterraneo l’Italia fa la guerra ai migranti. Non dichiarata, certo, ma di guerra indubbiamente si tratta. Perché le strategie, gli attori, gli strumenti, le alleanze e le modalità d’intervento sono quelli di tutte le guerre. E causano morte. Morti, tanti morti.

Qualcuno ha storto il muso per il nome,Il nome, Operazione Mare Nostrum. Si è detto che c’era una caduta di stile, un voler scimmiottare i fausti dell’impero romano. In verità esso risponde perfettamente al senso e agli obiettivi della messinscena ipermuscolare delle forze armate italiane. Il Mediterraneo, per la Fortezza Europa, non è né deve essere un mare di mezzo. Non è il luogo dei contatti, delle contaminazioni, delle solidarietà, delle trasformazioni. Né un ponte di intercultura e pace. È invece il lago-frontiera, noi qua, loro là, un muro d’acqua invalicabile, dove vige la regola del più forte e del più armato. Un’area marittima di conflitti, stragi, naufragi causati, respingimenti, riconsegne e deportazioni manu militari. A chi scampa ai marosi e ai mitragliamenti delle unità navali nordafricane (pagate con i soldi italiani) spetta l’umiliazione delle schedature, delle foto segnalazioni e degli interrogatori a bordo di fregate lanciamissili e navi anfibie e da sbarco. Poi un trasbordo, un altro trasbordo ancora, le soste interminabili su una banchina di un porto siciliano, il tragitto su bus e pulmini super scortati da poliziotti e carabinieri sino alla detenzione illimitata in un centrodiprimaccoglienza-CIE-CARA, un non luogo per non persone, dove annientare identità, memoria, speranze.

L’Operazione Mare Mostrum fu annunciata dal ministro Mario Mauro dopo la strage del 3 ottobre, quando a poche miglia da Lampedusa annegarono 364 tra donne, uomini e bambini provenienti dal continente africano e dal Medio oriente. Anche stavolta però l’incidente fu un mero casus belli. La nuova crociata contro chi fugge dalle ingiustizie, lo sfruttamento, gli ecocidi, era stata preparata infatti da mesi in tutti i suoi dettagli. Governo e Stato maggiore hanno rispolverato ad hoc l’armamentario linguistico delle ultime decadi: operazione militare e umanitaria, l’hanno ipocritamente definita, perché le guerre non devono mai essere chiamate con il loro nome per non turbare l’opinione pubblica e la Costituzione. “Si prevede il rafforzamento del dispositivo italiano di sorveglianza e soccorso in alto mare già presente, finalizzato ad incrementare il livello di sicurezza della vita umana ed il controllo dei flussi migratori”, recita il comunicato ufficiale di Letta & ministri bipartisan. Un contorto giro di parole per mescolare intenti solidaristici a logiche sicuritarie e repressive, dove volutamente restano vaghi i compiti e le istruzioni date ai militari. Niente regole d’ingaggio, perché si possa di volta in volta sperimentare in mare se e come intervenire, se e come soccorrere, se e come allontanare, respingere o scortare a quei “porti sicuri” che il ministro Alfano ritiene esistano pure nella Libia dilaniata dalla guerra civile.

In compenso però, in nome del Sistema Italia, non si contano le veline per descrivere in tutti i loro dettagli i dispositivi e le capacità tecniche dei mezzi impiegati per pattugliare il Mediterraneo. Anche perché, Mare Mostrum, è la migliore vetrina del complesso militare-industriale-finanziario di casa nostra: aerei, elicotteri, missili, unità navali, sommergibili, cannoni che aspiriamo a vendere ai paesi NATO e ai regimi partner della sponda sud mediterranea. Sistemi d’arma che nulla hanno a che fare con quello che in linguaggio militare si chiama “SAR – Search and Rescue”, ricerca e soccorso in mare, ma che invece delineano un modello di proiezione avanzata, aggressiva, di vera e propria penetrazione sino a dentro i confini degli stati nordafricani. Se si vogliono “arrestare i flussi migratori”, come spiegano generali, ammiragli, politici di governo e opinion maker embedded, bisogna impedire infatti a profughi e migranti di raggiungere le coste e le città portuali. Bloccarli nel deserto, detenerli nei lager del deserto e far fare il gioco sporco alle nuove polizie di frontiera che i Carabinieri armano e addestrano in Libia e nelle caserme in Veneto, Lazio, Toscana. Per intercettare e inseguire i rifugiati e  i migranti in transito nel Sahara abbiamo attivato i famigerati “Predator”, aerei senza pilota in grado di volare per decine di ore in qualsiasi condizione meteorologica. L’emblema della spersonalizzazione e della disumanizzazione delle guerre del XXI secolo, automi che spiano e sterminano persone senza il controllo umano. Vittime invisibili che devono restare invisibili. Non persone contro non persone.

Come tutte le guerre, quella ai migranti dilapida ingenti risorse finanziarie. Fonti di stampa filogovernative hanno previsto per l’Operazione Mare Nostrum-Mostrum un onere finanziario di circa 4 milioni di euro al mese ma, conti alla mano, la spesa potrebbe essere più che doppia. Il Sole 24 Ore ha preso a riferimento le “tabelle di onerosità” sul costo orario delle missioni delle unità navali, degli aerei e degli elicotteri impegnati nel Canale di Sicilia. Aggiungendo le indennità d’imbarco dei circa 800 marinai delle unità navali coinvolte (il personale militare destinato al “contenimento” delle migrazioni è però di non meno di 1.500 uomini), il quotidiano di Confindustria ha calcolato una spesa media giornaliera di 300 mila euro, cioè 9 milioni al mese a cui vanno aggiunti 1,5 milioni di euro per le unità costiere già in azione da tempo: totale 10,5 milioni. La rivista specializzata Analisi Difesa ritiene invece che la spesa complessiva sfiorerà i 12 milioni al mese. Dato che il governo non ha previsto stanziamenti aggiuntivi sul capitolo “difesa”, è presumibile che il denaro per alimentare la macchina militare anti-migranti sarà prelevato dal fondo straordinario di 190 milioni di euro messo a disposizione per far fronte alla nuova emergenza immigrazione. Come dire che da qui alla fine dell’anno bruceremo in gasolio e pattugliamenti aeronavali il 20% di quanto è stato destinato per “sostenere”, “soccorrere” ed “accogliere”. In perfetto stile shock economy, dopo le armi e le guerre arriva la ricostruzione: lager e tendopoli dove stipare corpi a cui abbiamo rubato l’anima, la cui malagestione è affidata alla misericordia di cooperative, Onlus e associazioni del privato sociale. A loro va l’altra metà del business migranti: un affaire di milioni e milioni di euro dove la dignità dell’uomo vale meno di nulla

Fortezza Europa, un affare per intelligence, militari e soliti noti | Autore: stefano galieni da: controlacrisi.org

È ormai passato un mese dall’ecatombe sulle coste di Lampedusa. Va ricordato, 369 vittime accertate, il più grave disastro marino nel Mediterraneo dalla Seconda Guerra Mondiale. Si è parlato con clamore dell’operazione Mare Nostrum che ha portato l’Italia ad agire unilateralmente per poter mettere in campo strumenti atti al salvataggio di vite umane, a Lampedusa i superstiti, alcuni bambini, alcuni orfani, dormono ancora nella sporcizia di un centro strapieno. Il 25 ottobre, dopo l’incontro a Bruxelles, il Presidente del Consiglio italiano, Enrico Letta annunciava trionfante: tutte le nostre richieste sono state seriamente prese in considerazione. Una bugia colossale. Per comprendere la portata della menzogna, basta andare più a Sud.

“Back to Libya”
Nessuno o pochi si domandano cosa accade dall’altra parte del Mediterraneo, ad esempio in quella Libia “liberata e democratica” in cui alcune aree sono ancora controllate da milizie armate e con cui il governo italiano e l’Europa intera stringono accordi sempre più impegnativi. Chiaramente in ballo ci sono gli immensi interessi connessi alla ricostruzione, alla realizzazione di infrastrutture, alle risorse energetiche di tale Paese, allo stesso tempo e neanche tanto sottobanco le richieste di apertura di corridoi umanitari sono state sostituite dal ritorno all’esternalizzazione delle frontiere. Si titola tranquillamente sui giornali di lingua inglese Back to Libya (ritorno in Libia) per ingressi considerati indesiderati. E su questo filone dall’Europa e dall’Italia spuntano come funghi risorse economiche per intensificare le collaborazioni, si aprono progetti e agenzie, si assume personale.

 

Agenzia Eubam, il controllo nelle retrovie
Lanciata il 22 maggio scorso è ora operativa una agenzia denominata EUBAM (European Union Border Assistence Mission) Libia. Scopo dichiarato dell’Agenzia è quello di formare personale e definire programmi per un maggior controllo ai confini libici, sia quelli terrestri, verso i paesi del Sud sia quelli marittimi. Nei giorni scorsi è stato dato ampio risalto al fatto che l’Eubam avesse elogiato la Guardia Costiera della Marina Libica che ha salvato 150 migranti bloccati in un gommone. Sulla suddetta imbarcazione erano stati poi ritrovati vestiti tanto da far temere l’ennesima strage, invece due motovedette da 12mt che avevano intercettato il gommone in panne a 120 miglia al largo dalla costa libica erano prontamente intervenute. «Vorrei lodare le azioni della Guardia costiera e gli equipaggi coinvolti in questo salvataggio – ha detto il trainer della Guardia costiera di Eubam David Aquilina- Nonostante le funzionalità limitate hanno mostrato coraggio e impegno, e rischiato la propria vita, nello svolgimento di questa azione».

 

Finanziamenti Ue, progetto Usa
Eubam Libya ha numerose particolarità è finanziata dall’Europa (per quest’anno 30 mln di euro) ma è stata voluta dagli Usa; è ufficialmente una agenzia civile ma le assunzioni, almeno in Italia passano per il vaglio del ministero della Difesa. La sede a Tripoli è condivisa con gli operatori di FRONTEX, difficilmente per diminuire le spese. Eubam sarà fino al maggio 2014 guidata da un dirigente delle dogane finlandese, colonnello della riserva finnica, Antti Juhani Hartikainen e ha base presso l’Hotel Corinthia di Tripoli, lo stesso sito da cui è stato prelevato, in una azione di guerriglia ancora mai chiarita il premier libico Zeinadi. Entro dicembre 2013, dovrebbe essere aperto un “normale” Hq entro il 1° dicembre. Lo staff completo prevede di avere 80 dipendenti dell’Ue entro marzo 2014 e 111 a regime; avranno a disposizione anche 54 assistenti locali e 54 guardie del corpo. L’appalto Eubam dice che l’uso della forza dovrà essere in linea con la legge libica e con la convenzione delle Nazioni Unite sulla sicurezza privata. Il loro lavoro, secondo il servizio esteri dell’Ue, non è quello di fare pattuglie o ricerche sul campo, ma di aiutare il governo libico a creare una «strategia di gestione delle frontiere» e di «migliorare il quadro giuridico e istituzionale di gestione delle frontiere (…) potranno anche insegnare le “competenze tecniche” ai doganieri libici».

 

30 milioni di euro l’anno, un affare per intelligence e società private
L’operazione avrà un costo di 30 milioni di euro all’anno. Essendo la Libia un importante punto di transito per i migranti africani verso l’Europa, riporta EUobserver, Eubam «dovrebbe, a tempo debito, rafforzare le autorità libiche nella capacità di gestire i crimini di frontiera, compresa la tratta di persone e la migrazione illegale». Si legge poi che l’agenzia di controllo delle frontiere dell’Unione europea, Frontex, ha anche in programma una serie di «concrete (…) attività» in Libia sotto la bandiera proprio di Eubam. Il nuovo quartier generale Eubam a Tripoli diventerà una risorsa per intelligence europea. Si tratta di un incarico che fa gola a molte società. Page Groups , Argus Security e una manciata di altri giocatori di medie dimensioni starebbero concorrendo per gestire la sicurezza dell’Ue. Oggi il mercato è più competitivo: numerosi operatori di sicurezza privati che non hanno più affari in Iraq e presto dovranno uscire dall’Afghanistan sulla scia del ritiro militare di Isaf, stanno rivolgendo le loro attenzioni all’UE, che dipende totalmente da operatori privati per proteggere le sue ambasciate, le missioni di osservatori elettorali e i posti di monitoraggio delle migrazioni.

 

Interessi Ue a tutto campo in Libia
La missione oggi ospitata al Corinthia Hotel è ancora custodita da Argo, una piccola ditta francese, che si occupa anche di proteggere l’ambasciata Ue in Libia. L’Ue sta valutando due società: Aegis, società britannica di sicurezza, o GardaWorld, azienda canadese, per proteggere EUBAM con un contratto del valore di 6.200.000 euro l’anno a partire dal 1° novembre 2013. Secondo il documento di gara comunitario, la società dovrà creare e gestire «una sala operazioni e controllo funzionante h24 e 7 giorni su 7» per fornire «analisi di alta qualità sulla situazione di sicurezza” e di presentare «rapporti di sicurezza quotidiana, settimanale, mensile e semestrale» per le strutture dell’Ue. Insolitamente, la società privata vincitrice dovrà ottenere il nulla osta dai servizi di intelligence nazionali per gestire i file che verranno classificati “SECRET UE”. Richard Dalton, ambasciatore britannico in Libia nel periodo 1999-2002, ha detto che la missione dovrebbe lavorare a stretto contatto con l’élite post-Gheddafi tramite un comitato di alti funzionari libici di Giustizia e Interni, magistratura, società petorlifere e servizi di intelligence per dare loro la “proprietà” del progetto svolto da Eubam. Per Nick Witney, ex capo della sicurezza dell’Agenzia europea per la difesa di Bruxelles, Eubam può promuovere i più ampi interessi dell’Ue nel paese ricco di petrolio: «È un modo di creare contatti e influenza. In ultima analisi, è quello che la Pesdc dovrebbe fare». In termini di costruzione dell’influenza in Libia, L’Ue sta camminando sul filo del rasoio. Nel 2012, ha infastidito Tripoli con l’assunzione di una società di sicurezza britannica, la G4s, a guardia all’ambasciata comunitaria senza chiedere il permesso al governo. Sembra assente l’Italia nonostante i forti legami storici e culturali con la Libia e la sua posizione strategica verso quanto rappresentato da Tripoli. Curioso notare come l’Italia avrebbe tutte le competenze e le professionalità per essere in testa al processo ma resta indietro perché impegnata a guardarsi l’ombelico della politica nazionale. Intanto società petrolifere inglesi, francesi e spagnole, prima assenti o poco presenti in quello scenario, scorrazzano tra i pozzi di petrolio libici.

 

In guerra con l’Africa
Intanto il 2 dicembre, entrerà in funzione negli Stati dell’Europa meridionale un programma di sorveglianza alle frontiere denominato Eurosur (European Exeternal Border Surveillance System) destinato, come confermato da un rapporto di Frontex, a “Ridurre il numero di coloro che entrano irregolarmente in Europa; ridurre il numero di decessi di migranti irregolari, salvando più vite in mare, incrementare la sicurezza interna in Europa, contribuire alla prevenzione della criminalità alle frontiere” Indicazioni generiche che spesso cozzano le une con le altre ma che si traducono sostanzialmente in una rete di sistemi militari e di comunicazione, del valore di diverse centinaia di milioni di euro, che setaccerà e controllerà l’intero bacino del Mediterraneo, mettendo in correlazione gli Stati europei con Frontex. Nonostante tante alte personalità che ne difendono l’operato, dal Presidente Napolitano alla Commissaria europea Malmstrom, passando per l’attuale premier Letta, l’agenzia militare istituita nel 2005 per pattugliare le frontiere e respingere gli immigrati ritenuti “illegali” è stata accusata più volte, dalle organizzazioni non governative, di violazione dei diritti umani Di fatto, pur intervenendo raramente in operazioni di salvataggio- ad esempio due unità spagnole di Frontex erano ancorate a Lampedusa il giorno prima del naufragio e non si sono neanche mosse – l’agenzia ha reso solamente più rischiosi e costosi i viaggi, più spietati i trafficanti, tanto che le morti in mare sono cresciute esponenzialmente. Eurosur servirà ad incrementare le risorse economiche e i poteri che l’agenzia Frontex possiede; l’agenzia dispone già di un ricco portafoglio (85 milioni per il solo 2013), che è servito e serve tuttora a mantenere attive le diverse missioni nel Mediterraneo, che hanno portato al respingimento di decine di migliaia di uomini, attraverso specifiche missioni: Poseidon, nel tratto di terra tra la Grecia e la Turchia, segnato dal fiume Evros; Indalo e Minerva, nello stretto di Gibilterra; Hermes, realizzata per “fronteggiare i flussi migratori eccezionali” conseguenti alle primavere arabe, nel tratto tra la Tunisia, la Libia e le coste italiane. Si tratta di agenzie di vero e proprio business, tanto onerose quanto inutili di cui è piena la storia dell’U.E. e non solo. Pochi ricordano che nel 2002, la NATO aveva disposto un piano di pattugliamento nel Mediterraneo per intercettare eventuali carichi illeciti di armi e uomini. L’operazione, denominata Active Endeavour, è stata finanziata dall’Italia con ben 230 milioni di euro, sono state perquisite quasi 100mila navi merce, ma non ha prodotto alcun risultato concreto. E ancora la missione Seahorse, in collaborazione con i Paesi dell’Europa mediterranea e con gli Stati del Maghreb, progettata con lo scopo di addestrare nuove reclute in Libia, Egitto Tunisia e Algeria. A detta del rapporto realizzato dall’associazione Lunaria Costi Disumani, le cifre stanziate soltanto dallo Stato italiano, nell’arco di tempo che va dal 2005 al 2012, per la sorveglianza delle frontiere e il respingimento dei migranti irregolari si aggirano attorno agli 1.3 miliardi di euro. Cifre estremamente alte stanziate per finanziare missioni che non solo non hanno affatto, come prevedibile, fermato i traffici umani nel Mediterraneo, ma che, anzi, hanno messo gli schiavisti nelle condizioni di avere nuova “merce” da spedire in Europa ad ogni giro, grazie al gioco dei respingimenti.

 

Eurosur, cassaforte ricca per altri affari sulla pelle di chi viene respinto
Nel giorno della strage di Lampedusa, la stessa Commissaria Cecilia Malmström ha ricordato che la Commissione ha in programma un ulteriore investimento in Eurosur, dove “sur” sta per “surveillance”, dal costo di 340 milioni di euro fino al 2020. Altri soldi per blindare i confini con apparecchiature sempre più sofisticate, ma sempre esternalizzando il border control ai paesi di transito. Caratteristica comune di questi faraonici e crudeli progetti è che nelle loro linee guida manca qualsiasi concreto riferimento all’accoglienza e alla tutela dei diritti umani. Un approccio esclusivamente securitario, già criticato dalle Nazioni Unite perché si limita a contrastare e reprimere la migrazione, spesso criminalizzando le vittime dei trafficanti, senza considerare le cause degli spostamenti, senza intervenire politicamente sui paesi di origine e di transito, senza strutturare un sistema di asilo comune e condiviso all’interno dell’Unione. Lo ha affermato lo special rapporteur Onu François Crépeau, ad esempio, che studia da anni i flussi migratori nel Mediterraneo e più volte ha accusato la politica europea di esternalizzare la sorveglianza dei confini in paesi che non rispettano i diritti minimi. In Libia, ad esempio, dopo la caduta del regime, gli africani sub-sahariani sono perseguitati e discriminati perché sospettati di avere lavorato come mercenari per Gheddafi. «Se si continua a criminalizzare la migrazione irregolare, senza adottare nuovi canali legali, che permettano di raggiungere una destinazione in modo sicuro, il numero delle persone che rischiano la vita in mare può solo aumentare», ha ricordato Crépeau all’incontro annuale dell’Onu su migrazione e sviluppo che si è recentemente tenuto a New York. Comunque per chi è in cerca di lavoro Eubam assume personale altamente qualificato, 110 posti, e con ottimo stipendio disponibile ad iniziare il lavoro in Libia dal febbraio prossimo. La selezione del personale è effettuata dal SAE (Servizio Europeo per l’Azione Esterna) Indispensabili, come requisiti per ottenere l’impiego, un ottima conoscenza dell’inglese, il nulla osta di “sicurezza” al livello richiesto, l’aver obbligatoriamente seguito un corso HEAT (Hostile, Environment Awareness Training), ovvero addestramento al lavoro in un ambiente ostile e poi altre specificità connesse alle mansioni svolte. Gran parte dei profili richiesti, dei requisiti che bisogna soddisfare per essere ammessi in questa operazione “civile” sembra tratta dal materiale necessario per i contractors i mercenari che vanno per la maggiore, nelle istruzioni si rammenta anche l’equipaggiamento necessario (ovviamente elmetto e giubbotto antiproiettile), torcia con batteria di riserva, passaporto con visto libico e senza timbri dello stato israeliano. Nel tempo necessario alla strutturazione (il termine per la presentazione delle domande è scaduto il 18 ottobre), la Missione ha visitato alcuni siti: Ra Ajdir, Ghadames, Misurata, Nalut e Sebha. E ha anche addestrato e fornito consulenza di gestione delle frontiere in alcuni di questi luoghi, la maggior parte in particolare a Ghadames, vicino ai confini algerino e tunisino. Seminari sulla sicurezza delle frontiere marittime e aeronautiche si sono svolti a Tripoli con i funzionari locali, ovviamente in collaborazione con Frontex. Da notare che le località in cui è transitata la Missione sono molto probabilmente le stesse da cui sono partite le ultime imbarcazioni. Si centinaia di milioni di euro a fronte di 646 vittime accertate in un mese nel Canale di Sicilia, respinti dal proprio Paese, respinti in Libia, respinti alla fine in mare.

La voce di Morricone per i migranti morti, omaggio alle vittime di Lampedusa | Fonte: redattoresociale.it | Autore: Jacopo Storni

La sua voce diventa quella di un migrante naufrago, una voce tenebrosa dal mare in tempesta, il suono dell’anima, implorante aiuto e gravido di speranze, sul crinale soffocante della morte. Ennio Morricone si fa testimone del nuovo olocausto, la strage dei profughi che sfidano il Mediterraneo. Ne “La voce dei sommersi” il grande Maestro italiano si immedesima in uno di loro, mescolando la sua voce alla musica minacciosa delle onde. Un componimento per commemorare le vittime delle stragi del 3 e dell’11 ottobre, ascoltato per la prima volta ieri sera nella chiesa di Santa Maria Incoronata a Milano, dove si è tenuta la preghiera interreligiosa in memoria dei migranti morti.

 

Ad aprire la serata proprio il componimento di Morricone, eseguito dai gruppi musicali Sukun Ensemble e Orchestra dei popoli, che hanno poi incantato i 300 presenti con brani che uniscono la tradizione occidentale a quella mediorientale. Tra i musicisti anche Giorgio Cocilovo, chitarrista di Renato Zero. Nel corso dell’iniziativa, organizzata dalla Casa dello spirito e della arti, sono stati rievocati alcuni passi significativi del Vangelo e del Corano e sono state lette alcune frasi provenienti dai diari delle vittime delle stragi ritrovati a Lampedusa. Non ha potuto partecipare Ennio Morricone perché impegnato in Russia, ma il suo messaggio è stato letto dalla nipote Francesca: “Queste note di dolore vogliono restituire per un attimo la voce dei morti del Mediterraneo, sono note di speranza affinché la musica sia portatrice di pace”.

Simboli della serata la croce e la mezzaluna islamica costruite con i resti dei barconi dall’artigiano lampedusano Francesco Tuccio, che diventeranno parte integrante del nascente centro interreligioso della Casa dello spirito e delle arti. All’esterno della chiesa anche un’altra suggestiva scultura dell’artista Pietro Coletta realizzata in rame e ferro: una barca a forma di bara con tante candele dentro, un albero maestro che si staglia al cielo e ha come vela una mezzaluna islamica. “Attraverso la musica e l’arte si possono unire i popoli” ha detto Arnoldo Mosca Mondadori, organizzatore dell’evento, che poi ha ricordato l’incontro con Morricone nella sua casa romana: “Gli ho portato una ventina di croci realizzate a Lampedusa, le ho messe sul suo divano e lui si è commosso, cominciando a intonare una voce imponente, come se volesse dipingere l’agonia di un migrante in mezzo al mare”. Presenti all’iniziativa, tra gli altri, il presidente della Casa della Carità Don Virginio Colmegna e il presidente della Comunità religiosa islamica italiana Abd al-Wahid Pallavicini.