Erdogan è stato sconfitto, i popoli hanno demolito la soglia di sbarramento da: www.resistenze.org – popoli resistenti – turchia – 10-06-15 – n. 547


EMEP | solidnet.org
Traduzione da piattaformacomunista.com

La dichiarazione del Partito del Lavoro (EMEP) di Turchia, parte integrante di HDP, sulle recenti elezioni.

09/06/2015

Un’importante tornata elettorale, con conseguenze politiche potenzialmente rilevanti, si è conclusa in Turchia. Con il 40,7% dei voti e 258 deputati l’AKP, il partito al potere, rimane il primo partito, ma non è riuscito a ottenere la maggioranza assoluta. Il partito socialdemocratico CHP ha preso il 25% dei voti e 132 delegati. Il MHP fascista ha preso il 16.5% dei voti e 80 deputati. Quanto all’HDP, l’alleanza elettorale di cui il nostro Partito è parte integrante, è riuscita ad ottenere il 13.1% dei voti e 80 deputati.

Dopo il colpo di Stato fascista del 12 settembre 1980, l’introduzione della soglia di sbarramento ha avuto come obiettivo quello di impedire ai rappresentanti del popolo curdo e alla classe operaia di entrare in parlamento.

Nelle precedenti elezioni del 2011, i candidati dell’alleanza a cui apparteneva il nostro Partito decisero di presentarsi come indipendenti per cercare di aggirare la soglia del 10%, riuscendo a conquistare il 6,5% dei voti e 35 seggi in parlamento. Quattro anni dopo, in queste elezioni, il sistema di sbarramento dietro il quale i partiti borghesi si sono nascosti, è stato demolito!

Così come la soglia è stata demolita, è stato anche distrutto il sogno di Tayyip Erdogan, leader di AKP, nonché presidente, di realizzare una dittatura in Medio Oriente attraverso il cambiamento della Costituzione e l’introduzione di un sistema presidenziale esecutivo.

Nei prossimi giorni discuteremo i risultati di questa “demolizione della soglia”, le conseguenze dei risultati elettorali nella situazione politica nel paese e il tipo governo che emergerà, o non emergerà, dal parlamento.

Ad ogni modo, possiamo fin d’ora attirare l’attenzione sui seguenti punti essenziali:

1) E’ chiaro che un consistente settore popolare ha votato HDP per la prima volta. Questo settore della società ha riconosciuto che l’appoggio ad HDP era l’unico modo per fermare l’AKP e ha votato di conseguenza. Ciò dimostra che la consapevolezza dei popoli supera quella dei partiti e dei circoli esterni alla classe. Questo è importante perché indica la possibilità di una rifondazione della vita politica nel paese.

2) Il popolo ha detto chiaramente “no” al sistema della presidenza esecutiva, all’AKP che è gestito da Erdogan come se fosse il suo partito personale, allo sfarzo del “Palazzo”, alle ruberie e alla corruzione, all’arroganza, al potere arbitrario, alla strumentalizzazione della religione e del Corano, alle brame personali per la dittatura, al tentativo di imbavagliare i media….

3) Questo risultato apre larghe possibilità alla lotta per una Turchia laica e democratica, la soluzione delle questioni curda e alevita e l’ampliamento delle libertà; così come dimostra la determinazione dei popoli nel rigettare i sogni di Erdogan di “conformare l’istruzione secondo criteri religiosi”, di formare una “gioventù religiosa”, di  creare la “società conservatrice”, una linea vicina a quella dei Fratelli Musulmani.

4) Questo risultato significa, allo stesso tempo, il rifiuto alle politiche dell’AKP in Medio Oriente ed è una sconfitta per tutte quelle organizzazioni e circoli islamisti che ricevono sostegno ideologico, diplomatico e finanziario dal governo dell’AKP.  All’opposto, è una fonte di forza morale e di motivazione per tutti coloro che lottano per un Medio Oriente laico e democratico, contro le forze integraliste e il terrorismo islamista.

5) Considerando che la formazione di un governo dall’interno di questo parlamento sarà difficile, le discussioni a breve verteranno senza dubbio sulle “elezioni anticipate”. Ma le elezioni del 7 giugno hanno suonato la campana della fine dell’era dell’AKP. Indipendentemente dalle probabili coalizioni con altri partiti, o dai tentativi di dar vita a un governo di minoranza, il lungo periodo di governo che può essere definito l’era di  Erdogan o dell’AKP è ormai alle nostre spalle.

6) Se Erdogan accetterà di diventare un presidente con i poteri limitati come i precedenti, o lui stesso o la Presidenza si trasformeranno rapidamente in un problema che avrà bisogno di essere “risolto.”

Tutti questi punti non si risolveranno da soli, ma saranno oggetto di lotte acute. La Turchia non sarà un paese “rose e fiori” per i vincitori delle elezioni. L’AKP ed Erdogan – anche se non saranno al governo – tenteranno con tutto il loro potere di perpetuare il loro regime, attraverso la presidenza della repubblica e i loro quadri all’interno dello Stato. Il declino del governo dell’AKP non vuol dire che la parte più difficile è stata superata. Ci attendono dure battaglie.

In ogni caso, la sostanza delle elezioni del 7 giugno è che c’è stata una dura sconfitta di Erdogan e dell’AKP, e una grande vittoria dei popoli.

Partito del Lavoro (EMEP), Turchia

 

Kobane solidale con Parigi. I curdi chiamano alla lotta contro i criminali fascisti da: controlacrisi.org

Sono stati loro ad affrontare e sconfiggere militarmente sul campo i tagliagole dell’Isis, la loro resistenza nella città di Kobane è stata ed è per questo il simbolo di una lotta che è diventata una speranza di liberazione non solo per il medio oriente ma anche per molti movimenti europei che guardano con sempre più attenzione il processo di confederazione democratica di tipo ecosocialista che si è avviata nella Rojava.  Oggi la coopresidenza delle comunità del Kurdistan ( KCK) ha preso parola rispetto all’attacco terrorista avvenuto nel cuore dell’Europa con un durissimo comunicato contro ” i criminali fascisti”.
“Noi condanniamo con forza l’attacco e il massacro condotto da criminali fascisti contro la rivista settimanale satirica e offriamo le nostre più profonde condoglianze alle famiglie ed ai parenti delle vittime,alla stampa frencese e al popolo francese. I criminali fascisti – si legge nel comunicato – che da lungo assediano tutti i popoli del Medio Oriente in particolare i curdi,hanno questa volta condotto un massacro a Parigi nel cuore dell’Europa.Questo attacco è finalizzato ad intimidire la consapevole opinione pubblica d’Europa. Quelli che hanno compiuto il massacro di Charlie Hebdo sono gli assassini che hanno sulle loro mani il sangue dei curdi,degli yezidi, degli arabi, degli assiri, dei turcomanni,dei siriaci, e di molti altri gruppi etnici e religiosi . Questa mentalità fascista nemica dei popoli e delle culture è cresciuta nel letamaio delle forze egemoniche ed è diventata una spina nel fianco di tutta l’umanità.I curdi e il movimento di liberazione curdo stanno effettuando la più determinata e valorosa lotta contro queste forze in Medio Oriente ,in particolare a Shengal (Sinjar) e a Kobani. Chiediamo a tutti i popoli europei e a tutta l’umanità insieme ai curdi e ad i popoli del Medio Oriente di intensificare la lotta congiunta contro questi criminali fascisti nemici dell’umanità.

L’industria degli armamenti francese è in piena espansione: + 43% degli ordini nel 2014! La guerra rende! da: www.resistenze.org – popoli resistenti – francia – 20-10-14 – n. 516

AC | solidarite-internationale-pcf.fr
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

12/10/2014

Siamo in piena crisi, apparentemente. E’ vero: scuole, università e servizi pubblici languono a causa dei sottofinanziamenti. E’ vero: gli stipendi sono bloccati, mentre i prezzi esplodono. Eppure almeno un settore è in forte espansione: l’industria delle armi.

I mercanti di armi francesi non possono nascondere il loro entusiasmo: questo governo è sicuramente una “sorpresa divina” per loro. Nel 2013, gli ordini militari francesi sono aumentati del 43%, per un totale di vendite pari a 6,8 miliardi euro.

La Francia resta “competitiva” sulla scena dei venditori di strumenti di morte, al 4° posto a livello mondiale, dietro Stati Uniti, Regno Unito e Russia, ma prima di Israele, che l’anno scorso era 4°.

Il Ministero della Difesa si congratula: il 2012 è stato buono per l’industria delle armi, l’anno 2013 migliore, ma il 2014 sembra ancor più promettente.

Molto pragmaticamente, il Ministero osserva che l’aumento delle esportazioni è sostenuto da “un contesto molto instabile a livello internazionale, in particolare in Medio Oriente”, alimentato da “conflitti armati in Siria e Gaza, dalle tensioni in Iraq, in Libia”.

La spesa militare in Medio Oriente è aumentata negli ultimi due anni del 30%. Allo stesso tempo, il 40% degli ordini francesi proviene dai paesi del Golfo, in particolare dall’Arabia Saudita che è di gran lunga il principale cliente della Francia.

Il settore degli armamenti può ringraziare la politica francese che ha contribuito all’instabilità regionale attraverso i suoi interventi in Libia, Mali, e ora in Siria e in Iraq. Questo caos significa distruzione: la morte è chiaramente vantaggiosa per gli affari.

Se entriamo un po’ più nel dettaglio dei numeri, vediamo che i nostri principali clienti nel 2013 sono stati l’Arabia Saudita (2 miliardi di euro) e il Marocco (600 milioni), seguiti dappresso da Emirati Arabi Uniti e Qatar.

I tre stati del Golfo menzionati, è noto, finanziano il terrorismo a livello regionale, giocano un ruolo chiave nella destabilizzazione della regione, oltre ad essere i regimi dittatoriali tra i più repressivi al mondo, negando diritti umani, legalizzando la schiavitù e prevedendo la pena di morte per il solo possesso di qualche grammo di hashish!

Sappiamo che l’Arabia Saudita e gli stati del Golfo finanziano i terroristi islamici che pretendiamo di combattere con le nostre bombe [nella guerra contro l’ISIS, ndt] , dopo averli sostenuti in Libia e Siria. Il mantenimento del clima di terrore, consente di armare tutti i contendenti in lizza, di rifornire tutti gli Stati della regione di materiali da guerra multifunzione.

Nel frattempo, negli ultimi tre anni, le azioni di Dassault alla Borsa di Parigi sono salite del 61%, del 70% quelle di Thales, e del 118% Safran! [riferimento a colossi francesi degli armamenti, ndt]

Come è bella la guerra per i trafficanti di armi! Per i popoli del Medio Oriente, del Nord Africa, vuol dire caos, distruzione e morte. Per il popolo francese, significa austerità ovunque e un esercito sempre meno impegnato nella sua missione primaria: la difesa nazionale.

Bayik: Gli Yazidi sono sopravvissuto grazie alle forze difesa popolare da: UIKI

Bayik: Gli Yazidi sono sopravvissuto grazie alle forze difesa popolare

Il co-Presidente del Consiglio Esecutivo dell’Unione delle Comunità del Kurdistan (KCK) Cemil Bayik, che ha parlato venerdì sera al canale televisivo MED NUÇE, ha avanzato valutazioni significative riguardo Sinjar, l’unità nazionale, la guerra in corso in Medio Oriente, la questione della lingua madre e la settimana di boicottaggio che il KCK ha chiesto nella prima settimana del nuovo anno scolastico.

Riferendosi alla migrazione dalla propria casa di persone Yazide, Bayik ha detto che gli Yazidi dovrebbero tornare indietro alle loro terre – dove hanno le loro origini e la loro storia, così come i luoghi sacri – al fine di non consentire alle bande dell’ISIS di realizzare il loro piano di ripulire questa regione di Yazidi, di migrazione forzata e di impedire il loro ritorno a casa.

Bayik ha detto che per raggiungere questo obiettivo, gli Yazidi devono predisporre il proprio sistema di autodifesa in quanto non possono fidarsi di nessuno, come è stato dimostrato da quanto è successo. Secondo Bayik gli Yazidi a Tal Afar dovrebbero formare insieme con i turkmeni un fronte comune di lotta contro l’ISIS. “Si può ricostruire la vita nelle loro terre assistendosi l’un l’altro e stando insieme contro le bande dell’ISIS. In questo modo possono purificare Tal Afar, Sinjar e Rabia dall’ISIS e vivere lì”, ha suggerito.

L’Esecutivo del KCK ha sottolineato che l’intervento di HPG e YPG il primo giorno era di vitale importanza, ricordando il fatto che il popolo Yazida non sarebbe sopravvissuto se non fosse stato per le forze dell’HPG e del YPG. “Se tutte queste persone fossero state massacrate, i curdi, il governo regionale curdo e i partiti curdi nel Kurdistan meridionale, non sarebbero stati in grado di comparire davanti all’umanità. L’intervento dell’HPG e del YPG ha fatto in modo che l’onore curdo non fosse calpestato, così come l’onore del Sud del Kurdistan e dei partiti, il KDP in particolare, e tutti lo devono al YPG, all’HPG e alle Unità di Resistenza di Sinjar che proteggevano i valori etici e morali dell’umanità così come delle fedi e delle religioni.”

Il co-Presidente del Consiglio Esecutivo del KCK ha sottolineato che l’ISIS è stato formato e sviluppato per colpire i curdi, con gli attacchi fin dall’inizio della rivoluzione del Rojava alle regioni curde e alle persone che determinano il destino delle loro terre attraverso le loro lotte e organizzazione. Bayik ha dichiarato che l’ISIS è stato portato avanti in modo da eliminare il modello del Rojava che è un’alternativa e una soluzione.

Riferendosi ad una discussione in corso nei paesi europei circa la rimozione del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) dalla lista delle organizzazioni terroristiche, Bayik ha detto che si sta finalmente accettando che il PKK è un movimento per la libertà, e che sta anche lottando per altri popoli e fedi diverse, e che persegue per loro lo stesso di ciò che vuole per i curdi. “Anche chi ha messo il PKK nell’elenco sta discutendone in questo momento la sua rimozione. Viene accettato che il PKK ha fatto a Sinjar quello che avrebbe dovuto fare, prevenendo massacri e proteggendo la dignità umana, le fedi, le religioni, le culture e i valori, mentre si è posto contro il terrorismo dell’ISIS. I popoli del Medio Oriente traggono forza dal PKK ora che la verità su di esso diventa più evidente.”

Bayik ha inoltre richiamato l’attenzione sul fallimento della cosiddetta conferenza di pace di Ginevra I e II per la Siria, e ha chiesto la riunione di una Conferenza di Ginevra 3 che – ha dichiarato – potrebbe fornire una base per la pace in Siria, in considerazione della maggiore probabilità verificatasi ora in cui gli stati internazionali e gli Stati Uniti concordano sulla lotta all’ISIS. “Tuttavia, i rapporti con il Rojava sono anche di vitale importanza per il raggiungimento dello scopo. Bisognerebbe anche stabilire una relazione con il regime siriano. La questione siriana può trasformarsi in situazione pacifica solo attraverso vie democratiche e l’unità della Siria”, ha sottolineato Bayik.

Commentando il processo di risoluzione in corso con il nuovo governo in Turchia, Bayik ha detto che il popolo curdo nel Nord del Kurdistan dovrebbe affrontare il processo con cautela, considerando le promesse non mantenute dal precedente governo che non ha nella pratica preso alcuna iniziativa. “I funzionari del governo dicono che il processo sta andando bene e forse lo stanno dicendo perché il leader Apo [Ocalan] sta dicendo così. Il leader Apo non sta dicendo che non c’è alcun problema o pericolo nel processo in corso. Dice ciò che deve accadere. “

In guardia anche contro le dichiarazioni che intendono dimostrare che il processo è in corso senza alcun problema, Bayik ha detto: “Questa è una guerra psicologica in cui vengono mantenuti l’assimilazione e il genocidio culturale, mentre il tempo lo si ottiene dando speranza a tutti i poteri della democrazia e dei popoli”.

Sottolineando che tutti i passi fatti nel processo finora sono stati il risultato degli sforzi compiuti da Ocalan, Bayik ha detto che la parte turca, la quale non ha adottato alcuna misura al servizio dello scopo del processo fino ad oggi, vuole ora ingannare il popolo dicendo che è pronta per i colloqui con Kandil e presenta il tutto come un nuovo passo.

L’Esecutivo del KCK ha osservato che tutti i passi che lo Stato turco ha finora messo in atto sono risultati nel genocidio culturale e nell’assimilazione, che ricordano la recente demolizione della statua di Mahsum Korkmaz, commentata come un attacco ai valori sacri dei curdi.

Bayik ha fatto notare che la gente dovrebbe continuare la lotta e basarsi sul processo solo dopo aver visto passi concreti da parte turca.

Il co-Presidente del KCK ha anche detto che i poteri della democrazia in Turchia dovrebbero spingere il governo a fare un passo, avvertendo che in mancanza del quale si andrebbe verso un’assenza di fiducia del pubblico e la guerra.

“Non ci sarà fiducia fino a quando le condizioni del leader Apo saranno migliorate e le delegazioni del negoziato saranno formate. I negoziati possono progredire soltanto assicurando le condizioni necessarie al Leader Apo”, ha sottolineato.

Riferendosi ad un recente invito avanzato dal KCK per una settimana di boicottaggio nella prima settimana del nuovo anno scolastico, Bayik ha detto che il popolo curdo dovrebbe protestare contro il sistema turco di istruzione che impone l’assimilazione e non consente loro di usare la lingua madre.

Bayik ha affermato che le istituzioni, i partiti e le organizzazioni curde, dovrebbero portare avanti il boicottaggio e organizzare manifestazioni di protesta fuori dalle direzioni dell’istruzione nazionale per chiedere l’istruzione nella lingua madre.

All’opinione pubblica internazionale e all’umanità che resiste da: TJKE- Europa Movimento delle Donne Curde

All’opinione pubblica internazionale e all’umanità che resiste

L’organizzazione terroristica IS (Stato Islamico), che sta compiendo massacri e genocidi nei confronti dei popoli, comunità religiose e società del Medio Oriente, che non porta altro che morte e brutalità e viene sfruttata dal sistema capitalistico come organizzazione di provocatori, in questo momento sta commettendo crimini di guerra in spregio degli umani per distruggere i valori di umanità in Kurdistan e nel Medio Oriente.

Al momento le bande aggressive e fasciste di IS proseguono con i loro attacchi con grandissima brutalità ed inimicizia nei confronti del Kurdistan a Kobanê, Mossul e Şengal (Sinjar). Persone vengono decapitate, messe in futa, donne violentate e bambini lasciati alla morte per fame e per sete.

Case e proprietà vengono distrutte e saccheggiate. Città sacre vengono date alle fiamme, saccheggiate, distrutte e sporcate. Persone anziane, sagge, vengono assassinate. Tutti coloro che sostengono la storia dei popoli e i valori dell’umanità sono bersaglio dei banditi di IS. La barbarie di IS prosegue i suoi orrendi attacchi come nemico dei popoli e delle comunità religiose.

Le bande di IS infibulano bambine, strumentalizzano donne come concubine come strumenti sessuali, vietano negozi di parrucchiere e violentano e riducono in schiavitù donne per “fidanzamenti religiosi” della durata di una o due ore. Come ha detto la parlamentare yezida Viyan Daxil, donne vengono vendute al mercato, violentate e considerate come bottino.

Le bande che da due anni compiono brutali attacchi nel Rojava (Kurdistan occidentale), il 3 agosto 2014 hanno iniziato ad attaccare Sengal e i suoi dintorni che si trovano nel Kurdistan meridionale, una delle regioni più preziose per il popolo curdo. Compiono massacri nei confronti del popolo yezida che appartiene ad una delle più antiche religioni tra il popolo curdo.

Come risultato di questi attacchi più di 10.000 curdi yezidi sono dovuti fuggire sul monte Sengal. Più di 30.000 donne, bambini e anziani sono stati costretti a lasciare le proprie case. Anche se tuttora non ci sono indicazioni precise sui numeri, si parla di migliaia di donne rapite da IS per essere vendute sul mercato degli schiavi o violentate.

Le persone che sono dovute fuggire in montagna per via della fame e della sete guardano la morte negli occhi. Più di 50 bambini sono già morti per mancanza di acqua e di cibo e il numero cresce ogni giorno. Secondo quanto affermano delegazioni che hanno visitato Sengal, centinaia di donne si sono suicidate per non cadere nelle mani di IS.

A Sengal in questo momento viene commesso un genocidio e un crimine contro l’umanità. Coloro che danno ogni tipo di sostegno ad IS che disprezza gli esseri umani ,e gli stati che tacciono sui massacri sono corresponsabili. Soprattutto la Turchia, l’Arabia Saudita, il Qatar, gli USA e gli Stati dell’UE sono corresponsabili di questi assassinii. Per garantire i propri interessi in Medio Oriente lasciano i popoli che vi risiedono, donne, religioni e culture a incredibili massacri.

Anche se ora gli USA e gli stati dell’UE dicono che è in atto una tragedia umanitaria e che provvederanno ad aiuti umanitari è evidente che il loro contributo all’espansione e alla radicalizzazione dei banditi di IS non spariranno per questo. Allo stesso modo non potranno nascondere il proprio silenzio di fronte agli attacchi al popolo palestinese. La politica di questi stati è una politica del divide-et-impera, che nutre conflitti tra gruppi etnici e religiosi nel Medio Oriente per rendere dipendete la regione, per poterla in questo modo sfruttare per i propri interessi imperialisti.

Come reazione a questa politica ora i popoli curdo, arabo, armeno ed assiro ora costituiscono una forza di difesa comune. I curdi e i popoli oppressi e le comunità religiose del Medio Oriente cercano di ribellarsi con i propri mezzi contro questi attacchi che disprezzano l’umanità. Cercano di proteggersi e di difendersi secondo il principio della legittima autodifesa. Le donne e uomini delle unità di guerriglia che al momento fanno resistenza nel Rojava e nel Kurdistan meridionale non si impegnano  solo per le donne e i popoli nel Kurdistan e nel Medio Oriente, ma per tutte le donne progressiste, alla ricerca della libertà, democratiche, e che resistono e per la dignità umana.

Come Movimento Europeo delle Donne Curde facciamo appello a tutte e tutti coloro che stanno dalla parte della libertà della democrazia e della parità di diritti a tutte e tutti i/le resistenti perché diano sostegno. Chiediamo a tutte e tutti di compiere del lavoro per il sostegno materiale e per la solidarietà e di essere solidali con il popolo a Sengal e nel Kurdistan!

10. agosto 2014

TJKE- Europa Movimento delle Donne Curde

La fatica di essere ebreo e difendere il popolo palestinese | Fonte: Il Manifesto | Autore: Stefano Sarfati Nahmad

Avrei voluto cele­brare la capa­cità d’integrazione e con­vi­venza di due cul­ture in uno Stato che sia da esem­pio in tutto il Medio Oriente, mi sarebbe pia­ciuto andare a Geru­sa­lemme, dalla Porta di Jaffo pren­dere un bus per Ramal­lah, girare per mer­ca­tini e poi, seduto al tavo­lino di un bar, sor­seg­giando un caffè al car­da­momo, scri­vere e rac­con­tare di un mondo di vil­laggi pale­sti­nesi e kib­butz che con­tri­bui­scono allo svi­luppo di una cul­tura e un’economia che sommi la memo­ria e l’esperienza del pas­sato con il dina­mi­smo e la voglia di futuro; avrei voluto poter andare con pia­cere a tro­vare i miei parenti a Tel Aviv, (i miei nonni scel­sero l’Europa, i loro scel­sero la Pale­stina), farmi stu­pire dalle gal­le­rie d’arte, dai grat­ta­cieli, dalle strade pedo­nali piene di bei negozi espres­sione dell’incontro di diverse cul­ture quella di ori­gine euro­pea e quella pale­sti­nese, così come Ber­lino agli inzi del ‘900 lo era per l’incontro della cul­tura ebraica e quella tedesca.

Pur­troppo dalla Guerra dei sei giorni del 1967, le cose sono andate diver­sa­mente: Israele stra­vinse e l’euforia si impa­dronì degli israe­liani sen­ten­dosi «a casa» a Geru­sa­lemme e nel resto dei ter­ri­tori pale­sti­nesi che da allora furono, e tut­tora sono, Ter­ri­tori Occu­pati. Tra poco saranno 50 anni di occu­pa­zione (l’Italia è stata occu­pata dai tede­schi un anno e mezzo e ancora oggi se si disputa la par­tita di cal­cio Ita­lia Ger­ma­nia sem­bra di sen­tirne l’eco), in que­sti decenni i pale­sti­nesi hanno pro­vato a ribel­larsi ma la schiac­ciante supe­rio­rità mili­tare israe­liana li ha sem­pre sof­fo­cati con la forza delle armi. Eppure, una delle armi più potenti che ha con­sen­tito lo Stato di Israele di por­tare avanti que­sta poli­tica, non è mili­tare bensì di natura sim­bo­lica: essendo nato all’indomani della Shoah, è sem­pre stato iden­ti­fi­cato come uno stato «vit­tima». Inol­tre l’antipatia del mondo occi­den­tale verso il mondo arabo, lo ha iden­ti­fi­cato come un popolo aggres­sivo a cui è stato asso­ciato il ter­mine «ter­ro­ri­sta» in par­ti­co­lare dopo l’undici set­tem­bre 2001. La sto­ria del con­flitto israelo-palestinese è pieno di que­sti slit­ta­menti seman­tici che hanno celato la verità dei fatti sul ter­reno. Quando noi Ebrei Con­tro l’Occupazione nel 2001 abbiamo ini­ziato a pren­dere posi­zione a favore dei pale­sti­nesi, abbiamo tro­vato forti resi­stenze alla nostra «nar­ra­zione» non solo nel mondo ebraico ita­liano, ma anche nella poli­tica ita­liana, com­presa una buona parte della sini­stra (il Mani­fe­sto è stato uno dei pochis­simi gior­nali ad averci dato spa­zio), e il motivo è pro­prio che essa nar­ra­zione non si adat­tava all’immagine del con­flitto nel senso comune.

La mia sen­sa­zione è che oggi qual­cosa sia cam­biato. Sarà che ormai l’immagine di Israele vit­tima è troppo logo­rata dalle foto e dai video di morte e distru­zione che quo­ti­dia­na­mente stanno arri­vando, ma l’aria che tira secondo me è diversa. Mi ha molto col­pito una let­tera di un let­tore del quo­ti­diano Metro del 21 luglio dal titolo: «Fra­telli ebrei cosa vi suc­cede?» che a un certo punto, rivol­gen­dosi appunto agli ebrei, scrive: «I vostri cuori sono tanto indu­riti da non avver­tire le carni dei mar­tiri bru­ciare, non sen­tire il sin­ghiozzo spa­ven­tato dei bam­bini, non vedere il ter­rore di un popolo ridotto alla fame e alla fuga su car­retti trai­nati da somari abban­do­nando alle spalle quat­tro stracci di ricordi e brani di corpi spez­zati dalle bombe a grap­polo?». Que­sta let­tera mi ha fatto sen­tire intrap­po­lato: caro Clau­dio, a chi ti stai rivol­gendo? A me che mi sono aper­ta­mente schie­rato e insieme ai miei com­pa­gni sono sfi­lato in una mani­fe­sta­zione con tanto di stri­scione «Ebrei con­tro l’occupazione» a fianco dei pale­sti­nesi? Ti stai rivol­gendo a que­gli ebrei che in Ita­lia e nel mondo hanno sem­pre e incon­di­zio­na­ta­mente preso le difese di Israele? Parli agli israe­liani, o escludi quelli che hanno fatto obie­zione di coscienza? Apprezzo che parli col cuore in mano e senza paura ma per favore non cadere anche tu nella trap­pola dell’identità che mette tutta l’erba in un solo fascio.

Sì, il mio cuore è sicu­ra­mente indu­rito, fac­cio fatica a fre­quen­tare amici ebrei per non dover toc­care «l’argomento», non vado in Israele, e ora toc­cherà anche difen­derli da un sen­ti­mento cre­scente di odio che per­so­naggi in cerca di argo­menti vanno fomentando.

Medio oriente, se la diaspora di Al Quaeda finisce cambia nuovamente lo scacchiere Autore: anastasia latini da: controlacrisi.org

La divisione tra le due macrocorrenti dell’Islam iniziò appena dopo la morte di Maometto e l’apertura della diatriba per la successione del Profeta. Volendo semplificare eccessivamente una serie di eventi molto complessi, diciamo che mentre alcuni ritenevamo che la Parola e il califfato di Maometto dovessero essere gestiti dai suoi discendenti diretti, altri, i sunniti (dal termine Sunna: “tradizione, codice di comportamento”), erano sostenitori di Abu Bakr, suo amico e suocero, che la spuntò e venne eletto quarto califfo, dando inizio ad un monopolio sunnita ai vertici del potere che perdurò per secoli. Gli sciiti, al contrario, seguono l’imam, una figura molto importante per la religione musulmana, considerato un intermediario per la salvezza, che trasmette il principio divino che lo anima al successore dopo la propria morte. Questo processo viene personificato dagli ayatollah iraniani, mentre si attende il ritorno del Mahdi, l’imam nascosto, ultimo discendente di Maometto che un giorno tornerà a illuminare l’Islam.
La conclusione fu la nascita di due confessioni: lo sciismo, la corrente minoritaria dell’islamismo (approssimativamente si calcola che su 1,2 miliardi di persone che professano la religione musulmana, solo 300 milioni siano sciite) e il sunnismo, la corrente maggioritaria che prende le mosse dalle monarchie arabe della Penisola.A secoli di distanza, la guerra tra sunniti e sciiti non si è mai fermata e prende le forme moderne di diversi gruppi armati che si battono per la restaurazione di un califfato in Medio Oriente, contro la corruzione generata dall’avvicinamento dell’Occidente (e dalle sue molte invasioni) e per annientare quella che viene vista come (e che in alcuni casi di fatto è) una dittatura sciita. Sia a Baghdad che a Damasco è infatti la minoranza sciita a detenere il potere: ora al vertice del governo iracheno siede al Maliki, il quale ha tagliato la testa alla coalizione sunnita, estromettendola di fatto dalla scena politica e radicalizzando le tensioni tra i due gruppi militarizzando il paese, con le conseguenze che noi tutti vediamo. Al di là del confine abbiamo Bashar al Assad, sciita alawita, il quale è al centro di una guerra civile che sta massacrando la popolazione a maggioranza sunnita da tre anni e che ha attirato in Siria ogni sorta di gruppo armato, compresi i combattenti di Al Qaeda sopravvissuti all’offensiva statunitense. E’ infatti proprio ciò che è nato dal tronco di Al Qaeda che si offre come alternativa per i sunniti oppressi della Mezzaluna. Molte cellule, che secondo alcune stime sono attive in trenta paesi, continuano a perseguire l’obiettivo dell’organizzazione madre, anche se alcune si sono distaccate da questa a seguito del cambio di leadership dopo la morte di bin Laden nel 2011 e il passaggio dello scettro a Ayman al-Zawahiri, rispuntato recentemente in un’intervista audio in cui esortava i musulmani sunniti ad imbracciare le armi contro “il regime criminale di al Assad” e ai combattenti jihadisti di mettere fine alla lotta intestina e unirsi contro il nemico comune.

Appello a quanto pare ricevuto dalle fazioni di al Nusra e Isil, le quali si sono scontrate per mesi accusandosi di servire gli interessi di Assad , che secondo le ultime notizie si sono incontrate nella città di confine di Abukamal dove hanno raggiunto un accordo. Secondo l’ONDUS (l’Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria) i capi delle due organizzazioni si sono riunite riconoscendo l’autorità di al-Zawahiri, benché si siano distaccate in passato dalla guida del fronte egiziano, specialmente l’Isil, la quale riteneva che fosse necessario creare un centro territoriale assoggettato, il califfato appunto, da cui far partire la crociata jihadista, mentre la dirigenza di al Qaeda vietò di creare lo Stato islamico prima che gli infedeli e gli occidentali non fossero stati cacciati dal Medio Oriente.

Una foto messa su Twitter da uno dei combattenti dell’Isil conferma la tregua di fatto e sembra che uno dei leader di a Nusra abbia giurato fedeltà alla sua controparte dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante, che a questo punto potrebbe avere libero accesso alle due parti di un confine già molto poroso. Le due metà di al Qaeda si sono insomma riunite, aggravando ancora di più una situazione che vede minacciata non solo l’unità territoriale di uno stato già al collasso, ma che rischia di far esplodere l’intera regione, rafforzando l’organizzazione terroristica più pericolosa al mondo.Stati Uniti e l’Iran sciita degli ayatollah sembrano pensarla allo stesso modo riguardo la pericolosità dei ribelli jihadisti, tanto da spingere il segretario di Stato Kerry a dichiarare di voler avviare un negoziato con gli iraniani per frenare l’Isil, ovvero da una parte incitare gli sciiti iracheni alla ribellione e dall’altra supportarli con raid aerei americani, quindi con i droni, come richiesto dallo stesso Maliki ad Obama. Lo scenario è ancora fantapolitica dati i conti in sospeso tra le due potenze, come ad esempio riguardo il nucleare.

Ma l’Isil non può essere arginato che da un intervento deciso della comunità internazionale, che si vedrebbe altrimenti un califfato sunnita guidato da terroristi di al Qaeda nel bel mezzo del Medio Oriente, che seguirebbe la via dell’espansione come è tra i principi ispiratori del gruppo e sprofonderebbe in un bagno di sangue tutto il mondo musulmano. Per quanto sembrasse ridicola questa ipotesi fino a qualche mese fa sembra incredibilmente concreta oggi. La domanda a questo punto può essere un’altra: cosa fa l’Unione Europea in tutto ciò?