Nino Di Matteo non riesce a trattenere la commozione. Il tritolo per lui è già a Palermo da: journalsicilia

di Katya Maugeri

Taormina – “Io dissi che lo faccio finire peggio del giudice Falcone, perché questo Di Matteo non se ne va, ci hanno chiesto di rinforzare, gli hanno rinforzato la scorta. E allora se fosse possibile a ucciderlo, un’esecuzione come eravamo a quel tempo a Palermo”. Terribili, agghiaccianti, sono le dichiarazioni che il boss corleonese Totò Riina nel cortile del carcere milanese di Opera, rivolte al suo compagno d’ora d’aria Alberto Lorusso, mentre le telecamere della Dia di Palermo intercettavano ogni parola. Lo vuole morto, senza giri di parole.

A dare conferma di quanto visto e sentito, sono le dichiarazioni dell’ex boss di Borgo Vecchio, Francesco Chiarello: “Il tritolo si trova già a Palermo, è stato trasferito in un nascondiglio sicuro”, dichiara il collaboratore di giustizia. Ma la conferma non arriva soltanto da Chiarello. Sempre l’anno scorso, infatti, anche il collaboratore di Barcellona Pozzo di Gotto, Carmelo D’Amico, parlò di centocinquanta chili di esplosivo, senza indicarne la sistemazione, perché forse, l’unico a sapere dove sia nascosto, è soltanto Vincenzo Graziano, colui che lo acquistò. Lo stesso che, al momento del suo arresto, burlandosi delle forze fece una rivelazione piuttosto inquietante: dimatteo1“L’esplosivo per Di Matteo dovete cercarlo nei piani alti” I piani alti, probabilmente, rappresentano i dirigenti statali.

“Ho pudore a parlarne” lo dichiara commosso Nino Di Matteo, ieri a Taormina, durante l’incontro all’interno della kermesse letteraria Taobuk, la giornalista Evira Terranova – moderatrice dell’incontro – informa il pubblico di questa dichiarazione da parte del pentito Chiarello, rilegge quest’ultima notizia, “Il tritolo già a Palermo per Di Matteo”, lui con molta umiltà afferma che ultimamente la frase di Falcone fa eco nella sua mente “Il coraggio non è non avere paura”, piuttosto non farsi piegare, andare avanti. “Ho pudore a parlarne, purtroppo ho una brutta sensazione, ma amo il mio lavoro e lo vivo con enorme passione” lo ripete più volte commosso, visivamente consapevole di chi sono i suoi nemici. Perché lui stesso, durante l’incontro dichiara che è necessario parlare di mafia, di corruzione, che servono dibattiti costruttivi per abbattere i muri del silenzio, dell’indifferenza e dell’omertà, l’arma che ha ucciso più della mafia, poiché siamo di fronte a un’organizzazione che ha ucciso come nessun’altra prima, ha agito e compiuto in maniera atroce, eliminando ogni ostacolo. “Si parla poco, si riflette poco sul concetto di metodo mafioso”, parla di “obbligo morale della memoria e della conoscenza” perché Cosa nostra non è stata sconfitta, ha solo cambiato faccia e adesso siede nei salotti buoni.

Presente all’incontro il giornalista Salvo Palazzolo, coautore del libro “Collusi – perché politici, uomini delle istituzioni e manager continuano a trattare con la mafia”, un libro lucido, diretto che dà la possibilità di raccontare ciò che non si racconta. “Abbiamo bisogno dell’Antimafia dei fatti” dichiara Palazzolo, “Il mafioso è chi imbastisce un progetto, un’idea, un programma dettagliato, da seguire”, “librodimatteoLo Stato ci dovrebbe mettere in condizioni adeguate per lottare la mafia, il salto di qualità che occorre fare sarebbe un aiuto da parte dei politici, ma nei fatti non vedo nessuna volontà, non avvertiamo il sostegno della politica”, lo dichiara un Di Matteo deluso. “Molti politici definiscono noi magistrati come dei politicizzati, dei protagonisti egocentrici, sono gli stessi politici che adesso parlano bene di Falcone e Borsellino, quando ai tempi lo dicevano di loro”.

Alla fine dell’incontro sono stati ricordati Pippo Fava, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e tutte le vittime che hanno creduto nella loro missione, non martiri, ma uomini lasciati da soli, ai qual hanno rubato le ultime parole, “l’agenda rossa, gli archivi, ci hanno tolto le loro ultime parole, le parole della speranza”, e adesso abbiamo bisogno di fatti concreti affinché quel tritolo non distrugga altre parole, la missione di chi non molla e cammina a testa alta con dignità, nutrendo la speranza di debellare questa piaga sociale.

K.M.

Renzi invece di parlare a vanvera di Grecia dovrebbe pagare le pensioni giuste agli italiani. Intervento di Argyrios Panagopoulos da: controlacrisi.org

Matteo Renzi non ha fatto niente per il suo paese e per l’Europa durante il semestre italiano. È stato latitante in qualsiasi sfida europea degli ultimi mesi, per esempio quando Merkel e Hollande trattavano con la Grecia di Tsipras la soluzione della crisi greca. Avete visto da qualche parte Renzi? Avete sentito se ha preso una sola iniziativa?

Improvvisamente il presidente del consiglio dei ministri italiano si è messo a fare campagna elettorale per il referendum in Grecia traducendo in italiano i compiti estivi che deve fare a casa sua, che probabilmente sono stati scritti direttamente in tedesco.
“Euro o dracma”, ha balbettato il signor Renzi che ha fatto aumentare i poveri nel suo paese, ha fatto fuori la Corte Costituzionale per non pagare i pensionati, mentre la Cassazione gli ha fatto mezzo regalo per evitare di restituire agli statali il maltolto. Altro che pagare le pensioni ai greci, come diceva giorni fa! Il capo del governo italiano e il suo ministro delle Finanze non possono pagare le pensioni agli italiani, perché altrimenti saranno licenziati dal… fiscal compact, da quella che l’ha imposto o da qualche lettera della BCE firmata dal fido italiano Draghi.

In Grecia probabilmente le parole non hanno perso ancora il loro valore. Per democrazia si intende la partecipazione del popolo alle decisioni e non solo alle elezioni o ai referendum, come si è visto dalla grande manifestazione in piazza Syntagma. Per sinistra si intende fare politiche per la gente, cercare di ridistribuire la ricchezza tassando chi ha i soldi e le grandi imprese, fare battaglie contro la povertà, l’evasione fiscale e la corruzione, rispettare ed estendere i diritti dei lavoratori, essere coerenti e leali con i compagni e il popolo. SYRIZA e Tsipras sono di sinistra perché lo dice la gente.

È bello e facile rilasciare interviste gratis per parlare a nome degli altri, scordando che durante il suo operoso governo il debito italiano continua ad aumentare, insieme con la disoccupazione e la povertà. Quante scuole e ospedali dovrà chiudere e quante persone dovranno essere licenziate per diminuire il debito italiano dai 2.200 miliardi di oggi al 60% del vostro Pil nei prossimi vent’anni? Renzi assomiglia ogni giorno di più a Samaras o peggio al suo compagno di partito, il socialista Venizelos.
Povero Matteo! Ha sbagliato anche questo compito! Il vero dilemma non è “euro o dracma”. Perfino Mariano Rajoy, che sparse veleni dapper tutto contro Tsipras, oggi ha espresso le sue preoccupazioni per l’uscita di un paese dall’eurozona. Perché se la Grecia tornasse alle sue dracme la cosa più probabile è che il nostro Matteo si troverebbe di fare i conti in sesterzi. Perché per quando insignificante nel contesto europeo meriterebbe almeno una moneta.. imperiale.

Gli euro, le dracme e i sesterzi di Matteo Renzi da: rifondazione comunista

Di Argiris Panagopoulos – Matteo Renzi non ha fatto niente per il suo paese e per l’Europa durante il semestre italiano. È stato latitante in qualsiasi sfida europea degli ultimi mesi, per esempio quando Merkel e Hollande trattavano con la Grecia di Tsipras la soluzione della crisi greca. Avete visto da qualche parte Renzi? Avete sentito se ha preso una sola iniziativa?
Improvvisamente il presidente del consiglio dei ministri italiano si è messo a fare campagna elettorale per il referendum in Grecia traducendo in italiano i compiti estivi che deve fare a casa sua, che probabilmente sono stati scritti direttamente in tedesco.
“Euro o dracma”, ha balbettato il signor Renzi che ha fatto aumentare i poveri nel suo paese, ha fatto fuori la Corte Costituzionale per non pagare i pensionati, mentre la Cassazione gli ha fatto mezzo regalo per evitare di restituire agli statali il maltolto. Altro che pagare le pensioni ai greci, come diceva giorni fa! Il capo del governo italiano e il suo ministro delle Finanze non possono pagare le pensioni agli italiani, perché altrimenti saranno licenziati dal… fiscal compact, da quella che l’ha imposto o da qualche lettera della BCE firmata dal fido italiano Draghi.
In Grecia probabilmente le parole non hanno perso ancora il loro valore. Per democrazia si intende la partecipazione del popolo alle decisioni e non solo alle elezioni o ai referendum, come si è visto dalla grande manifestazione in piazza Syntagma. Per sinistra si intende fare politiche per la gente, cercare di ridistribuire la ricchezza tassando chi ha i soldi e le grandi imprese, fare battaglie contro la povertà, l’evasione fiscale e la corruzione, rispettare ed estendere i diritti dei lavoratori, essere coerenti e leali con i compagni e il popolo. SYRIZA e Tsipras sono di sinistra perché lo dice la gente.
È bello e facile rilasciare interviste gratis per parlare a nome degli altri, scordando che durante il suo operoso governo il debito italiano continua ad aumentare, insieme con la disoccupazione e la povertà. Quante scuole e ospedali dovrà chiudere e quante persone dovranno essere licenziate per diminuire il debito italiano dai 2.200 miliardi di oggi al 60% del vostro Pil nei prossimi vent’anni? Renzi assomiglia ogni giorno di più a Samaras o peggio al suo compagno di partito, il socialista Venizelos.
Povero Matteo! Ha sbagliato anche questo compito! Il vero dilemma non è “euro o dracma”. Perfino Mariano Rajoy, che sparse veleni dapper tutto contro Tsipras, oggi ha espresso le sue preoccupazioni per l’uscita di un paese dall’eurozona. Perché se la Grecia tornasse alle sue dracme la cosa più probabile è che il nostro Matteo si troverebbe di fare i conti in sesterzi. Perché per quando insignificante nel contesto europeo meriterebbe almeno una moneta.. imperiale.

Il CSM, l’asino che cascò due volte da: antimafia duemila

lodato-saverio-c-paolo-bassani-2di Saverio Lodato – 18 marzo 2015
Il CSM: ovvero, l’asino che cascò due volte.
Sarebbe una grande occasione per un “mea culpa” collettivo del Consiglio Superiore della Magistratura – ormai presieduto dal nuovo capo dello Stato, Sergio Mattarella – sulla spinosa vicenda che riguarda il P. M. palermitano, Nino Di Matteo. Sarebbe un’imperdibile occasione di “glasnost”, di trasparenza, cioè, per dirla alla russa, per ricominciare a mettere ordine in quella torre di Babele che è diventata la lotta alla mafia per responsabilità primaria – cerchiamo di non dimenticarlo mai – dell’ex capo dello Stato, Giorgio Napolitano. Quando l’assemblea plenaria del CSM inizierà la discussione sui nomi dei magistrati chiamati a occupare i tre posti che si sono liberati nella Direzione Nazionale Antimafia, potremmo assistere all’alba di un nuovo giorno.
Un nuovo giorno: quello in cui si rispettano le regole. Un nuovo giorno: quello in cui si premia il curriculum migliore. Un nuovo giorno: quello in cui si dice pane al pane e vino al vino, ché il processo di Palermo sulla Trattativa Stato-Mafia e Mafia-Stato è il processo più delicato, più insidioso, più imponente (quanto ai capi d’accusa contestati) che si sia mai svolto dal dopoguerra a oggi. L’affermazione non sembri eccessiva: è la prima volta, infatti, che si ipotizza, giudiziariamente, che dietro le coppole e le lupare ci stavano i colletti bianchi delle istituzioni, dello Stato, di quel Potere che – a rigor di logica – coppole e lupare avrebbe dovuto fronteggiare immancabilmente, implacabilmente, insomma: irriducibilmente. Quanto alla sentenza che chiuderà tale processo, si vedrà.

Ma dicevamo. Un nuovo giorno: quello in cui il CSM, con uno scatto d’orgoglio, torni a essere organo di autogoverno della magistratura, affrancandosi dalle pastoie di una politica politicante che troppo spesso, in questi ultimi anni, lo ha fatto assomigliare a un manichino etero-diretto.
Qual è la prima condizione che dovrebbe verificarsi perché ciò accada?
Dicevamo all’inizio: un collettivo “mea culpa”. Meglio rettificare: un profondo “esame di coscienza”.
Entriamo nel merito. Com’è noto, Nino Di Matteo, che è il P.M. di riferimento dell’accusa nel processo sulla Trattativa, ha presentato domanda per andare a ricoprire uno dei tre incarichi resi vacanti alla DNA. Come è altrettanto noto, la terza commissione del CSM, che assegna gli incarichi, nello stilare la sua graduatoria di quanti hanno fatto richiesta, ha assegnato a Di Matteo la casella numero undici. E ha conseguentemente indicato altri tre magistrati che reputa idonei, molto più in alto in classifica, dunque, rispetto a Di Matteo. Adesso il plenum sarà chiamato a dire la sua. Nel frattempo, e anche questo è noto agli addetti ai lavori, si sono manifestate le iniziative di due consiglieri che chiedono di rivedere i criteri adottati dalla commissione: quella di Aldo Morgigni, corrente “Autonomia e Indipendenza”, che piazza Di Matteo al primo posto di una sua personale graduatoria; quella di Piergiorgio Morosini, gruppo “Area”, che saggiamente suggeriva che la pratica tornasse in commissione ma, messa ai voti dal plenum, la sua richiesta è stata respinta con 16 voti contrari e 8 a favore.
Per il momento, fermiamoci qui. Questi pronunciamenti si spiegano in un solo modo: Di Matteo non ha i titoli; Di Matteo non può pretendere, in forza del fatto che rappresenta l’accusa nel processo per eccellenza allo Stato e alla Mafia, di andare a occupare il posto in DNA; in altre parole Di Matteo può benissimo starsene dove sta, a Palermo; e – se proprio vogliamo dirla tutta – Di Matteo non rischia la vita in modo particolare.
Bastava dirlo. E la vicenda avrebbe assunto contorni limpidi, discutibili certo, ma palesi, comprensibili anche al gran pubblico.
Ma il fatto è che tutte queste motivazioni, che noi ricaviamo induttivamente, per logica che ha sempre presieduto questa materia, né la commissione incarichi direttivi, né il CSM in quanto tale, le hai mai verbalizzate. E qui l’asino è cascato una prima volta. Poiché le persone in buona fede sanno benissimo che i tre prescelti dalla commissione hanno un curriculum, quanto a anzianità e esperienza di inchieste antimafia, incommensurabilmente inferiore a quello di  Nino Di Matteo, se ne è ricavata la sgradevole sensazione che Cause Di Forza Maggiore sbarrano il passo al pubblico ministero palermitano. Altre spiegazioni, infatti, non possono essercene.
Ma incredibilmente, ieri, lo stesso asino è cascato per terra un’altra volta.
Di Matteo infatti è stato convocato urgentissimamente a Roma dal CSM che gli ha proposto di assegnarlo a qualsiasi Procura sia di suo gradimento in considerazione del fatto che “rischia la vita”. Considerazione per altro ovvia, essendo Di Matteo l’unico magistrato italiano al quale l’Ufficio Centrale Interforze per la sicurezza personale (UCIS), ha riconosciuto il primo livello di protezione.
Ma qui viene il bello: quegli stessi argomenti passati sotto silenzio quando non viene riconosciuta a Di Matteo la sua legittima aspirazione a uno di quei tre posti, vengono ora – ed era ora! – verbalizzati per rivolgere all’interessato un discorsetto che, se fatto alla romana, suonerebbe più o meno così: “A Nino… che te serve? Indicaci una città italiana e te ce mannamo subito. E se non ce stà un posto libero te lo famo su misura…”. Meraviglioso CSM!
Di Matteo che ha fatto? Ha ringraziato e preso atto, informando però il CSM di volere attendere l’esito di quella domanda presentata. Vuole capire, vuole sapere le cose come stanno, vuole che tutto sia, appunto, limpido e trasparente. E come non bastasse – ed è notizia di questa mattina – ha anche ritirato una domanda presentata tempo addietro per la Procura di Enna proprio per non dare adito a “giochetti” dell’ultima ora.
Per tutto quanto detto sin qui, per il CSM, potrebbe essere l’alba di un nuovo giorno.
Ma che forza, che autonomia, che spina dorsale dovrebbe dimostrare questo CSM!
Non dimenticate, però, che un Capo dello Stato può decidere di presiedere personalmente le assemblee del CSM. Come, d’altra parte, può deciderne di farne a meno. E noi, che d’abitudine non siamo abituati a tirare le giacchette altrui, ci limiteremo, in un caso o nell’altro, al ruolo di semplice “spettatore”.
Sarà infatti interessantissimo vedere come si concluderà il “caso Di Matteo”. Su questo non ci piove.

saverio.lodato@virgilio.it Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

Foto © Paolo Bassani

Di Matteo: “Recidere i rapporti ‘alti’ della mafia” da: antimafia duemila

di-matteo-musumecidi Lorenzo Baldo – 21 gennaio 2015

La tempistica del rinvio a giudizio di Saverio Masi &c.? “Un fatto del tutto inusuale”
Palermo. L’incontro con il pm condannato a morte dal capo di Cosa Nostra era stato richiesto da alcuni mesi dai componenti della Commissione Antimafia Regionale, Giorgio Ciaccio e Stefano Zito (M5S) “per capire se è possibile fare qualcosa per migliorare la sicurezza del magistrato, alla luce delle ripetute minacce arrivate nei suoi confronti e per esprimergli di persona la piena solidarietà della commissione”. Anche la stessa capogruppo del M5S, Valentina Zafarana, si era fatta promotrice di una simile richiesta attraverso una lettera indirizzata al presidente della Commissione Nello Musumeci e al Presidente dell’Assemblea Regionale Giovanni Ardizzone. Più che della sua sicurezza il pm Nino Di Matteo ha affrontato invece il tema spinoso di mafia e politica, nonché della corruzione quale grimaldello della criminalità organizzata per infiltrarsi nei gangli vitali della pubblica amministrazione.

Sulla questione della cosiddetta guerra tra magistratura e politica il sostituto procuratore ha spiegato l’assurdità di voler accusare la magistratura di avere invaso il campo. Il tema della responsabilità morale è stato successivamente affrontato da Di Matteo che ha evidenziato la volontà di Cosa Nostra di continuare a condizionare l’attività politica in quanto fondamentale per la sua stessa esistenza. Le parole profetiche dell’ex boss di Porta Nuova (deceduto nel 2011), Salvatore Cancemi, sono state ricordate dal magistrato palermitano nel salone austero del Palazzo dei Normanni. Diversi anni fa Cancemi aveva raccontato a Di Matteo una confidenza di Totò Riina: Cosa Nostra era diventata così potente grazie alle collusioni, ai favori e alle amicizia con la politica e con pezzi rilevanti delle istituzioni. Dichiarazioni del tutto esplicite. Che rispecchiano fedelmente la vibrazione di un palazzo governato fino a pochi anni fa da un politico di nome Salvatore Cuffaro attualmente in galera per favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra. Di fronte ai componenti della Commissione il pm ha evidenziato che lo Stato non sempre ha dimostrato di aver capito che recidere questo rapporto tra mafia politica e istituzioni sia indispensabile per sconfiggere la criminalità organizzata. Per Di Matteo il salto di qualità avverrà solamente se verranno recisi i rapporti “alti” dell’organizzazione mafiosa. Parlando del cambio di strategia mafiosa per inquinare la politica sono state citate le intercettazioni ambientali capate nel 2001 nel salotto del medico mafioso Giuseppe Guttadauro. Ma anche la sentenza di assoluzione per il senatore Andreotti, gravida di implicita colpevolezza, è stata richiamata all’attenzione dal magistrato palermitano. Addentrandosi nei meandri del voto di scambio politico mafioso Di Matteo ha evidenziato l’occasione mancata della riforma dell’articolo 416ter. Secondo il pm c’è un problema iniziale tuttora da risolvere: la lotta alla mafia e la lotta alla corruzione vengono separate come se fossero due strade parallele che non si incontrano. Per Di Matteo è del tutto evidente che sempre di più ci si imbatte invece in un intreccio di questo tipo. Di fatto attraverso la corruzione le famiglie mafiose entrano nella pubblica amministrazione e la inquinano. Il sostituto procuratore di Palermo ha quindi sottolineato che il fenomeno della corruzione non è adeguatamente punito. Ad avallo delle sue affermazione ha citato alcune statistiche del Ministero della giustizia: fino all’anno scorso i detenuti per corruzione erano 8 o 9, come se l’Italia fosse un Paese immune dalla corruzione. Tutto ciò, a detta del pm palermitano, è possibile perché le pene sono talmente basse che, anche se individuato il reato, scatta poi la prescrizione. Ed è per questo motivo che lo stesso Di Matteo ha auspicato una legislazione più efficace che preveda, come in altri stati, la possibilità di utilizzare i cosiddetti “agenti provocatori”: professionisti che, operando sotto il controllo della magistratura, si fingono pubblici ufficiali disponibili ad accettare mazzette capaci di provocare un momento in cui si verifica la corruzione per poi intervenire così da arrestare il corruttore o il corrotto. Il passaggio dalla magistratura alla politica è stato uno degli ultimi interventi di Di Matteo che ha sottolineato l’importanza che questo transito sia regolamentato con paletti ben più alti rispetto a quelli che sono oggi previsti.

Il rinvio a giudizio di Masi &c. “giustificato” da “evenienze processuali?”
“La politica non stia più nelle retrovie nel contrasto alla criminalità organizzata e non deleghi questo compito solo alla magistratura”, ha dichiarato Nino Di Matteo, durante la conferenza stampa tenutasi al termine dell’audizione. In merito alle difficoltà che incontra nel proprio lavoro il pm ha evidenziato che “sono sotto gli occhi di tutti, senza entrare nel merito delle questioni”. “Chi ha seguito le nostre indagini e i nostri processi – ha specificato – sa che sono state oggetto di critiche, anche violente, da parte di varie fazioni politiche. Nel corso delle indagini sono emerse anche alcune reticenze ed omertà istituzionali che hanno portato all’incriminazione di esponenti delle istituzioni. Sapete che la Procura di Palermo è stata destinataria di un conflitto di attribuzione sollevato dalla Presidenza della Repubblica, un’iniziativa molto forte e il presupposto era identico a quello che si era verificato in altre circostanze di indagini, eppure rispetto a situazioni identiche, mai era stato sollevato un conflitto di attribuzione.di-matteo-comm-antimafia-reg Non entro nel merito, sono dati di fatto che credo fanno capire a quali difficoltà facessimo riferimento”. In merito alla domanda sul rinvio a giudizio del caposcorta di Di Matteo, Saverio Masi (destinatario del provvedimento insieme al suo collega Salvatore Fiducia, al suo avvocato Giorgio Carta e ad 8 giornalisti, ndr), lo stesso Di Matteo ha ribadito di non conoscere gli atti, ma di ritenere del tutto “inusuale” il fatto che “si concludono le indagini sulla diffamazione prima delle indagini che sono in corso invece a Palermo sul contenuto delle denunce” (fatte da Masi e Fiducia, ndr). “E’ altrettanto inusuale – ha proseguito il pm – che siano incriminati per concorso in diffamazione anche i giornalisti che avevano diffuso la notizia della conferenza stampa (in cui venivano illustrate le denunce di Masi e Fiducia, ndr) e perfino l’avvocato che assisteva uno dei soggetti indicati”. “Ripeto: questi sono fatti inusuali, non so se sono giustificati da qualche evenienza processuale che non conosco. E comunque queste vicende dovrebbero anche essere di interesse per la tutela della libertà del lavoro dei giornalisti”. Alla domanda sulle “intimidazioni” subite in questi mesi Di Matteo ha ribadito l’erroneità di quel termine. Di fatto più che di “intimidazioni” qui si tratta di una vera e propria condanna a morte nei suoi confronti decretata dal capo della mafia Totò Riina con tanto di progetto di attentato svelato dal neo collaboratore di giustizia Vito Galatolo. Ma forse nei palazzi dorati della Regione siciliana è preferibile usare il “politically correct”.

La vera storia di Matteo Renzi, “l’uomo loro”: la racconta il libro di Davide Vecchi (Chiarelettere) | Autore: Maria R. Calderoni da: controlacrisi.org

“Mi chiamo Peter Parker (pardon, Matteo Renzi) e sono l’Uomo Ragno da quando avevo quindici anni. Qualche domanda?”. L’Uomo Ragno Matteo Renzi ha una tela e ovviamente una ragnatela. Fittissima, fortissima, diffusissima. Tentacolare, diverticolare, strisciante, invadente: l’Uomo Ragno Matteo Renzi se l’é costruita ad alta velocità e senza intoppi, proprio mentre il Pd c’era e se c’era dormiva. Perché lui, Renzi, a differenza di altri, non è stato creato e mandato dalla Provvidenza; no, lui si é fatto da solo con gli amici suoi, pezzetto dopo pezzetto, riavvolgendosi ben bene nella sua ragnatela, costruendosi giorno per giorno, piazzandosi porta a porta, vendendosi a gogò sia in chiaro che non. E tutto ciò sempre sotto gli occhi di quei morti di sonno del Pd, ai quali ha sottratto – con destrezza ragnesca – praticamente tutto, le primarie, le secondarie, il partito, il Palazzo Chigi (sinora…).

È appunto quello che racconta, con abbondante e rigorosa messe di dati e fonti, questo libro di Davide Vecchi – “L’Intoccabile. Matteo Renzi. La vera storia”, Chiarelettere, pag.188, €13,90 – . Un libro che rivela il “miracolo” Renzi. Un miracolo che, come tutti i miracoli, non c’è; infatti, realisticamente, non trattasi altro che di un caso quasi banale di marketing e sponsorizzazione ben riuscito; del lancio ben organizzato (ricordate la Nutellla?) di un Nuovo Prodotto, il Matteo Renzi. Ovviamente, sempre tutto sotto gli occhi di quei morti di sonno del Pd.
Il libro e a suo modo una specie di Crozza nel Paese delle Meraviglie, vale a dire, la “vera” storia di Matteo Renzi. Era solo un boy scout, un segretariuccio di un PPI di paese, un presidentello di Provincia che sembrava destinato (politicamente) a vivere e morire lì, snobbato dai piddini sia toscani che non. Invece.

<L’ascesa politica di Renzi – dice il libro – comincia nel 2007. Per l’esattezza, il 22 ottobre, ore 13,30. Quel giorno 106 tra imprenditori, avvocati, commercialisti, nobili, politici, amici entrano all’hotel Brunelleschi di Firenze staccando un assegno da mille euro ciascuno per partecipare al pranzo>. Si tratta della <prima iniziativa della neonata associazione Link , finalizzata esclusivamente a raccogliere fondi per sostenere la candidatura di Renzi alle primarie per la scelta del sindaco del capoluogo toscano>.

Lo sapevate? Nell’occasione, <a fare gli onori di casa c’é il suo tutor politico Francesco Rutelli, leader della Margherita> (a cui il Matteo si è opportunamente iscritto). E tra i presenti, spiccano “l’amico e socio di Denis Verdini Riccardo Fusi” (quello finito in carcere per la bancarotta della Btp, uno della famosa “cricca” del G8 “); Andrea Bracci, amico di famiglia, socio di Tiziano Renzi (il padre del noto Matteo) nonché cospicuo tramite con il mondo imprenditoriale toscano e non; e poi c’è lui, il quasi fratello Marco Carrai, suo sodale di sempre e gran raccoglitore di fondi.

Marco Carrai chi? Anche di lui certo non sapevate niente. Per illustrarlo, sia pure per sommi capi, il libro di Vecchi ci impiega cinque pagine. Questo Carrai – che nasce bene in quel di Greve in Chianti, grandi proprietà in Toscana e ville in Sardegna – esibisce infatti nel curriculum dei suoi trentanove anni oltre venti posti eccellenti, tra incarichi partecipazioni, titoli, e chi più ne ha più ne metta. Robetta che va dalla Firenze Parcheggi, all’Ente Cassa di Risparmio di Firenze, al Gabinetto Vieusseux, all’Assaeroporti, alla Cambridge Management Consulting, , alla C&T Crossmedia, alla Imt Foundation di Boston, ecc ecc. Il Marco Carrai che “dal 2009 è il committente responsabile della campagna per l’elezione a sindaco di Renzi”, appunto il tramite di banchieri, imprenditori, finanzieri, politici, amministratori, burocrati; “la bella gente” di Renzi.

Mica solo Carrai. La ridda di sigle, nomi, sponsor, finanziatori, sostenitori che appare affiancata alla cosidetta “carriera di Renzi” è semplicemente stupefacente. Se non fosse altamente “sospetta”. Tanto per fare un altro elenco di nomiecognomi (scusate, ma il libro é una autentica miniera, leggere per credere): compaiono – vedi dati, per altro non completi, forniti dalla Fondazione Big Bang, la cassaforte dell’ ex boy scout di Rignano – Davide Serra, finanziere; Iacopo Mazzei, presidente Cassa di Risparmio di Firenze, Guido Ghisolfi, vicepresidente della Mossi&Ghisolfi di Tortona; Paolo Fresco, ex presidente della Fiat; Franzo Grande Stevens, l’avvocato della famiglia Agnelli; Eva Energie Spa dell’ex presidente dell’Enel Chicco Testa; Carlo Micheli, consigliere di Banca Leonardo; Fabrizio Landi, amministratore della società Esaote; Carlo Salvatori, presidente di Allianz Italia; Orsero e Vincenzo Manes di Kme, ex gruppo Orlando, il maggior produttore mondiale di rame e leghe in rame…Ecc ecc.

Dalle Leopolde in là. Mentre, al solito, quelli del Pd non se ne accorgono (nessuno finora è riuscito a sapere se ci sono o ci fanno) tutto é già stato stabilito – là dove si puote – e il treno Renzi é in corsa. Dalla Provincia al Comune dal Comune al Pd dal Pd al Palazzo Chigi: tutto costruito e preparato – anzi, pre-preparato – ad hoc. Come volevasi dimostrare, Berlusconi adiuvando: l’uomo “loro” al potere.
Ovviamente, il libro di Vecchi tocca tutti i tanti passaggi politici, sociali, propagandistici – ivi compresi errori e sottovalutazioni (passati e presenti) del Pd, finito ad accettare un segretario-avversario (!) – che segnano la marcia del Matteo; e le sorprendenti “scoperte” sono tante anche qui.
Ma la sostanza resta quella. Renzi, l’uomo “loro”.

Giustizia, Di Matteo: «Napolitano condiziona Csm» da: lettera43

Dal pm schiaffo a Napolitano: «Condiziona il Csm». Poi su Renzi. «Fa riforme con un condannato».

Il pm simbolo dell'antimafia, Nino Di Matteo.

(© Ansa) Il pm simbolo dell’antimafia, Nino Di Matteo.

Un attacco diretto al presidente della Repubblica da parte di uno dei più importanti pm italiani, impegnato in prima fila nella lotta alla mafia.
«Non si può assistere in silenzio al tentativo di trasformare il pm in un burocrate sottoposto alla volontà del proprio capo, di quei dirigenti sempre più spesso nominati da un Csm che rischia di essere schiacciato e condizionato dalle pretese correntizie e da indicazioni sempre più stringenti del suo presidente», ha detto Nino Di Matteo intervenendo in via D’Amelio alla commemorazione della strage in cui il 19 luglio 1992 perse la vita Paolo Borsellino.
«SI RIDUCE L’INDIPENDENZA DEI MAGISTRATI». La presa di posizione di Di Matteo è netta: «Non si può ricordare Paolo Borsellino e assistere ai tanti tentativi in atto, dalla riforma dell’ordinamento giudiziario, a quella in cantiere sulla responsabilità civile dei giudici, alla gerarchizzazione delle procure anche attraverso sempre più numerose e discutibili prese di posizione del Csm».
Poi ha continuato: «Non si può ricordare Paolo Borsellino e assistere in silenzio a questi tentativi finalizzati a ridurre l’indipendenza dei magistrati a vuota enunciazione formale con lo scopo di annullare l’autonomia del singolo pm».
«RENZI DISCUTE CON CONDANNATO». Il magistrato ha puntato il dito contro il premier Matteo Renzi: «Oggi un esponente politico, dopo essere stato definitivamente condannato per gravi reati, discute con il presidente del Consiglio in carica di riformare la legge elettorale e quella Costituzione alla quale Paolo Borsellino aveva giurato quella fedeltà che ha osservato fino all’ultimo suo respiro»
Di Matteo ha proseguito con durezza: «In una sentenza definitiva della Corte di Cassazione è accertato che un partito politico, divenuto forza di governo nel 1994, ha poco prima annoverato tra i suoi ideatori e fondatori un soggetto da molto tempo colluso con gli esponenti di vertice di Cosa Nostra e che da molti anni fungeva da intermediario consapevole dei loro rapporti con l’imprenditore milanese che di quel partito politico divenne, fin da subito, esponente apicale».
«POCHI CERCANO LA VERITÀ». Di Matteo ha spiegato: «Non è vero ciò che tutti indistintamente affermano e falsamente rivendicano, sulla volontà di fare piena luce sulle stragi. La realtà è un’altra. Questo intendimento è rimasto patrimonio di pochi, spesso isolati e malvisti, servitori dello Stato».
E ancora: «Dal progredire delle nostre indagini sappiamo che in molti, anche all’interno delle istituzioni, sanno ma continuano a preferire il silenzio, certi che quel silenzio, quella vera e propria omertà di Stato, continuerà esattamente come è avvenuto fino ad ora, a pagare, con l’evoluzione di splendide carriere e posizioni di sempre maggior potere acquisite proprio per il merito di aver taciuto, quando non anche sullo squallido ricatto di chi sa e utilizza il suo sapere per piegare le Istituzioni alle proprie esigenze».
CICCHITTO: «SORTITA POLITICA». Il discorso di Di Matteo ha suscitato diverse reazioni politiche.
Stefania Prestigiacomo di Forza Italia ha attaccato il pm: «A chi parla Di Matteo? Di chi parla? Possibile che in un comizio egli alluda a nomi che sono evidentemente chiarissimi nella sua mente. Se Di Matteo sa parli, oppure continui a indagare. O fa i nomi o continua silente le indagini».
Fabrizio Cicchitto (Nuovo centrodestra) ha definito l’uscita del pm come quella di «un mediocre imitatore di Ingroia. Una sortita politica che non quella di un magistrato inquirente che dovrebbe parlare non con i comizi ma con le prove acquisite attraverso le indagini. È inquietante che un tipo del genere abbia per le mani indagini delicatissime e ovviamente uno dei suoi scopi è quello di andare addosso al presidente della Repubblica».
Il capogruppo Andrea Mazziotti di Scelta civica ha affermato che quelle del pm Nino Di Matteo «sono affermazioni gravi, magari anche basate su fondamenti reali, ma che dovrebbero essere fatte nelle requisitorie e non in pubblico o sui giornali».
Luca d’Alessandro (Fi) ha definiro il pm palermitano «esempio della parte peggiore della magistratura, che approfitta di ogni occasione per svolgere un ruolo politico».

Sabato, 19 Luglio 2014