Cosa mangia Messina Denaro, l’incarnazione dello Stato-mafia? da: antimafia duemila

messina-denaro-lodatodi Saverio Lodato – 7 agosto 2015

Sarebbe interessante sapere cosa mangia Matteo Messina Denaro, il superlatitante mafioso che da oltre vent’anni è diventato l’ennesimo rompicapo per quell’esercito di investigatori che lo cercano giorno e notte. Anche se – purtroppo – non sappiamo da quanti eserciti sia composta l’armata che lo protegge e lo difende. Parafrasando infatti ciò di cui si diceva convinto il filosofo tedesco Ludwig Feuerbach, il latitante è ciò che mangia.
Ricordate Bernardo Provenzano?
Lo prelevarono, quarantadue anni dopo che si era dato alla macchia, in una masseria alle porte di Corleone.
Corleonese di nome e di fatto, Provenzano era nato a Corleone, concluse le sue gesta a Corleone, e prima di diventare gran capo di Cosa Nostra, aveva svolto un pluridecennale tirocinio nel clan dei corleonesi. La sua alimentazione non si discostava di una virgola da quella che potremmo definire la “dieta campestre corleonese”. Si nutriva con cucchiaiate di miele purissimo, zu Binnu. Adorava la cicoria e le erbe selvatiche. Beveva latte di capra appena munto. Non rinunciava mai alla sua ricotta preferita. Degustava formaggi freschi dei caseifici dove era sempre stato di casa, in quel di Corleone. Espressione dell’ultima mafia proto arcaica, Provenzano – si disse – fu l’inventore dei “pizzini”, forma rivoluzionaria di comunicazione criminale, quanto lo era stata, per il mondo moderno, l’invenzione della radio del Marconi. Ecco: in questo senso, si può dire, che Provenzano fu, sino in fondo, ciò che mangiava. E forse fu proprio quell’alimentazione sana che gli permise di mantenere buoni rapporti con lo Stato, accettandone la richiesta, da lui prontamente accolta, di far coincidere la sua direzione, all’indomani della cattura di Riina, con una lunga “pax mafiosa” che mise al bando stragi, delitti eccellenti e guerre di mafia. Ottenendo in cambio dallo Stato un altro decennio di aria pura e vita all’aperto. Poi anche lui, come tutti i frutti maturi, cadde dall’albero e oggi lo ritrovate nelle patrie galere.
Se trasferiamo però questi schemi esistenziali all’odierno Messina Denaro, i conti non tornano più.

Quindi torna la domanda iniziale: che mangia Matteo Messina Denaro? Sull’argomento i collaboratori di giustizia non hanno fornito – a quel che se ne sa – informazioni o particolari illuminanti. I blitz di polizia e carabinieri, che questa volta – dicono gli addetti ai lavori – indosserebbero finalmente la maglia della stessa squadra, si susseguono ormai da anni.
Sono così caduti nella rete repressiva la sorella e i parenti più stretti del Latitante Denaro, inteso Diabolik, i parenti più larghi, i conoscenti più stretti, i conoscenti più alla lontana, i prestanome più impensabili, in una Castelvetrano dove vien statisticamente da chiedersi se vi abiti anche qualche persona per bene. Le cifre dei patrimoni sequestrati e in via di confisca sono da capogiro: si parla di capitali miliardari.
Nonostante tutto, Teresa Principato, il pubblico ministero che guida la task force che dà la caccia al Padrino Cibernetico, mentre evidenzia con legittimo orgoglio i successi conseguiti sin qui, non può fare a meno di osservare che Denaro “gode di protezioni molto in alto”, che vive lunghi periodi a Castelvetrano, ma spesso e volentieri “si allontana dalla Sicilia e anche dall’Italia”. Il tutto, manifestandosi conservatore rispetto alla tradizione dei “pizzini”.
Secondo le cronache, che avranno pure qualche fondamento, l’attuale capo di Cosa Nostra negli ultimi anni non avrebbe rinunciato a puntate intercontinentali in Centro America per andare a risolvere “di persona” qualche problemino insorto nel traffico mondiale della cocaina, sarebbe di casa in Tunisia e Spagna, Svizzera e Francia. Che abbia documenti falsi, è facile intuirlo. E per renderli più credibili, ancora una volta sono le cronache a venirci in soccorso, sarebbe ricorso a ritocchi di plastica facciale e dei polpastrelli. E’ possibile. Non sarebbe né il primo né l’ultimo caso di una infinita galleria criminale dove rifarsi i connotati è sempre stata considerata la via più sicura se non per bloccare la giustizia quantomeno per rallentarne il corso. Eppure tutto ciò non ci basta, non può bastare.
Sembrano trascorrere i secoli di questa storia infinita e, se non trascorrono i decenni di rito, di acchiappare il latitante di turno non se ne parla.
Questo è strano.
Nel mondo filmato in tempo reale da milioni di telecamere, come si fa, anche se con le sopracciglia e i polpastrelli modificati a farla franca così a lungo? Come si fa a diventare un alito di vento, avendo al proprio seguito la legione di fiancheggiatori i quali, fra l’altro, continuano a cadere nella rete come i pesci?
E qui bisogna abbandonare la facile tentazione del folklore, basandosi su alcuni elementi “pesanti” messi in luce dalle cronache recenti. Matteo Messina Denaro terrebbe in pugno l’archivio dei segreti di Cosa Nostra durante la Prima repubblica e agli albori della cosiddetta “Seconda Repubblica”. Archivio, detto per inciso, che avrebbe ereditato da Totò Riina quando i carabinieri del Ros guidato dal generale Mori, vuoi per distrazione, vuoi per errori nella catena di comando, vuoi per un colpo di sonno, si distrassero dal covo di via Bernini, dove appunto era stato catturato il Riina, e che qualche giorno dopo fu scrupolosamente perquisito dai boss dell’epoca.
Se fosse davvero così, si capirebbe perché Denaro impiega tanto tempo a cadere dall’albero.
L’altro elemento “pesante” che lo riguarda ha a che vedere con la condanna a morte emessa da Cosa Nostra nei confronti di Nino Di Matteo il pubblico ministero che indaga, insieme a una sparuto drappello di colleghi, contro tutto e contro tutti, sulla Trattativa Stato-Mafia. Sarebbe stato proprio Denaro a ordinare ai palermitani il reperimento del tritolo (si parla di 200 chili) necessari a far saltare per aria il magistrato e la sua scorta.
Se anche questo fosse vero, e pare che gli investigatori abbiano pochi dubbi in proposito, si capirebbe ancora meglio perché il Denaro va e viene dalla Sicilia, va e viene dall’Italia, indisturbato come un’allodola in volo.
Ci inquieta, infine, che il Denaro abbia appena 53 anni. Michele Greco, Totò Riina, Bernardo Provenzano, avevano abbondantemente raggiunto l’età pensionabile prima di incontrare il giuda mafioso di turno che li avrebbe consegnati agli uomini dello Stato.
Viaggia e vola, il Denaro. Va di fretta. Sembra godere di complicità persino nella dogane più ostiche. Un alito di vento, dicevamo. Che non lascia impronte, non lascia tracce. Quali santuari si aprono e si chiudono al suo passaggio? Quali porte carraie? Quali città sotterranee? E che divise indossano gli Uomini degli Stati in cui si muove?
Matteo Messina Denaro è la prima incarnazione vivente dello Stato-Mafia. Lasciateci questa nostra convinzione. Ne è la rappresentazione plastica, totalmente inedita nella storia di Cosa Nostra. Una vita come la sua non è spiegabile con la “ricetta” del miele, della cicoria, della ricotta e dei formaggi caprini. E’ abituato a sedere in tavole imbandite a rigor di etichetta, il Diabolik di Castelvetrano. E siede a quei tavoli perché molto sa e molto potrebbe raccontare, mentre i suoi interlocutori sanno benissimo chi sta lautamente pranzando con loro.
In conclusione: se lui non si convince a imboccare il viale del tramonto, darà ancora molto filo da torcere ai suoi inseguitori.
E se non sappiamo cosa mangia il Denaro, forse ciò dipende dal fatto che molti di quelli che parlano di lui non gli sono arrivati così a tiro. E’ solo un’ipotesi.
Vedremo, prossimamente.

saverio.lodato@virgilio.it

Principato: “Messina Denaro gode di protezioni ad alto livello” da: antimafia duemila

principato-teresa2“Si muove dalla Sicilia ed anche dall’Italia”

di AMDuemila – 3 agosto 2015
“Matteo Messina Denaro è una sorta di parassita che non tiene conto dei legami familiari, ma usufruisce dei soldi che i componenti della sua famiglia e del clan possono fargli avere”. A dirlo intervenendo alla conferenza stampa in cui sono stati illustrati i particolari dell’operazione “Ermes” che oggi ha portato all’arresto di undici fiancheggiatori del padrino latitante è il procuratore aggiunto di Palermo, Teresa Principato. Il magistrato, che ha coordinato l’inchiesta insieme ai pm Paolo Guido e Carlo Marzella, ha aggiunto: “Nonostante il territorio sia più che sorvegliato e da anni si susseguono operazioni, ancora non siamo riusciti a prendere il latitante. Questo può significare solo che gode di protezioni ad alto livello”.
La Principato ha anche detto che “Matteo Messina Denaro non sta sempre nel Trapanese, ma si sposta dalla Sicilia e anche dall’Italia. Quando sente stringersi attorno a lui il cerchio – ha spiegato – taglia i contatti con i fedelissimi finiti sotto indagine”.

Intervistata da La Repubblica, ha aggiunto anche gli arrestati “Avevano un ruolo importantissimo nel sistema di comunicazione del latitante. Gente fidatissima, alcuni con un pedigree mafioso di tutto rispetto. Segno che il carcere non li aveva affatto fiaccati. Segno che l’organizzazione mafiosa resta temibile, proprio per la sua capacità di resistere a indagini e processi”. Il Procuratore aggiunto ha anche confermato che con l’obiettivo di catturare il latitante è stato creato un unico gruppo di lavoro tra polizia e carabinieri. “Non è più tempo di divisioni fra le forze dell’ordine – ha detto – Bisogna mettere in comune tutte le informazioni possibili per arrivare alla metà, al più presto”.

Presentazione del libro “Collusi” di Nino Di Matteo – 10 Luglio da: antimafia duemila

20150710-pres-collusiIl 10 luglio 2015 alle 18.30, nella Libreria Iocisto a Piazzetta Fuga a Napoli, verrà presentato il libro Collusi – Perché politici, uomini delle istituzioni e manager continuano a trattare con la mafia di Salvo Palazzolo, Nino Di Matteo edizioni BUR-RIZZOLI.

Da oltre vent’anni Nino Di Matteo è in prima linea nella lotta a Cosa nostra. Titolare di un’inchiesta che fa paura a tanti – quella sulla trattativa Stato-mafia, che si sviluppa nel solco del lavoro di Chinnici, Falcone e Borsellino – è lui il magistrato più a rischio del nostro Paese. Le indagini che ha diretto e continua a dirigere, ritenute scomode persino da alcuni uomini delle istituzioni, lo hanno reso il bersaglio numero uno dei boss più influenti: Totò Riina e Matteo Messina Denaro. Le parole del pm, raccolte dal giornalista Salvo Palazzolo, offrono una testimonianza diretta e autorevole sulle strade più efficaci per contrastare lo strapotere dei clan. E lanciano un grido d’allarme: Cosa nostra non è sconfitta, ha solo cambiato faccia. È passata dal tritolo alle frequentazioni nei salotti buoni, facendosi più insidiosa che mai; anche se le bombe tacciono, il dialogo continua: tra politica, lobby, imprenditoria e logge massoniche si moltiplicano i luoghi franchi in cui lo Stato è assente. Con una semplicità unica, Di Matteo condivide con il lettore la propria profonda comprensione del fenomeno mafioso di oggi. Così, tra denunce e proposte, questo libro permette di gettare uno sguardo ai meccanismi con cui Cosa nostra si è insinuata nelle logiche economiche, sociali e politiche del nostro Paese. Un’opera che si rivolge a tutti, perché è dalle azioni di ciascuno che deve partire il contrasto alla criminalità. Per non arrenderci a un futuro in cui mafia e sistema-Paese siano una cosa sola.

Partecipano:
Nino Di Matteo
Luigi de Magistris

modera:
Federica Flocco

Tratto da: associazionedema.it

Attentato contro Di Matteo, il pentito D’Amico: “In carcere i boss ne parlavano” da: antimafia duemila

di-matteo-toga-processo-2L’allerta sale anche per un altro episodio, dei bambini dicono di aver visto uomini con un fucile nei pressi del circolo tennis “Tc2”.
di Aaron Pettinari – 26 febbraio 2015
Non è solo l’ex boss dell’Acquasanta Vito Galatolo a parlare del piano di morte nei confronti del pm Nino Di Matteo. A darne notizia in un verbale è anche il collaboratore di giustizia Carmelo D’Amico, pentito di mafia di Barcellona Pozzo di Gotto ritenuto abbastanza attendibile per le sue dichiarazioni su mafia e massoneria nel messinese. Ai pm di Messina Vito Di Giorgio e Angelo Cavallo ha raccontato che nell’aprile dello scorso anno alcuni boss siciliani rinchiusi nel carcere milanese di Opera si aspettavano “da un momento all’altro” la notizia del nuovo attentato.
“Me lo disse il capomafia Nino Rotolo – ha detto ai pm – Era con lui che facevo socialità”. Non solo. D’Amico ha anche aggiunto un altro particolare: “Avevo sentito Rotolo che parlava di qualcosa di grave con Vincenzo Galatolo facevano riferimento a una persona che citavano con un nomignolo. Un giorno gli chiesi di saperne di più. E mi disse che Di Matteo doveva morire a tutti i costi”. Rotolo e Galatolo non sono certo gli ultimi arrivati all’interno dell’organizzazione criminale, ntrambi ai vertici dei mandamenti di Pagliarelli e Resuttana. Il verbale dell’ex boss messinese è stato immediatamente trasmesso alla Procura di Caltanissetta che da tempo indaga sul progetto di attentato. Anche se non è chiaro quando D’Amico abbia reso le dichiarazioni è ovvio che queste siano una conferma su quanto dichiarato da Vito Galatolo, il figlio di Vincenzo, lo scorso novembre. “Quando fui arrestato, nel giugno 2014 l’ordine arrivato due anni fa da Matteo Messina Denaro tramite Girolamo Biondino era del tutto operativo. Nella lettera Messina Denaro disse che bisognava fare un attentato al dottor Di Matteo perché, stava andando oltre e ciò non era possibile anche per rispetto ai vecchi capi che erano detenuti. L’esplosivo lo conservava Vincenzo Graziano”. Galatolo parlò di oltre centocinquanta chili di tritolo fatti arrivare dalla Calabria. Lo aveva persino visto, conservato “dentro un contenitore di metallo”. Tuttavia, nonostante le indicazioni sui possibili luoghi in cui poteva essere nascosto, ad oggi non è stato ancora trovato e le ricerche condotte dai finanzieri del nucleo speciale di polizia valutaria e dagli investigatori del centro operativo Dia di Palermo, proseguono senza sosta.

Ad aumentare il clima di tensione al palazzo di giustizia ci sono però anche altri episodi, a cominciare dall’anonimo arrivato nei giorni scorsi in cui si parla chiaramente di armi conservate nei pressi di alcuni luoghi frequentati dai magistrati. E se in questo caso non si fa menzione specifica al pm Di Matteo resta comunque l’allarme attorno al magistrato per un episodio che lo ha riguardato da vicino. Lo ha riportato oggi La Repubblica. Alcuni bambini che frequentano il “Tc2” hanno raccontato di aver visto due uomini con un fucile appostati di fronte all’ingresso secondario del circolo del tennis di via San Lorenzo. “Erano dentro una villetta in ristrutturazione”, hanno spiegato ai genitori. E’ così che è partito l’allarme anche perché, proprio in quel momento, al circolo c’era Nino Di Matteo. Sembra che qualcuno dei bambini abbia anche segnato il numero di targa di un’auto. Immediatamente sono intervenuti i carabinieri ed è stata aperta un’inchiesta, coordinata dal procuratore capo Francesco Lo Voi e dal sostituto Enrico Bologna, su cui vige il massimo silenzio. Anche di questo si è parlato al comitato provinciale per l’ordine a la sicurezza pubblica dei giorni scorsi e ieri si è tenuto un vertice fra i magistrati a cui ha partecipato anche Di Matteo. Una serie di fatti che spiega forse anche il motivo per cui il procuratore nazionale Franco Roberti ha inserito nella relazione della Dna un riferimento all’inchiesta sul cosiddetto “Protocollo fantasma”, “Esposto anonimo nel quale oltre a varie vicende, in gran parte di competenza della Direzione distrettuale antimafia di Palermo, riguardanti processi anche risalenti nel tempo ed appartenenti alla storia del contrasto giudiziario a Cosa Nostra, emergono notizie di reato a carico di ignoti, asseritamente appartenenti alle forze dell’ordine, che avrebbero per conto di una non meglio specificata entità, spiato alcuni magistrati, impegnati in delicate attività di indagine”. Anche in quel caso al centro dell’anonimo c’erano Di Matteo ed i magistrati del pool trattativa.

Requiem per Messina Denaro sr, necrologio firmato: ”I tuoi cari” da: l’ora quotidiano

Anche quest’anno, il Giornale di Sicilia pubblica il ricordo di don Ciccio Messina Denaro, morto latitante il 30 novembre 1998. Suo figlio, Matteo, superlatitante, sarebbe il mandante del piano di morte ordinato per il pm Nino Di Matteo

di Redazione

30 novembre 2014

Il nome di Francesco Messina Denaro scritto al centro in grassetto, la data di morte a sinistra e quella di oggi a destra. Anche quest’anno, in occasione dell’anniversario della morte del boss (scomparso il 30 novembre 1998 a Castelvetrano, in provincia di Trapani), il  Giornale di Sicilia pubblica il necrologio per Francesco Messina Denaro, padre del latitante Matteo Messina Denaro. Il ricordo della scomparsa del boss, quest’anno, è firmato semplicemente: “I tuoi cari”.  Negli anni passati, invece, i familiari avevano pubblicato messaggi più articolati: “Ti vogliamo bene, sei sempre nei nostri cuori”, oppure citazioni del Vangelo.

Il cadavere di don Ciccio Messina Denaro, che morì mentre era latitante, fu ritrovato nelle campagne di Castelvetrano, vestito di tutto punto e pronto per le esequie. Il figlio, Matteo Messina Denaro, latitante dal 1993, è considerato l’erede di Riina e Provenzano. Secondo il pentito Vito Galatolo, sarebbe stato lui nel dicembre 2012 a disporre con una lettera la ripresa dello stragismo in Sicilia, ordinando l’eliminazione del  pm Nino Di Matteo, titolare dell’indagine sulla trattativa Stato-mafia, con un attentato al tritolo.

Di Matteo: ecco chi lo vuole uccidere e perché da: antimafia duemila

pool-trattativa-sg-c-castolo-gianniniNel mirino anche altri magistrati di Palermo, Trapani e Caltanissetta

di Giorgio Bongiovanni – 27 marzo 2014
Pietro Tagliavia, uomo d’onore di Brancaccio; Cosimo Vernengo, boss di Santa Maria di Gesù; Vito Galatolo, figlio del capomandamento dell’Acquasanta; Girolamo Biondino, fratello del braccio destro di Totò Riina, Salvatore; Tommaso Lo Presti, capomandamento di Porta Nuova; Nunzio Milano, boss di Porta Nuova; Giuseppe Guttadauro, capomandamento di Brancaccio. Sono questi alcuni nomi presenti nella lista degli uomini di mafia, scarcerati di recente, su cui si concentra l’attenzione delle Procure.
Chi di questi boss potrebbe essere pronto a raccogliere il mandato di morte che Totò Riina, dal carcere Opera di Milano, ha decretato nei confronti del pm Antonino Di Matteo, parlando con il capomafia della Sacra Corona Unita, Alberto Lorusso?

Chi tra questi uomini ha la possibilità di organizzare un attentato nei confronti dei magistrati del pool trattativa, di altri colleghi di Palermo, Caltanissetta o Trapani?
Chi, tra questi boss in circolazione, assieme a Matteo Messina Denaro ha la potenza di fuoco per armarsi di bazooka o sparare un missile terra-aria da lanciare da una delle colline di Palermo, prendendo di mira la palazzina del giudice Di Matteo così come tentarono (fallendo grazie a Dio) di uccidere l’allora procuratore capo di Palermo, Gian Carlo Caselli, nel 1995? Cosa impedirebbe ai mafiosi di colpire l’auto del magistrato con un congegno a distanza mentre viaggia con la scorta privo del bomb jammer?
Cosa nostra, l’organizzazione criminale più potente in Italia assieme alla ‘Ndrangheta, e tristemente, la più famosa del mondo, ha questa capacità militare a propria disposizione?
Ha davvero l’interesse di raccogliere l’ordine-invito del Capo dei capi, Riina?
La risposta, teoricamente, è sì. Ma nei fatti la mafia non ha alcun interesse strategico reale per mettere in atto l’ordine di Riina.
Certo, potrebbero crearsi comunque certi presupposti che non vanno presi alla leggera.
Partiamo da un assunto, ovvero che nessuno di questi capimafia tornati in libertà è uomo di “Cupola”.
Escluso Matteo Messina Denaro non ci sono nomi “eccellenti” che hanno preso parte alle riunioni della Commisione provinciale o regionale di Cosa nostra. Tuttavia sia i vecchi boss, che i giovani rampanti potrebbero rispondere all’appello di Riina decidendo di “fare il salto” ed “ergersi” come nuovi leader in Sicilia. Per i vari Settimo Mineo, Salvatore Gioeli, Nunzio Milano, Rosario Inzerillo, Emanuele Lipari, Gaetano Badagliacca, Tommaso Lo Presti, Girolamo Biondino, Vito Galatolo, Nicolò Salto, Pietro Vernengo, Cosimo Vernengo, Francesco Francoforti, Giuseppe Guttadauro, Giuseppe Giuliano, Pietro Tagliavia, Giovanni Asciutto, Nicola Ribisi e Carmelo Vellini, e tanti altri figli o nipoti di boss mafiosi o nuovi capi assolutamente sconosciuti, compiere una strage sarebbe una straordinaria dimostrazione di potere.
Un attacco “delirante” che porterebbe in un batter d’occhio l’eventuale autore al centro del cuore di Riina, rispondendo alle sue direttive stragiste, e al tempo stesso scalerebbe il vertice della nuova Cosa nostra, mettendo da parte persino il superlatitante Matteo Messina Denaro.
Tuttavia un tale “golpe” esporrebbe a gravi rischi i mafiosi che sentirebbero, nell’eventualità che avvenisse una nuova strage, immediatamente il fiato sul collo degli inquirenti e dello Stato che li stanerebbe, catturandoli, processandoli e condannandoli ad una vita da ergastolani.
Per questo motivo uccidere Di Matteo, o qualsiasi altro magistrato, in trincea nelle Procure a rischio in Italia sarebbe oggi sconveniente. Per questo motivo la mafia preferisce, salvo qualche regolamento di conti interno, dedicarsi ai propri affari, trafficare droga, compiere estorsioni o agganciare qualche politico compiacente che ne possa garantire la sopravvivenza. E soprattutto riscuotere quelle cambiali che lo Stato ha firmato durante la trattativa delle stragi del 1992-1993.
Tuttavia i pericoli nei confronti di Di Matteo, dei magistrati del pool trattativa, di quelli che indagano sulle stragi del 1992 e del 1993, e sulla cattura dei latitanti, restano altissimi.
E se non è la mafia ad avere l’interesse per compiere una strage ecco che l’obiettivo va spostato “oltre la mafia”, o meglio, verso la “mafia-Stato”.
Giovanni Falcone, ai tempi del fallito attentato all’Addaura, parlò di “menti raffinatissime” implicate nel progetto di morte. Oggi come allora “menti raffinatissime” potrebbero avere tutto l’interesse per organizzare una nuova strage. L’alibi è già pronto e l’ha fornito proprio Salvatore Riina: “Facciamola questa cosa, facciamola grossa”. Il “parafulmine” perfetto.
Perché se da una parte c’è uno Stato che protegge Di Matteo ed i magistrati di Palermo, Caltanissetta e Trapani, dando loro potere di indagare e compiere arresti nei confronti della mafia e dei collusi con essa, di processare imputati boss e complici eccellenti, dall’altra c’è uno Stato “deviato” molto potente. Uno “Stato-mafia” composto anche da figure appartenenti al mondo politico, della magistratura, della finanza, delle forze militari, dei servizi segreti, delle logge deviate che potrebbe avere tutto l’interesse di destabilizzare nuovamente il Paese tornando ad uccidere in maniera eclatante, magari servendosi dell’ambizione di vecchi e nuovi capimafia.
Il procuratore di Palermo Messineo, commentando la condanna a morte di Riina a Di Matteo, parlò di “chiamata alle armi”. Noi siamo d’accordo anche se va compreso profondamente chi risponderà alla stessa. Cosa nostra, apparentemente, starebbe “rispondendo picche” ma lo Stato deviato, lo stesso su cui stanno cercando di far luce tre Procure d’Italia (Palermo, Caltanissetta e Firenze), potrebbe avere ben altri argomenti da spendere.
Più che il processo trattativa possono essere forse proprio queste nuove inchieste a “togliere i sonni” non solo a soggetti già imputati nell’attuale procedimento sulla trattativa (con l’acquisizione di ulteriori prove a loro carico), ma anche di ignoti personaggi dal volto coperto e ancora incensurati.
Oltre a questo, esiste un intreccio perverso della potente finanza “nera”, criminale, con quella “bianca”, dello Stato. Le organizzazioni mafiose dispongono di immense quantità di capitale liquido. Solo la ‘Ndrangheta, secondo uno studio dell’istituto Demoskopika, ha un giro d’affari complessivo di 53 miliardi di euro annui, un esercito di circa 60 mila affiliati e quasi 400 ‘ndrine operative in 30 paesi, ma in totale sono 150 miliardi di euro, arrotondati per difetto, i soldi che ogni anno “fatturano” le mafie. Un costante flusso di denaro che è fondamentale per gli interessi finanziari di entrambi, lo Stato e la mafia, che continui a scorrere indisturbato. Anomalie di questo sistema, come il pm Di Matteo, sarebbero dunque da fermare prima che il processo per la trattativa Stato-mafia si spinga troppo oltre e vengano alla luce patti e segreti inconfessabili.
Ecco quindi che l’ipotesi “Stato-deviato” torna con forza.
Per quale motivo non può essere verosimile che “Servizi deviati” possano porre in essere un attentato contro i pm di Palermo e Caltanissetta pur di proteggere altri funzionari di Stato infedeli?
E’ verosimile che alcuni membri di Cosa nostra possano essere usati come pedine in un eventuale attentato?
Del resto è già accaduto in passato. Il pentito Salvatore Cancemi, oggi deceduto, mi raccontò (e soprattutto lo raccontò ai processi per le stragi del ’92-’93) che Riina nelle stragi venne “portato per la manina” mentre Spatuzza, più di recente, ha raccontato di figure a lui sconosciute, probabilmente esterne a Cosa nostra, nella preparazione dell’attentato di Via d’Amelio. Ecco perché, nuovamente, potremmo assistere ad una nuova strage con lo Stato-mafia che muove i fili, sporcandosi ancora una volta le mani di sangue, utilizzando come sempre sicari e boss.

Foto © Castolo Giannini