Il partito di Renzi azzera il centrosinistra Fonte: Il Manifesto | Autore: Paolo Favilli

Pro­viamo a riflet­tere su due recenti affer­ma­zioni pro­ve­nienti diret­ta­mente dal cer­chio ristretto ber­lu­sco­niano e dal pre­si­dente del con­si­glio. Denis Ver­dini rivol­gen­dosi a Capez­zone: «Dovre­sti capire che que­sto governo ha fatto tutto quello che poteva fare che ci andasse bene, come la legge elet­to­rale» (la Repub­blica 2 otto­bre). Mat­teo Renzi alla City di Lon­dra: «L’articolo 18 rap­pre­senta una man­canza di libertà per gli impren­di­tori» (Idem).

La lunga fase poli­tica in cui siamo immersi è con­trad­di­stinta dalla lotta per il «rico­no­sci­mento». In tali fasi la gestione del potere e la prassi di governo sono affi­date, come ha affer­mato un grande intel­let­tuale, recen­te­mente scom­parso, Mario Miegge, «per lo più a idioti – nel senso dell’etimo greco, che desi­gna il pro­prio (idios), la ristretta par­ti­co­la­rità del pri­vato con­trap­po­sta al pubblico».

Nel caso di Ver­dini e di Renzi è del tutto chiaro che si tratta di un caso di «idio­zie» con­ver­genti in un oriz­zonte con­di­viso, di una «pro­fonda sin­to­nia» tra i con­traenti del patto del Naza­reno. Ver­dini dice con sin­ce­rità, con can­dida sin­ce­rità con­sa­pe­vole di non susci­tare nes­sun scan­dalo, ciò che solo «l’idiozia» di coloro che hanno un diretto (o indi­retto) e par­ti­cu­lare modo di par­te­ci­pa­zione agli effetti del “patto” finge di igno­rare. Dice, cioè, non solo che i con­fini tra il par­tito di Ber­lu­sconi e quello di Renzi sono per­mea­bi­lis­simi, ma che tra le parti fon­da­men­tali del primo e quelle del secondo vi è una vera e pro­pria osmosi cemen­tata da un soli­dis­simo grumo comune di interessi.

L’osservatorio par­la­men­tare e poli­tico open­po­lis ha quan­ti­fi­cato in per­cen­tuali intorno al 90% i voti con­giunti di Forza Ita­lia e Pd e sem­pre intorno alle stesse per­cen­tuali le opi­nioni con­ver­genti di espo­nenti dei due par­titi. Il sistema poli­tico che si sta deli­neando, dun­que, è quello imper­niato su due par­titi, ten­den­zial­mente due soli, come è stato riba­dito in que­sti giorni dal pre­si­dente del consiglio.

Tra i due par­titi non esi­ste nes­suna netta frat­tura lon­gi­tu­di­nale, ne esi­stono invece di tra­sver­sali a seconda dei diversi gruppi di inte­resse. Frat­ture fluide e ricom­po­ni­bili, pronte a rifor­marsi su linee diverse, a seguito delle con­tin­genze. Al momento l’osmosi riguarda diret­ta­mente i gruppi di comando e quindi appare par­ti­co­lar­mente solida. Uno dei gruppi di comando è la risul­tante del pro­getto Berlusconi-Dell’Utri–Previti e quindi può defi­nirsi, sulla base di docu­men­tate sen­tenze, come risul­tante di un’operazione in cui sfera poli­tica e sfera cri­mi­nale non sono sepa­ra­bili. La rimo­zione costante di quest’aspetto è indi­ca­tore sicuro del livello di mitri­da­tiz­za­zione rag­giunto. È indi­ca­tore sicuro di come all’interno di una più gene­rale ten­denza all’inversione del pro­cesso demo­cra­tico che riguarda tutti i paesi avan­zati, la deca­denza ita­liana mostri anche un livello insop­por­ta­bile di putre­fa­zione del tes­suto etico-politico. Il fatto che sia, invece, sop­por­tato benis­simo è un ulte­riore indi­ca­tore di quanto sia esteso e profondo.

Le pro­messe della moder­nità, secondo Renzi, hanno come para­digma non la demo­cra­zia, cioè la ten­denza verso forme via via più orga­niz­zate di ugua­glianza, bensì la «libertà degli impren­di­tori». D’altra parte le moder­nità sono mol­te­plici e la forma del capi­ta­li­smo moderno, quello del sistema di fab­brica, si è defi­nito nella sua genesi, per dirla con un’icastica espres­sione di Bau­man, «nella lotta per il con­trollo del corpo e dell’anima del pro­dut­tore» (1982)».

I lavo­ra­tore, merce forza-lavoro, si pre­senta sul mer­cato come fun­zione della «libertà» di chi ha il potere di acqui­stare la merce in oggetto. Renzi si trova ad essere del tutto interno alle ten­denze di una fase in cui le forze dav­vero deci­sive e domi­nanti tro­vano neces­sa­rio ripro­porre le dina­mi­che dell’«accumulazione ori­gi­na­ria». Dun­que la cosid­detta «rivo­lu­zione ren­ziana» è la forma attuale della ragione del «capi­ta­li­smo asso­luto», che è appunto, la ragione della fase gene­tica e affer­ma­tiva. Dopo una lunga fase di «capi­ta­li­smo costi­tu­zio­na­liz­zato», la «rivo­lu­zione» ha assunto nuo­va­mente il suo signi­fi­cato eti­mo­lo­gico: ritorno al punto di inizio.

Non solo, quindi, non c’è nes­suna novità ana­li­tica (la parola è grossa per la poli­tica degli «idioti», si tratta solo di assun­zione della reto­rica ideo­lo­gica domi­nante), ma non ci sono nem­meno par­ti­co­lari novità rispetto alla tra­di­zione cul­tu­rale del Pd. Ricor­diamo per­fet­ta­mente come il respon­sa­bile eco­no­mico del par­tito da poco fon­dato (Tonini, marzo 2008), arti­co­lasse la sua visione del rap­porto eco­no­mia società para­fra­sando quasi alla let­tera La favola delle api di Ber­nard de Man­de­ville. Un testo set­te­cen­te­sco esem­plare della fon­da­zione della ragion capi­ta­li­stica asso­luta. Renzi non rivo­lu­ziona nep­pure il Pd, anzi del Pd è «rivelazione».

La sini­stra si rende conto di quello che sta suc­ce­dendo? Sem­bra fati­care a guar­dare in fac­cia la cata­strofe. Sem­bra ripro­porre lo schema della tela di Penelope.

L’esperienza della lista Tsi­pras, con tutte le dif­fi­coltà, debo­lezze, con­trad­di­zioni, è stata un momento posi­tivo nella tes­si­tura della tela. È il caso di ricor­dare ancora una volta quello che ha scritto a pro­po­sito Marco Revelli: cioè che i con­tri­buti di «mol­te­plici iden­tità sono stati, e soprat­tutto sono, tutti egual­mente pre­ziosi, [E]dovremmo pro­porci, d’ora in avanti, di non smar­rirne nep­pure uno, per set­ta­ri­smo, sup­po­nenza, tra­scu­ra­tezza». Ci sono tutti i segni che indi­cano la fatica ad affer­marsi di quella essen­ziale lezione. Sta ricom­pa­rendo un les­sico appa­ren­te­mente del tutto di buon senso che invece lan­cia pre­cisi mes­saggi. Chi infatti può essere favo­re­vole alla costru­zione di una sini­stra con­no­tata da «estre­mi­smo», «mino­ri­ta­ri­smo», «iden­ti­ta­ri­smo» etc.? Qual­cuno ha soste­nuto addi­rit­tura la neces­sità di sepa­ra­zione dai difen­sori dell’ «orto­dos­sia» (???). Non c’è limite al senso del ridi­colo: quale «orto­dos­sia» c’è oggi in campo?

L’uso di que­sta ter­mi­no­lo­gia rien­tra nel vizio così comune alla poli­tica nel tempo della reto­rica mani­po­la­trice, della reto­rica senza prova. Ognuno di que­sti ter­mini dovrebbe essere vagliato alla pie­tra di para­gone delle reali posi­zioni poli­ti­che e dei com­por­ta­menti. I modi di par­te­ci­pa­zione alla lista Tsi­pras sono la prova di fronte a cui la reto­rica si mostra dav­vero nella sua fun­zione di velo ideologico.

Se le parole sono ingan­na­trici il mes­sag­gio però è chiaro. Si può sfug­gire al mino­ri­ta­ri­smo solo attra­verso la rifon­da­zione del cen­tro­si­ni­stra. Natu­ral­mente un cen­tro­si­ni­stra «rin­no­vato», aperto all’influenza vivi­fi­ca­trice di quella sini­stra non «estre­mi­sta», non iden­ti­ta­ria», non «orto­dossa», la sini­stra della «cul­tura di governo». Posi­zione per­fet­ta­mente legit­tima che sconta però due osta­coli. Sconta la rot­tura com­pleta con l’esperienza della lista Tsi­pras il cui pro­getto è quello della costru­zione di una forza non solo del tutto auto­noma dal Partito-di-Renzi (l’espressione com’è noto è dell’ «estre­mi­sta» Ilvio Dia­manti), il che è del tutto ovvio, ma anche con­flit­tuale con ciò che quel par­tito rap­pre­senta. È pos­si­bile evi­tare il con­flitto tra la ragione del capi­ta­li­smo asso­luto e la ragione dell’eredità della sto­ria del movi­mento operaio?

Natu­ral­mente que­sto può non essere un pro­blema: per­ché non impe­dire il per­corso ini­ziato con la lista Tsi­pras se il cen­tro­si­ni­stra è l’unico oriz­zonte rite­nuto pra­ti­ca­bile? L’altro osta­colo è però più dif­fi­cile da rimuo­vere: la realtà. La dimen­sione strut­tu­rale del Partito-di-Renzi, il suo sistema di rife­ri­menti, l’insieme di poteri dav­vero forti che lo sosten­gono, può essere modi­fi­cato dalla pre­senza nell’alleanza di una sini­stra che «mino­ri­ta­ria» lo è per davvero?

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Landini: “Piazza piena per salvare l’articolo 18!”Fonte: Il Manifesto | Autore: Antonio Sciotto

E così la mac­china della Cgil è par­tita: la piazza del 25 otto­bre – San Gio­vanni – dovrà tra­boc­care di per­sone. Altri­menti il flop sarebbe cla­mo­roso, e le bat­tute del pre­si­dente del con­si­glio Mat­teo Renzi potreb­bero dive­nire ancora più bef­farde e taglienti. Ieri infatti sia Susanna Camusso che Mau­ri­zio Lan­dini, i due lea­der Cgil e Fiom in ritro­vata unità, hanno comin­ciato a spro­nare il pro­prio popolo di dipen­denti, pen­sio­nati e pre­cari. Oggi a Bolo­gna il diret­tivo Cgil che farà il punto.

Ma soprat­tutto si tratta di una corsa con­tro il tempo, per­ché il Jobs Act è già in discus­sione al Senato e Renzi punta a por­tare, al ver­tice Ue sul lavoro dell’8 otto­bre, un testo «non pastic­ciato». Cioè il più vicino pos­si­bile all’idea che lui stesso ha della delega: un qual­cosa con un nuovo sistema di tutele (quali per ora, e con che coper­ture è un mistero), basta che sia fatto fuori l’articolo 18.

Lan­dini ha arrin­gato i metal­mec­ca­nici dal palco dell’Assemblea nazio­nale di Cer­via: quella che avrebbe dovuto sta­bi­lire le moda­lità del cor­teo del 18 otto­bre, due giorni fa con­fluito nella piazza del 25 gra­zie a un accordo con Susanna Camusso. «Penso che aver deciso que­sta ini­zia­tiva sia un fatto impor­tan­tis­simo –ha detto il lea­der delle tute blu – ed è neces­sa­rio che la Fiom sia parte deci­siva per la sua riuscita».

Il segre­ta­rio Fiom ha rilan­ciato con un’altra pos­si­bile mobi­li­ta­zione, annun­ciando l’imminenza di uno scio­pero gene­rale della sua cate­go­ria: «Sarebbe impor­tante se l’assemblea desse man­dato alla segre­te­ria per arri­vare anche alla pro­cla­ma­zione di uno scio­pero gene­rale dei metal­mec­ca­nici», ha detto.

Lan­dini ha poi invo­cato la neces­sità di inno­vare le forme di pro­te­sta: «Le mani­fe­sta­zioni vanno benis­simo – ha osser­vato – gli scio­peri sono asso­lu­ta­mente neces­sari ma, quando fai uno scio­pero, i cas­sin­te­grati e i pre­cari non pos­sono farlo». Uno «scio­pero al con­tra­rio», così lo ha defi­nito, in cui si invi­tano le figure che nor­mal­mente non lavo­rano, o che hanno impie­ghi sal­tuari, ad affian­carsi agli scio­pe­ranti con momenti di «lavoro utile»: come opere di manu­ten­zione, cura dell’ambiente, soste­gno alle ini­zia­tive sociali.

Lan­dini ha invi­tato i fiom­mini a impe­gnarsi nella riu­scita della mani­fe­sta­zione, spie­gando che è impor­tante per dare un segnale al governo. D’altronde, quella di abo­lire l’articolo 18, e altri ana­lo­ghi prov­ve­di­menti su tagli e bloc­chi dei con­tratti, «non sono deci­sioni prese libe­ra­mente dall’Italia, ma sono vin­co­late dalla Bce e dall’Europa».

Da Roma ha soste­nuto le ragioni della pro­te­sta anche Camusso: «È strano soste­nere di un decreto delega, che ha un suo lungo per­corso di attua­zione, che è un pren­dere o lasciare –ha detto la segre­ta­ria Cgil – Abbiamo detto tante volte come il tema di uni­fi­care il mer­cato del lavoro sia molto impor­tante e non si possa fare creando nuovi dualismi».

I dua­li­smi che Renzi creerà abo­lendo l’articolo 18, tra chi oggi lo ha come tutela e chi non lo avrà mai. E Camusso ieri ne ha avute anche per la Con­fin­du­stria: l’associazione gui­data da Gior­gio Squinzi negli ultimi giorni ha molto bat­tuto sull’abolizione dell’articolo 18, e ieri si è presa della «desa­pa­re­cida». «In que­sta sta­gione la vediamo così – ha spie­gato la lea­der sin­da­cale – Alterna soste­gno al governo a lar­vate cri­ti­che, non vediamo il pro­ta­go­ni­smo. È l’effetto di una poli­tica che le imprese hanno fatto, non fon­data su ricerca e innovazione».

Quanto a Cisl e Uil – più tie­pide nei con­fronti del governo, ma anche ral­len­tate dal cam­bio al ver­tice di Bonanni e Ange­letti – Camusso si è augu­rata che si ripren­dano a fare ini­zia­tive insieme: «Ci augu­riamo che riprenda un cam­mino uni­ta­rio basato sulla piat­ta­forma previdenza-fisco che ave­vamo defi­nito insieme e che adesso affronti anche i temi del mer­cato del lavoro».

Ma come si sa sull’articolo 18 le visioni dei tre sin­da­cati, e soprat­tutto di Cisl e Uil rispetto alla Cgil, non sono con­ver­genti: le prime due hanno aperto a un Jobs Act che eli­mini la rein­te­gra per i nuovi assunti, men­tre il sin­da­cato gui­dato da Camusso punta ancora a man­te­nerla in piedi, sep­pure posti­ci­pata di un numero X di anni (si era par­lato di 3 ini­zial­mente, ma anche que­sto ter­mine – sem­pre che la tutela venga con­ser­vata – non è affatto scontato).

C’è da regi­strare infine la difesa dell’articolo 18 da parte della pre­si­dente della Camera, Laura Bol­drini: «Credo che l’articolo 18 sia que­stione non cru­ciale per il cam­bia­mento – ha detto – Ho incon­trato mol­tis­simi impren­di­tori e ciò che lamen­tano sono troppe tasse, poco accesso al cre­dito, troppa buro­cra­zia, tempi lun­ghi della giu­sti­zia. Rara­mente ho sen­tito l’imprenditore che ha detto il pro­blema è l’articolo 18». «Non credo si fac­cia ripresa e cre­scita ero­dendo diritti a chi ancora li ha».

L’autunno della Lista Tsipras Fonte: Il Manifesto | Autore: Riccardo Chiari

In piazza il 18 ottobre con la Fiom. A novembre una manifestazione nazionale. Ma alle regionali, in Calabria e in Emilia Romagna, ‘rispetto’ per le condizioni peculiari. In attesa che la base di Sel decida se correre con l’Altra europa o con il centrosinistraLa cam­pa­gna d’autunno dell’Altra Europa per Tsi­pras pog­gia su un documento-manifesto da pre­pa­rare, discu­tere e appro­vare nei pros­simi 60–90 giorni, per avviare il pro­prio svi­luppo orga­niz­za­tivo. Anche in vista delle future ele­zioni nazio­nali, dove pre­sen­tarsi come forza alter­na­tiva al Pd di Mat­teo Renzi. Poi una mani­fe­sta­zione fis­sata per il 29 novem­bre e da orga­niz­zare sul tri­no­mio diritti-reddito-lavoro, in totale con­tra­sto con le poli­ti­che della Com­mis­sione Ue e di un governo ita­liano «che al di là degli slo­gan sta docil­mente seguendo le diret­tive di Bruxelles».

Infine un veloce pas­sag­gio sulle sca­denze elet­to­rali più vicine, regio­nali in pri­mis, con una sin­te­tica «presa d’atto» della pecu­liare realtà cala­brese e dell’attivismo dei comi­tati ter­ri­to­riali emiliano-romagnoli. Che sul punto, ricorda Cor­rado Oddi, «pre­sen­te­ranno can­di­dati che erano sulla lista dell’Altra Europa, con un pro­gramma che si richiama a quello con­ti­nen­tale». Lasciando al tempo stesso a Sel, alle prese con il refe­ren­dum fra gli iscritti per deci­dere o meno il soste­gno al can­di­dato vin­ci­tore delle pri­ma­rie Pd, l’elementare diritto alla con­sul­ta­zione della pro­pria base.

Dal comi­tato ope­ra­tivo dell’Altra Europa, una sorta di ese­cu­tivo prov­vi­so­rio che si ritrova a Firenze per sti­lare un pro­gramma di lavoro per i mesi a venire, escono più volti sod­di­sfatti di quanto ci si aspet­tasse, in una vigi­lia che era stata segnata dalle ten­sioni elet­to­ra­li­sti­che. Alla prova dei fatti invece la riu­nione viene giu­di­cata posi­ti­va­mente, sia dai rap­pre­sen­tanti delle forze poli­ti­che (Deiana e Cento di Sel, Fan­tozzi e Acerbo di Rifon­da­zione), che dagli altri pro­ta­go­ni­sti dell’Altra Europa, da Marco Revelli a Roberto Musac­chio e Mas­simo Torelli, fino agli espo­nenti dei tanti comi­tati locali per Tsi­pras che hanno lavo­rato pan­cia a terra nella scorsa pri­ma­vera, per sen­si­bi­liz­zare l’elettorato e far supe­rare alla lista il quo­rum del 4% con l’elezione di tre europarlamentari.

A que­sto punto, osserva Revelli intro­du­cendo la discus­sione, occorre però un nuovo documento-manifesto, che da un lato con­fermi il radi­ca­mento con l’esperienza euro­pea, e dall’altro avvii una fase di con­so­li­da­mento orga­niz­za­tivo. La stra­te­gia d’azione è quella di costi­tuire un’associazione che rac­colga ade­sioni indi­vi­duali, e che quindi non si trovi in con­trad­di­zione con l’appartenenza a que­sta o quella forza già orga­niz­zata. Va da sé peral­tro che, in pro­spet­tiva, le deci­sioni che saranno prese, in par­ti­co­lare sulle deli­cate que­stioni elet­to­rali, dovreb­bero com­por­tare una ces­sione di sovra­nità. Un pro­cesso aiu­tato dai tempi medio-lunghi che l’esecutivo di Renzi si è dato – i «mille giorni» — per l’attuale legi­sla­tura. E dalla pro­gres­siva con­sta­ta­zione da parte dell’elettorato, come osserva fra gli altri anche Paolo Cento, che «il cen­tro­si­ni­stra è morto».

A Revelli viene affi­dato il com­pito di ini­ziare l’elaborazione del documento-manifesto, e di coor­di­nare un lavoro di gruppo per la ste­sura defi­ni­tiva. Il comi­tato ope­ra­tivo decide inol­tre di soste­nere la cam­pa­gna per la revi­sione dell’articolo 81, e ade­ri­sce alla mobi­li­ta­zione Fiom, e alle altre ini­zia­tive di lotta dei comi­tati ter­ri­to­riali. «L’Altra Europa con Tsi­pras – dice il docu­mento con­clu­sivo — lavora per costruire l’opposizione sociale e poli­tica alle poli­ti­che di Renzi e della Com­mis­sione Euro­pea. Il pro­cesso pro­se­gue den­tro le lotte e le mobi­li­ta­zioni: l’Altra Europa ade­ri­sce alla mani­fe­sta­zione della Fiom del 18 otto­bre, e pro­pone per il 29 novem­bre una mani­fe­sta­zione nazio­nale a Roma con­tro Renzi e la Com­mis­sione Euro­pea di Junc­ker e Katai­nen. E’ fon­da­men­tale che, men­tre Renzi gioca a divi­dere e con­trap­porre i sog­getti sociali col­piti dalle poli­ti­che neo­li­be­ri­ste, l’Altra Europa pro­pone di unire i mille ‘No’ a quelle poli­ti­che: una mani­fe­sta­zione per dire no al Jobs Act e alla can­cel­la­zione di quel che è rima­sto dell’articolo 18, e al tempo stesso per riven­di­care l’introduzione di un red­dito minimo garantito».

Jobs act anche per decreto, articolo 18 sempre più a rischio Fonte: il manifesto | Autore: Massimo Franchi

Il Jobs act per decreto. Com­presa la modi­fica dell’articolo 18, sim­bolo di «un sistema ini­quo» e dun­que «non di sini­stra», di un «sistema del diritto del lavoro che va radi­cal­mente cam­biato». Per ora è solo una minac­cia che Mat­teo Renzi agita alla Camera – non riba­den­dola invece al Senato, dove parla qual­che ora più tardi – ma cer­ti­fica come il pre­si­dente del Con­si­glio voglia por­tare a casa “in tempi bre­vis­simi” la nuova riforma del lavoro. Dubbi di costi­tu­zio­na­lità a parte — tra­mu­tare un dise­gno di legge delega in un decreto sarebbe una for­za­tura dif­fi­cil­mente accet­ta­bile da Napo­li­tano — il pre­mier mette la pistola sul tavolo parlamentare.

Alla vigi­lia della riu­nione della com­mis­sione Lavoro del Senato che dovrà discu­tere l’articolo 4 della legge delega – quella che riguarda il con­tratto a tutele cre­scenti e, nel volere della destra della mag­gio­ranza anche la riscrit­tura in maniera restrit­tiva dello Sta­tuto dei lavo­ra­tori – il pre­mier dedica la parte più sen­tita del suo discorso alle Camere sul pro­gramma dei mille giorni al capi­tolo lavoro. L’emergenza disoc­cu­pa­zione per lui va affron­tata subito e vede come fumo negli occhi le divi­sioni all’interno della sua mag­gio­ranza che potreb­bero por­tare ad un ral­len­ta­mento dei tempi di appro­va­zione della delega. La fac­cia del mini­stro Giu­liano Poletti nel momento in cui Renzi ha pro­fe­rito la parola «decreto» era tutto un pro­gramma: la sor­presa lascia nel giro di qual­che secondo spa­zio ad un annuire di capo poco con­vinto. Dif­fi­cile pen­sare che fosse al cor­rente, anche per­ché solo qual­che ora prima — e ieri sera in un incon­tro infor­male — aveva lavo­rato ad un emen­da­mento di com­pro­messo — senza rife­ri­menti all’articolo 18 — per l’approvazione al Senato e – soprat­tutto – alla Camera, per poi non dover tor­nare a palazzo Madama, allun­gan­done i tempi, fis­sati «entro fine anno», con 6 mesi per i decreti dele­gati, di com­pe­tenza governativa.

Le parole del pre­mier hanno di fatto rin­gal­luz­zito i soste­ni­tori dell’addio all’articolo 18, già reso monco dalla riforma For­nero (“Non credo che da una nuova riforma dell’articolo 18 possa arri­vare una varia­zione per l’occupazione ma sull’articolo 18 è in corso una nuova par­tita ideo­lo­gica: c’è chi vuole vin­cere una par­tita al di là di quello che serve al Paese”, ha detto ieri l’ex mini­stro) di due soli anni fa. Lo stesso Mau­ri­zio Sac­coni (Ncd), rela­tore del prov­ve­die­mento e pre­si­dente della com­mis­sione Lavoro al Senato, è pas­sato dalle dichia­ra­zioni con­ci­lianti di lunedì — «Un com­pro­messo è a por­tata di mano» — ad applau­dire le parole del pre­mier — «Ha posi­zione più avan­zata del Pd» — e a chie­der­gli il corag­gio di «andare avanti sul decreto». Sulla stessa posi­zione Piero Ichino – autore dell’emendamento per sosti­tuire il rein­te­gro con un’indennità nel con­tratto a tutele cre­scenti – e tutta Scelta Civica.

Le rea­zioni sul fronte sini­stro però non si fanno atten­dere. Il più duro è Mau­ri­zio Lan­dini che nel giro di due bat­tute fa crol­lare la pre­sunta asse col pre­mier: «Sarebbe uno strappo inac­cet­ta­bile se si inter­ve­nisse con un decreto o se si can­cel­lasse l’articolo 18: il pro­blema è esten­derlo a quelli che non ce l’hanno». Il segre­ta­rio Fiom va oltre, chie­dendo che il Diret­tivo Cgil di oggi discuta di «scio­pero gene­rale». Con­tro Renzi anche il “ren­ziano” Ange­letti, Bonanni e tutta Sel. Silente il M5s.

Nel Pd le acque sono agi­tate: Area rifor­mi­sta ha subor­di­nato la col­la­bo­ra­zione nella nuova segre­te­ria ad una discus­sione ad hoc sulla riforma del lavoro, con Renzi dispo­ni­bi­lie a con­ce­derla a fine set­tem­bre. L’ala sini­stra intanto si schiera a difesa dell’articolo 18, per­suasa ancora di spun­tarla. Cesare Damiano, colui che come pre­si­dente della com­mis­sione Lavoro della Camera — a mag­gio­ranza sini­stra Pd — potrebbe allun­gare i tempi della delega, è con­vinto che quella del decreto evo­cato da Renzi sia «una pres­sione nor­male in que­sti casi: alla fine io credo che il decreto non ci sarà». Allo stesso modo lui – nono­stante la pres­sante richie­sta – non sarà sta­mat­tina al Senato quando i sena­tori Pd discu­te­ranno il testo dell’emendamento alla delega. L’ipotesi era quella di un’indicazione gene­rica a rimo­du­lare parti dello Sta­tuto. Poi è arri­vato il ricatto di Renzi. Le con­se­guenze si capi­ranno da oggi in poi.

Renzi: “Lo ammetto, la crescita sarà zero”Fonte: Il Manifesto | Autore: Antonio Sciotto

Il premier a “Porta a Porta”. La nuova legge di stabilità prevederà meno tasse sul lavoro, ma non ci sono soldi per estendere la platea degli 80 euro. Nessun intervento sulle pensioniAPorta a Porta, alla ripresa uffi­ciale delle ospi­tate tv, Mat­teo Renzi deve ammet­tere che non tutto è andato come da pre­vi­sioni: il tempo dei fuo­chi arti­fi­ciali, di moda quando si inse­diò a Palazzo Chigi, è bello che andato. Male il Pil, che quest’anno cre­scerà «intorno allo zero». Ed è con­fer­mato che sugli 80 euro non c’è trippa per gatti, o meglio per pen­sio­nati, inca­pienti e par­tite Iva, che non vedranno l’agognato allar­ga­mento della pla­tea: «Non sono ancora in con­di­zione di farlo». Ma l’invito agli ita­liani è di «smet­terla di cedere alla cul­tura del pia­gni­steo». Il pre­si­dente del con­si­glio, insomma, chiede ancora credito.

Ecco dun­que le pre­vi­sioni sul Pil: quest’anno, spiega il pre­mier a Bruno Vespa, sarà «intorno allo zero e non è suf­fi­ciente per ripar­tire: i dati nel 2014 non saranno entu­sia­smanti». L’Italia, ha spie­gato Renzi, ha perso posi­zioni in que­sti anni: –2,4% nel 2012, –1,9% nel 2013, ora intorno allo zero. «Abbiamo ral­len­tato la caduta».

«Potrebbe avere qual­che miglio­ra­mento il rap­porto del debito sul pil, dal 137% al 135%. Ma sulla cre­scita non cam­bierà sostan­zial­mente niente», ha con­cluso Renzi.

Quanto alla nuova legge di sta­bi­lità, il pre­si­dente del con­si­glio ha annun­ciato che «avremo un’ulteriore ridu­zione del costo del lavoro. Che finan­zie­remo con la ridu­zione della spesa». Il governo sta valu­tando sia un taglio dell’Irap che un inter­vento sui contributi.

Ma ci sarà anche la con­ferma, per chi li ha già avuti, degli 80 euro: «È chiaro che c’è un sen­ti­mento di sfi­du­cia – ha osser­vato Renzi com­men­tando il fatto che gli ita­liani ancora non li hanno spesi – ma noi siamo in grado di assi­cu­rare che per quella pla­tea sono garan­titi. Poi si dovrebbe allar­gare la pla­tea, ma non sono ancora in con­di­zione di farlo». Le risorse, secondo il pre­mier, si potranno otte­nere «recu­pe­rando 20 miliardi con la spen­ding review. Soldi che potremmo usare anche per altro: abbas­sa­mento delle tasse o inve­sti­menti in set­tori strategici».

E se si nomina la spen­ding review, viene subito in mente lo scon­tro, poi in qual­che modo ricom­po­sto, con il com­mis­sa­rio Clau­dio Cot­ta­relli. Renzi nega che ci sia stata una rot­tura, anche se con­ferma che in pra­tica Cot­ta­relli lascerà dopo la legge di sta­bi­lità: «Ha chie­sto tre mesi fa di poter andare a Washing­ton al Fondo mone­ta­rio anche per motivi di fami­glia. Io gli ho detto: “Però la legge di sta­bi­lità la fai con noi”. Poi io sono dell’idea che la spen­ding la fai comun­que, con o senza Cottarelli».

Sul nodo delle pen­sioni, il pre­mier ammette una diver­genza con il com­mis­sa­rio alla revi­sione della spesa. «Nel primo piano che Cot­ta­relli pre­sentò voleva tas­sare le pen­sioni sopra i 2 mila euro e gli ho detto di no– spiega Renzi – Non è che dai i soldi a quelli che pren­dono meno di 1.500 euro e li vai a pren­dere a chi prende 2 mila. Pen­sione d’oro non è 2–3 mila euro al mese, poi è chiaro che se c’è la pen­sione da 90 mila euro al mese inter­vieni. Sarebbe un grave errore susci­tare il panico tra i pen­sio­nati per recu­pe­rare 100 milioni».

Almeno su que­sto fronte, forse i sin­da­cati saranno tran­quil­liz­zati. Restano però, come sap­piamo, i nodi del con­tratto degli sta­tali, e lo scio­pero annun­ciato dalle forze di poli­zia. «È ille­gale, va con­tro la legge – dichiara duro il pre­si­dente del con­si­glio – I loro sin­da­ca­li­sti si sono com­por­tati in maniera inde­co­rosa». Renzi ammette poi che i soldi per sbloc­care i salari «già pos­sono essere tro­vati», ma aggiunge: «I sin­da­ca­li­sti si riman­gino tutto quello che hanno detto per rispetto ai loro col­le­ghi e poi si ragiona».

Infine, il Pd. «Non ci penso nem­meno un nano­se­condo» a lasciare la segre­te­ria, dice Renzi. Domani la dire­zione del par­tito, venerdì la nuova segre­te­ria. L’invito alla mino­ranza è di riman­dare tutte le sfide al 2017, al pros­simo congresso.

Renzi pronto a cancellare l’articolo 18 | Fonte: Il Manifesto | Autore: Antonio Sciotto

Jobs Act. Il premier al «Sole 24 Ore»: via la reintegra obbligatoria. No di Camusso (Cgil): «Basta slogan». Landini (Fiom) è pronto alla piazza: «Conflitto pesante». Sacconi (Ncd): «La delega sia ampia e senza inibizioni». Damiano (Pd): «Fino a tre anni di prova e poi la tutela piena»Ci siamo. Mat­teo Renzi ha sve­lato i pro­grammi del governo sull’articolo 18, finora coperti da dichia­ra­zioni vaghe o con­trad­dit­to­rie sul Jobs Act. Un’altalena che dura da mesi, sul cosid­detto «con­tratto a tempo inde­ter­mi­nato a tutele cre­scenti»: una volta pare pre­do­mi­nare la “ver­sione Ichino” (dopo i 3 anni non si matura l’articolo 18 pieno, con la rein­te­gra, ma si ha diritto solo a un inden­nizzo eco­no­mico) e un’altra quella di Boeri-Garibaldi (il per­corso si con­clude con un 18 com­pleto). Il pre­si­dente del con­si­glio pro­pende per la prima ipo­tesi, che can­cella l’articolo 18 così come lo cono­sciamo, per sem­pre e per tutti: e lo ha rive­lato ieri nella “tana del lupo”, in un’intervista al diret­tore del Sole 24 Ore, quo­ti­diano della Confindustria.

Ecco le parole di Renzi, pre­ce­dute dalla domanda del diret­tore Roberto Napo­le­tano (l’intervista era ieri in aper­tura del gior­nale, e occu­pava le intere pagine 2 e 3). Domanda: «Con­tratto a tempo inde­ter­mi­nato fles­si­bile vuol dire anche supe­ra­mento dell’articolo 18 e della rein­te­gra obbli­ga­to­ria?». La rispo­sta del pre­mier: «Quella è la dire­zione di mar­cia, mi sem­bra ovvio. Sarà pos­si­bile solo se si cam­bierà il sistema di tutele».

Se il ter­mine «supe­ra­mento» vuol dire tutto e niente, e non avrebbe in sé carat­te­riz­zato la domanda, è invece asso­lu­ta­mente indi­ca­tiva l’espressione «rein­te­gra obbli­ga­to­ria», che rap­pre­senta il “cuore” dell’articolo 18. A meno di una cat­tiva tra­scri­zione del diret­tore del Sole 24 Ore (ma lì Renzi dovrebbe pre­ten­dere una qual­che ret­ti­fica), le inten­zioni del governo sem­brano insomma chiare.

Senza stare ad appen­dersi alle sin­gole dichia­ra­zioni (che come inse­gna la neo­nata «annun­cite» pos­sono essere smen­tite dai fatti), emerge però chia­ra­mente che l’attuale ese­cu­tivo minac­cia molto pesan­te­mente la tutela con­tro i licen­zia­menti indi­scri­mi­nati: spinto dalla pres­sione dell’Ncd – certo – ma soste­nuto anche da una grossa fetta di “ren­ziani” a cui que­sta garan­zia non sta a cuore. Diver­sa­mente la vede il campo “ber­sa­niano” – più vicino alla Cgil – ma sap­piamo quanto facil­mente esso possa venire zit­tito dai timo­nieri del partito.

Lo stesso pre­mier nelle ultime set­ti­mane ha ripe­tuto che «l’articolo 18 non è il vero pro­blema», e lunedì scorso aveva aggiunto che riguarda «solo 3000 per­sone» in Ita­lia, quasi a fare inten­dere che non sarebbe stato toc­cato (a parte il met­terlo alla fine del nuovo con­tratto trien­nale, accet­tato ormai anche dai più “riot­tosi”, come la Cgil e la Fiom). E lo stesso mini­stro del Lavoro Giu­liano Poletti, poco dopo Fer­ra­go­sto, aveva fatto capire che sì, l’intero Sta­tuto dei lavo­ra­tori sarebbe stato riscritto (come dice anche Renzi), ma senza andare a modi­fi­care in modo trau­ma­tico la “tutela delle tutele”.

Ieri, invece, una bella doc­cia fredda, un Ice Buc­ket Chal­lenge rove­sciato sulla testa di Susanna Camusso. Che infatti ha rea­gito, inter­vi­stata dall’Unità on line: «Non è vero che riguarda 3 mila per­sone – ha detto la segre­ta­ria della Cgil – Que­sto è un modo di smi­nuire. Quell’articolo riguarda i diritti fon­da­men­tali dei cit­ta­dini, e dei lavo­ra­tori, diritti che non pos­sono essere sop­pressi». La lea­der sin­da­cale invita quindi Renzi ad «abban­do­nare gli slo­gan», e a pren­dere «dal modello tede­sco gli ele­menti che miglio­rano le con­di­zioni dei lavo­ra­tori, e non quello che precarizza».

Duris­sima anche la rea­zione del segre­ta­rio della Fiom Mau­ri­zio Lan­dini, che annun­cia un autunno rovente: se il governo pensa di can­cel­lare l’articolo 18, «si aprirà un con­flitto molto pesante non solo con la Fiom ma con tutti i lavo­ra­tori». «Come dicono a Napoli, accà nisciuno è fesso», ha poi aggiunto.

Intanto oggi pro­prio il Jobs Act approda in Senato, nella Com­mis­sione Lavoro pre­sie­duta da Mau­ri­zio Sac­coni, che da anni vor­rebbe abo­lirlo. Ieri Sac­coni ha chie­sto una «delega al governo ampia e senza ini­bi­zioni, tale da con­sen­tire di rifor­mare le tutele».

Tenta di fre­narlo Cesare Damiano (Pd), pre­si­dente della Com­mis­sione Lavoro della Camera: «Ser­vono obiet­tivi sele­zio­nati, dele­ghe in bianco non sareb­bero pos­si­bili. C’è una pro­po­sta di legge del Pd pre­sen­tata già nella pas­sata legi­sla­tura: periodo di prova non supe­riore a tre anni, minor costo rispetto a tutti gli altri con­tratti, e matu­ra­zione alla fine dell’articolo 18».

Intervista a Landini: “Caro Renzi, ora tu devi cambiare verso” Fonte: Il Manifesto | Autore: Antonio Sciotto

«Il pre­mier dice che vuole far cam­biare verso all’Italia. Ma adesso è evi­dente che deve essere lui, a cam­biare verso». Il segre­ta­rio gene­rale della Fiom, Mau­ri­zio Lan­dini, risponde così se gli chiedi di com­men­tare gli ultimi dati Istat, quel –0,2% che ci ha fatto ripiom­bare in reces­sione. E che ha creato la prima grossa crepa nella serie inin­ter­rotta di suc­cessi di Mat­teo Renzi. Subito dopo, ci anti­cipa il pro­gramma dei metal­mec­ca­nici per l’autunno: «Un’assemblea nazio­nale dei dele­gati, una mobi­li­ta­zione, il con­fronto a tutto campo con il governo». Senza dimen­ti­care i nodi rima­sti aperti den­tro la Cgil, dopo il Con­gresso di mag­gio che lo ha visto scon­trarsi con la segre­ta­ria gene­rale, Susanna Camusso.

Ve lo aspet­ta­vate, alla Fiom, il ritorno dell’Italia in recessione?

I segnali c’erano tutti, per­ché il governo non è inter­ve­nuto sui nodi strut­tu­rali che impe­di­scono al Paese di ripar­tire. Non c’è ripresa di inve­sti­menti, né pub­blici né pri­vati. Si con­ti­nua, al con­tra­rio, a stare den­tro la logica che portò al governo Monti, quando si decise il taglio delle pen­sioni, l’introduzione del pareg­gio bilan­cio, la modi­fica dell’articolo 18, la nazio­na­liz­za­zione del debito, ripor­tan­dolo nelle ban­che ita­liane. Per l’autunno, i segnali che abbiamo dal set­tore pro­dut­tivo sono molto pre­oc­cu­panti: i nodi Ilva e Piom­bino, i 650 licen­zia­menti di Terni. Fiat che annun­cia di essere defi­ni­ti­va­mente fuori dal nostro Paese, nel silen­zio della poli­tica. La vicenda Ter­mini Ime­rese che non si è risolta, come quella Iri­sbus. La delu­dente quo­ta­zione in borsa di Fin­can­tieri. Tutte ricette che hanno fal­lito, per que­sto dico a Renzi: «Adesso devi cam­biare verso».

Glielo ha detto anche Draghi.

Sì, ma dalla Bce arriva un altro invito, su cui non con­cordo: che l’Italia debba ancora di più abbrac­ciare la linea delle “riforme”. Che si con­cre­tizza, per capirci, nei tagli della troika. La Bce, piut­to­sto, dovrebbe avere un ruolo diverso: non stare attenta solo all’inflazione, ma soste­nere l’economia reale, come suc­cede con altre ban­che cen­trali, ad esem­pio in Usa e Giap­pone. Per aiu­tare le nostre espor­ta­zioni potrebbe far per­dere valore all’euro, ad esem­pio, che oggi è troppo forte. E le imprese, tra l’altro, hanno costi di accesso al cre­dito proi­bi­tivi. Se il discorso di «cedere sovra­nità» è più gene­rale, se si parla di un’Europa sociale, poli­tica, di scelte sullo scac­chiere inter­na­zio­nale, allora sì, se ne può par­lare. Di que­sto sen­tiamo il biso­gno: ma allora Renzi, se vuole chie­dere nuove regole in Europa, prima si pre­senti con un piano di cre­scita per l’Italia, con un’idea di inve­sti­menti pub­blici. E dopo, chieda regole diverse sul defi­cit, affronti il nodo del Fiscal Com­pact. Il refe­ren­dum soste­nuto dalla Cgil va nella giu­sta dire­zione, per rom­pere la gab­bia dell’austerità.

Gli 80 euro non hanno funzionato?

Gli 80 euro non fun­zio­nano se non li estendi a tutti i cit­ta­dini con red­dito basso: se non li dai ai pen­sio­nati, alle par­tite Iva. I con­sumi non ripar­tono se le per­sone non per­ce­pi­scono che il cam­bio è strut­tu­rale, che si sostiene in modo per­ma­nente chi non ce la fa. E soprat­tutto, da soli non bastano: deve ripar­tire il lavoro, l’occupazione. Un ope­raio l’altro giorno mi ha detto: «Lan­dini, le riforme saranno impor­tanti, ma quanti posti di lavoro creano?».

Eppure Renzi si sente sicuro, ha dalla sua il 41% preso alle euro­pee. Pare avervi sca­val­cato, avrebbe insomma un rap­porto diretto con il mondo del lavoro.

Nes­suno nega quei numeri. Ma stiamo attenti alla vola­ti­lità dei risul­tati elet­to­rali, l’abbiamo visto negli ultimi anni. Ber­lu­sconi che perde 9 milioni di voti, il Pd che prima ne lascia per strada 5, e poi ne recu­pera 3. Lo stesso Grillo, in un anno ha perso 3 milioni di voti. L’astensionismo aumenta: non hanno votato circa 20 milioni di per­sone, a fronte degli 11 con­qui­stati dal Pd. Ora le chiac­chiere, come dicono nella mia zona, stanno a zero. Renzi deve offrire risultati.

Ma voi della Cgil non vi sen­tite iso­lati? Avete fatto ricorso alla Ue con­tro il “decreto Poletti”, ed è par­tito un fuoco di fila, pro­prio dal Pd. «Palude». «Non riem­piono più le piazze». Avete perso defi­ni­ti­va­mente il legame con la politica?

Io non mi sento per niente iso­lato: come Cgil, come Fiom, sono in con­tatto con chi lavora. Certo, va rico­sti­tuita un’interlocuzione con la poli­tica, ma in un’ottica nuova: se loro ti dicono che pos­sono fare tutto per­ché hanno il 41%, bene noi dimo­striamo la nostra forza e auto­no­mia. I temi di cui par­lare in autunno sono tanti: trovo una scioc­chezza tor­nare sull’articolo 18, men­tre al con­tra­rio si devono sem­pli­fi­care le forme di assun­zione. Già in tempi non sospetti ho detto di essere d’accordo con il con­tratto a tempo inde­ter­mi­nato a tutele cre­scenti, ripu­lendo però il campo dalle forme spu­rie e pre­ca­rie. Vanno anche estesi gli ammor­tiz­za­tori sociali, intro­du­cendo un red­dito minimo. E poi insi­sto: poli­tica indu­striale, inve­sti­menti per la manu­ten­zione del ter­ri­to­rio, pren­dendo le risorse dalla boni­fica della cor­ru­zione, del rici­clag­gio, dell’evasione fiscale.

Quindi in autunno nuove mobilitazioni?

Abbiamo in pro­gramma l’assemblea nazio­nale dei dele­gati, l’ultimo fine set­ti­mana di set­tem­bre. Vor­remmo riu­ni­fi­care le ver­tenze aperte sui ter­ri­tori, per uno sbocco nazio­nale: affian­cando nuove forme di mobi­li­ta­zione accanto ai clas­sici scio­peri, per coin­vol­gere gio­vani e precari.

Quale mes­sag­gio lancerete?

Ci sono almeno due ter­reni su cui Renzi può agire per creare lavoro, oltre alla poli­tica indu­striale. Il primo è soste­nere i con­tratti di soli­da­rietà e le ridu­zioni di ora­rio, come si è fatto con l’Electrolux. In Ita­lia si lavora 1800 ore l’anno, nel resto d’Europa 1500–1600. In quel gap di 200 ore ci sono posti di lavoro. E pen­sare che noi defi­sca­liz­ziamo gli straor­di­nari: assurdo, in tempo di crisi. E ancora: si rifor­mino seria­mente le pen­sioni, così da fare posto a nuove assunzioni.

Quindi modello Elec­tro­lux. E invece di quello Ali­ta­lia la Fiom cosa dice?

Rap­pre­senta tutto ciò che non si dovrebbe fare, e bene ha fatto la Cgil a non fir­mare. Il governo ha tim­brato un accordo in cui si licen­zia senza uti­liz­zare pie­na­mente ammor­tiz­za­tori e con­tratti di soli­da­rietà: come dire, fatto lì, si può ripe­tere ovunque.

Den­tro la Cgil avete discusso una stra­te­gia per l’autunno, dopo il Congresso?

Abbiamo un Diret­tivo a metà set­tem­bre. Io credo che si deb­bano met­tere in campo mobi­li­ta­zioni, anche da soli: il che non impe­di­sce ini­zia­tive con altri sindacati.

Avete risolto in qual­che modo i nodi che vi hanno por­tato allo scon­tro in Cgil?

Io vedo quei nodi ancora aperti. Mi rife­ri­sco prima di tutto a una riforma demo­cra­tica della Cgil: e fac­cio un esem­pio. In que­sti mesi stiamo rin­no­vando le Rsu: lavo­ra­trici e lavo­ra­tori che ci met­tono la fac­cia, che ci fanno vivere come sin­da­cato gra­zie al loro impe­gno nelle fab­bri­che. E sono eletti da tutti, iscritti e non iscritti. Andiamo invece alle strut­ture diri­genti, al mio posto, a quello dei segre­tari gene­rali: si arriva a un Con­gresso in cui su 5,6 milioni di iscritti ti vota mas­simo il 20%, men­tre l’80% risulta non per­ve­nuto. Da lì si passa a un gruppo ristretto di diri­genti, che elegge altri diri­genti. Così non si può andare avanti: il gap con i nostri dele­gari è fin troppo evidente.

Risol­verà tutto la Con­fe­renza di orga­niz­za­zione pre­vi­sta nel 2015?

Di quella si deve ancora discu­tere, ma sono tempi troppo lun­ghi. Dob­biamo affron­tare subito i nodi della rap­pre­sen­tanza, per­ché chi ti deve dare il con­senso non per­dona. E c’è un altro nodo che giu­dico irri­solto: la fram­men­ta­zione con­trat­tuale. Al tavolo Eni oggi sie­dono solo i chi­mici, ma nei petrol­chi­mici la mag­gio­ranza dei lavo­ra­tori è com­po­sta da metal­mec­ca­nici ed edili. Per quanto ancora reste­remo divisi, senza un unico con­tratto e sin­da­cato dell’industria, men­tre la pro­prietà dell’impresa è unica?

Voi come vi defi­nite? Un’opposizione den­tro la Cgil? O solo una minoranza?

Noi siamo la Fiom. Il pro­blema sta nella mag­gio­ranza, in chi entra al Con­gresso con il 98%, ne esce all’80% e ha eletto una segre­te­ria con poco più del 60% del Diret­tivo. Credo che in Cgil stiamo elu­dendo nodi impor­tanti, come quello della democrazia.

Poca demo­cra­zia, che vedete anche nella riforma del Senato? Nell’Italicum?

Non ho capito a cosa serve un Senato con 100 per­sone, elette altrove e senza reali poteri, Allora era meglio can­cel­larlo. Come mi pre­oc­cupa una legge elet­to­rale con quei premi di mag­gio­ranza e soglie che esclu­dono milioni di cit­ta­dini. Ma soprat­tutto que­sto Par­la­mento, che è stato eletto con una legge giu­di­cata inco­sti­tu­zio­nale, non dovrebbe poter rifor­mare la Costi­tu­zione: toc­che­rebbe piut­to­sto a un’Assemblea costi­tuente. Per­ché que­sti par­la­men­tari non abro­gano l’articolo 8, che per­mette di dero­gare alle leggi per mezzo di accordi pri­vati? Per­ché non can­cel­lano il pareg­gio di bilan­cio? Per­ché non ci danno una legge per la rap­pre­sen­tanza nei luo­ghi di lavoro? Coe­ren­te­mente con le posi­zioni che ho sem­pre espresso, penso che se ci sarà un refe­ren­dum, mi com­por­terò di con­se­guenza, e inol­tre pre­sto incon­tre­remo Ste­fano Rodotà e le altre asso­cia­zioni per nuove iniziative.