“Razzismo e fine dei valori per la sinistra”. Intervento di Franco Astengo da: controlacrisi.org

Il tema dell’immigrazione e dell’accoglienza, di stretta e bruciante attualità in Italia come in altre parti del mondo, è stato affrontato da Massimo Franco in un commento-analisi apparso sulle colonne del “Corriere della Sera” sabato 18 Luglio.Nell’intervento si sostiene una tesi secondo la quale si sta delineando, nella società italiana, una frattura che parte proprio dal “sociale” e si propaga a livello politico.

Il leghismo e più in generale la destra radicale si percepiscono come portavoce della popolazione e delle sue paure sicché viene meno il dialogo sui valori del mondo cattolico.

Nel prosieguo dell’articolo Massimo Franco scrive d’incubazione per “potenziali mostri razzisti” (da altre parti si è letto di “ragionevolezza della protesta” perfino da parte di Massimo Cacciari) e si pone questo pericolo a diretto confronto con l’idea della marginalità e delle periferie che rappresentano il cuore della strategia del Papa.

Nella sostanza la perdita di sintonia tra la destra e il mondo cattolico causerebbe il presentarsi di una nuova “frattura” al punto da rappresentare l’elemento fondativo di un vero e proprio sfrangiamento sociale attraverso il quale passerebbe un vero e proprio spossamento d’identità e quindi i cosiddetti “antivalori” dell’egoismo e della paura, ponendo in rampa di lancio gli elementi di una nuova egemonia imperniata sugli slogan leghisti (il discorso vale naturalmente anche a livello europeo se pensiamo a ciò che sta accadendo in Francia, in Austria, in Ungheria, ecc, ecc.).

Una sintesi, quella fin qui esposta, che rende fedelmente il clima culturale e politico che circonda un tema di fortissima attualità e di grande delicatezza: una sintesi dalla quale discende direttamente una domanda.

E la sinistra? La sinistra, culturale e politica, non viene neppure citata: pare non esistere, non risulta in grado di esprimere valori e opzioni culturali e politiche, non riesce – evidentemente a giudizio dell’autore ma anche nell’opinione più generale – a entrare nel merito.

Un altro segnale di vero e proprio “smarrimento” e di evidente perdita non solo d’identità ma anche di capacità di rapporto e radicamento sociale: del resto, negli ultimi episodi di cronaca relativi al tema, dalla periferia di Roma a quella di Treviso non si avvertono segnali di presenza politica dei soggetti di sinistra. Anzi a Roma i cartelli dei protestatari che indicavano il “business” degli immigrati aveva come chiaro riferimento le vicende legate alle cooperative del “compagno” Buzzi e delle varie cordate, di diverso colore, legate al grande “affarone” che ha fatto (giustamente) tanto scandalo in questi mesi e che il PD ha saputo affrontare soltanto in termini di mantenimento della logica del potere.

Tornando però al filo del ragionamento che offre la lettura dell’articolo di Massimo Franco la constatazione che ne deriva è, appunto, proprio quella della sparizione dei valori della sinistra come possibile punto di riferimento del dibattitto, di costruzione di una proposta alternativa, di presenza e di iniziativa politica.

Tutto sparito: scomparse le idee dell’eguaglianza e dell’universalismo. Scomparsa la capacità di partire dai principi per sviluppare anche soltanto un’ipotesi di nuova pedagogia politica alternativa a quella dominante del considerare le masse come merce.

«È morale», diceva Emile Durkheim, «tutto ciò che è fonte di solidarietà, tutto ciò che costringe l’uomo a tenere conto dell’altro, a regolare i propri movimenti su qualcosa di diverso dagli impulsi del proprio egoismo». «Ciò spiega», aggiunge Micheà, «che la rivolta dei primi socialisti contro un mondo fondato sul solo calcolo egoistico sia stata così spesso sostenuta da un’esperienza morale». Si pensi alla «virtù» celebrata da Jaurès, alla «morale sociale» di cui parlava Benoît Malon. La «decenza comune», che è mille miglia lontana da ogni forma di ordine morale o di puritanesimo moralizzatore, è, infatti, uno dei tratti principali della «gente normale» ed è nel popolo che la si trova più comunemente diffusa. Essa implica la generosità, il senso dell’onore, la solidarietà ed è all’opera nella triplice obbligazione di «dare, ricevere e restituire».

A partire da essa, si è espressa in passato la protesta contro l’ingiustizia sociale, perché permetteva di percepire l’immoralità di un mondo fondato esclusivamente sul calcolo interessato e la trasgressione permanente di tutti i limiti.

Dovrebbe bastare questo punto del legare la morale alla politica per cercare di ricostruire un’identità possibile, prima ancora del richiamare le logiche ineludibili delle fratture di classe.

Senza questo legame, essenziale, tra morale e politica saranno sempre i valori e/o i disvalori degli “altri” a prevalere, facendoci smarrire completamente, come sta accadendo, una qualsiasi visione del futuro e riducendoci ad affannati amministratori di un drammatico presente.

Sui ballottaggi nei comuni lo tsunami renziano non arriva Autore: marco piccinelli da: controlacrisi.org

Affluenza in vertiginoso calo; il Partito democratico conquista quattro ‘piazze’ ma ne perde qualcuna di significativa; il centrodestra crolla; il M5s conquista Livorno e Civitavecchia. Questo il quadro post-ballottaggi nei comuni chiamati al voto.
L’avanzamento del partito-renziano delle europee, spiega Massimo Franco nel suo editoriale di oggi sul ‘Corriere della Sera’, viene sostanzialmente frenato dall’astensionismo e dalla perdita di piazze importanti come Livorno.
Sulle testate nazionali si fa largo la notizia di come una città come quella toscana citata poc’anzi, che ha dato i natali al Partito Comunista Italiano, sia ora amministrata da una giunta a ‘cinque stelle’.

L’occhio di Massimo Franco è molto attento e scrive che: «Il quadro che emerge è più sfaccettato di quello regalato di recente dalle urne europee. Ieri non c’è stata una replica della valanga renziana. […] la battaglia all’ultimo voto a Bergamo, risolta con la vittoria del Partito democratico, il successo dei Grillini in un bastione rosso per settant’anni come Livorno, sono indizi di un Paese che sta cercando nuovi equilibri e che comincia a sperimentarli votando, o astenendosi, nelle città».

Non si può certo dare torto all’attenta penna del ‘Corriere della Sera’: il Paese sta cercando di cambiare pelle alla rappresentanza più vicina che ha e cerca, come si direbbe semplicisticamente in questi casi, ‘volti nuovi’ da mandare come proprio rappresentante nelle istituzioni.
Volti che sta cercando Forza Italia che crolla praticamente dappertutto: i casi più eloquenti sono Livorno (7,46%), Padova (7,36% nonostante la vittoria del candidato leghista Bitonci), Potenza (5,14%).
Il partito di Berlusconi resta a mani vuote mentre la destra, Fd’I-An, a Potenza conquista la città assieme ai Popolari per l’Italia ed una lista civica.
Sta cercando di farsi largo una proposta ‘altra’ da quelle standardizzate e andate a secolarizzarsi come quelle del centrodestra e del centrosinistra, che sono – ormai è del tutto evidente – confini lessico semantici consuetudinari più che realmente politici e basati su imposizioni, più o meno rigide, programmatiche.
Questo è dimostrato di come l’Italia stia diventando sempre più a ‘Umori Variabili’ (titolo dell’editoriale di Franco sopracitato) e di come anche il Partito Democratico si stia smarcando da quella dicitura che lo accomuna, anch’essa più consuetudinaria che realmente comprovata, alle organizzazioni della sinistra italiana del passato.
Le reazioni dei dirigenti del Pd sono chiare e Lorenzo Guerini, vicesegretario dem, afferma: «Le sconfitte bruciano, certo. Ma Bergamo, Pavia, Cremona, Pescara,Vercelli, Biella, Verbania dove eravamo all’opposizione significano qualcosa».
Come a dire: ‘certo, Livorno persa è una mezza sconfitta, ma il Pd è altro’. E se ci fosse ancora bisogno di ribadire un concetto già affermato in più di un’occasione, per usare un’eufemismo, cioè che il Pd è un partito che si distacca da tutte le organizzazioni della sinistra italiana del passato, ci pensa chi afferma che gli sconfitti del Partito Democratico ai ballottaggi non erano renziani.
Non erano allineati, in sostanza, ecco pronta la motivazione di una sconfitta. Non erano stati rottamati, erano ancora forieri di quella ‘vecchia sinistra’ (sic!) che ‘infiniti lutti addusse agli Achei’, come l’ira di Achille. Certamente, colpa loro.
Anche perché «la rottamazione è appena cominciata», assicura Francesco Nicodemo.