L’impunità di Carminati e i rapporti con i Servizi segreti da: lettera35

Otello Lupacchini, il magistrato che indagò sulla Banda della Magliana, parla dell’inchiesta Mafia capitale e spiega come e perché un criminale “la può fare franca”

La Banda della Magliana prima di farsi Mafia capitale ha attraversato diverse mutazioni, la più importante è quella che ha suddiviso in due tronconi le sorti e la “carriera” del gruppo della Magliana e l’anima dei testaccini, è da lì che potere e crimine hanno cominciato ad agire in simbiosi fino a farsi sistema, come emerge dall’ultima inchiesta della Procura di Roma. Un’inchiesta – come precisa il sostituto procuratore della procura generale Otello Lupacchini in un’intervista a Lettera35 – «che ha avuto inizio, secondo ciò che è emerso ma che è stato poco messo in luce, ben prima di quanto riportato ovvero nel 2010». E’ la prima questione che va messa sul tavolo per capire un lavoro investigativo complesso. Lupacchini che, tra la fine degli anni 80 e i 90, ha seguito come giudice istruttore le sorti del sodalizio criminale, chiedendone l’incriminazione nella cosiddetta Operazione Colosseo,  scioglie i nodi sulla road map che sta seguendo la procura e spiega anche come  e perché un criminale “la può fare franca”.

Quali sono le differenze fra l’organizzazione criminale da lei conosciuta rispetto a quanto emerge oggi dalle carte di Mafia Capitale? «L’organizzazione Banda della Magliana sulla quale io ho indagato presentava una caratteristica fondamentalmente diversa da quanto emerso pubblicamente fin qui dall’inchiesta in corso. Mentre la Banda infatti era un sodalizio delinquenziale signoreggiato dalla politica, dagli apparati polizieschi, dai servizi di sicurezza; nell’associazione ipotizzata nell’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Massimo Carminati e altri, al contrario, soggetti d’estrazione criminale ed esponenti della politica agiscono in simbiosi tra loro, senza che vi sia una prevalenza degli uni sugli altri».

Perché quando lei si occupò della Banda della Magliana non è stato possibile applicare il 416 bis (associazione di tipo mafioso, ndr)? «Non è esatto affermarlo. Molti fra coloro che erano stati rinviati a giudizio, infatti, sono stati condannati per associazione di stampo mafioso. Soltanto alcuni sono stati condannati per associazione a delinquere semplice o finalizzata al traffico di stupefacenti».

Tra questi soggetti vi era anche il Carminati. «Esatto, è stato tra coloro i quali diciamo hanno “beneficiato” di questa derubricazione. Ciò non significa che l’abbia sempre fatta franca. E’ stato comunque condannato, anche se per un reato meno grave o, comunque, diverso».

Si parla da tempo, e anche in questa nuova inchiesta sono emersi dei riferimenti al riguardo, di protezioni che Carminati avrebbe ricevuto dai Servizi segreti. Anche nella sua indagine erano emersi tali elementi. Come mai non si è potuto ottenere riscontri in tal senso allora? «Da sempre si ipotizza il presunto collegamento fra il personaggio e alcuni elementi dei servizi deviati, ma mai si è andati al di là della soglia meramente indiziaria. Diverse le vicende che sembrarono condurre a emersione un simile collegamento. Basti pensare al furto nel caveau della Banca di Roma all’interno della Città giudiziaria a Piazzale Clodio, che presenta inquietanti analogie con la rapina della Brick’s Securmark, di cui fu protagonista, nel 1984, Antonio Chichiarelli (falsario, indicato nel caso Moro come autore del falso comunicato brigatista del Lago della Duchessa, vicino ai Servizi segreti deviati e contiguo alla Banda della Magliana, ndr) o al depistaggio delle indagini sulla strage di Bologna del 2 agosto 1980. Nel relativo processo, infatti, Massimo Carminati venne assolto grazie alle dichiarazioni di Sergio Calore, ex Nar, collaboratore di giustizia, assassinato a colpi di piccone, nel 2010, a Tivoli. Al di là delle discussioni che possono appassionare storici e giornalisti, non è evento patologico se, nei processi, le maglie strette della giustizia non consentono talvolta di arrivare alla prova della colpevolezza».

L’aspetto di esaltazione mediatica del Carminati che peso ha avuto sulla sua aurea di impunità? «Rispetto al rapporto asettico fra investigante e investigato, nell’attuale società, la comunicazione ha una sua importante funzione nell’indirizzare l’opinione pubblica, spesso con l’obiettivo di far prevalere una propria idea rispetto a un’altra. E dunque può essere capitato che i media abbiano alimentato il mito di un Massimo Carminati circondata da un’aura d’impunità».

L’11 dicembre scorso il Procuratore capo della Repubblica Giuseppe Pignatone sollecitato dal Copasir a far luce su eventuali coinvolgimenti dei Servizi ha dichiarato che non ci sono prove di legami tra Carminati e l’intelligence». «La prova  è ciò che resta di intangibile sempre dunque sull’uomo che naviga in mezzo ai tanti mondi».

Il reato del 416 bis secondo lei potrà «reggere» all’esito del processo? «Una risposta, al momento è prematura. Il reato di cui all’articolo 416 bis del codice penale è tutto da provare. Fermo restando, infatti, che è la corruzione sistemica il collante che cementa gli indagati, occorrerà provare, comunque, che per effetto del vincolo associativo instauratosi fra corrotti e corruttori si sia prodotta una forza di intimidazione verso soggetti estranei al sodalizio terzi, da cui sia derivata una condizione di assoggettamento e di omertà, per commettere delitti, per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici o per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri, ovvero per impedire od ostacolare il libero esercizio del voto o per procurare voti a sé o ad altri in occasione di consultazioni elettorali».

Antonio Mancini, conosciuto come l’Accattone, in una recente intervista ha parlato di un insospettabile sopra Carminati e della divisione creatasi fra la banda e i testaccini che avrebbe portato alla distruzione dell’organizzazione e all’emersione del solo sodalizio mafia politica. Sembra una notizia di reato. «Infatti. Bisognerebbe chiedere a Mancini se ha una precisa conoscenza di questo “insospettabile” e trovare riscontri alle sue dichiarazioni: il solo riferimento buttato lì in una discussione, sebbene fondato su una ragionevole intuizione, non ha alcuna valenza dimostrativa».

L’aspetto di esaltazione mediatica di Carminati che peso ha avuto sulla sua aurea di impunità? «Rispetto al rapporto asettico fra investigante e investigato, nell’attuale società, la comunicazione ha una sua importante funzione nell’indirizzare l’opinione pubblica, spesso con l’obiettivo di far prevalere una propria idea rispetto a un’altra. E dunque può essere capitato che i media abbiano alimentato il mito di un Massimo Carminati circondata da un’aura d’impunità».

I fasciomafiosi alla conquista di Roma da. l’espresso

Ex terroristi e colletti bianchi uniti dall’ideologia e dal denaro. E ormai più forti dei tradizionali clan. Ecco l’inedita rete di potere che oggi controlla la Capitale. E l’arresto per l’omicidio Fanella legato al caso Mokbel è solo l’ultimo tassello di un mosaico più grande

di Lirio Abbate – foto di Alessandro Cosmelli

09 settembre 2014

I fasciomafiosi alla conquista di Roma

Non è una città, ma un intreccio di traffici e intrallazzi, delitti e truffe, su cui si è imposta una cupola nera. Invisibile ma potentissima, ha preso il controllo di Roma. Trasformando la metropoli nel laboratorio di una nuova forma di mafia, comandata da estremisti di destra di due generazioni.

Al vertice ci sono vecchi nomi, veterani degli anni di piombo, abituati a trattare con le istituzioni e con i padrini, abili a muoversi nel palazzo e sulla strada. Ai loro ordini c’è un’armata bifronte, che unisce banditi e narcos, manager nostalgici e giovani neofascisti.

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L’ideologia garantisce compattezza, il credo nell’azione e nella sfida. I soldi, tanti e subito, premiano la fedeltà. E la componente borghese, dai maturi colletti bianchi ai ragazzi in camicia nera, gli permette di arrivare ovunque. Con le buone o con le cattive. Per comprendere bene cosa accade oggi nella Capitale, in questo grande spazio circoscritto dal Grande raccordo anulare, occorre mettere da parte quello che accade a Napoli, a Palermo o a Reggio Calabria. È nella Capitale che ha messo radici un sistema criminale senza precedenti, con fiumi di cocaina e cascate di diamanti, ma anche tanto piombo.

Una fascio-mafia, che sintetizza la forza perversa di due tradizioni in un’efficacia che gli ha consegnato anni di dominio incontrastato. Persino gli investigatori hanno fatto appello alla sociologia per spiegare il modello romano. Qui si incarna la microfisica del potere teorizzata da Paul Michel Foucault: il potere criminale-mafioso si esercita, si infiltra, «non è qualcosa che si divide tra coloro che lo possiedono o coloro che lo detengono esclusivamente e coloro che non lo hanno o lo subiscono. Il potere deve essere analizzato come qualcosa che circola, o meglio come qualcosa che funziona solo a catena. Non è mai localizzato qui o lì, non è mai nelle mani di alcuni, non è mai appropriato come una ricchezza o un bene. Il potere funziona, si esercita attraverso un’organizzazione reticolare». Si estende in tutte le strutture sociali ed economiche, con dinamiche che cambiano continuamente e costruiscono altri patti e altri affari. Si infiltra, entra nei ministeri, nelle finanziarie, nelle grandi società pubbliche come nei covi dei rapinatori e nelle piazze di spaccio.

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A Roma non ci sono zone in cui commercianti e imprenditori sono obbligati a pagare il pizzo. Non c’è l’oppressione del boss di quartiere. E gli omicidi sono calibrati con estrema attenzione. Luglio si è aperto con l’assassinio di un pezzo da novanta di questo sistema, Silvio Fanella, nei condomini bene. Agosto si è chiuso con l’esecuzione di un’autista della nettezza urbana, Pietro Pace, nella periferia estrema: il padre ha offerto una taglia di 100 mila euro sui killer. Delitti miratissimi, perché quello che conta è far girare i soldi, che si tratti di gestire immobili, licenze, investimenti o di vendere droga. Gli architetti di questo sistema non si sporcano le mani con il sangue. Sanno a chi affidare il lavoro sporco. E quando devono colpire duro, hanno a disposizione una centuria nera compattata dall’estremismo di destra.

IL NERO
Uno dei componenti di questa cupola rivoluzionaria è Massimo Carminati, che sembra avere trasformato il suo personale romanzo criminale in una marcia trionfale. È stato nella banda della Magliana e nelle squadre terroriste dei Nar, con amicizie di rango in Cosa nostra e negli apparati deviati dello Stato. Coinvolto in processi importanti, come quello per l’omicidio del giornalista Mino Pecorelli, ne è sempre uscito assolto. Ha scontato pochi anni di carcere per episodi minori. Nella Roma nera è un mito: un leader da seguire e ascoltare. E lui da leader si comporta e agisce. Si mostra, a chi non lo conosce, con modi felpati ed educati. Ma quando vuole sa imporsi con la forza, tanto che sodali e rivali lo rispettano con timore. È lui “l’ultimo re di Roma”.

I suoi avvocati Ippolita Naso e Rosa Conti respingono questa ricostruzione: «Se tutto ciò rispondesse a verità, più che un uomo di potere sarebbe corretto definirlo uomo dai super poteri, che ha in mano le redini dell’imprenditoria capitolina, in grado di condizionare le vicende della politica romana, capace di passare dal traffico di droga ai vertici degli affari economici controllando, già che c’è, anche il territorio. E il tutto con un occhio solo!». Un riferimento a quella ferita vecchia di trent’anni, l’eredità di un conflitto a fuoco con i carabinieri che gli ha fruttato il soprannome di “er Cecato”. Per i legali però, come scrivono in un atto di citazione per difendere il loro cliente: «Siamo all’apoteosi dei luoghi comuni cinematografici. E di questo strabordare di informazioni neanche l’ombra di un elemento, un indizio, una circostanza oggettiva, una testimonianza, un riscontro, una indicazione di massima, una traccia, un segno che si sforzi di dare una parvenza di verità a quanto riferito».

Per gli avvocati, «Carminati non ha più alcun conto in sospeso con la giustizia, è attualmente privo di pendenze penali e soprattutto re-inserito in un contesto sociale e familiare del tutto lecito, nel quale lodevolmente egli sta cercando di recuperare» e poi «si prende cura costantemente del figlio ventenne e convive stabilmente con la compagna, Alessia Marini, con la quale gestisce il negozio di abbigliamento “Blue Marlin”».

VILLA CONNECTION
Le parole degli avvocati sono un punto di partenza per decifrare la pista nera. Il negozio fa capo alla “Amc Industry srl” di cui è amministratore unico Alessia Marini e Carminati non compare come socio. La “Amc industry” dal primo gennaio 2011 ha preso in affitto una villa a Sacrofano, alle porte di Roma, su una collinetta che domina tutta la zona.

Si tratta di una bella abitazione, ben rifinita, su due piani, con grande piscina circondata da prato all’inglese e un lungo viale che separa dal cancello. Qui vive Massimo Carminati. La villa risulta di proprietà del commercialista Marco Iannilli, un professionista dalle alte relazioni che negli ultimi quattro anni è diventato protagonista della cronaca giudiziaria. È stato arrestato e condannato in primo grado per la colossale truffa su Fastweb e Telecom Sparkle, che ha fatto girare centinaia di milioni di euro. Ma ha anche un ruolo chiave nelle istruttorie su Enav, l’azienda pubblica che gestisce il traffico aereo, su Digint e su Arc Trade: procedimenti che ruotano intorno a Finmeccanica, il gigante statale degli armamenti hi-tech. È nei guai anche per la vicenda della mazzetta pagata da Breda Menarini, sempre del gruppo Finmeccanica, per aggiudicarsi la fornitura di autobus da Roma Metropolitane, in cui sono indagati anche l’ex sindaco Gianni Alemanno e Riccardo Mancini. Che in passato avevano avuto rapporti con Carminati: un passato forse non così remoto.

Solo coincidenze? Quando nel febbraio 2010 i carabinieri del Ros arrestano Iannilli, lo trovano in possesso di una Smart intestata a Carminati. E quando il commercialista a novembre 2011 finisce ancora in cella, i finanzieri del Nucleo di polizia tributaria di Roma e i militari del Ros annotano che «immediatamente dopo l’arresto di Iannilli, si recava presso la sua abitazione Massimo Carminati, allertato a tal proposito dalla moglie del commercialista». Perché tanto interesse? Negli atti non c’è risposta. Ma Iannilli per gli inquirenti era un esperto «nell’utilizzo di prestanome» e «per la costituzione o la rilevazione di società italiane ed estere, e la conseguente apertura dei relativi conti correnti, allo scopo di veicolare i profitti illeciti provenienti da operazioni di frode fiscale di notevole entità». Un professionista insomma che gestisce decine di milioni di euro e che sarebbe stato capace di dare copertura pulita ad attività in tutto il mondo, «il tutto per agevolare altri soggetti o organizzazioni criminali, in attività di riciclaggio di denaro».

Il commercialista sembra pendere dalle labbra del “Cecato”. E non pare essere l’unico. C’è un altro uomo introdotto nei salotti buoni e di manifesta fede fascista che avrebbe subito il carisma dell’ex terrorista: Lorenzo Cola, tra i principali collaboratori di Pierfrancesco Guarguaglini, fino al 2011 numero uno di Finmeccanica. Per gli investigatori ha controllato un sistema illegale «in grado di influenzare le scelte societarie e commerciali dell’Enav». In questo modo ha creato operazioni di sovrafatturazione fra le aziende di Finmeccanica e società subappaltanti riconducibili a Iannilli: somme trasferite all’estero grazie alla rete del commercialista.

Iannilli e Cola erano in affari con un altro estremista duro e puro: Gennaro Mokbel, condannato in primo grado come regista della truffa Fastweb con un riciclaggio da due miliardi. Ma è anche l’uomo che con l’aiuto, da una parte degli amici di Carminati e dall’altra della ’ndrangheta, è riuscito a far eleggere al Senato Nicola Di Girolamo, oggi detenuto ai domiciliari. In ogni indagine condotta dalla magistratura romana che riguardi grandi operazioni finanziarie spunta sempre qualcuno legato all’estrema destra, alla ’ndrangheta, agli 007 deviati, e a boss napoletani trapiantati nella Capitale. E su tutto si allunga l’ombra del “Cecato”. Perché lui vive in una terra di mezzo, perché sa come risolvere i problemi di chi abita negli attici dei Parioli e sa a chi chiedere nei meandri delle periferie più malfamate.

CACCIA AL TESORO
L’intreccio di business e crimine, di manager e fasci, è esploso con i proiettili che il 3 luglio scorso in un condominio elegante della Camilluccia hanno ucciso Silvio Fanella. Gli inquirenti lo definiscono “il cassiere di Mokbel” e stava scontando ai domiciliari la condanna a nove anni proprio per l’affaire Fastweb-Telecom Sparkle. Uno degli aggressori è rimasto ferito ed è stato arrestato: Giovanni Battista Ceniti, ex dirigente piemontese di Casa Pound. Non doveva essere un omicidio. In tre, fingendosi militari delle Fiamme Gialle, volevano rapire Fanella e farsi rivelare il nascondiglio di un tesoro da sessanta milioni di euro. Solo una parte è stata poi ritrovata dal Ros: mazzete di denaro e sacchetti pieni di diamanti, sepolti in un casale ciociaro.

La caccia a quel forziere è stata un’ossessione, che potrebbe avere incrinato antichi accordi tra i nuovi re di Roma. Già due anni fa avevano provato a rapire Fanella. E proprio le indagini sul primo raid hanno aperto un altro spaccato sui poteri occulti della Capitale. Per quel blitz la procura ha ordinato l’arresto di tre persone. Uno è Roberto Macori, 40 anni, fino al 2011 factotum di Mokbel che poi si è legato ad un altro dei senatori della Roma criminale: Michele Senese, detto “o Pazzo”, il padrone della periferia a Sud del raccordo anulare, dove domina lo spaccio. Anche lui passato dalla banda della Magliana, ma soprattutto boss legato alla camorra e ai casalesi: da un anno è in cella per omicidio. Anche lui abituato a pensare in grande e muoversi nell’imprenditoria, sempre in accordo con Carminati. Prima dell’arresto, assieme a Macori voleva mettere in piedi una truffa da 60 milioni, rilevando un deposito di carburante a Fiumicino. Entrambi erano in stretto contatto e Macori al telefono parlava dell’interesse «dei napoletani» per il tesoro custodito da Fanella.

Non sarà un caso se a casa di Macori, dopo l’arresto, i carabinieri hanno sequestrato sei diamanti purissimi che sembrano essere uguali a quelli trovati nel caveau di Fanella. E gli investigatori non credono più alle coincidenze. Stanno ricostruendo un mosaico in cui tanti delitti, tante acrobazie finanziarie in cui compaiono gli stessi nomi e gli stessi metodi. I reduci dei Nar, gli emissari di ’ndrangheta e camorra, la manovalanza a mano armata reclutata tra i neofascisti: l’organigramma della nuova fascio-mafia romana.