Pubblico impiego, in arrivo un’altra sentenza della Consulta, quella sul blocco dei contratti. Renzi va allo scontro Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Il 23 giugno è prevista l’udienza della Consulta sul blocco degli stipendi nella Pubblica amministrazione. Martedì la Corte ha in calendario due ricorsi ma con lo stesso oggetto: l’incostituzionalità del blocco. Dalla Corte costituzionale ci si aspetta almeno un monito all’indirizzo del Governo. Escluso quindi che i giudici possano scrivere nero su bianco un risarcimento come nel caso delle pensioni. Anche perché si tratterebbe di quasi un punto di Pil. E visto come è andata la volta scorsa nessuno è in grado di sostenere un nuovo scontro tra poteri dello Stato. Ed infatti, i sindacati più che fare pressioni sui giudici pensano a come uscire da una situazione di stallo. Si fanno varie ipotesi, tra cui l’adozione come parametro-base del Pil al posto dell’inflazione, attualmente poco remunerativa. Pressioni nella direzione di un adeguamento delle buste-paga del pubblico impiego arrivano anche dal Parlamento.

Le commissioni parlamentari già nel 2013 avvisarono il Governo che proseguire sulla strada del blocco della contrattazione determinava una violazione della Costituzione. E ancora oggi i deputati rilanciano la necessità di invertire rotta: nel parere alla riforma della P.A. la commissione Lavoro fa una lunga premessa dove invita a compiere “un ulteriore sforzo per creare le condizioni, anche sul piano finanziario, necessarie a un progressivo superamento del blocco della contrattazione”. Lo stesso presidente della commissione, Cesare Damiano (Pd), sottolinea come “la riapertura di un confronto con i sindacati per il rinnovo dei contratti può rappresentare l’occasione per un indispensabile dialogo sociale”. Nel ddl Madia infatti i parlamentari spingono, attraverso un emendamento dem, a ridare centralità alla contrattazione collettiva.La Flp-Cisl, intanto, torna a criticare le stime contenute nella memoria dell’Avvocatura dello Stato, secondo cui l’onere della contrattazione di livello nazionale, per il periodo 2010-2015, relativo a tutto il personale pubblico, “non potrebbe essere inferiore a 35 miliardi”, con “effetto strutturale di circa 13 miliardi” annui dal 2016). Per la Flp invece nel complesso “il costo dello sblocco non supera i 10-12 miliardi”.

Anche Cgil, Cisl e Uil hanno presentato reclami ma ancora non sono arrivati davanti alla Consulta. Per la categoria del pubblico impiego del sindacato di Corso d’Italia se il Governo “vuole superare i continui ricorsi” non può che rinnovare subito i contratti. E avverte: “Non ci accontenteremo di cifre irrisorie”.
Rosanna Dettori, segretaria della Fp-Cgil, fa sapere come i sindacati del pubblico impiego si stiano già muovendo: “Noi siamo già pronti. L’1, il 2 e il 3 luglio faremo le assemblee delle rsu, a Milano, Roma e Bari, coinvolgendo 3 mila eletti. Così da mettere a punto una piattaforma”. Uno degli argomenti principali sul tavolo è, ribadisce Dettori, “la modalità per decidere le quantità economiche su cui basare il rinnovo. Si tratta di scegliere il meccanismo, visto che ad oggi non c’è un modello prestabilito, nessuno dei precedenti accordi è infatti più in piedi, né‚ quello sull’inflazione né‚ quello sull’Ipca. Occorre trovare la formula e noi non siamo chiusi a nessun ragionamento”.

Secondo la Cisl la sentenza imprimerà quanto meno “un’accelerazione” all’aggiornamento dei contratti. Tuttavia la definizione di un modello attraverso cui adeguare gli stipendi non è certo una questione secondaria, implica infatti un nuovo accordo (i precedenti sono scaduti) non solo relativo all”algoritmo’ con cui calcolare gli aumenti ma anche alla durata del contratto (triennale, quadriennale) ed altri aspetti rilevanti. Restano poi da chiudere alcuni dossier rimasti aperti durante il lungo periodo di paralisi, tra cui la riduzione dei comparti contrattuali.

L’esecutivo sembra intenzionato a fare la guerra sulle buste paga del pubblico impiego. La vicenda tra Campidoglio e Mef è, da questo punto di vista, molto emblematica. Per i tecnici del Ministero il Comune di Roma tra il 2008 e il 2011 avrebbe illecitamente speso 360 milioni di euro per pagare il cosiddetto salario accessori ai suoi dipendenti, ma il Campidoglio non ci sta e replica al Mef che non gli deve un bel niente: “non è titolato ad esigere quei soldi”. Al già provato sindaco Ignazio Marino, nel momento peggiore del suo mandato, non resta che cercare un’alleanza con i suoi 23 mila dipendenti e i sindacati i quali già promettono “guerra anche durante il Giubileo”. “Va bene il rigore ma non deve pagare chi guadagna 1200 euro al mese”, dice Marino battagliero. Il Mef replica col sottosegretario Zanetti sottolineando che “il salario accessorio non poteva essere dato a pioggia, ma doveva essere agganciato alla produttivit… del dipendente”.
Sulla questione salario accessorio indaga anche la Corte dei Conti che ha aperto un fascicolo circa un mese fa. Il lavoro dei magistrati contabili prenderebbe in esame il periodo che va dal 2009 al 2013, in sostanza quello indicato nei rilievi del Mef.