Processo d’appello Mori: Siino racconta il suo contatto con il Ros da: antimafia duemila

siino-angelo-2Alla prossima udienza l’esame del teste Michele Riccio
di Aaron Pettinari – 16 marzo 2015
Non venne affiliato ufficialmente per “strategia” in quanto si occupava di politica ed appalti ma era ben inserito all’interno dell’organizzazione criminale a tal punto che Angelo Siino (in foto), oggi collaboratore di gisutizia, si guadagnò l’appellativo di “ministro dei lavori pubblici” di Cosa Nostra. Il pentito è stato ascoltato la scorsa settimana, presso l’aula bunker di Mestre, al processo d’appello contro gli ufficiali dell’arma Mario Mori e Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra per la mancata cattura di Bernardo Provenzano a Mezzojuso, nell’ottobre ’95. Un esame durato poco più di tre ore in cui il teste ha riferito riguardo a quella strategia della tensione, messa in atto da Cosa nostra con le stragi dei primi anni novanta, e non solo. Secondo la Procura si tratta di elementi importanti in quanto, leggendo quanto scritto nella memoria depositata al processo “Assume rilevanza probatoria il fatto che invece il generale Mori, pur essendo venuto a conoscenza da fonti qualificate quali Paolo Bellini (la cui vicenda non è entrata all’interno del dibattimento nonostante la richiesta dei pg Roberto Scarpinato e Patronaggio, ndr) e Angelo Siino di taluni aspetti di tale complessa strategia della tensione, non solo non abbia svolto alcuna attività investigativa, ma neppure, tenuto conto della sua passata esperienza di uomo dei servizi e delle sue amicizie con esponenti della destra eversiva e della massoneria, si sia attivato per allertare comunque le istituzioni”.

Rispondendo alle domande del sostituto pg Luigi Patronaggio, Siino ha riferito del primo contatto avuto con gli uomini del Ros:“Avvenne in una pausa del processo Mafia-Appalti, che mi riguardava da vicino. C’era De Donno che faceva la sua testimoinanza e in quella occasione mi fece capire che c’era la possibilità di venirmi a trovare al carcere di Termini Imerese. Io rimasi particolarmente sorpreso di questa possibilità e mi preoccupai anche perché, siamo nel 1993, se vi fossero stati certi incontri fuori si sarebbe saputo. Questi incontri con De Donno e con il generale Mori, allora colonnello, vennero effettuati. Spesso anche smentiva quello che diceva De Donno. Erano incontri informali perché De Donno diceva che dovevamo sbrigarci e dava per scontato che da lì a poco avrei collaborato anche io. Da Termini venni poi trasferito a Carinola per evitare sospetti e mi portarono assieme ai coimputati Buscemi, Rosario Cascio”. Un altro incontro fu poi quello all’ospedale Umberto I, quando Siino era agli arresti domiciliari. All’epoca avvocato dell’ex “ministro dei lavori pubblici di Cosa nostra” era Nicolò Amato (ex Direttore generale degli istituti di prevenzione e pena, nonché legale di Vito Ciancimino). “Durante questi incontri – ha ricordato Siino innanzi alla Corte presieduta da Salvatore Di Vitale – mi fanno capire, mi dicono che Vito Ciancimino sta parlando, e che si era messo a disposizione per risolvere i problemi attuali della Sicilia. E io intesi che c’era anche il riferimento a quei casini sulle bombe”. Siino ha anche detto che De Donno gli disse “di andare a parlare con Bernardo Brusca, come ad avere il benestare a questa mia collaborazione”. Inoltre, parlando di quei dialoghi in carcere ha anche aggiunto che in generale “c’era un certo andirivieni di personaggi della polizia, dei carabinieri, della finanza, frequentatori abituali delle carceri dello Stato”.

Quando Ciancimino “Diabolik” disse “vediamo di risolvere qualcosa”
Durante il periodo di detenzione al carcere “Rebibbia” di Roma, Siino si trovò a condividere il carcere con lo stesso Vito Ciancimino. “Lui – ha detto il pentito – era un Diabolik della politica e della mafia siciliana. Alcuni dicevano ‘guai a chi ci capita. Lui sapeva dove mettere le mani e pur essendo un geometra per la sua conoscenza della politica riusciva a mettere le cose giuste al posto giusto al momento giusto”. “Quando eravamo in carcere assieme mi disse ‘vediamo di risolvere qualcosa’ – ha aggiunto – Eravamo in condizioni terribili a quel tempo. C’erano le legnatine, le pressioni all’interno delle carceri, si limitavano i contatti con le famiglie”.

Cosa nostra divisa
In merito al periodo successivo all’arresto di Riina, Siino ha riferito di una divisione che vedeva contrapposti Bagarella e Provenzano, con il primo che si trovò di fatto al comando di Cosa nostra: “C’era Bagarella che si portava sempre appresso Brusca. Ricordo che una volta Piddu Madonia, che era vicino a Provenzano, mi dice di Bagarella che questi era un pazzo , un esaltato, che con il cervello non ci stava più. Mi fa capire anche che Provenzano non era d’accordo con le stragi. E tramite mia moglie, che parlava con Sangiorgi (vicino a Brusca, ndr) vengo anche a sapere che non vi saranno più stragi in Sicilia ma in Italia qualche altra cosa.

Gioé e la torre di Pisa
Di questi attentati in continente, parlò a Siino anche Antonino Gioé, morto suicida in carcere in una notte di luglio nel 1993: “Lui portava sempre notizie di prima mano. Intuivo che lui parlava con i servizi segreti perché sapeva sempre qualcosa di cui mai si parla in Cosa nostra. Da Gioé appresi che vi sarebbero stati gli attentati alle opere d’arte e addirittura alla torre di Pisa. E lo stesso mi disse Simone Benanti, che parlò anche lui con Gioé”. Alla domanda di Patronaggio se di queste cose ne parlò con Mori e De Donno, Siino ha risposto deciso: “Sono loro a parlarne a me. Mi vengono a trovare e per farmi cercare di collaborare. Mi dicono ‘lo vedi che sta succedendo e le situazioni che ci sono’. Vennero decisi a chiedermi dell’attentato a Costanzo mostrandomi una foto di una donna e mi chiesero chi fosse. Io risposi che era la fidanzata di Giovanni Brusca. Loro mi spiegarono che sarebbe stata vista alla guida della Mercedes che seguiva Costanzo”. “Quindi loro sapevano nel 1993 che era Cosa nostra e non altre sigle esterne ad essere dietro a queste cose?” ha proseguito Patronaggio. E ancora Siino: “Si. Me lo dissero loro”.

“Flamia? Mi dicevano di non fidarmi di lui”
Tra le questioni toccate durante al dibattimento, anche quella del pentito Sergio Flamia. Mentre si parlava di Servizi segreti, Siino in aula ha aggiunto: “Ho saputo della collaborazione di Flamia, io lo conoscevo. Ho letto che era confidente o spia per i servizi segreti e subito ho pensato. Se così era perché non hanno preso Provenzano 10 anni fa?”. E poi ancora: “Su di lui mi risultano dei sospetti da parte di un certo Di Salvo, uno che faceva i movimenti terra (quindi Gino, ndr) mi diceva di non fidarmi di questo Flamia. Siamo nel 1991. Questo era chiacchierato ed io lo conoscevo non come uomo d’onore ma a disposizione. Era molto vicino a Piddu Madonia”.
Siino ha successivamente raccontato l’episodio intercorso tra il ’94 ed il ’95, quando ancora non si era pentito ma rivestiva il ruolo di “confidente”. “Andammo ad Aspra, uno dei luoghi di solito frequentati da Provenzano e Brusca. Mi trovavo in macchina con il colonnello Meli. Ad un certo punto vidi in un’auto che conoscevo, in quanto utilizzata da Carlo Guttadauro, altro mafioso, la presenza di Provenzano. ‘C’è Provenzano c’è Provenzano’ dissi in auto. Meli restò sorpreso, non riuscì a fare inversione, non venne fatto alcun inseguimento e perdemmo di vista la macchina”.

Cosa nostra e la massoneria
Personalmente Siino era iscritto alla loggia massonica “Orion” di Palermo. Ma c’erano anche altri soggetti, all’interno di Cosa nostra che avevano a che fare direttamente o indirettamente con la massoneria. Ha confermati che tra questi vi era Stefano Bontade “che era iscritto alla loggia massonica Camea” e che si era adoperato anche con una sua loggia, nota come dei “Loggia dei Trecento”. “Poi- ha aggiunto Siino – c’erano Francesco Bonura, di Uditore, affiliato e massone così come Enzo Piazza. Entrambi erano all’interno della loggia Grande Oriente d’Italia e molto vicini a Vito Ciancimino”. Il processo si è quindi concluso con il rinvio all’udienza del prossimo 15 aprile quando, secondo calendario, è prevista l’audizione di uno dei teste principale dell’accusa ovvero l’ex colonnello Michele Riccio.

Trattativa: da Flamia al passato di Mori si scava tra gli archivi dei Servizi da: antimafia duemila

flamia-rosario-sergio-eff-2di AMDuemila – 1Lo scorso dicembre il blitz del pool a Roma

La Procura di Palermo continua a cercare nuovi elementi nell’ambito dell’indagine sulla trattativa Stato-mafia e quel segmento specifico che riguarda l’accordo segreto stipulato tra i servizi segreti e l’amministrazione penitenziaria per gestire il flusso d’informazioni proveniente dai penitenziari di massima sicurezza noto come Protocollo farfalla. Il 22 dicembre scorso, il giorno in cui a Palermo, in visita informale, giungeva il nuovo procuratore Francesco Lo Voi per fare gli auguri di Natale agli aggiunti e ai sostituti, il pool composto dai magistrati Teresi, Di Matteo, Del Bene e Tartaglia si trovava a Roma nelle sedi dell’Aisi (Agenzia per le informazioni e la sicurezza interna) e del Dis (Dipartimento delle informazioni per la sicurezza). In particolare i magistrati cercavano nuovi documenti sul pentito Sergio Flamia. L’ex boss di Bagheria ha messo a verbale di essere stato per lungo tempo un confidente dei servizi segreti, dai quali per i suoi “servigi” avrebbe ricevuto anche 150 mila euro in contanti, e di aver avuto colloqui con l’intelligence anche quando si trovava agli arresti ed aveva iniziato il proprio percorso di collaborazione. Tra le dichiarazioni fatte ai magistrati anche alcuni presunte rivelazioni su Luigi Ilardo, il confidente che è tra i principali accusatori del generale Mario Mori. Anche per questo motivo la posizione di Flamia è finita al centro delle indagini della Procura e della Procura generale che tra nove giorni sarà impegnata con la riapertura del dibattimento del processo d’appello contro gli ufficiali dell’Arma Mori ed Obinu per la mancata cattura del boss corleonese Bernardo Provenzano.

I pm del pool trattativa sono andati alla ricerca anche di nuove documentazioni sul passato di Mori così come era avvenuto tra febbraio e maggio 2014. Attraverso un lungo e complesso lavoro investigativo, anche all’interno degli archivi dei Servizi, i magistrati hanno accertato che l’ex generale, nel 1973 quando era un giovanissimo carabiniere, venne chiamato al Sid da Federico Marzollo, uomo dell’ex direttore del Servizio Vito Miceli, che sarà in seguito arrestato per cospirazione nell’ambito dell’inchiesta “Rosa dei Venti”.
Mori prese parte a funzioni operative anche in riferimento al terrorismo nero, utilizzando nomi di copertura, tra il ’73 e il ’74. Ma nel 1975, improvvisamente, nonostante le lodi ricevute, l’ufficiale venne allontanato. Diversi documenti vennero mostrati dai pm anche al generale Gianadelio Maletti, latitante dagli anni ’80, interrogato a Johannesburg, in Sudafrica, lo scorso novembre. Maletti in quell’interrogatorio ha parlato di una sorta di Sid parallelo creato con lo scopo di bloccare le indagini sull’estrema destra e sui tentativi di colpo di Stato. Ed è anche sulla scorta di questi nuovi spunti che i pm sono tornati nuovamente a scavare all’interno degli archivi dei servizi.

Tinebra, malato per i pm loquace con La Sicilia da: loraquotidiano.it

tinebra-giovanni-web1di Giuseppe Pipitone – 5 gennaio 2015

Intervista del quotidiano di Ciancio al magistrato che per primo indagò sulla strage di via d’Amelio, credendo alle dichiarazioni del falso pentito Scarantino. Ai giudici del processo Mori Obinu e ai parlamentari del Copasir che volevano interrogarlo, l’ex procuratore di Caltanissetta inviò un certificato medico

Ai giudici che processavano Mario Mori e Mauro Obinu per il mancato arresto di Bernardo Provenzano inviò un certificato medico, spiegando di versare in gravi condizioni di salute e di non potere presentarsi in aula per deporre. Stesso copione ha seguito con i parlamentari del Copasir: certificato medico e audizione rinviata di alcune settimane, quando il comitato per la sicurezza si è addirittura spostato a Catania per interrogarlo. Quando a chiamarlo sono inquirenti e magistrati, l’ex procuratore di Caltanissetta Gianni Tinebra (in foto) ha spesso a portata di mano un certificato medico, che attesta la sua instabile condizione di salute, perfino per rispondere ad alcune semplici domande. Nel 2010, quando a citarlo come teste fu il pm Nino Di Matteo, Tinebra chiese addirittura che la sua audizione davanti al giudice Mario Fontana venisse cancellata.

Quando, invece, ad interpellarlo è il quotidiano La Sicilia di Mario Ciancio Sanfilippo, ecco che le condizioni di salute migliorano di colpo. E davanti al taccuino di un entusiasta Tony Zermo, il magistrato che per primo indagò sulla strage di via d’Amelio è talmente loquace da riempire un’intera pagina del giornale di Ciancio, ancora oggi indagato per concorso esterno a Cosa Nostra dalla procura di Catania, lo stesso ufficio inquirente che Tinebra si era candidato a dirigere nel 2011, rimanendo alla fine alla guida della procura generale etnea. Incarico che, nonostante le instabili condizioni di salute, Tinebra ha ricoperto fino a poche settimane fa, quando è andato in pensione. Ecco quindi che ieri La Sicilia approfitta dell’occasione per mettere in pagina un’esclusiva intervista al magistrato che gestì Vincenzo Scarantino, il falso pentito che con le sue dichiarazioni depistò le indagini sulla strage di via d’Amelio.

Tinebra non ha mai amato le interviste, ma si concede al vostro cronista che trascorse vicino a lui gli anni delle indagini per la strage Falcone e per la strage Borsellino” spiega Zermo, con piglio autocelebrativo. Poi parte subito alla carica sparando una raffica di domande velenosissime. “Tinebra ha avuto una grande carriera, che gli è rimasto alla fine?” chiede il “vostro cronista”. “Ho guardato dentro di me uomo più che magistrato e ho detto di sentirmi a posto con la coscienza per avere fatto fino in fondo il mio dovere” spiega l’intervistato. Poi, dopo una serie di fondamentali note biografiche del giornalista (“Tinebra fuma ancora, anche se limitatamente. Anni addietro mi aveva detto: Devi smettere di fumare, fai come me, ogni giorno dal pacchetto metti via una sigaretta e così nemmeno te ne accorgi. Si vede che ci ha ripensato”), finalmente si entra nel vivo dell’intervista. Borsellino? “Con Paolo eravamo vecchi amici, eravamo in confidenza. Mi disse: senti, vieni presto, ho delle cose da dirti, però non ti seccare, parliamo quando tu sarai investito ufficialmente. Lui era molto rispettoso delle regole. Quella settimana accaddero tante cose: giorno 15 luglio presi possesso della Procura, lui mi disse che l’appuntamento del venerdì doveva saltare perché lui doveva ancora rientrare dalla Germania e stabilimmo che ci saremmo visti il lunedì. La domenica doveva andare a salutare sua madre e quel giorno ci fu la strage in via D’Amelio. In pratica non abbiamo avuto tempo per parlare di niente. Quindi m’è rimasto il dubbio su che cosa mi voleva dire”. Un dubbio comprensibile, dato che lo stesso interrogativo se lo pongono da vent’anni investigatori e magistrati: su cosa indagava Borsellino? Perché è stato assassinato con quelle modalità? Sapeva della Trattativa in corso tra pezzi dello Stato e Cosa Nostra? E per quale motivo vennero depistate le indagini condotte da Tinebra? “L’idea, l’idea, è quella dell’alta mafia, di altissima mafia, quella delle menti raffinatissime di cui parlava Falcone dopo l’attentato dell’Addaura”, spiega Tinebra nebuloso.

“Cosa possiamo intendere per altissima mafia? Anche quella legata ai gruppi industriali del Nord?” chiede Zermo incalzante. Il magistrato però nicchia: “Non posso dire, perché non ci sono prove”. Zermo, però, non si arrende. “Ma Paolo che ti diceva? Aveva una pista? La pista degli appalti ad esempio?” chiede, mettendo in mostra la sua confidenza con il giudice assassinato in via d’Amelio. “Lui diceva di sì – spiega Tinebra – o comunque si occupava anche degli appalti. D’altra parte la pista era quella: o mafia e appalti, o mafia e politica, o mafia e imprenditoria. O mafia e basta, perché c’è anche questa ipotesi, perché la mafia aveva tale e tanta forza da poter contare sui contatti che voleva, sulle consulenze che le servivano”. Imprenditoria, appalti, politica, ma soprattutto mafia. E basta. E il falso pentito Scarantino? Tinebra mostra pudore: “Non ho mai voluto parlare di questo, né voglio parlarne adesso. Dico solo che sbagli non ne abbiamo fatto, perché ci siamo limitati a prendere atto di quello che dicevano i pentiti e di quello che era stato riscontrato. Le cose senza riscontri finivano nel cestino”. Ma non era Tinebra che, subito dopo il pentimento fasullo del picciotto della Guadagna, diceva di aver seguito “il metodo Falcone ed è arrivata la luce”, sottolineando che “quella di Scarantino è una piena confessione”?

Zermo però considera esaurito l’argomento e passa subito ad un altro scottante argomento: il protocollo Farfalla, e cioè l’accordo top secret tra il Dap e il Sisde di Mori. Il magistrato ne ha mai sentito parlare, dato che era lui all’epoca il direttore del Dap? “Per la verità non ho mai saputo di questo protocollo”, chiarisce subito Tinebra. “Posso solo dire che sono venuti da me dei capi delle strutture investigative, come ad esempio il generale Mori, che mi hanno chiesto un appoggio. E io ho sempre risposto di sì nell’ambito delle regole”. Che appoggio? In che termini? Zermo però non ha tempo, e preferisce evitare una seconda domanda sull’argomento, virando invece su un altro fondamentale interrogativo: “Come ti sei trovato negli ultimi anni da Pg?” A giudicare dai vari certificati medici spediti a tribunali e comitati parlamentari per la sicurezza, non troppo bene.

Tratto da: loraquotidiano.it

Protocollo Farfalla, Scarpinato sentito al Copasir da: l’ora quotidiano

Il pg di Palermo sarà ascoltato nel pomeriggio dai parlamentari componenti del comitato di controllo sui servizi segreti. A Palazzo San Macuto va avanti l’indagine sui rapporti border line tra boss mafiosi e 007

di Patrizio Maggio

2 dicembre 2014

Questo pomeriggio il procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato sarà ascoltato dal Copasir, il comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti. L’audizione del magistrato siciliano, prevista per le ore 16,30, fa parte dell’indagine che i parlamentari stanno svolgendo sulle operazioni d’intelligence denominate “Farfalla” e “Rientro”: nel 2004 il Sisde allora guidato da Mario Mori avrebbe stretto un accordo con il Dap di Gianni Tinebra. Agenti dei servizi potevano incontrare detenuti reclusi in regime di 41 bis, gestendo le informazioni che provenivano dai penitenziari, senza informare l’autorità giudiziaria competente. Secondo quanto acquisito dalla procura di Palermo, che sul protocollo Farfalla ha aperto un fascicolo d’indagine ipotizzando il reato di falso in atto d’ufficio, il Sisde avrebbe avuto intenzione di mettere a libro-paga come confidenti alcuni boss detenuti, come Fifetto Cannella, tra gli stragisti di via d’Amelio: in cambio di denaro avrebbero fornito informazioni ai servizi.

Recentemente Scarpinato aveva chiesto di produrre gli atti sul protocollo Farfalla al processo d’appello contro Mario Mori e Mauro Obinu, gli ex alti ufficiali del Ros accusati di favoreggiamento a Cosa Nostra per la mancata cattura di Bernardo Provenzano. La corte presieduta da Salvatore Di Vitale ha accettato di riaprire l’istruttoria dibattimentale,  bocciando però la produzione dei documenti sul Protocollo e sul passato di Mori al Sid. Dopo l’audizione del pg di Palermo,  a Palazzo San Macuto saranno ascoltati anche il generale Arturo Esposito, direttore dell’Aisi, e Marco Minniti, il sottosegretario con delega ai servizi segreti del governo Renzi. Entro fine anno, poi, il senatore del Nuovo Centro Destra Giuseppe Esposito, relatore del caso, definirà le conclusioni, che saranno esposte in Parlamento. Nel frattempo i pm della procura di Palermo continuano ad indagare sul misterioso Enzo, lo 007 che gestiva Sergio Flamia, il boss di Bagheria, oggi pentito, che ha avuto per anni rapporti con i servizi: dall’intelligence avrebbe ricevuto 160 mila euro in contanti.  Flamia ha incontrato due 007 anche durante la sua detenzione al carcere Ucciardone di Palermo: è su quei due agenti, che adesso, gli investigatori stanno indagando.

La storia proibita di Mario Mori dal Sid alle aule dei tribunali da: l’ora quotidiano

INCHIESTA. La carriera del generale, nei documenti che la Corte d’appello di Palermo ha scartato riaprendo l’istruttoria dibattimentale nel processo per la mancata cattura di Provenzano. Il promettente debutto del giovane capitano nel Sid nel ’72 e l’allontanamento improvviso nel ’75. L’ex 007 Maletti dal Sudafrica: “Era vicino all’estrema destra”

di Giuseppe Pipitone

23 novembre 2014

Questa è una storia che non doveva essere raccontata, che doveva rimanere segreta, dimenticata  nei rivoli di un passato vecchio di quarant’anni, custodita negli archivi polverosi dei servizi segreti. Una storia che conosciamo soltanto perché i pm  Antonino Di Matteo e Roberto Tartaglia hanno preteso di entrare negli archivi dell’Aisi, l’agenzia informazioni per la sicurezza interna, acquisendo il fascicolo personale di Mario Mori, l’ex generale del Ros, imputato nel processo sulla Trattativa Stato – mafia. Quei documenti, che ricostruiscono il segmento iniziale della carriera del generale, rimarranno però fuori dal processo d’appello in corso a Palermo per la mancata cattura di Bernardo Provenzano: in primo grado l’ex generale è stato assolto. “Mori ha sempre mantenuto il modus operandi tipico di un appartenente a strutture segrete, perseguendo finalità occulte” ha detto  il pg Roberto Scarpinato chiedendo la riapertura della fase dibattimentale del procedimento. Una richiesta accolta in parte, dato che il presidente della corte Salvatore Di Vitale ha deciso di tenere fuori dal processo i documenti che ricostruiscono la carriera di Mori al Sid, il servizio informazioni della difesa, l’antenato del Sismi. Ecco cosa raccontano le carte sequestrate negli archivi dell’Aisi e in possesso dei pm di Palermo.

La P2, Gelli e i rapporti con Pecorelli nei verbali dell’ex 007 Venturi

Prima dell’arresto di Totò Riina, prima della mancata perquisizione del covo del capo dei capi, prima della carriera nell’antiterrorismo al seguito di Carlo Alberto Dalla Chiesa, Mori era infatti un giovane e brillante capitano dei carabinieri, che nel 1972 viene chiamato a lavorare nei servizi da Federico Marzollo, il capocentro del Sid a Roma. All’epoca il direttore del Sid è il generale Vito Miceli, iscritto alla P2, poi coinvolto nell’inchiesta sul Golpe Borghese. “Mori venne mandato a lavorare nel mio ufficio ma rispondeva soltanto a Marzollo stesso: era il suo pupillo” ha raccontato ai pm Mauro Venturi, capo della segreteria raggruppamento centri di controspionaggio a Roma negli anni ’70. L’ex 007, deceduto poche settimane fa, agli inquirenti ha raccontato anche altro. Come i rapporti che Mori avrebbe intrattenuto con Mino Pecorelli, il direttore di Op, il periodico Osservatore Politico, considerato vicino ai servizi, poi assassinato nel 1979. “Mori – sostiene Venturi – aveva un vizio per gli anonimi: si recava presso l’agenzia di Mino Pecorelli per scriverli”. Le peculiarità del futuro generale però non si fermano qui: ”Mori – prosegue Venturi – eseguiva intercettazioni abusive sui suoi superiori”. E secondo l’ex collega 007 ci sarebbe anche un fil rouge che collegherebbe l’allora giovane 007 a Licio Gelli.  “Mori – dice – cercava di convincermi ad iscrivermi alla P2, dicendo che non era una loggia come le altre del passato. Mi disse che in quel momento storico Licio Gelli era intenzionato come non mai ad affiliare personale del Sid. Mi propose di andare a trovare Gelli, dicendomi che io da toscano gli sarei stato simpatico. Visto che io ero titubante, mi disse che gli appartenenti al Sid per garanzia sarebbero stati iscritti in liste riservate”.

Il dottor Amici, Ghiron e i rapporti coi neri 

L’ex 007 Venturi è stato interrogato dai pm palermitani dopo l’acquisizione del fascicolo personale di Mori negli archivi dei servizi. Un fascicolo che gli inquirenti hanno potuto ricostruire nel dettaglio, dopo avere scoperto che il generale, negli anni ’70, utilizzava una falsa identità con tanto di patente di guida, intestata al dottor Giancarlo Amici: negli archivi degli apparati, alcuni documenti erano protocollati solo con quel criptonimo, senza alcun riferimento alle vere generalità di Mori. Una falsa identità era nelle disponibilità anche di Gianfranco Ghiron, fonte fiduciaria di Mori, nome in codice “Crocetta”, vicino agli ambienti della destra eversiva, fratello di Giorgio Ghiron, che anni dopo diventerà l’avvocato di Vito Ciancimino. Ed è proprio da un verbale reso da Gianfranco Ghiron a Brescia nel 1975 che gli inquirenti trovano traccia di una triangolazione tra Mori, Gelli e lo stesso Miceli. Durante quell’interrogatorio, Ghiron mostra agli inquirenti bresciani una lettera, datata 5 novembre 1974, firmata da un tale Piero, criptonimo di Amedeo Vecchiotti, estremista nero che in quegli anni era una fonte dei servizi. “La settimana prossima – si legge nell’appunto recuperato dai pm – Licio Gerli (probabile refuso per Gelli n.d.a.) scapperà all’estero tra la Francia e l’Argentina: la prego di avvisare il dott. Amici (ovvero il criptonimo Mori n.d.a.). Ciò perché se la partenza di Gerli danneggia Mister Vito (inteso Miceli n.d.a) lo fermino, oppure se è meglio che se ne vada lo lascino andare”.

Il gruppo dei sei, l’ostracismo forzato e il processo Borghese

Tra i documenti top secret recuperati dagli inquirenti c’è anche una relazione, redatta dalla fonte dei servizi Gian Sorrentino negli anni ’70, che rivela l’esistenza di un gruppo organico e attivo all’interno del Sid, nato per ostacolare le indagini del reparto D, ovvero il controspionaggio, sulla destra eversiva. Di quel gruppo  avrebbero fatto parte sei persone, tra cui Marzollo, Ghiron e lo stesso Mori. Messo a conoscenza di quella relazione dai pm di Palermo volati in Sudafrica per interrogarlo, Gianadelio Maletti, l’ex capo del reparto D del Sid negli anni ’70, ha dichiarato di non averla mai vista e di non essere mai stato a conoscenza dell’esistenza di quel gruppo segreto. “Le inclinazioni politiche di Mori, però, mi erano chiare” ha detto Maletti, riferendosi alla vicinanza del generale con l’estrema destra.  Nell’archivio dell‘Aisi, infatti, gli inquirenti hanno trovato un appunto redatto dallo stesso Maletti nel 1975. Contiene la richiesta indirizzata al direttore del Sid Mario Casardi (che aveva preso il posto di Miceli) per allontanare dai servizi Mori e tenerlo lontano dalla capitale. Una richiesta inedita, perché accompagnata appunto da quel divieto a prestare servizio nella capitale: perché a Mori viene interdetto persino di prestare servizio a Roma? Casardi accetta la richiesta di Maletti, e anche l’Arma dei carabinieri segue l’ordine del Sid: nel 1975 Mori viene quindi spostato al nucleo radiomobile di Napoli. Poi nel 1978, tre anni dopo l’ostracismo, l’Arma prova di nuovo a spostarlo a Roma. Prima, però, in maniera abbastanza irrituale, chiede il parere del Sid. Che risponde con un appunto in cui spiega che Mori non potrà rientrare in servizio nella capitale prima della fine del processo sul Golpe Borghese. Per quale motivo? Rimane un mistero. All’epoca il processo sul golpe organizzato e mai attuato dal principe Junio Valerio Borghese inglobava anche l’inchiesta sulla Rosa dei Venti, aperta dal pm di Padova Giovanni Tamburino e poi  “scippata” dalla Cassazione e affidata al pubblico ministero romano Claudio Vitalone. Uno degli ultimi atti compiuti da Tamburino prima dello ”scippo” è proprio la richiesta al Sid di una fototessera di Mario Mori. Che arriverà a Padova quando l’inchiesta sarà ormai approdata a Roma. Alla fine del processo sul golpe Borghese tutti gli imputati usciranno assolti nel luglio del 1978. Pochi mesi prima Mori è già tornato a lavorare a Roma, dove va a comandare la sezione antiterrorismo del reparto operativo. Il primo giorno di servizio è il 16 marzo del 1978, quando in via Fani le Br rapiscono Aldo Moro, massacrando la scorta.

Trattativa: l’ombra della P2 dietro Mario Mori da: antimafia duemila

mori-gelliNei nuovi atti depositati la possibile vicinanza di Gelli all’ex capo del Ros

di Lorenzo Baldo – 16 settembre 2014
Palermo. Il generale Mori sarebbe stato iscritto alla loggia massonica “P2” agli ordini di Licio Gelli? Nei nuovi atti depositati al processo sulla trattativa Stato-mafia una risposta definitiva non c’è. Mettendo insieme altri pezzi di questo intricatissimo puzzle, però, l’ombra del “Venerabile” Gelli appare decisamente vicina alla figura dell’ex capo del Ros. Che, volente o nolente, appare sempre di più al servizio di determinate logiche di potere. Dalle carte, inviate ugualmente alla Procura Generale (che dovrà decidere se acquisirle al processo di appello a carico degli ex ufficiali del Ros Mori e Obinu) emergono dettagli decisamente importanti. Le recenti dichiarazioni di Mauro Venturi, un ufficiale dei Carabinieri che nel 1971 lavorava al Sid (Servizio Informazioni difesa, ex Sismi, attuale Aise, dove Mori ha prestato servizio dal ’72 al ’75, ndr), confluite in un verbale di interrogatorio sono alquanto emblematiche.

All’epoca Venturi era responsabile di segreteria del Raggruppamento centri di controspionaggio di Roma (una sorta di coordinamento dei vari centri del Sid). Dal ’72 al ’75 Mori diviene il numero 2 dell’Ufficio di Venturi. Ma soprattutto Mori è un vero e proprio “pupillo” di Federico Marzollo, ex ufficiale dei Carabinieri al Servizio Informazione Difesa, di fatto la persona più vicina all’ex direttore del Sid Vito Miceli (uomo di Licio Gelli, che aveva predisposto la struttura parallela del Sid finalizzata ad organizzare un colpo di Stato tra il ’73 e il ’74 chiamata la Rosa dei Venti, ndr). Nelle carte depositate si legge che lo stesso Mori aveva “il vizio degli anonimi” elaborati dal Servizio per poi essere mandati alle varie agenzie di stampa. Secondo Venturi Mori “era considerato nel Sid dell’epoca come il soggetto designato da Marzollo per gestire i rapporti con ‘Op’ di Mino Pecorelli”, a suo dire l’ex capo del Ros si sarebbe recato più volte nella sede dell’agenzia di “Op” per “redigere anonimi con le macchine di ‘Op’” affinché il destinatario ne attribuisse la provenienza a Pecorelli, ovviamente con la consapevolezza dello stesso direttore di “Op”.

Le fonti
L’ex capo del Ros aveva come “fonte fiduciaria” l’imprenditore Gianfranco Ghiron, fratello di Giorgio Ghiron, noto alle cronache come l’avvocato fiduciario di Vito Ciancimino (coinvolto nell’inchiesta della Procura di Palermo sul patrimonio dell’ex sindaco mafioso, già condannato a cinque anni e quattro mesi per riciclaggio, deceduto nel 2012, ndr). Secondo Mauro Venturi lo stesso Gianfranco Ghiron, oltre ad essere una “fonte” del Sid, sarebbe stato introdotto nei servizi segreti americani. Di fatto i fratelli Ghiron (entrambi deceduti, ndr) lavoravano per il Sid mantenendo come unico riferimento Mori. A detta dello stesso Venturi Gianfranco Ghiron sarebbe stato legato alla “destra più nera” e “per questo si trovava benissimo con Mori che all’epoca era nero quanto lui”. “Mori negli anni di permanenza al Sid nel mio ufficio cercava insistentemente di convincere anche me ad iscrivermi alla P2 – racconta ancora Venturi ai magistrati – e in particolare diceva sempre che non era una loggia massonica come tutte le altre del passato. Mi disse che Gelli in quel momento storico era interessato come non mai ad affiliare persone del Sid e mi propose di andare insieme a casa di Gelli dicendomi che io, come toscano, gli sarei stato particolarmente gradito. Io ero titubante e preoccupato delle eventuali conseguenze…”. Venturi specifica quindi che lui non si iscrisse mai alla P2 sottolineando l’atteggiamento protettivo dell’ex capo del Ros. “Mori mi disse di non preoccuparmi perché era garantito per tutti quelli del Sid un inserimento in liste protette, separate da tutte le altre liste”.

Vecchi verbali recuperati
In un verbale del 1975 reso da Gianfranco Ghiron al giudice istruttore di Brescia Giovanni Arcai (che indagava sulla presenza dell’eversione nera a Brescia a un anno dalla strage di Piazza della Loggia, ndr) lo stesso Ghiron parla tranquillamente del suo rapporto di amicizia, confidenza e di collaborazione con Mario Mori per poi specificare l’esistenza di una “fonte” chiamata “Amedeo Vecchiotti” che aveva come nome di copertura “Piero”. Questa “fonte” si trovava in carcere per reati legati all’eversione nera. Ghiron mette quindi in contatto la sua fonte “Piero” con Mario Mori. Ghiron racconta di aver ricevuto un biglietto firmato “Piero” del 5 novembre ’74 (consegnato ai magistrati dell’epoca), in questo biglietto “Piero” dice testualmente: “Ho saputo che la settimana prossima Licio Gelli partirà dall’Italia per andare in Francia e dalla Francia in Argentina perché è stato messo in pre-allerta in vista di un mandato di cattura. Comunicalo immediatamente e con urgenza a Mori. Dico ciò perché se la partenza di Gelli danneggia mister Vito (Miceli, ndr) lo fermi, oppure se pensano che è meglio che vada lo lascino andare. Mi raccomando che queste notizie non arrivino mai a Maletti, uno che si caca sotto di fronte a un giudice di 34 anni e per questo attacca un collega suo superiore. Uno che si comporta così è un concentrato di merda”. In quegli anni al Sid c’era una forte spaccatura tra l’ex generale Gianadelio Maletti e l’ex capo del Sid Vito Miceli. Il magistrato di 34 anni citato è indubbiamente l’ex giudice istruttore di Padova Giovanni Tamburino (fino allo scorso giugno capo del Dap, ndr), che stava indagando sulla Rosa dei venti. I magistrati del pool hanno per altro riscontrato, attraverso documenti dell’Aise, che spesso il criptonimo utilizzato da Mori per determinate operazioni era quello di “dottor Giancarlo Amici”.

Una fototessera mancata
In un recente interrogatorio reso da Giovanni Tamburino (ugualmente confluito nei documenti depositati al processo trattativa e inviati alla Procura Generale) l’ex giudice istruttore di Padova spiega le ragioni per le quali nel dicembre del ’74 aveva mandato al Sid una richiesta urgente con la quale chiedeva che fosse trasmessa all’Autorità Giudiziaria di Padova un’immagine fotografica di Mario Mori. Tamburino sottolinea che quella richiesta era collegata alla sua inchiesta sulla Rosa dei venti a seguito dell’arresto dell’ex generale Amos Spiazzi per associazione eversiva. L’ex capo del Dap racconta ai magistrati che lo stesso Spiazzi (legatissimo a Federico Marzollo) aveva ammesso di avere attivato la “costola veneta” della Rosa dei venti, seguendo determinati ordini dalla “linea di comando”, a seguito di un incontro avvenuto sul lago di Garda con un “capitano dei carabinieri” il cui nome non aveva mai saputo. Il giudice Tamburino avrebbe voluto far vedere la foto di Mori (che in quel periodo era appunto un capitano dei Carabinieri) ad Amos Spiazzi, ma 20 giorni dopo la ricezione della fototessera di Mori, a seguito di una sconcertante decisione della Cassazione, l’inchiesta sulla Rosa dei venti gli era stata tolta e non se ne era fatto più nulla. Tamburino si era sentito letteralmente defraudato, ma col passare degli anni si era reso conto che togliendogli quell’inchiesta paradossalmente gli era stata risparmiata la vita.

Il grande vecchio
In questa spy-story c’è un grande vecchio che, a suon di ricatti, ha tenuto in pugno (e probabilmente, in parte, ancora tiene) un Paese intero: Licio Gelli. Quello stesso “Venerabile” che inevitabilmente entra nelle nuove indagini del pool e che a suo tempo aveva animato l’inchiesta “Sistemi criminali” istruita principalmente dall’attuale Procuratore Generale di Palermo Roberto Scarpinato. La lettera anonima recapitata nei giorni scorsi al dott. Scarpinato potrebbe essere partorita da quelle stesse “menti raffinatissime” collegate al “protocollo Farfalla”; quegli apparati, che deviati non sono, probabilmente fautori delle lettere anonime inviate in questi mesi al pm Nino Di Matteo. E’ fin troppo evidente che queste “entità” sono letteralmente irritate da queste inchieste. Nonostante la stragrande maggioranza delle istituzioni – ai suoi massimi livelli – continui a manifestare insofferenza nei confronti delle indagini sul biennio stragista ‘92/’93 c’è ancora la possibilità di ricostruire la storia più occulta del nostro Paese. Ma è decisamente una lotta contro il tempo.