Le spese pazze della Marina, una farsa peggiore degli F35 da: popoff

Cosa se ne fa la Marina di navi oceanografiche per i sommergibili e fregate lanciamissili , di navi da sbarco e nuove portaere? Una dinasty marinaresca per un grande affare

di Maurizio Zuccari

La portaerei Cavour ormeggiata a Civitavecchia La portaerei Cavour ormeggiata a Civitavecchia

Via libera del Parlamento al finanziamento di oltre cinque miliardi (la metà di quanto richiesto) per ammodernare la flotta militare. Una storia che ricorda quella dei cacciabombardieri F35. Una storia che ricorda quella dei cacciabombardieri F35 proprio nei giorni in cui riparte la canizza sui due marò – meglio, uno, visto che l’altro, in permesso malattia a casa sua, non tornerà in India, a dire del governo che per fare la voce grossa richiama l’ambasciatore in loco per “consultazioni” – e le ombre corte della Mafia capitale si allungano sulla Marina, un’altra vicenda è passata inosservata ai più. Si tratta del via libera del Parlamento al finanziamento di oltre cinque miliardi (la metà di quanto richiesto) per ammodernare la flotta militare.

Entrambe le commissioni Difesa, con il voto contrario di Sel e Cinquestelle, hanno approvato il programma ventennale da 5,4 miliardi di euro stanziati dalla legge di stabilità del 2013 per la costruzione di una nuova portaerei, una decina di pattugliatori d’altura-lanciamissili, una nave appoggio sommergibili e due da sbarco. Il finanziamento non sarà a carico della Difesa ma del ministero dello Sviluppo economico, e dovrebbe aumentare progressivamente: dai 140 milioni del prossimo anno si passerà ai 690 del 2017 e via stabilizzando. Piccola chicca: se gran parte dei fondi (circa 4 miliardi) serviranno a finanziare i nuovi pattugliatori (vere e proprie fregate, in pieno assetto di combattimento), con 50 milioni stanziati dal ministero dell’Università e ricerca scientifica (Miur), oltre ai 250 previsti dalla legge, verrà pagata la nave appoggio sommergibili oceanografica da 10mila tonnellate e 127 metri, con un equipaggio di 80 marinai e 2 elicotteri.

Ma la più importante tra le unità in cantiere sarà la nuova portaelicotteri da assalto anfibio (Lhd), da realizzare con i fondi ordinari della Difesa, che dovrà sostituire l’attuale ex portaerei Garibaldi. Si tratta di un’unità da oltre 20mila tonnellate e 180 metri, 5 elicotteri, 4 mezzi da sbarco e in grado di trasportare i marò della brigata San Marco, mille persone, compreso l’equipaggio di 200 marinai. Queste navi si aggiungono al processo di ammodernamento avviato con la portaerei Cavour (1,5 miliardi), due fregate classe Orizzonte (1,5 miliardi), dieci ipertecnologiche fregate Fremm (5,7 miliardi), quattro sommergibili U212 (1,9 miliardi), ottanta elicotteri da assalto Nh90 e Eh101 (3 miliardi) e, tanto per non essere da meno dell’Aviazione, quindici cacciabombardieri F35B (circa 3 miliardi).

La nuova campagna acquisti della Marina, voluta dal capo di stato maggiore Giuseppe De Giorgi, intende così mandare in pensione (meglio, vendere a qualche bisognoso staterello africano o latinoamericano) 50 delle 60 unità di cui è previsto il disarmo entro un decennio, entrate in linea dagli anni ‘80 e realizzate grazie alla legge navale che stanziava mille miliardi di lire per un decennio, voluta alla metà degli anni ‘70 dall’allora capo di stato maggiore Gino, padre dell’attuale. Che i destini della flotta italica stiano particolarmente a cuore alla dinasty marinaresca nostrana è ben presente nelle parole con cui De Giorgi figlio ha difeso a spada tratta nelle audizioni in commissione Difesa le nuove navi. Senza le quali l’Italia, a suo dire, già sopravanzata a livello europeo da Inghilterra, Francia e Germania e oramai a livello della Grecia, si sarebbe ridotta all’“irrilevanza navale”. Più che di ammodernamento, in effetti, sarebbe meglio parlare di potenziamento ma tanta abbondanza non poteva essere coperta se non con la foglia di fico delle missioni umanitarie e persino dei disastri ambientali.

Al riguardo, illuminanti sono le parole con le quali in Fincantieri, in prima fila nelle commesse, hanno difeso le loro creature: «Si tratta di un provvedimento molto importante per il futuro dei nostri cantieri e per quello della Marina militare che, come ha più volte ricordato l’ammiraglio De Giorgi, altrimenti rischiava l’estinzione e che per questo aveva chiesto al governo uno stanziamento di 10 miliardi». Illuminanti sono soprattutto i riferimenti dell’amministratore delegato Giuseppe Bono all’“interesse strategico delle problematiche migratorie”. «Il mare Mediterraneo – ha detto l’ad Fincantieri – è mare nostro e lo dobbiamo presidiare, quindi l’Italia deve dotarsi di una Marina che possa assolvere questo compito». Di più. «I pattugliatori di De Giorgi – ha spiegato Bono concludendo la sua audizione in commissione Difesa – sono navi polivalenti che potranno essere usate non solo per il contrasto all’immigrazione, ma anche in caso di calamità naturali: pensiamo solo a quanto sarebbero utili se eruttasse il Vesuvio». È evidente, dunque, che a fronte di tanta urgenza le esigenze della Marina siano state tenute in degna considerazione dal governo, come hanno tenuto a sottolineare dalla società, che ha ringraziato per le pressioni esercitate i sindacati e gli esponenti liguri del Pd più sensibili al futuro dei cantieri regionali: il presidente della Regione Liguria Claudio Burlando, il senatore ed ex sindaco di Sarzana Massimo Caleo, il senatore membro della commissione Difesa Vito Vattuone ovviamente la ministra della Difesa Roberta Pinotti, sensibile al problema già da sottosegretaria allo stesso dicastero con Letta.

Emergenza Vesuvio a parte, cosa se ne faccia la Marina italiana di navi oceanografiche per i sommergibili e fregate lanciamissili per stoppare i migranti, di navi da sbarco e nuove portaerei non è dato sapere, se nel Mediterraneo neppure riusciamo a fornire il richiesto appoggio logistico ai libici impegnati nella riconquista di Tripoli nelle mani dei sedicenti fondamentalisti. E – ultima chicca – dal suo varo nel 2004 la portaerei Cavour è stata utilizzata solo un paio di volte come sorta di fiera galleggiante del made in Italy, ambasciatrice commerciale delle aziende italiane (Fincantieri, Finmeccanica, Eni) che si sono sobbarcate le altissime spese giornaliere di navigazione, sui 300mila euro. Ma non avevamo già dato con le manie di grandezza della Marina militare, capace di farsi mettere fuori combattimento i suoi gioielli in una notte, in quel di Taranto, da una flottiglia di biplani di legno e tela inglesi, sull’abbrivio della Seconda guerra mondiale? Tanta competenza ricalca assai da vicino quella dell’accorto presidente della commissione Bilancio della Camera, anche lui in quota Pd: quel Francesco Boccia da Bisceglie che voleva usare i cacciabombardieri F35, di cui è fan sfegatato, in funzione antincendio, magari sulla Sila.

E, a proposito di cacciafrottole, nel pervicace tentativo di vendere i 90 rimasti dei 135 inizialmente ordinati, il Joint strike fighter program office (Jpo) della Difesa Usa annuncia che il centro di manutenzione degli F35 europei e statunitensi nel vecchio continente sarà nella base aerea novarese di Cameri. Almeno in un primo momento, ché dalle parti di Londra già strizzano l’occhio per accaparrarsi la commessa. E vai ai peana all’indirizzo dei buana che tanto hanno concesso, con gli estasiati commenti della ministra Pinotti e dell’ad Finmeccanica Mauro Moretti. Salvo poi scoprire che rimettere in sesto le peggiori e più costose carrette nella storia dell’aviazione non solo Usa – il cui costo attuale, è bene ricordarlo, è di circa 135 milioni di euro l’uno – non porterà vantaggi tecnologici, visto che i lavori riguarderanno il velivolo senza sistemi d’arma, equipaggiamenti e motore, dati in pasto ai turchi. Bassa manovalanza, quindi, e zero ricadute di lavoro.

A dirlo non è il solito circolo della sinistra pacifista, ma uno dei più informati siti di affari militari, www.analisidifesa.it, con in bella mostra sulla testata il suo bravo fiocco giallo per il ritorno in patria dei “nostri” marò ma in prima fila nel mettere in guardia da tali bufale. Dove, da tempo, il direttore Gianandrea Gaiani, autorevole commentatore di militaria sul Sole 24 Ore, sottolinea come per l’Italia il programma F-35 non sia un buon affare sotto nessun punto di vista, in quanto «azzera la sovranità nazionale, pone la nostra industria alle dipendenze di Lockheed Martin e azzoppa definitivamente le forze aeree con un velivolo che non riusciremo a gestire. Sul piano dei ritorni industriali la situazione non è migliore: produrremo poche ali e qualche bullone realizzato da una quarantina di piccole e medie imprese. Nulla di sofisticato e non avremo ritorni nel campo del know-how dal momento che le tecnologie avanzate del velivolo verranno trattate solo da personale statunitense in aree “Us only” (ma pagate dai contribuenti italiani) dello stabilimento di Cameri». Zero valore militare e costi insostenibili, dunque. Almeno la regia Marina per rimettere in riga i Boxer in Cina si accontentava delle pirocorvette.

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Maxi unità da guerra Fincantieri all’Algeria di Antonio Mazzeo

 

Entro la fine dell’anno la Marina militare della Repubblica d’Algeria potrà estendere il suo raggio d’azione a tutto il bacino mediterraneo e all’Africa occidentale. Nei giorni scorsi, presso lo stabilimento Fincantieri di Muggiano (La Spezia), si è svolta la cerimonia di consegna di una grande unità da guerra anfibia, la “Kalaat Beni-Abbes” che farà da nuova ammiraglia della flotta della Marina algerina. L’imbarcazione è nata dall’evoluzione tecnologica delle unità da sbarco e supporto logistico della classe “San Giusto”, in dotazione della Marina militare italiana; ha una lunghezza di 143 metri, una larghezza di 21,5 metri e un dislocamento a pieno carico di 8.800 tonnellate. A una velocità di crociera superiore ai 20 nodi, la nuova nave ammiraglia potrà trasportare oltre 600 persone (152 membri d’equipaggio, 12 addetti al servizio volo e 430 marines), 15 carri armati o 30 tank blindati leggeri e 5 elicotteri da combattimento di medie dimensioni. La “Kalaat Beni-Abbes” dispone di un ponte di volo con due punti di atterraggio per elicotteri, a prua e a poppa, ed è attrezzata con un ospedale da 60 posti letto e diverse sale operatorie, per operare come supporto sanitario alle truppe. All’interno dell’unità è presente un bacino allagabile che può alloggiare un mezzo da sbarco di pronto intervento lungo 20 metri e pesante 30 tonnellate, su cui possono essere imbarcati 140 uomini o un carro armato pesante; altre due imbarcazioni di pari dimensioni possono viaggiare fissate sul ponte garage, ed essere movimentate attraverso un carroponte. Il sistema d’armamento, prodotto anch’esso in Italia da aziende del gruppo Finmeccanica, include i missili antiaerei a corto raggio Aster 15 (MBDA-Thales-Finmeccanica) e i cannoni OTO Melara da 25 e 76 mm. Le apparecchiature elettroniche includono il radar EMPAR prodotto da Selex ES (altra impresa italiana del gruppo Finmeccanica), il sistema di rilevamento e guerra elettronica SCLAR-H (OTO Melara) e il sistema di gestione combattimento “Athena-C” (Selex ES).

L’unità da guerra è stata commissionata nel 2011 dal Ministero della difesa algerino a Orizzonte Sistemi Navali (società controllata da Fincantieri e partecipata da Selex ES) ed è stata realizzata per un buon 90% negli stabilimenti Fincantieri di Muggiano e Riva Trigoso (Sestri Levante). Responsabile dell’integrazione dei sistemi di bordo è stata la Seastema SpA, società con sede a Genova operante nella progettazione, sviluppo e realizzazione di sistemi di automazione integrata in ambito navale, creata nell’ambito di una joint venture paritetica tra Fincantieri e la holding svizzera ABB. Oltre alla costruzione della “Kalaat Beni-Abbes”, Fincantieri ha coordinato la produzione nel cantiere navale algerino di Mers El Kebir (città del nord-ovest nei pressi di Orano) delle tre unità da sbarco minori Landing Craft Vehicle Personnel – LCVP, trasportabili dalla nave ammiraglia. Il valore della commessa è stato stimato in 400 milioni di euro circa, più il costo dei cinque elicotteri AW101 che la Marina militare algerina ha ordinato ad AgustaWestland  (Finmeccanica).

La decisione algerina di commissionare all’Italia la costruzione della grande unità da guerra è il frutto di un sapiente e spregiudicato pressing promozionale orchestrato congiuntamente dai manager di Fincantieri, dal governo italiano guidato al tempo da Romano Prodi e dai massimi vertici della Marina militare. Nel novembre del 2007, il complesso militare-politico-industriale italiano organizzò una trasferta in Algeria della nave da sbarco “San Giusto”, con a bordo assetti anfibi del Reggimento San Marco ed elicotteri da guerra antisommergibile “Sikorsky SH-3D”; in tale occasione fu organizzata, a favore degli osservatori delle forze armate algerine, una dimostrazione delle capacità anfibie dell’unità navale, degli elicotteri e dei veicoli dei marò imbarcati. A guidare la delegazione italiana ad Algeri, c’era il sottosegretario alla Difesa, Lorenzo Forcieri, senatore ligure eletto nelle liste dei Democratici di sinistra-Ulivo, poi presidente Pd dell’Autorità portuale di La Spezia.

La Marina militare ha offerto il suo importante contribuito all’affaire, fornendo il supporto logistico e l’addestramento dell’equipaggio algerino. “Questo progetto ha visto la luce nell’ambito di un ampio e innovativo  programma di cooperazione italo-algerina che attribuisce, alla Marina Militare Italiana, un pieno e diretto coinvolgimento nell’addestramento del primo equipaggio”, riporta il comunicato stampa emesso dal Ministero della Difesa il 17 gennaio 2014, in occasione del varo dell’unità da sbarco, evento che era stato posticipato di un mese a causa di un incidente mortale accaduto nello stabilimento Fincantieri di Riva Trigoso a un ufficiale della società di rimorchiatori incaricata di assistere la “Kalaat Beni-Abbes”.

Dall’ottobre 2013 ad oggi, la Marina italiana ha gestito intensi cicli addestrativi a favore di 190 militari algerini. Le attività sono state svolte presso il Centro di Addestramento Aeronavale della Marina Militare (MARICENTADD) di Taranto e presso l’Ufficio Allestimento e Collaudo Nuove Navi (MARINALLES) di La Spezia. A fine novembre, l’unità da guerra algerina sarà trasferita a sud di Taranto per svolgere una prima missione in mare aperto e le esercitazioni a fuoco con i cannoni OTO Melara da 76 mm. Nel primo semestre 2015 alcuni ufficiali algerini saranno ospiti a Taranto del Centro di simulazione al combattimento della Marina militare, mentre un altro gruppo di militari algerini sarà addestrato presso la base navale di La Spezia. Nella città ligure ci si avvarrà inoltre delle strutture disponibili presso la “Fincantieri Training Academy”, un progetto nato per iniziativa della holding italiana della cantieristica e della Marina militare, destinato alla formazione del personale di bordo delle unità in via di consegna. “Il crescente impegno nell’assistenza tecnica ed addestrativa alla Marina Algerina presso l’industria nazionale si aggiunge alle attività già supportate da MARINALLES La Spezia nell’ambito delle cooperazioni internazionali (Iraq, Kenya, Russia, India, Finlandia, Emirati Arabi Uniti)”, spiega il Ministero della Difesa. “L’impegno della Marina Militare ha per molti aspetti un carattere innovativo nel mondo delle costruzioni navali, rappresentando un esempio prima unico e vincente delle sinergie che Industria e amministrazione della Difesa possono mettere a disposizione del Sistema Paese italiano. Il settore addestramento marine estere costituisce una preziosa risorsa, poiché l’aggiunta di un pacchetto addestrativo rende l’offerta di costruzioni di nuove navi molto più appetibile, accrescendo notevolmente la competitività della cantieristica nazionale”.

Le autorità militari algerine hanno fatto sapere di voler ordinare anche un’unità cacciamine ai cantieri Intermarine di Sarzana (La Spezia), affidando ancora una volta l’addestramento dell’equipaggio alla Marina italiana. Algeri si conferma un ottimo cliente anche per Finmeccanica. Oltre agli AW101 che saranno imbarcati sulla “Kalaat Beni-Abbes”, nell’agosto 2012 la Marina algerina ha ordinato ad AgustaWestland sei elicotteri Super Lynx 300 da destinare alle due fregate lanciamissili della classe “Meko A200” acquistate in Germania. I Super Lynx non saranno però prodotti in Italia, bensì a Yeovil (Gran Bretagna). Altri quattro elicotteri Super Lynx Mk 130 e sei AW101 Mk 610 Merlin sono stati consegnati alle forze armate algerine tra la fine del 2010 e l’inizio 2011. Secondo quanto pubblicato recentemente dal periodico Air Forces Monthly, le autorità algerine sarebbero intenzionate ad affidare ad AgustaWestland la produzione di un’ottantina di elicotteri AW101 e AW109 da destinare ai reparti militari, di polizia e della Gendarmeria nazionale.

Amianto, il Tar della Liguria condanna la Marina militare per danni alla salute | Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

 

Il Tar della Liguria ha condannato la Marina Militare a risarcire un sottufficiale per i gravi danni di salute riportati in servizio a causa dell’amianto. Il militare per 15 anni e’ stato imbarcato come elettricista della Marina e ha sempre operato in un ambiente lavorativo in cui risultava utilizzato l’amianto per la coibentazione termica e acustica. Piu’ volte il sottufficiale aveva chiesto alla Marina di adoperarsi per migliorare le condizioni dei luoghi di lavoro ma senza risultato. I giudici del tribunale amministrativo si sono avvalsi di accertamenti medici effettuati da esperti dell’Universita’ di Genova. Secondo i giudici non vi sono dubbi che il militare, ora in congedo, si sia ammalato a causa delle condizioni di lavoro non adeguate. Infatti i periti hanno appurato “la diretta derivazione della malattia dalla prolungata esposizione del militare alle fibre dell’amianto”. Per cui, concludono i magistrati “puo’ ritenersi comprovata la responsabilita’ dell’amministrazione militare”. I giudici non quantificano il danno, ma affermano che la Marina dovra’ “proporre al creditore un congruo importo per ristorare il danno arrecato”.

Sulla presenza dell’amianto nel militare sta indagando da qualche giorno la procura di Torino. I magistrati hanno puntato la loro attenzione verso la Augusta. La multinazionale che costruisce gli elicotteri in dotazione alle forze di sicurezza italiane è accusata di avere segnalato il
problema in ritardo. E ora su una dozzina di dirigenti, quelli che si sono succeduti a vario titolo nelle posizioni apicali della societa’ fra gli anni Novanta e il 2013, si allunga l’accusa di disastro colposo.

Gli elicotteri dell’Esercito, della Marina militare, dell’Aviazione, dei carabinieri, della polizia e del Corpo forestale furono assemblati con parti in amianto; dalle guarnizioni alle pastiglie dei freni e poi tubi, rotori, ruote, condotte. Il numero delle persone potenzialmente esposte al
pericolo di malattie gravissime e incurabili, fra piloti, manutentori e componenti degli equipaggi, era enorme.
I velivoli vennero costruiti prima del 1992, quando entro’ in vigore la legge che vietava l’uso del minerale killer, e questo scagiona la vecchia dirigenza. Ma il problema, nel corso degli anni, e’ rimasto sottotraccia. Il pm Raffaele Guariniello ha acquisito la documentazione disponibile e, in base agli accertamenti che ha condotto in questi mesi, ha concluso che la multinazionale non ha informato adeguatamente le autorita’. Nel 1996 Agusta aveva trasmesso una segnalazione al Ministero che pero’, adesso, e’ giudicata lacunosa sotto diversi aspetti.
Soltanto nel settembre del 2013 – secondo l’inchiesta – la Difesa ottenne l’elenco completo del materiale pericoloso presente negli elicotteri o giacente nei magazzini. Non solo: e’ emerso che gia’ nel 1994 la Marina militare aveva sollevato la questione chiedendo dei chiarimenti. Ed e’ proprio la Marina al centro di un’altra inchiesta, dalla quale si e’ sganciata quella sugli elicotteri: un maxi fascicolo che contiene i nomi di circa 300 marinai morti di mesotelioma e altre malattie collegate all’amianto dopo avere prestato servizio su un centinaio di navi di stanza soprattutto a Taranto e La Spezia.

documento della Giunta Regionale Siciliana di revoca dei provvedimenti autorizzativi del MUOS a firma del Presidente della Regione Crocetta.

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