Maria Elena Boschi annuncia la fiducia in aula per la legge elettorale _ Vergogna!

Maria Elena Boschi annuncia la fiducia in aula per la legge elettorale
Vergogna
La fiducia sulla legge elettorale l’aveva posta il fascismo nel 1923
con la legge Acerbo
1953 con la legge Truffa
Voluta dal governo di Alcide De Gasperi, venne proposta al Parlamento dal ministro dell’Interno Mario Scelba e fu approvata solo con i voti della maggioranza, nonostante i forti dissensi manifestati dalle altre formazioni politiche di destra e di sinistra

 

 

 

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legge elettorale del 1953, meglio nota come legge truffa dall’appellativo datole dai suoi oppositori[1] fu un correttivo della legge proporzionale vigente dal 1946. Essa introduceva un premio di maggioranza consistente nell’assegnazione del 65% dei seggi della Camera dei deputati alla lista o al gruppo di liste collegate che avesse raggiunto il 50% più uno dei voti validi.

La legge, promulgata il 31 marzo 1953 (n. 148/1953) ed in vigore per le elezioni politiche del 3 giugno di quello stesso anno sia pure senza che desse effetti, venne abrogata con la legge 615 del 31 luglio 1954.

Riforma del Senato, la Camera approva da: l’espress0

Dopo gli annunci della viglia, i dissidenti dem tornano sui loro passi e, a differenza di Berlusconi, votano il testo figlio del patto del Nazareno. Bersani sposta l’asticella: «Il punto ora è l’Italicum». Pessimista Civati, che non vota: «Dopo il solito polverone, alla fine diranno sì anche a quello»

di Luca Sappino

10 marzo 2015

Riforma del Senato, la Camera approva 
La minoranza del Pd si accoda alla linea Renzi

L’ok alla riforma del Senato è arrivato senza troppi patemi: 357 sì, 125 no e 7 astenuti. Ma prima ancora che alla Camera cominciassero le dichiarazioni di voto, Matteo Renzi aveva già incassato il sì della minoranza Pd alla “sua” riforma costituzionale.

Pier Luigi Bersani, Cesare Damiano, anche Gianni Cuperlo che pure si mostrava battagliero, nelle ultime ore: tutti, alla fine, spingono il tasto verde. «Un Senato non elettivo» sono le parole con cui Bersani giustifica la scelta, «è una cosa opinabile, che per me andrebbe corretta, ma è una cosa che esiste al mondo. Ciò che non esiste al mondo è il combinato disposto con questa legge elettorale: noi avremmo un’unica camera politica, con la maggioranza dei deputati nominati e, per i partiti che non vincono, il 100 per cento dei deputati nominati. Una cosa così non è votabile».

Sono così rimandate, dunque, le denunce dei giorni scorsi sul «combinato disposto». A chi si stupisce, la giornalista Chiara Geloni, ex direttrice di Youdem, molto vicina a Bersani, fa notare che anche nella nota intervista rilasciata ad Avvenire l’ex segretario già spostava la battaglia sulla legge elettorale, accettando quindi che il testo della riforma costituzionale fosse da considerarsi «blindato». «L’Italicum va cambiato», diceva non casualmente Bersani, «perché produce una Camera di nominati. Non sta in piedi. Se è deciso che la riforma della Costituzione non si può modificare, io non accetterò mai di votare questa legge elettorale senza modifiche».

Si realizza così il desiderio espresso dal vicesegretario del partito democratico, Lorenzo Guerini, che da giorni auspica il consueto «largo consenso» e la responsabiltà della minoranza interna. Raccoglie i frutti Matteo Orfini, che spiega così il risultato: «Lavoriamo per raccogliere il consenso più ampio in tutto il Parlamento, compresa la minoranza del Partito democratico».

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“La nostra è qualcosa di più di una riserva, a questo punto sulla legge elettorale pianteremo il chiodo, è l’ultima volta che diciamo sì”. Così l’ex segretario Pd commenta il voto favorevole della minoranza del partito alla riforma costituzionale approvata alla Camera nonostante le perplessità sul combinato tra le modifiche al Senato e l’Italicum di Marco Billeci

Pochissimi sono i pasdaran. Stefano Fassina vota no. Ma è un gesto quasi solitario. «I voti in dissenso dal gruppo saranno meno dei 5-6 di cui si era parlato ieri» prevedeva poco prima del voto, dimostrando anche un certo ottimismo. A tenere compagnia a Stefano Fassina (se non si considerano le opposizioni formali, quella di Sel, di Forza Italia e della Lega) ci sono Pippo Civati e Luca Pastorino, che non votano proprio, e Francesco Boccia, già lettiano, presidente della commissione bilancio della Camera. Fuori dall’aula ci sono anche i 5 stelle.

Degna di nota è la polemica che Civati apre con un post sul suo suo blog: «L’unica cosa che non si capisce è perché ogni volta si alzi, nelle settimane precedenti a ogni scadenza, un polverone che poi, alla fine, si posa sul voto immancabilmente favorevole» dice dei suoi colleghi di partito. «La cosiddetta minoranza non fa altro che alzare palloni alla maggioranza e al premier che li schiaccia. La battaglia da affrontare è sempre la “prossima”: così è stato sul Jobs Act, così nei vari passaggi delle riforme» continua Civati che azzarda una previsone: «Così sarà sull’Italicum, ma poi magari si vota a favore anche su quello».

“Tutta colpa dei professori” da; il manifesto.it

Riforme. Renzi ottimista sul Colle: l’intesa con Berlusconi tiene. La ministra Boschi attacca i costituzionalisti: sono loro che frenano da 30 anni. Ma tutte le volte che i progetti di cambiare la Carta sono falliti è stato per ragioni di Palazzo

La ministra delle riforme Maria Elena Boschi

Dove­ro­sa­mente otti­mi­sta sul per­corso del dise­gno di legge costi­tu­zio­nale che tra­sforma il senato in un’assemblea legi­sla­tiva di ammi­ni­stra­tori locali, la mini­stra Maria Elena Boschi teme «una sola cosa». Meglio, una sola cate­go­ria: «I pro­fes­sori». Quelli che «in que­sti trent’anni» avreb­bero «bloc­cato un pro­cesso di riforma che oggi invece non è più rin­via­bile per il nostro paese». Più delle inde­ci­sioni degli alleati di Forza Ita­lia, più ancora della ven­tina di sena­tori Pd difen­sori dell’elezione diretta per la camera alta, il governo dichiara di temere l’accademia. E — dopo la pub­bli­ca­zione dell’appello «verso la svolta auto­ri­ta­ria» fir­mato in ori­gine e tra gli altri da Rodotà, Car­las­sare, Pace, Azza­riti, Zagre­bel­sky — indi­vi­dua il suo avver­sa­rio fuori dal par­la­mento. Tra chi argo­menta opi­nioni diverse.

L’affondo della neo mini­stra è tanto aggres­sivo da pro­vo­care qual­che difesa d’ufficio anche nel Pd — Fas­sina dice «no al pen­siero unico» e chiede al governo di «rispet­tare le opi­nioni diverse, anche quelle dei pro­fes­so­roni»; San­dra Zampa, vice­pre­si­dente del par­tito, dice di pro­vare per l’attacco «sof­fe­renza e disa­gio». Mat­teo Renzi intanto sale al Qui­ri­nale por­tando a Napo­li­tano anche il dos­sier riforme. Il pre­si­dente della Repub­blica tiene par­ti­co­lar­mente alle modi­fi­che costi­tu­zio­nali, alle quali ha legato il suo secondo set­ten­nato — che potrebbe avere un ter­mine anti­ci­pato di fronte a qual­che obiet­tivo cen­trato. Se qual­che per­ples­sità sulla nuova legge elet­to­rale è tra­pe­lata dal Qui­ri­nale, non si pos­sono attri­buire al pre­si­dente obie­zioni sull’ipotesi di riforma del senato. Nem­meno le cri­ti­che espresse in pub­blico dal pre­si­dente Grasso, seconda carica dello stato, a com­mento delle quali, anzi, Napo­li­tano ha tro­vato il modo di insi­stere sulla neces­sità di supe­rare il bica­me­ra­li­smo pari­ta­rio. L’unica garan­zia per un’approvazione rapida del ddl costi­tu­zio­nale appro­vato dal Con­si­glio dei mini­stri, però, è la tenuta di Forza Ita­lia. Di que­sto si è par­lato ieri al Qui­ri­nale: Napo­li­tano ha ascol­tato diret­ta­mente da Ber­lu­sconi la pro­messa di non far sal­tare l’accordo, col­le­gata però a richie­ste per­so­nali sulla vicenda giu­di­zia­ria che il pre­si­dente ha lasciato cadere. Al capo dello stato Renzi ha espresso iden­tica fidu­cia nel (suo) suc­cesso, alla luce del col­lo­quio con gli amba­scia­tori Ver­dini e Letta.

Sull’affondo della mini­stra Boschi, del resto, Ber­lu­sconi non trova nulla da ridire. Il disprezzo per le cri­ti­che acca­de­mi­che è il suo. Che siano stati però i pro­fes­sori a fer­mare le riforme è una rico­stru­zione tanto azzar­data che basta un piz­zico di memo­ria, anche recente, a smen­tirla. E se non basta ci sono i dos­sier pub­bli­cati sullo stesso sito del mini­stero, accanto al pro­filo della neo mini­stra. Natu­ral­mente non ha alcun senso met­tere assieme in maniera indi­stinta «i pro­fes­sori», posto che da quando la poli­tica ha sco­perto l’urgenza della «grande riforma» costi­tu­zio­nale (di anni ne sono pas­sati quasi qua­ranta, e all’origine del dibat­tito c’è pro­prio un pro­fes­sore allora con­si­gliere di Craxi e poi tra i fon­da­tori del par­tito di Renzi, Giu­liano Amato) abbiamo letto di pro­fes­sori favo­re­voli a rive­dere la Carta per dare più forza al governo e pro­fes­sori con­trari. Così come oggi ci sono pro­fes­sori che appog­giano le pro­po­ste ad alta velo­cità di Renzi e pro­fes­sori che ne vedono soprat­tutto i rischi.

Solo un anno fa, poi, prima il pre­si­dente della Repub­blica, poi il pre­si­dente del Con­si­glio Letta, hanno chia­mato un con­si­stente numero di pro­fes­sori (una qua­ran­tina) per riscri­vere da capo a piedi la Costi­tu­zione del ’48. Un per­corso — assai barocco — di riforma è stato avviato, ma non sono state le cri­ti­che esterne a fer­marlo. Bensì rivol­gi­menti di Palazzo: il cam­bio di stra­te­gia di Forza Ita­lia e la fine anti­ci­pata del governo (impo­sta da Renzi). La volta pre­ce­dente, nel 2012, un testo che sem­brava met­tere tutti d’accordo al senato è crol­lato in un pome­rig­gio, quando Ber­lu­sconi tornò a inna­mo­rarsi del semi­pre­si­den­zia­li­smo. Prima ancora c’era stato il lungo lavoro attorno alla «bozza Vio­lante», inter­rotto dalla crisi del governo Prodi II e dallo scio­gli­mento delle camere. E nel 2006 è stato il refe­ren­dum, dun­que il popolo elet­tore, a boc­ciare la riforma che erano riu­sciti a far appro­vare dal par­la­mento i «saggi di Loren­zago»: tra loro c’era anche un pro­fes­sore di diritto pub­blico, oltre a un avvo­cato, a un notaio e a un odon­to­tec­nico. La bica­me­rale D’Alema, poi, è sto­ria: furono più i magi­strati che i pro­fes­sori a cri­ti­carne i lavori. In ogni caso a man­dare tutto in fumo fu, anche allora, Berlusconi.