Rodotà: “Renzi tolga il segreto di Stato dall’accordo del Nazareno”Fonte: L’Huffington post | Autore: red.

Costituzione: Rodotà, ritrovare via maestra ora abbandonata

“Se Renzi vuole levare il segreto, come ha detto, cominci a levare il segreto sull’accordo del Nazareno, perché ancora non si sa quale sarà il testo su cui il Senato discuterà”.

Sibilano le parole del costituzionalista Stefano Rodotà , a margine dell’evento “Una questione democratica”, organizzato dall’Anpi al Teatro Eliseo di Roma. Rodotà ha poi definito il testo sulle riforme costituzionale ed elettorale “a mio giudizio, sgrammaticato e impresentabile dal punto di vista costituzionale” . Un parere impietoso che già aveva espresso in passato.

Alla domanda se discuterebbe le riforme con il Governo se ne avesse la possibilità, il candidato alle elezioni per il presidente della Repubblica lo scorso anno ha replicato riferendosi a Maria Elena Boschi (Pd) : “Io non faccio altro che discutere. Ancora oggi la ministra ha definito quest’iniziativa pretestuosa, almeno poteva aspettare di sapere che cosa avremmo detto. Noi ci mettiamo tutta la buona volontà”.

Durante l’intervento dal palco invece Rodotà ha tirato un’altra bordata al governo: “La Costituzione non è affare dei professori, per carità, ma non è neanche affare e proprietà di Matteo Renzi”

“Tutta colpa dei professori” da; il manifesto.it

Riforme. Renzi ottimista sul Colle: l’intesa con Berlusconi tiene. La ministra Boschi attacca i costituzionalisti: sono loro che frenano da 30 anni. Ma tutte le volte che i progetti di cambiare la Carta sono falliti è stato per ragioni di Palazzo

La ministra delle riforme Maria Elena Boschi

Dove­ro­sa­mente otti­mi­sta sul per­corso del dise­gno di legge costi­tu­zio­nale che tra­sforma il senato in un’assemblea legi­sla­tiva di ammi­ni­stra­tori locali, la mini­stra Maria Elena Boschi teme «una sola cosa». Meglio, una sola cate­go­ria: «I pro­fes­sori». Quelli che «in que­sti trent’anni» avreb­bero «bloc­cato un pro­cesso di riforma che oggi invece non è più rin­via­bile per il nostro paese». Più delle inde­ci­sioni degli alleati di Forza Ita­lia, più ancora della ven­tina di sena­tori Pd difen­sori dell’elezione diretta per la camera alta, il governo dichiara di temere l’accademia. E — dopo la pub­bli­ca­zione dell’appello «verso la svolta auto­ri­ta­ria» fir­mato in ori­gine e tra gli altri da Rodotà, Car­las­sare, Pace, Azza­riti, Zagre­bel­sky — indi­vi­dua il suo avver­sa­rio fuori dal par­la­mento. Tra chi argo­menta opi­nioni diverse.

L’affondo della neo mini­stra è tanto aggres­sivo da pro­vo­care qual­che difesa d’ufficio anche nel Pd — Fas­sina dice «no al pen­siero unico» e chiede al governo di «rispet­tare le opi­nioni diverse, anche quelle dei pro­fes­so­roni»; San­dra Zampa, vice­pre­si­dente del par­tito, dice di pro­vare per l’attacco «sof­fe­renza e disa­gio». Mat­teo Renzi intanto sale al Qui­ri­nale por­tando a Napo­li­tano anche il dos­sier riforme. Il pre­si­dente della Repub­blica tiene par­ti­co­lar­mente alle modi­fi­che costi­tu­zio­nali, alle quali ha legato il suo secondo set­ten­nato — che potrebbe avere un ter­mine anti­ci­pato di fronte a qual­che obiet­tivo cen­trato. Se qual­che per­ples­sità sulla nuova legge elet­to­rale è tra­pe­lata dal Qui­ri­nale, non si pos­sono attri­buire al pre­si­dente obie­zioni sull’ipotesi di riforma del senato. Nem­meno le cri­ti­che espresse in pub­blico dal pre­si­dente Grasso, seconda carica dello stato, a com­mento delle quali, anzi, Napo­li­tano ha tro­vato il modo di insi­stere sulla neces­sità di supe­rare il bica­me­ra­li­smo pari­ta­rio. L’unica garan­zia per un’approvazione rapida del ddl costi­tu­zio­nale appro­vato dal Con­si­glio dei mini­stri, però, è la tenuta di Forza Ita­lia. Di que­sto si è par­lato ieri al Qui­ri­nale: Napo­li­tano ha ascol­tato diret­ta­mente da Ber­lu­sconi la pro­messa di non far sal­tare l’accordo, col­le­gata però a richie­ste per­so­nali sulla vicenda giu­di­zia­ria che il pre­si­dente ha lasciato cadere. Al capo dello stato Renzi ha espresso iden­tica fidu­cia nel (suo) suc­cesso, alla luce del col­lo­quio con gli amba­scia­tori Ver­dini e Letta.

Sull’affondo della mini­stra Boschi, del resto, Ber­lu­sconi non trova nulla da ridire. Il disprezzo per le cri­ti­che acca­de­mi­che è il suo. Che siano stati però i pro­fes­sori a fer­mare le riforme è una rico­stru­zione tanto azzar­data che basta un piz­zico di memo­ria, anche recente, a smen­tirla. E se non basta ci sono i dos­sier pub­bli­cati sullo stesso sito del mini­stero, accanto al pro­filo della neo mini­stra. Natu­ral­mente non ha alcun senso met­tere assieme in maniera indi­stinta «i pro­fes­sori», posto che da quando la poli­tica ha sco­perto l’urgenza della «grande riforma» costi­tu­zio­nale (di anni ne sono pas­sati quasi qua­ranta, e all’origine del dibat­tito c’è pro­prio un pro­fes­sore allora con­si­gliere di Craxi e poi tra i fon­da­tori del par­tito di Renzi, Giu­liano Amato) abbiamo letto di pro­fes­sori favo­re­voli a rive­dere la Carta per dare più forza al governo e pro­fes­sori con­trari. Così come oggi ci sono pro­fes­sori che appog­giano le pro­po­ste ad alta velo­cità di Renzi e pro­fes­sori che ne vedono soprat­tutto i rischi.

Solo un anno fa, poi, prima il pre­si­dente della Repub­blica, poi il pre­si­dente del Con­si­glio Letta, hanno chia­mato un con­si­stente numero di pro­fes­sori (una qua­ran­tina) per riscri­vere da capo a piedi la Costi­tu­zione del ’48. Un per­corso — assai barocco — di riforma è stato avviato, ma non sono state le cri­ti­che esterne a fer­marlo. Bensì rivol­gi­menti di Palazzo: il cam­bio di stra­te­gia di Forza Ita­lia e la fine anti­ci­pata del governo (impo­sta da Renzi). La volta pre­ce­dente, nel 2012, un testo che sem­brava met­tere tutti d’accordo al senato è crol­lato in un pome­rig­gio, quando Ber­lu­sconi tornò a inna­mo­rarsi del semi­pre­si­den­zia­li­smo. Prima ancora c’era stato il lungo lavoro attorno alla «bozza Vio­lante», inter­rotto dalla crisi del governo Prodi II e dallo scio­gli­mento delle camere. E nel 2006 è stato il refe­ren­dum, dun­que il popolo elet­tore, a boc­ciare la riforma che erano riu­sciti a far appro­vare dal par­la­mento i «saggi di Loren­zago»: tra loro c’era anche un pro­fes­sore di diritto pub­blico, oltre a un avvo­cato, a un notaio e a un odon­to­tec­nico. La bica­me­rale D’Alema, poi, è sto­ria: furono più i magi­strati che i pro­fes­sori a cri­ti­carne i lavori. In ogni caso a man­dare tutto in fumo fu, anche allora, Berlusconi.