Europa, razzismo da nascondere sotto il tappeto.Il caso del Belgio, con la scusa della crisi Fonte: www.rifondazione.be | Autore: redazione

Riproponiamo in italiano un articolo pubblicato sulla stampa belga nell’Agosto 2014 a firma di Anne Morelli, una delle maggiori studiose della emigrazione italiana in Belgio e professore all’Università Libera di Bruxelles, e di Carlo Caldarini amministratore di Bruxelles Laique, che da anni si occupa di problemi della immigrazione italiana in Belgio ed in Europa.Venerdi prossimo verranno pronunciati i tradizionali discorsi di omaggio in occasione della commemorazione della tragedia del Bois du Cazier (Marcinelle). Nessuno ricorderà le espulsioni di cui sono oggi vittima diversi “italiani del Belgio”, né la crisi economica che colpisce in massa questi discendenti di immigrati.

L’8 agosto 1956 il Belgio vestiva il lutto per le 262 vittime di Marcinelle, per la maggior parte italiane. All’origine del gesto che provocò il cortocircuito, impianti vetusti che non era “redditizio” modernizzare e la mancanza di istruzione dei nuovi arrivati. Nel linguaggio della stampa si parla di “tormentone”, cioè un tema che ritorna ogni anno e a proposito del quale si può ripetere pressappoco la stessa cosa. Quest’anno la tradizione si ripeterà: messa, deposizione di fiori, brindisi alla presenza delle autorità. Durante questa commemorazione non sarà di buon gusto l’evocazione di un tema d’attualità meno positivo per le relazioni italo-belghe: le espulsioni. Nel XIX secolo sono gli anarchici ed altri “vagabondi” italiani che vengono espulsi dal paese. Durante il regime di Mussolini sono gli antifascisti. Dopo la seconda guerra mondiale, sono i “comunisti”, di cui alcuni erano stati decorati in Belgio come resistenti. All’epoca della “battaglia del carbone”, gli italiani che rompevano il contratto erano arrestati e rispediti a casa.

La costruzione europea sembra aver rotto con questa pratica. Gli italiani che vivono in Belgio sono cittadini europei e devono godere degli stessi diritti che avrebbero se possedessero la nazionalità belga. Alcuni casi celebri smentiranno questa bella teoria. Nel 1993 Antonio Arena, che ha espiato una condanna al carcere, è espulso e costretto a lasciare in Belgio sua moglie e i suoi bambini, tra i 4 e i 9 anni. Portato davanti alle istanze europee, questo caso sarà seguito da parecchi altri. Con il concorso della crisi, tra il 2010 e il 2013 ben 5.913 cittadini europei hanno ricevuto l’ordine di lasciare il territorio del Regno. Nel solo 2013 l’Ufficio belga per gli stranieri ha messo fine al soggiorno di 2.712 europei.

In un primo tempo si trattava soprattutto di beneficiari del CPAS[1]. Poi è stata la volta dei disoccupati. Oggi l’ordine di levare le tende colpisce anche lavoratori (sì, lavoratori) che hanno trovato un lavoro “sovvenzionato”. Il pretesto è che questi cittadini rappresentano un “carico irragionevole” per il bilancio dello stato, la giustificazione è che questa gente viene a fare del turismo sociale, e l’alibi è che si applicano delle regole europee. Il teorema è infine provato: “è l’Europa che ce lo domanda”. In seguito al Trattato di Roma (1957), la libera circolazione è regolata da disposizioni europee obbligatorie. Oggi sono due i pilastri che reggono il sistema: la Direttiva 2004/38 e il Regolamento 883/2004. La Direttiva definisce le regole che tutti i paesi sono tenuti a seguire in materia di diritto al soggiorno. Essa stabilisce, per esempio, che ogni lavoratore dell’UE ha il diritto di risiedere senz’altra condizione che quella di essere un “lavoratore” (7.1) e che non può essere automaticamente allontanato, neanche se si trova in stato di disoccupazione involontaria (14.4). O ancora, che ogni cittadino dell’UE ha il diritto di beneficiare dell’assistenza sociale allo stesso titolo dei cittadini del paese di accoglienza (24), senza che questo possa costituire pretesto per una misura di allontanamento automatico (14.3).

Il Regolamento fa la stessa cosa in materia di sicurezza sociale. Esso stabilisce, per dare un altro esempio, che se avete lavorato in Italia e poi in Belgio, al momento di calcolare la vostra indennità di disoccupazione il Belgio deve tener conto di tutti i periodi lavorati. Interpretando queste regole “à la carte”, la ministra Maggie De Block ci presenta questi stranieri come degli approfittatori. Quelli di Marcinelle, invece, hanno tutte le virtù. Forse perché i morti non hanno bisogni. L’altro tema che non sarà abbordato nei discorsi di Marcinelle riguarda la situazione attuale dei cittadini provenienti dall’immigrazione italiana.

Ci viene continuamente ammanita la storia del successo di un pugno di italo-belgi (Di Rupo, Adamo, qualche sportivo, o addirittura la regina Paola), “dimenticando” che i discendenti di questa immigrazione per lo più operaia sono, in virtù della riproduzione sociale, le prime vittime della crisi. La disoccupazione tocca molto di più gli italo-belgi, sovrarappresentati nelle professioni operaie e nelle scuole che preparano a questi mestieri. Se i quadri sindacali sono spesso italiani, è perché moltissimi italo-belgi sono metalmeccanici. Perché il panorama sociale sia fedele alla realtà, bisognerebbe dire anche che gli italiani del Belgio sono sovrarappresentati anche nella grande povertà e nella delinquenza. Temi politicamente molto poco corretti. E su cui il consenso è molto meno vasto che sul “sacrifico” di Marcinelle…

8 agosto 1956 la strage nella miniera di Marcinelle. Ieri in Italia quattro morti sul lavoro Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

L’8 agosto del 1956, alle 8,10 del mattino, nella miniera di carbone di Marcinelle, in Belgio, una gabbia parte dal punto d’invio 975 del pozzo d’estrazione con un vagoncino male agganciato. Ha inizio la tragedia che vedrà la morte di 262 minatori su 274 presenti, 136 dei quali italiani, 95 belgi, 8 polacchi, 6 greci, 5 tedeschi, 5 francesi, 3 ungheresi, un inglese, un olandese, un russo e un ucraino. Soltanto 13 superstiti vengono tirati fuori il primo giorno. L’interminabile attesa dei familiari continua in ogni modo fino al 22 agosto, quando i soccorritori pronunciano le fatidiche parole “Tutti cadaveri”.

Questa, invece, la tragica lista di ieri, 7 agosto: tre uomini folgorati e uno schiacciato da una pressa.

Carlo Silvi, dipendente di Acam Ambiente, e’ morto nel pomeriggio dopo essere stato schiacciato da un costipatore della spazzatura. L’incidente e’ avvenuto a Sarzana. L’uomo, dipendente della multiutility che si occupa dello smaltimento dei rifiuti, stava scaricando carta e cartone da un piccolo mezzo di servizio ad un mezzo piu’ grande. Secondo una prima ricostruzione dei fatti, l’uomo avrebbe tentato di liberare la pressa del mezzo piu’ piccolo, forse inceppatasi, rimanendo schiacciato all’altezza del torace. Nonostante le manovre rianimatorie del 118, l’uomo e’ morto sul posto.

Un imprenditore edile di 46 anni, Francesco Vinci, e’ morto sempre nel pomeriggio dopo essere stato investito da una scarica elettrica dell’alta tensione mentre stava lavorando con una gru. L’incidente si e’ verificato in contrada Piana, alla periferia di Buccheri, piccolo centro della fascia montana della provincia di Siracusa ad una cinquantina di chilometri dal capoluogo. Secondo la prima ricostruzione dei carabinieri, l’uomo – che e’ morto sul colpo – stava manovrando il braccio di una gru quando avrebbe urtato i fili dell’alta tensione. Il sindaco di Buccheri, Alessandro Caiazzo, ha proclamato il lutto cittadino nella giornata dei funerali.

Un operaio macedone di 42 anni e’ morto anche lui folgorato mentre lavorava all’interno di un’azienda a Saline di Volterra (Pisa). E’ La vittima, Dzevdet Ferati, stava lavorando allo stabilimento della salina. L’uomo e’ morto sul colpo ed inutile e’ stato fare intervenire l’elisoccorso.

Ancora una forte scarica elettrica, la causa della morte di un dipendente Enel, Matteo Luca Zenari, in forza all’unità operativa di Finale Ligure, zona di Savona, mentre lavorava in una serra agricola a Loano. L’uomo stava sostituendo un contatore dell’energia quando è stato investito da una scarica elettrica.