Perché l’appartenenza di Mandela al Partito Comunista è importante | Fonte: newstatesman.com | Autore: Martin Plaut

Il giorno della morte di Mandela il Partito comunista sudafricano scelse di rivelare un fatto che era stato a lungo negato: che egli era un membro del partito.

Anzi, al momento del suo arresto egli faceva parte del Comitato Centrale. La dichiarazione recita: “All’epoca del suo arresto nell’agosto 1962, Nelson Mandela non solo era un membro dell’allora clandestino Partito comunista sudafricano, ma faceva parte del Comitato Centrale del partito. Dopo la sua liberazione dal carcere nel 1990, Madiba divenne un grande e fidato amico dei comunisti fino alla fine dei suoi giorni”.

Commentando questa rivelazione, il colonnista del New York Times, nonché precedentemente corrispondente da Mosca e Johannesburg, Bill Keller, è stato ottimista: “La breve appartenenza di Mandela al Partito comunista sudafricano, e la sua alleanza di lungo termine con comunisti più devoti, parla più del suo pragmatismo che della sua ideologia”. Non è chiaro da cosa Keller deduca che l’appartenenza di Mandela sia stata “breve”. La dichiarazione del Partito comunista non specifica se egli rimase un membro della loro organizzazione fino alla sua morte (nonostante l’accurata impostazione della frase suggerisca di no) e, nel caso egli abbandonò il partito, perché lo fece e quando tale abbandono ebbe luogo. Lo stesso Mandela ha ripetutamente negato di aver fatto parte del partito. Durante il suo discorso dal banco degli imputati all’apertura del processo di Rivonia nella Corte Suprema di Pretoria il 24 aprile 1964 Mandela fu categorico: “Giungo ora alla mia posizione. Ho negato di essere comunista, e credo che le circostanze mi obblighino a definire esattamente quale sia il mio credo politico. Mi sono sempre considerato, prima di tutto, un patriota africano”.

Si potrebbe ribattere che Mandela e gli altri imputati stessero combattendo per la loro vita, e avrebbero afferrato ogni singola pagliuzza in grado di alleggerire la loro sentenza. Dopotutto, erano accusati di aver commesso una serie di crimini molto gravi, inclusi atti di sabotaggio, violenze pubbliche e attentati con bombe. Alla fine il giudice condannò gli imputati all’ergastolo, piuttosto che alla pena di morte. Ciò che è più difficile da capire è perché, dopo che l’AfricanNational Congress e il Partito comunista furono legalizzati nel 1990 e Mandela fu liberato, la questione non fu chiarita. Ciò che sarebbe bastato sarebbe stata una semplice dichiarazione da parte di entrambe le organizzazioni. Invece fu necessario lo scrupoloso lavoro del giornalista e accademico Stephen Ellis per svelare i collegamenti di Mandela col Partito. Dopo una lunga e approfondita ricerca attraverso gli archivi, egli pubblicò le sue conclusioni nel 2011. Così, quali conclusioni si dovrebbero trarre dalla lealtà di Mandela al Partito comunista? È certamente molto di più di una curiosità storica. Basta considerare alcune delle presenti posizioni dell’ANC per riconoscere l’impronta del Partito comunista su queste. Leggendo il più importante documento programmatico dell’ANC, Strategia e Tattiche, adottato nel 2007, vi troviamo un’analisi della natura della società sudafricana. Essa si riferisce all’origine del paese come “un colonialismo di una tipologia particolare, in cui sia i colonizzati che i colonizzatori convivono in un territorio comune con una vasta popolazione europea stanziale”. Questa formulazione è tratta, quasi parola per parola, dal programma del Partito comunista sudafricano approvato nel 1962.

Ovviamente il Sud Africa è tutto tranne che uno stato comunista ortodosso. I suoi splendenti centri commerciali e l’organizzazione delle sue fabbriche e miniere devono molto di più agli Stati Uniti che all’Unione Sovietica. Piuttosto, uno dovrebbe rivolgersi ad un’altra prospettiva per valutare l’impatto reale dei compagni di Mandela a partire dagli anni Quaranta. La Costituzione del 1996 promulgata dall’ANC è basata sulla convinzione di un ideale non-razziale. Eppure essa avrebbe potuto essere differente. Ci sono state occasioni in cui l’ANC ha flirtato con un Nazionalismo Africano che non sarebbe sembrato fuori posto in Zimbabwe.  Lo stesso Mandela riconobbe il ruolo del Partito comunista nel distoglierlo da visioni non troppo diverse da quelle di Robert Mugabe. Inizialmente Mandela si oppose ostinatamente ad ogni legame tra l’ANC e i comunisti esattamente per questa ragione, come reso chiaro dal suo discorso sul banco degli imputati nel 1964.

“Entrai nelle file dell’ANC nel 1944, e nei giorni della mia gioventù assunsi la posizione che la politica di ammettere i comunisti nell’ANC, e la stretta co-operazione che esisteva a quel tempo su specifiche questioni fra l’ANC e il Partito comunista, avrebbe condotto a un annacquamento del concetto di Nazionalismo Africano. All’epoca ero membro della Lega Giovanile dell’African National Congress, e facevo parte di un gruppo che spinse per l’espulsione dei comunisti dall’ANC”. Questa trasformazione fu il frutto di un lungo processo iniziato poco dopo l’arrivo di Mandela a Johannesburg nel 1941. Mandela fu assunto da uno studio legale, Witkin, Sidelsky e Eidelmann. Un amico di Mandela, Walter Sisulu, lo aveva presentato al gruppo, e uno dei soci, Lazar Sidelsky, accettò di assumerlo come impiegato mentre compiva i suoi studi per divenire avvocato. Sidelsky non era comunista, ma altri nello staff lo erano. Nel 1943 Mandela si iscrisse all’Università di Witwatersrand, a Johannesburg. Era l’unico nero iscritto a Giurisprudenza, e avrebbe potuto condurre un’esistenza solitaria. Ma presto divenne amico di un gruppo multirazziale di giovani uomini e donne, fra cui Joe Slovo, Ruth First, George Bizos, Ismail Meer, J.N. Singh e Bram Fisher. Tutti erano attivisti di sinistra. Gradualmente l’attitudine di Mandela si addolcì. Come egli disse durante il processo:

“per molti decenni i comunisti furono l’unico gruppo politico del Sud Africa che trattasse gli Africani come esseri umani e loro uguali; essi erano gli unici che accettassero di mangiare con noi, parlare con noi, vivere con noi e lavorare con noi. Essi costituivano l’unico gruppo politico pronto a lottare al fianco degli Africani per l’ottenimento dei diritti politici e di un posto nella società.

Fu l’intervento dei comunisti e di altri gruppi dell’esigua sinistra sudafricana a trasformare non solo Mandela, ma anche il complesso delle istanze dell’ANC.

Senza il loro intervento chi potrebbe essere certo che l’ANC avrebbe comunque adottato nel 1955 la Carta delle Libertà, con la sua dichiarazione iniziale: “Il Sud Africa appartiene a tutti coloro che ci vivono, bianchi e neri”? Non possiamo saperlo, ma mentre piangiamo la morte di Mandela dovremmo ricordare e riconoscere il ruolo che i comunisti svolsero nel prendersi cura e nell’influenzare questo grande uomo.

Articolo pubblicato su New Statesman

traduzione di Federico vernarelli 

Le parole che hanno fatto la storia | Autore: Nelson Mandela

 

– 1964: Discorso al processo per sabotaggio
http://www.guardian.co.uk/world/2007/apr/23/nelsonmandela

– 1990: Discorso post-liberazione
http://www.anc.org.za/show.php?id=4520

– 1993: Discorso in occasione della consegna del Premio Nobel per la Pace
http://www.nobelprize.org/nobel_prizes/peace/laureates/1993/mandela-lecture.html

– 1994: Discorso per la vittoria dell’ANC
http://www.anc.org.za/show.php?id=3658

– 1994: Discorso come presidente del Sudafrica all’ANC
http://www.africa.upenn.edu/Articles_Gen/Inaugural_Speech_17984.html

– Pubblicazione delle Nazioni Unite in occasione del Mandela day
http://www.un.org/en/events/mandeladay/pdfs/Mandela%20In%20his%20words%20WEB.pdf

E’ morto Nelson Mandela, il combattente della libertà Fonte: Liberazione.it | Autore: Maria R. Calderoni

Eroe della lotta contro l’apartheid, è morto a 95 anni nella sua casa di Johannesburg. Il paese è in lutto, la gente sfila per le strade e gli uffici hanno le bandiere a mezz’asta. Dal carcere al Nobel, una vita dedicata alla liberazione di un intero popolo oppresso. E’ stato il primo leader nero dopo la fine della segregazione razziale.Si ribellò. Quella era la sua terra, il suo paese, il paese dove era nato e dove erano nati suo padre e sua madre; ma lì, in quel suo paese, una legge detta dell’apartheid rendeva ormai la vita insopportabile e indegna. L’avevano inventata e imposta, quella legge, i dominatori bianchi e, in base ad essa, lui e tutti gli altri africani come lui dovevano subire molte cose.Tanto per dire. Separazione netta tra bianchi e neri nelle zone abitate da entrambi; istituzione dei bantustan, cioè ghetti per soli neri; proibizione dei matrimoni interrazziali; proibizione di rapporti sessuali tra neri e bianchi (costituiva reato passibile di carcere); obbligo di registrazione civile in base alla razza; divieto di accesso a determinate aree urbane; divieto di uso delle stesse strutture pubbliche, tipo fontane, marciapiedi, sale d’attesa; discriminazione nelle scuole e nei posti di lavoro; obbligo di passaporto per accedere alle aree urbane dei bianchi; divieto di ogni forma di opposizione (in special modo se di stampo socialista, comunista e comunque in qualche modo riferibile all’AFC, African National Congress).
Prigionieri nella propria terra, esclusi e assoggettati, defraudati dei loro diritti e delle loro risorse. Quello era il Sudafrica, la sua terra. Una terra bellissima, con terreni fertili e clima mite, ricca di minerali preziosi (platino, diamanti, oro), diventata colonia e dominio di olandesi e inglesi fin dal secolo XVII. Quella sua terra strangolata dai crudeli padroni bianchi (è sotto il governo di Hendrich F. Verwoerd, passato alla storia come il perfezionatore, anzi “l’architetto dell’apartheid”, che la segregazione dal 1948 è diventata compiuta legge di Stato).
Si ribellò. Lui, Nelson Mandela, a tutto questo decide di ribellarsi. Per la verità il suo vero nome è un altro. È nato il 18 luglio 1918 in un piccolo villaggio del Transkei e, come tutti in Sud Africa, acquisisce il nome inglese di Nelson il I° giorno di scuola; ma il suo vero nome è Rolihlahla, che poi significa “quello che porta guai”.
Lui non è nemmeno tra i più sfortunati; lui è figlio di un capotribù Thembo, un nero che riesce ad andare scuola, grazie alla protezione del reggente Jongitaba, amico della sua famiglia, che diventa suo tutore dopo la morte del padre; ed è un nero che può persino studiare, conquistarsi un diploma e poi addirittura una laurea in giurisprudenza; lui che non è solo un miserabile “negro” in mano afrikaner.
La sua storia la racconta lui stesso nella autobiografia che ha per titolo “Lungo cammino verso la libertà” (Feltrinelli, 1997); un libro che è anch’esso una perigliosa conquista. Mandela lo scrive di nascosto nel 1974, mentre è detenuto nel carcere di Robben Island; ma il manoscritto viene scoperto, confiscato e distrutto. I suoi due compagni di cella ne hanno però trascritto e nascosto una copia; ed è così che quelle emozionanti 579 pagine sono giunte sino a noi. Uscito dalla prigione nel 1990, Mandela ne finisce la stesura e il libro viene pubblicato nel 1994, titolo inglese “Long walk to freedom”.
Solo questo. «Ho percorso questo lungo cammino verso la libertà sforzandomi di non esitare, e ho fatto alcuni passi falsi lungo la via. Ma ho scoperto che dopo aver scalato una montagna ce ne sono sempre altre da scalare».
Solo questo. Il lungo cammino. Nient’altro che la strenua lotta per riscattare il suo popolo da una vita «senza pietà, senza voce, senza radici, senza futuro».
A 18 anni, nel ’39, Nelson è ammesso all’Università di Fort Hare; fa pratica legale presso lo studio di un avvocato ebreo; e alla Facoltà di Giurisprudenza – racconta – «sono l’unico studente africano», era visto come un intruso, nessuno si sedeva vicino a lui e i professori gli «consigliarono» di continuare gli studi «per corrispondenza». Nessuno gli aveva insegnato come battersi contro l’odioso dominio bianco. Ma è in quegli anni che diventa amico di comunisti, ebrei e indiani, tutti ragazzi della sua età che quel dominio bianco lo vogliono combattere. Insieme a loro, con Walter Sisulu e Oliver Tambo, fonda la Lega giovanile dell’ANC (African National Congress), l’organizzazione che, insieme al Partito comunista, si batte contro l’apartheid.
È con loro, coi ragazzi della Lega, che nel 1942 partecipa alla marcia dei 10.000 nella città di Alexandria (dove si è trasferito) organizzata per il boicottaggio degli autobus; non si fermerà più; la «miriade delle indegnità e delle offese» lo porta alla scelta che sarà quella di tutta la sua vita, quella di combattere «il sistema che imprigionava il suo popolo». Quel sistema che spara sui minatori in sciopero, come nel ’46 avviene nella miniera d’oro di Reef, 12 morti, migliaia di arresti, centinaia di processi per sedizione ai tanti comunisti che a quella lotta hanno partecipato.
Nel febbraio 1952 l’ANC organizza una grande manifestazione di disobbedienza civile contro la segregazione, provocando la reazione del governo che, come sempre, è durissima. La sede dell’Anc è perquisita e Nelson arrestato per la prima volta. Quelli erano giorni, annota nel suo libro, nei quali era molto difficile per un nero vivere a Johannesburg. Infatti, «era un crimine passare per una porta riservata ai bianchi; un crimine viaggiare su un autobus riservato ai bianchi; un crimine bere ad una fontana riservata ai bianchi; un crimine passeggiare su una strada riservata ai bianchi, essere in strada dopo le 11 di sera, non avere il lasciapassare; era un crimine essere disoccupati e un crimine lavorare nel posto sbagliato, un crimine vivere in certi posti e un crimine non avere un posto dove vivere».
E sono, quelli, anche i giorni delle evacuazioni di massa a Sophiatown, Martindale, Newclarc, dove quasi 100.000 africani vengono brutalmente buttati fuori dalle loro case. A lui intanto, rilasciato dal carcere, viene consegnata un’ingiunzione che gli impone di dimettersi dall’ANC; di non uscire dal distretto di Johannesburg; e di non partecipare a riunioni o convegni di qualsiasi tipo per due anni. E contemporaneamente viene chiesta la sua radiazione dall’Albo degli avvocati.
Sono anche i giorni in cui Sophiatown, che ha cercato di ribellarsi all’evacuazione, deve cedere sotto i colpi della violenza afrikaner; e anche i giorni in cui, grazie al Bantu Educational Action, il governo si accaparrava direttamente il controllo di tutta l’istruzione, in pratica imponendo per gli africani una scuola di livello inferiore.
Sulle ali della lotta. La Carta delle Libertà nasce il 26 giugno 1955 in una straordinaria manifestazione promossa a Kiptown dal’ANC: «Noi, il popolo del Sudafrica». È un testo poetico e fortissimo, di denuncia e ribellione in nome dei diritti dell’uomo e della dignità, alla cui stesura collabora con slancio anche Mandela. Le inaudite parole sono state scritte. «Il Sudafrica appartiene a tutti coloro che ci vivono, bianchi e neri». «Il nostro popolo è stato defraudato dal diritto, acquisito alla nascita, alla terra, alla libertà e alla pace, da una forma di governo basata sulla ingiustizia e l’ineguaglianza». «Il popolo governerà». «Tutti saranno uguali davanti alla legge e tutti godranno degli stessi diritti dell’uomo».
Sulle ali della Carta. Arrivano le prime grandi manifestazioni di massa, e la repressione è durissima; cariche della polizia, denunce, arresti, sedi e movimenti dichiarati fuorilegge. E parte anche la caccia agli attivisti e agli animatori della Carta. Inevitabilmente tocca a Mandela.
All’alba del 5 dicembre ’56 la polizia irrompe nella sua casa e lo arresta davanti ai due figli; l’accusa è alto tradimento; con lui, altri 156 compagni subiscono la stessa sorte, e tutti sono trasferiti nella prigione di Johannesburg, “La Fortezza”, una tetra costruzione in cima a una collina nel cuore della città.
Per “alto tradimento”, la legge afrikaner prevede la pena di morte. Il 19 dicembre si apre il processo: ci vogliono due giorni per leggere le 18.000 parole dei capi d’accusa; ma, grazie a un grande collegio di difesa e ai fondi raccolti dall’ANC, quella volta – dopo un processo che si trascina per cinque anni – tutti vengono assolti e rilasciati su cauzione.
Non c’è pace né giustizia e nemmeno pietà. Il 10 marzo 1960 a Shaperville la polizia spara su un corteo di manifestanti disarmati; una strage. Il tragico episodio segna una svolta per l’ANC e anche per Mandela. Per cinquant’anni la non-violenza è stato uno dei principi basilari del movimento anti-apartheid. Ma ora, di fronte alla repressione sempre più brutale e sanguinosa, brandire la Carta e i suoi nobili principi, organizzare solo cortei di protesta sembra non bastare più; ora sembra giunto il momento di ricorrere anche a più drastici mezzi. Nasce il Mk – acronimo di “Umkhonto we Sizwe”, che vuol dire “Lancia della Nazione” – l’ala armata dell’ANC e Mandela ne diventa il comandante. Sabotaggio, scontri con la polizia, contro-assalti, propaganda, raccolta
di fondi anche all’estero, campi di addestramento para-militari. Dicesi lotta.
Mandela è costretto a darsi alla clandestinità, diventa la “Primula Nera”, l’africano più ricercato del continente. Dura diciassette mesi; ma una sera, sulla strada di Johannesburg – si sospetta su segnalazione della Cia – viene catturato. Processo, autodifesa, pesante condanna: cinque anni di durissimo carcere a Esiquitin, uno scoglio a 18 miglia da Città del Capo.
Passa solo qualche mese. Ma un’irruzione della polizia nella sede generale del Mk a Rivonia mette le mani su documenti che attesterebbero un piano di cospirazione, invasione armata, insurrezione; è un’ondata di arresti e per Mandela, già incarcerato, scattano nuove e più gravi accuse. Sono reati da pena di morte; e lui la morte se l’aspetta. Coi suoi compagni concorda una strategia di difesa: più che sulla legalità sarà basata sui «principi morali». Impiega quindici giorni a preparare il suo intervento davanti alla Corte. «Vostro Onore, io sono l’imputato numero uno Nelson Mandela. Non io, ma il governo dovrebbe trovarsi alla sbarra. Mi dichiaro non colpevole». Parlerà per oltre quattro ore. «Il mondo seguiva con grande attenzione il Processo Rivonia. Nella cattedrale di St.Paul a Londra si tennero veglie per noi; gli studenti dell’università di Londra mi elessero presidente in absentia della loro associazione». Venerdì 12 giugno 1964, «tornammo per l’ultima volta in tribunale. Il servizio di sicurezza era più imponente che mai», strade bloccate al traffico e polizia ovunque. Ma, «nonostante le intimidazioni, almeno duemila persone si erano radunate davanti al tribunale con striscioni e cartelli che dicevano: “Siamo al fianco dei nostri capi”».
Non furono condannati a morte (anche grazie alla grande pressione internazionale). La sentenza fu l’ergastolo per tutti gli imputati.
Agli anni del carcere, Mandela dedica un lungo capitolo intitolato: “Robben Island, gli anni bui”. Anni terribili in un carcere spaventoso; la cella lunga 3 passi e larga meno di 2 metri, i pochi oggetti disponibili, la sporcizia, la quasi mancanza di corrispondenza, il vitto orribile, il lavoro massacrante nella cava di pietra.
Ma lui non cessa di combattere. È rinchiuso da più di vent’anni, ma in quell’anno 1985 perviene all’ANC il suo “Manifesto”: «Unitevi! Mobilitatevi! Lottate! Tra l’incudine delle azioni di massa e il martello della lotta armata dobbiamo annientare l’apartheid!»
Mandela rimane in carcere fino all’11 febbraio 1990. Fu lo stesso nuovo presidente del Sudfrica a dargli la notizia della scarcerazione. Subito dopo essere stato eletto, de Klerk aveva cominciato a smantellare l’apartheid: apre le spiagge sudafricane ai cittadini di tutte le razze, annuncia l’abrogazione del “Reservation of Separation Amenities Part”; il 2 febbraio 1990 revoca la messa al bando dell’ANC, del Communist Part e di altre 317 organizzazioni che erano state dichiarate illegali; decreta la scarcerazione di tutti i prigionieri politici non colpevoli di atti di violenza, nonché l’abrogazione della pena capitale.
Il 27 aprile 1994 è la data delle prime elezioni non razziali e a suffragio universale del Paese. Mandela diventa presidente: è il primo presidente nero del Sudafrica. Resterà in carica fino al 1999. Le ferite sono profonde e laceranti. Ma il presidente nero non insegue la ritorsione e la vendetta. In nome di quel suo popolo che ha tanto sofferto, ha creato una “Commissione per la Verità e la Riconciliazione” per far luce sui crimini dell’Apartheid; i colpevoli che confessano sono perdonati, ed è concessa un’amnistia pacificatrice. Per questo, dopo il Premio Lenin ricevuto nel 1962, nel 1993 gli viene dato il Nobel per la pace.
Tanti anni sono passati. Il Combattente ora è un po’ stanco. «Mi sono fermato un istante per riposare, per svolgere lo sguardo allo splendido panorama che mi circonda, e per guardare la strada che ho percorso».
Nell’ultima riga della sua autobiografia ha lasciato scritto che il «lungo cammino» deve continuare. «Non vi è alcuna strada facile per la libertà».

L’eredità immensa di Nelson Mandela, l’uomo che seppe lasciare il potere Fonte: redattoresociale.it

 

di Zachary Ochieng. In esclusiva da News from Africa

NAIROBI – La morte di Nelson, icona dell’anti apartheid, ha lasciato il mondo nella tristezza. Sebbene se ne sia andato all’età di 95 anni, che già in sé è una rarità per qualcuno che ha passato 27 anni in carcere, la sua eredità rimarrà per anni. Poche persone nel pianeta potrebbero eguagliare la sua immagine straordinaria ed è per questo motivo che il mondo sta celebrando la sua vita invece di essere in lutto. Senza dubbio sarà ricordato come uno degli uomini più grandi della storia.

La ricca eredità che Mandela si lascia alle spalle è impareggiabile . Oltre ai suoi risultati politici, ha combattuto per una società giusta che è culminata nella demolizione del regime dell’apartheid. Ha abbandonato il palcoscenico della politica dopo aver servito solo un mandato, preparando la strada per le generazioni più giovani che prenderanno il comando. Molti leader africani sono noti per tenere il potere fino alla morte. Dittatori come Robert Mugabe in Zimbabwe vengono subito in mente. Al potere da quando lo Zimbabwe è diventato indipendente nel 1980, Mugabe ha continuato a rimanere attaccato alla sua posizione.

“Se c’è qualcosa per cui l’Africa dovrebbe ricordare Mandela, è la sua determinazione a liberare i sudafricani dall’oppressivo regime dell’apartheid e dalla credenza che non si deve essere per sempre al potere per diventare popolare . È questo il motivo per cui ha servito soltanto un mandato e poi ha lasciato. Questa è una cosa che altri leaders africani dovrebbero imitare”, afferma il Adams Oloo, presidente del Dipartimento delle politiche e delle relazioni Internazionali all’università di Nairobi.

L’ex procuratore generale del Kenya Charles Njonjo, un vecchio amico di Mandela che è stato suo compagno di classe all’università di Fort Hare in Sud Africa, parla di un uomo che era molto intelligente ma rimaneva sempre umile. “Era uno studente infaticabile ma sempre pronto ad assistere gli studenti meno veloci con i loro compiti. Ha mostrato questa umiltà e senso di comprensione quando ha accettato di lavorare con lo stesso regime che lo aveva imprigionato per il bene della ripresa nazionale e della riconciliazione ”, afferma Njonjo.

La straordinaria levatura di Mandela è esemplificata dai 250 premi che ha ricevuto nella sua vita, incluso il premio Nobel per la pace nel 1993. Con il tipo di affetto che il mondo mostra nei suoi confronti, Madiba, come era noto al suo clan, attrarrà molto probabilmente anche premi postumi.

Un grande uomo che era sempre a suo agio con i giornalisti durante le interviste, Mandela ha ispirato molti leaders mondiali, incluso il presidente degli Stati Uniti Barack Obama che ha visitato il Sud Africa quando Mandela era gravemente malato in ospedale. “Voglio rendere omaggio a questo grande uomo Nelson Mandela per la sua ispirazione. L’Africa dovrebbe accogliere la democrazia e scrollarsi di dosso la cultura della dipendenza dagli aiuti umanitari”, aveva affermato Obama durante la sua visita, ricordandolo poi ieri tra le lacrime dopo la notizia della morte.

Mandela credeva nell’approccio non violento di Mahatma Gandhi per risolvere i conflitti , al quale perciò rendeva omaggio: “Osava esortare la non violenza in un periodo in cui la volenza di Hiroshima e Nagasaki erano esplose su di noi; esortava alla moralità quando la scienza, la tecnologia e l’ordine capitalista l’avevano resa ridondante ; ha sostituito i propri interessi con quelli del gruppo senza minimizzare l’importanza del sé. L’India é il paese di nascita di Gandhi; il Sud Africa è il suo paese di adozione”. Di fatto, Mandela e Gandhi erano uomini con idee simili.

La pandemia di Hiv/Aids senza dubbio è rimasta la principale prioritá di Mandela durante la sua presidenza ed il suo pensionamento. Nel continente africano dimora la maggior parte delle persone malate di Hiv/Aids e Mandela decise che bisognava fare qualcosa per arginare la pandemia. In primo luogo, decise di lottare in prima linea ammettendo che uno dei suoi figli era monto di Aids. Qualcosa di inaudito in Africa fino ad allora. Nessuna famiglia, in particolare una famiglia illustre come i Mandela, avrebbe infatti ammesso di aver perso uno dei propri cari a causa dell’Hiv/Aids. Forse prendendo spunto da Mandela, anche l’ex Presidente dello Zambia Kenneth Kaunda ha ammesso in pubblico la morte di uno dei suoi figli per Hiv/Aids. È questo il tipo di leadership per cui l’Africa dovrebbe ricordare Mandela.

Attraverso la sua fondazione Nelson Mandela, che ha lo scopo di promuovere una societá giusta ed imparziale, libera da discriminazioni, egli ha visto l’Hiv/Aids come un’altra guerra che doveva essere combattuta e vinta. Dal 2003, ha sostenuto i concerti “46664” (nome che deriva dal suo numero di identificazione in prigione) che avevano lo scopo di raccogliere fondi e consapevolezza riguardo all’Hiv/Aids.

Pochissime leggende viventi hanno delle giornate internazionali dedicate a loro. Ma per Mandela, il 18 luglio è stato dichiarato Giornata internazionale per Nelson Mandela sin da quando era ancora vivo. La giornata, che coincide con la sua data di nascita, è caratterizzato da atti di carità e gentilezza per dimostrare i valori che lui rappresentava.

Oltre alla fondazione, c’è il Fondo per l’infanzia Nelson Mandela, che supporta i bambini del Sud Africa con la visione di cambiare il modo in cui la societá tratta i propri bambini e ragazzi. Il Progetto Hillbrow Theatre, ad esempio, è un luogo in cui bambini svantaggiati possono esprimersi attraverso l’arte. Attraverso le loro produzioni, gli studenti apprendono importanti capacitá di lavoro di squadra, rispetto reciproco e tolleranza.

Riposa in pace, Tata.

(Traduzione di Sara Marilungo)